NOTE:

[105] ARCHIVIO CAMERALE DI ROMA, del quale dirò appresso, lib. VI, nota

10.

ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE, sezione Medicea, doc. inedit. Fabbrica e

costo delle galèe, scrittura del principe di Piombino don Alfonso

d'Appiano, al granduca Francesco, con data da Cavinana, 2 luglio 1574,

etc. p. 130 e segg.

BIBLIOTECA BARBERINIANA IN ROMA, Mss. inedito, segnato LVIII, 19, e

intitolato: «_Nota di quanto costa una galea_, ecc.» p. 12.

ITEM, cod. LV, 23: _«Stipendî che al presente si danno agli ufficiali ed

altra gente delle galere di Nostro Signore.»_

ITEM, ibid.: _«Provvisioni che si devono dare agli infrascritti delle

galere di Nostro Signore. Data del 6 aprile 1622, firmato cap. Camillo

Nardi, m. propr.»_

[3 Maggio 1512.]

XVII. — Fra le quali spedizioni sarebbe stata sommamente importante e

desiderabile la mossa del Capitano e de' bastimenti di Roma, cogli altri

delle potenze cristiane, contro i temerarî di Costantinopoli per

arrestarne l'invasioni; o almeno contro i pirati dell'Arcipelago dello

Jonio e dell'Africa per ricuperare i legni perduti e per disciogliere le

catene alle migliaja dei Cristiani miseramente gementi nella schiavitù.

Di là voci arrochite nel pianto, e lettere vergate da livide mani

chiedevano soccorso; di qua ogni cuor generoso rincalzava le stesse

risposte: ed i padri del concilio convocato da papa Giulio al Laterano,

fin dalla prima sessione, tenuta a tre di maggio, proponevano l'alleanza

dei fedeli contro gl'insulti perpetui, spietati e insopportabili del

nemico comune. Uno dei vescovi, interprete degli altrui desiderî, e

costretto dal proprio dovere, alla presenza del Pontefice e di tutto il

solenne consesso, così favellava in quel giorno[106]: «Certamente senza

sospiri, senza lacrime e senza il massimo cordoglio non posso rammentare

io, non che esprimere, l'oltracotanza, l'immanità e la rabbia dei

Turchi.... Non entro nel pelago dei mali da noi patiti pei tempi

passati, dico soltanto di ciò che adesso soffriamo.... Frequenti

gl'insulti di guerre ingiuste, continue le scorrerie di ladronecci

disumani: i figli strappati dalle braccia dei genitori, i bambini dal

seno delle madri, le spose violate al cospetto degli uomini, le vergini

tratte a barbariche libidini, i vecchi come inutile ingombro sgozzati in

mezzo alla famiglia, la gioventù come giumenti condannata alla gleba.

Queste nequizie non ho letto io nelle carte, nè mi sono state raccontate

da altri. Io stesso, io continuamente le vedo. Io dalle mura di Spalato,

mia sede arcivescovile, osservo i ladroni a torme saccheggiare i borghi,

e mettere a soqquadro le campagne col ferro e col fuoco, e menar cattivi

in gran numero i figli miei dell'uno e dell'altro sesso, che son pur

figli vostri, o Padre beatissimo. Le stesse scelleratezze nei loro

distretti provano i miei dodici suffraganei. E se volete altri

testimoni, maggiori di ogni eccezione, eccovi qui dinanzi i vescovi

dell'Ungheria, e l'amplissimo primate di quel regno infelice; essi vi

dicono altrettanto.... Spesso spesso siamo costretti, ed io misero

altresì, sospendere a mezzo gli ufficî divini, uscir dalla chiesa,

deporre la cappa, vestire di piastra e di maglia, e correre alle porte

per confortare il popolo afflitto, per fargli cuore, e per condurlo

contro i nemici assetati del nostro sangue.»

[21 febbrajo 1513.]

A questi sentimenti espressi dalla bocca dei padri rispondevano i

popoli, plaudivano i Romani, massime quelli che ricordavano la impresa

di Santamaura o per fatto proprio o per domestica tradizione. La grande

alleanza e la mossa generale contro i tiranni di Costantinopoli, e

contro i pirati di Barberia, nel cuore e sulle labbra di tutti, parevano

imminenti: e Giulio istesso se ne mostrava ed erane al pari di ogni

altro fervidamente desideroso[107]. Ma io son costretto a troncare il

discorso e a tacermi, sì come improvvisamente si tacque papa Giulio la

mattina del ventuno di febbrajo, itone il magnanimo spirito in luogo più

conforme alla sua grandezza. Rotte le pratiche, sospeso il concilio,

aperto il conclave, finito il capitanato di Baldassarre. Nel congedarmi

da lui, secondo le convenienze, vorrei almeno di volo toccare i fatti

successivi della sua vita privata e pubblica nella sua patria: ma ogni

ricerca essendomi tornata vana, mi bisogna senz'altro star contento a

ricordare la stima da lui goduta nella corte di Roma, finchè visse il

suo protettore e concittadino. Ma di Giovanni suo figlio, e di Antonio

suo congiunto, i quali nella squadra permanente e nella riserva

continuarono a militare tra noi anche dopo l'elezione del nuovo

Pontefice, farò menzione, come verranno, sotto il supremo comando

dell'altro Capitano che darà il nome al terzo libro.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 51 / 177 题