[1500-1503.]
I. — Facendomi a scrivere della guerra piratica, combattuta sul mare pel
continuato periodo di sessant'anni, anche dai nostri capitani, con
grande dimostrazione di virtù, ed altrettanto splendore di nobili
ammaestramenti, mi bisogna alla prima ricordare come per gli stessi
principî fondamentali del Corano gli Islamiti di ogni luogo e di ogni
tempo si sono messi alle guerre di invasione, ed alle guerre di
piraterìa. L'abominio contro la civiltà del Vangelo, la propagazione
della loro setta colla spada, e la cupidigia dell'altrui, dovevano
senz'altro menare i seguaci di Maometto nella Siria, nell'Egitto, nella
Grecia, nell'Ungheria, nella Polonia, sotto Buda e sotto Vienna, alle
battaglie campali ed agli assedî; e similmente gli stessi principî
avevano a spingere la bordaglia moslemica per tutti i mari
sbrigliatamente ai ladronecci. Costoro, contro dei quali adesso in
specialtà avremo a fare, sulle riviere marittime in privati conventicoli
adunavansi, sceglievano a libito i condottieri, costruivano legni da
corso, metteansi al remo e alle armi, entravano sui passi, ed ora
coll'arte, ora cogli inganni, ora colla violenza ghermivano quanto lor
si parava dinanzi, bastimenti, merci, danaro, persone, e tutto facevan
proprio e divideansi nei loro paesi, in parti proporzionali alla
ribalderia di ciascuno. Scendevano ancora soppiatti nelle nostre
campagne, tramavano insidie ai grandi personaggi; come a papa Leone per
le campagne Laurentine, al duca di Savoja sulle coste di Villafranca, al
grammaestro Lilladamo sulla via di Rodi, ed alla celebre Giulia Gonzaga
nella villa di Fondi. Ad ogni modo davano sul bestiame, sulla gente del
contado, massime se femmine o fanciulli. Di qua tra noi lacrime,
incendî, rovine mettevano; di là nei loro serragli prede sempre maggiori
menavano: tanto che non era nell'Africa così misera cittaduzza, che non
avesse tre, cinque e più migliaja di Cristiani in durissima schiavitù
condotti a mercato dai ladroni. I quali senza legge, senza patenti,
senza tribunali, senza pietà, contro il giure di natura e delle genti,
persecutori perpetui tanto dei nemici che degli amici, non erano
solamente corsari, come alcuni dicono adesso, sì veramente pirati e
ladroni di mare, come gli chiamavano i popoli e gli scrittori di allora;
se ne togli quei pochi di Francia e di Venezia, che per diversi rispetti
di pace o di alleanza, costretti talvolta a dissimulare, davan loro del
corsaro, e non intendevano di meno parlare di pirati, descrivendone le
opere ladre. L'evidenza dei fatti rimena al giusto il significato della
lusinghiera parola[1].
Non dico per questo che la piraterìa sia uscita improvvisa e tutta
armata dal centro del secolo decimosesto: anzi pei fatti e pei principî
che ho posti qui ed altrove, si può facilmente intendere quanto
pertinace e quasi congenita abbia a dirsi cotesta magagna in tutte le
razze musulmane, tanto che non si è mai potuta totalmente estirpare nel
Mediterraneo, se non di fresco colla presa di Algeri: nondimeno è pur
noto nella storia, e qui meglio si vedrà, che la principale epoca della
grande piraterìa corse terribile nel mezzo del secolo decimosesto,
quando ai ladroni fu dato salire sui troni di Barberia e diventare
ammiragli di Costantinopoli. Cotesta grandezza sul capo di coloro che
pubblicamente infestavano il mare per proprio mestiere, non si incontra
costante in verun altro tempo, nè prima, nè poi; ma solamente nel
periodo dove siamo per entrare col nostro discorso. Vedremo gli stessi
Imperatori ottomani, nella briga di sottomettere l'Africa
settentrionale, e di cacciarne le antiche dinastie degli Arabi, portare
innanzi costoro ugualmente rapaci e bugiardi a danno dei Cristiani, che
degli Islamiti. Pensate uomini arcigni e scalzi, colle mani incallite
sul remo e col dorso incurvato sotto al fardello, i quali nondimeno
levano lo sguardo e le speranze infino ai troni: essi si chiamano
Camalì, Curtògoli, Gaddalì, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli, Oruccio,
Barbarossa, Moràt, Dragutte, Scirocco, Luccialì; surti tra le brutture
della plebe, qualcuno rinnegato, altri fellone, e tutti schiume di
ribaldi, che nel secolo decimosesto avranno a essere sovrani di Algeri,
di Tunisi, di Tripoli, di Tagiora, di Alessandria, e delle isole
maggiori dallo Jonio alle Gerbe; ed oltracciò tutti ammiragli o
comandanti di squadra nell'armata dell'imperio ottomano. Pensate che
contro a costoro, sovente nelle piccole avvisaglie e talora nei grandi
fatti d'arme, coi nostri capitani ed alleati avremo a sostenere
durissima lotta per salvare la civiltà cristiana dalla barbarie
moslemica, e così farete ragione al titolo e all'argomento del presente
volume.
La fortuna nei sessant'anni non ci fu sempre propizia. Sei volte noi
affrontammo le maggiori forze dei nemici; e con tre splendide vittorie
ottenute presso alle muraglie di Corone, di Tunisi, e di Afrodisio,
toccammo tre grossi rovesci nelle acque della Prèvesa, di Algeri, e
delle Gerbe; e saremmo rimasti lì colla peggio, se non fosse venuta
dappoi la settima giornata di Lepanto a rilevarci. Dirò dei grandi e dei
piccoli successi, tirando fuori anzi tutto i particolari meno conosciuti
dei capitani di Roma, col nome dei quali divido in otto libri la mia
storia. Ma non intendo tanto strettamente tenermi contro i pirati, che
non abbia a riferire qua e là gli altri fatti attenenti alle nostre
marine, e allo svolgimento dell'arte nautica e militare, e similmente ai
viaggi lontani ed alle guerre vicine, sieno desse state gloriose o no.
Pesami l'incontro di nojose brighe, proprio nei primi decennali del mio
racconto: nè ciò tolgasi a mal grado il lettore, che io non potevo
cominciare dove mi tornasse meglio, ma donde ho lasciato nei miei libri
del Medio èvo; e non posso ora narrare a libito, ma devo mettere in
ordine gli avvenimenti come seguono, secondo il tempo. Andiamo innanzi
con franchezza, chè ogni cosa provvedutamente verrà al suo punto; e
l'argomento principale, a grado a grado rilevandosi, campeggerà tra gli
accessorî, che non si potevano omettere senza sconcio. Basta di ciò: e
per menomare il fastidio di chi legge e di chi scrive valga la varietà
intorno all'unico subbietto, e lo stile rispondente alla materia.
Andremo talora a basse vele sul margine del lido, e ci gitterem talvolta
in alto mare sulla cresta dei marosi, come ci menerà la fortuna,
seguendo sempre per filo il nostro cammino.