Violetta, dunque, esimia suonatrice d'arpa, e rara volta can

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AVV. BIANCHI ARTURO

I ladri

della pace.

ROMANZO

CREMONA

Tip.-Lit. Interessi Cremonesi--G. Frisi

1897

RISERVATI I DIRITTI DI AUTORE

Proemio

Questa è la quinta volta che il sottoscritto, fa stampare a breve

distanza l'uno dall'altro, libricciuoli, per dimensione e valore,

modesti. Un principio di monomania qualunque da potersi tollerare.

Oggi abbiamo fatto un piccolo Romanzo: ma ahimè! già comprendo

che..... «_Andrem raminghi e poveri, ove il destin ci porta_» (Duetto

_Luisa Miller_).

Pur troppo, anche il sottoscritto, spintovi da istintiva prepotenza

del pensiero, o per dire più giusto da riscaldata fantasia, la quale,

a guisa dei vulcani, esige spazio all'intorno, onde eruttarvi la

incandescente lava, non ha potuto resistere alla rude tentazione, col

rischio di perire asfissiato dalla inesorabile critica.

Parecchi in questa epoca non per anco tramontata, hanno scritto

Romanzi a profusione. Perciò confidando pure lo scrivente di poter

camminare per la stessa via sebbene con forza e lena minori, e quando

fantasia lo soccorra, si accinse all'opra.

Sappiamo, che dei Romanzi di sommi autori antichi d'ogni nazione, con

Manzoni alla testa, si è smarrita la traccia, ma lo scrivente vi

giura, e tutti lo credono, che non sogna trovarla. Quegli Egregi

Romanzieri erano intesi certamente, coi loro Libri, al migliore

andamento sociale, sotto la forma di immaginosi avvenimenti, ma si

teme abbiano al pari di tanti altri, toccata la delusione.

Causa della incompleta riescita, potrebbe essere la legge di natura,

perocchè se è positivo, come il progresso scientifico non abbia

confine, è pur vero che il progresso sociale, giunto al suo apogèo

deve o rovesciarsi o quanto meno retrocedere. Su ciò dica la storia.

E per quanto sopra, o lettori gentili, vogliate armarvi di indulgenza,

mentre il sottoscritto di speranza si corazzerà, affinchè il suo libro

non venga bruciato in piazza, siccome ai tempi della _Santa

Inquisizione_.

A. BIANCHI ARTURO

PARTE 1.ª

CAPITOLO I

I Ladri della Pace.

Trentacinque anni or sono, vale a dire al tempo della Epopea

Garibaldina, memorabile nella storia di questo secolo per le

patriottiche audaci imprese, e per le vittoriose battaglie, la

gioventù che vi aveva preso parte valida, restituitasi al domestico

focolare, si abbandonava con diritto, a qualcun ozio di Capua, e

naturalmente, onde non degenerare dai comuni progenitori, Adamo ed

Eva, faceva, come suol dirsi, all'amore, anche senza paradiso

terrestre.

Ciò premesso, noi faremo la presentazione, come è d'uso nella buona

Società, dei signori Ladri della Pace, secondo il titolo del libro

odierno.

I principali, i più pericolosi, sono l'Amore e la Gelosia di lui

sorella germana.

Per quanto riflette poi ai due Protagonisti del nostro Romanzo (più di

uno stavolta, per il _melius est abundare quam deficere_) si trova

inutile di osservare troppi dettagli. Questi seguiranno il corso degli

avvenimenti che noi svolgeremo, basterà quindi avvertire intanto, che

uno dei protagonisti era Blandis pittore nullatenente; celibe, l'altra

la signorina Giacinto benestante; giovane il primo, più giovane la

seconda, capo esenziale secondo la legge universale--Simpatici assai,

buoni educati, intelligenti, e della poesia e della musica, entrambi

amanti--Alfredo e Violetta, bei nomi accolti anche dal sommo Verdi

nella sua _Traviata_ . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alfredo, dopo parecchi mesi di semplice candida amistà verso Violetta,

amistà nudrita soltanto da Apollo, il Dio della Musica, della Poesia e

delle Arti, il Principe delle Muse, venne ferito in cavità, da Cupido,

il Dio dell'amore, e Violetta, parea volesse seguirne le traccie,

ricordando la Psiche voluttuosa, rivale, per bellezza, di Venere.

Ma Alfredo, ingenuo e timido quanto una gazzella,¹ era stato un

immenso illusionista. Non potea trattarsi semplicemente degli effetti

della buona musica, eseguita con impegno a mezzo dei due scelti

istrumenti, che sono il Violoncello e l'Arpa? Oh! le Romanze!.......

le sirene di terra ferma!

¹ Gazzella = Leggiadra Capretta Selvatica.

Violetta invece, meno aerea di Alfredo, un giorno gli era gentile,

espansiva, affettuosa, e l'altro indifferente forse per pura questione

meteorologica, e di tale indifferenza, da ammazzare non solo un

Cristiano, ma anche un Toro.

Però la maschile fierezza, aveva tentato di venire in soccorso del

ferito Pittore, ma egli che poco prima, si era confortato di Apollo,

di Minerva e di Marte, abbandonò quei suoi primi auspici, per seguire

a capofitto Venere, non conoscendo bene ancora il proprio labirinto

amoroso, dal quale, ad onta de' suoi sforzi, non sarebbe escito, se

non colle ossa sconquassate.

Oh! la indimenticabile Francesca da Rimini, esclamava tante volte, fra

le sue veglie, Alfredo, oh! il verso splendido «_Amor_ che al cor

gentil ratto s'apprende» (DANTE--_Inf_. Canto V) trascurando poi il

successivo = «Amor che a nullo amato amar perdona» molto docente¹.

¹ _Amore che non consente che chi è amato, non riami_ = (Dalle

note esplicative).

Noi presumiamo di avere, sebbene forse precocemente, compreso, siccome

l'amore di Alfredo per Violetta, dovesse essere fra i soprannaturali,

e fra gli incurabili, quanto le malattie croniche............. Se non

che appena il misero Alfredo s'ebbe in petto la freccia amorosa,

sviluppossi in lui una complicazione da impensierire qualunque medico

curante, vogliam dire, _la gelosia_, raramente dal vero amore

scompagnata, quel mostro che fece diventare l'innamorato Otello,

strangolatore. La gelosia di Alfredo, non era tale da farlo assassino,

perchè di carattere mite, che, in ogni caso, in luogo di strangolare,

si sarebbe strangolato. Ma appunto perchè di mite indole, egli

soffriva dippiù. E di chi e di quali cose geloso? Di tutto e di tutti,

senza un punto sicuro, quindi geloso dell'ignoto, e sprovvisto di

qualsiasi diritto. In conclusione quel povero Alfredo, per colpa della

sua testa vulcanica, o della sua tenerezza di cuore, o perchè infine,

fosse troppo artista; provava già da tempo le pene dell'inferno, nella

bolgia riservata, prima ancora, di scendervi. La sua consueta

giocondità, la quiete, il sonno, la pace, perduti!

E chi oserà dunque negare, che l'amore e la gelosia, non sieno i

principali ladri della pace?

Suicidarsi? No, perchè sebbene infelici, bisogna avere il coraggio di

vivere per gli altri che di noi vivono.

Alfredo trascinava pertanto, da lunga stagione, una misera vita, piena

di tristi presentimenti. Egli, ne' suoi frequenti soliloqui, si

chiedeva cos'è la vita? E tosto risovvenivasi di avere letto questi

bei versi:

« Il passato non è, ma ce lo pinge

La dolce rimembranza,

« Il futuro non è, ma ce lo finge

La credula speranza

« Il presente solo è, ma in un baleno

Passa del nulla in seno;

« Dunque la vita è appunto

_Una memoria, una speranza, un punto_.....»

Sì, ma, del resto, abbiamo un bel dire noi filosofi. Quell'innamorato

Pittore, ad onta dei mille proverbi, dei quali aveva dovizia, non

sapeva cessare un solo istante, del dì e della notte, dal pensare a

Violetta, dal vedersela dinnanzi agli occhi, siccome un raggio di luce

ardente, vivificatore.

Oh! almeno sorgesse in favore del nostro tribolato artista, qualche

straordinario avvenimento, tale da compensarlo del suo dolore, o da

guidarlo in più fortunato calle! Noi, del resto, che conoscemmo la

peregrina di lui costanza, negli affetti più caldi, avremmo dei dubbi,

su qualsiasi cambiamento.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma ahimè, il nostro esaltato, a quanto pare, pretendeva talora

l'istesso amore di Beatrice, per Dante, il quale, si narra, sia

stato più puro di quello degli Angioli,¹ talora l'amore furente

della desolata Didone, vittima del tradimento di Enea, e talora

finalmente sarebbesi accontentato della via di mezzo, dell'amore

della Francesca da Rimini pel suo Paolo, quando s'ebbe il bacio

tremante.......»

«Questi che mai da me non fia diviso

La bocca mi baciò tutto tremante»

(DANTE--_Inf_. Canto V).

¹ « Io son Beatrice che ti faccio andare

Vegno di loco, ove tornar disio,

Amor mi mosse che mi fa parlare»

(DANTE--_Inf_. Canto II).

Nè mai il caro artista, voleva piegarsi, per Iddio, all'amore dei

tempi moderni, così ragionevole, e dagli altari, e dal Sindaco

benedetto. E per quel suo malaugurato istinto delle mele proibite,

caddero sul di lui capo malanni pubblici e privati, oltre alla censura

della odierna imperante, concreta società . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

--Lugete Veneres, Cupidinesque--

(piangete o Veneri, piangete o amori)

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«_Il matrimonio è la tomba dell'amore_» scrisse un romanziere illustre

= «_Il matrimonio lega i nomi e le sostanze, non il cuore_» e quegli

per prudenza, soggiungeva, che, _il matrimonio «poteva essere la culla

dell'amicizia_» Sarà bene, del resto, che noi non ne facciamo il nome,

onde non esporre lo scrittore di buona fede, alla spietata vendetta

delle nubende e consorteria. . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Era il mattino del 19 Marzo 18.., giorno di S. Giuseppe, nome del

defunto padre di Alfredo, ma questi, contro il suo costume, non si era

per anco svegliato, nè pel vicino cinguettio dei passeri, nè per

quello di due rondini, allor allora giunte sul suo verone.

Egli era assopito, siccome accade a persona stanca sì, ma afflitta da

recente cordoglio. Egli aveva vegliato tutta la notte a scrivere, a

gesticolare, a parlare fra se. Le di lui buone sorelle, ritratti

parlanti della loro madre esemplare, poco tempo addietro defunta,

erano già entrate due volte in punta di piedi, nella cameretta del

fratello, onde porgergli l'usato Caffè, ma due volte se ne erano

subito ritirate, per non turbare il riposo al loro diletto, accorte

dalla quasi esaurita candela, come egli si fosse coricato da pochi

istanti. Se non che Lord, il bracco bianco, affezionato al suo

padrone, non volendo saperne di quella novità, che ritardava la sua

passeggiata alla caccia, a forza di guaire e di saltargli sul letto,

finì, il bestione, col destare Alfredo. Questi siccome uomo che abbia

smarrita la tramontana, fissò intorno lo sguardo attonito, nascose

sospettoso sotto le coltri, un oggetto che teneva fra le mani sudate,

e si riassopì.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

CAPITOLO II

Le solite monomanie di persecuzione e di grandezza.

Sogna tesori l'infelice ormai sospetto di monomania di grandezza,

tanto per consolarsi, non avendo avuto mai a propria disposizione

intera, una moneta da cinque lire. Il positivismo è la comune teoria

sociale, quindi avverso, per sua legge al sentimentalismo, da cui la

falsa interpretazione di quel naturalissimo desiderio. Non è strano,

non è contro natura, che un disgraziato, sospetto di monomania di

persecuzione, si lagni della nequizia altrui, quando quella è

realmente sussistita, e dopochè ne ha sopportati i danni. Egli per

giusta reazione diffida di tutto e di tutti e spera poi liberarsi del

suo cattivo prossimo coi milioni che ritiene di incassare quanto

prima. Anche i deboli di mente, o come tali giudicati, sanno che il

denaro fa tutto--_argent fai tout_! Ma che direste voi se quel misero

sospettato delle due monomanie in parola, fosse, _pro bono pacis_,

consegnato, senza preavviso, al manicomio, da' suoi affezionatissimi,

tranquilli finalmente del grazioso alloggio, conferito tanto

filantropicamente al loro raccomandato? Gli affezionatissimi in buona

fede avranno pensato, alla spaventevole impressione che il loro caro

avrà subita, in modo da farlo peggiorare, anzichè guarire, massime

perchè ammalato non lo fu mai quanto si credeva? Noi sappiamo già cosa

rispondereste..... Fatalità, caso innocente..... Ah! miei Signori di

buona fede..... tali fatti non sono mai abbastanza stigmatizzabili

perchè ricolmi di lagrimevoli conseguenze.... Lo dica la storia.....

Tal fiata l'accusa di simili monomanie, è comoda a talun

interessato, che speriamo sia raro, onde non inciampare forse in

processi indigesti. Ne conseguono pertanto or qua, ora colà fallaci

giudizi, per parte di individui poco psicologici, o trascuranti le

rispettive qualità dei molteplici ventricoli del cervello umano, i

quali dai popolani si denominano abusivamente ruotelle,

probabilmente perchè dai medesimi si crede, abbiano un lento moto

ondulatorio o ruotatorio, o perchè alcune forti impressioni avute in

tempo lontano, si riproducono perfettamente ed alternativamente, ad

epoche quasi fisse d'ogni anno. I profani della scienza speciale,

credono perciò, che il rinnovarsi costante di quelle antiche

impressioni dipenda dal passaggio o _movimento_ dell'una o

dell'altra ruotella, o dell'uno o dell'altro ventricolo come sopra.

Un'altra delle cause delle sunnominate incerte diagnosi o tecniche o

profane sullo stato del cervello umano, sospetto di infermità, è la

sciocchezza, o la malignità degli informatori attinenti al malato.

Ignoranza o scelleretezza, stoicismo od avarizia, possono essere

intervenuti, e non è cosa nuova. Non si gridi dunque al pessimismo,

se Tizio, che l'ha realmente toccato, sospetta ancora sempre il

male.... Quando un fatto è, non si dee strozzarlo in fasce, o

capovolgerlo, o contorcerlo, o quanto meno larvarlo per mal inteso

ottimismo, interesse, o farisaica brama di quiete..... Ohimè quanti

Caifa e quanti Pilati dopo quelli del nuovo Testamento!....

Le nostre Nonne dicevano spesso, che il Diavolo insegna a fare le

pentole e non i coperchi..... Oh! ma vi sono dei furbi che sanno fare

anche i coperchi, infischiandosi del diavolo che hanno veduto soltanto

dipinto su dei brutti quadri. Guai se tutto, tutto si potesse scoprire

guaggiù, laddove la nostra perspicacia non è arrivata. Noi intanto,

onde confortarci, dovere la verità se non contemporanea al fatto,

almeno postuma, sorgere a galla, siccome hanno sempre creduto i nostri

buoni vecchi, reciteremo, per chi forse non la conosce, quella famosa

ottava dell'Ariosto, la quale, ci sembra, al caso nostro sia adatta.

«Miser chi mal oprando si confida

Ch'ognor star debbia il malefizio occulto,

Chè, quando ogn'altro taccia, intorno grida

L'aria e la terra istessa, in che è sepulto;

E Dio fa spesso che il peccato guida

Il peccator, poi ch'alcun dì gli ha indulto;

Chè, se medesmo senza altrui richiesta,

Inavvedutamente manifesta.»

Ed ora ritornando al nostro capitale argomento e ad onta dei

bellissimi versi dell'Ariosto nel suo _Orlando Furioso_, Canto VI, noi

dobbiamo ripetere anche senza volerlo, che qualche mistero

serpeggiasse intorno alla mente di Alfredo onde renderlo infelice.

Potea realmente dubitarsi, secondo la sua squisita perspicacia, che

qualche tristo, sciocco od invidioso, avesse sparlato di Lui a

Violetta, o che la di Lei famiglia avesse antipatia contro il Pittore,

pel di lui modo di pensare. Certamente qualcuno ripeteva in suo cuore

Alfredo avrà introdotto fra le ruote del Carro-Amore, un'asta maligna.

Così egli tanto sincero, ne riportava cordoglio profondo, logorando

lentamente anzi tempo, la sua costituzione una volta fortissima. Egli

bruciava senza tregua, di gelosia, egli era desolato trovando

l'adorata fanciulla un giorno buona, un giorno cattiva, verso di lui,

ma ad onta di quella incostanza, Violetta era sempre un idolo per

Alfredo. Cose solite dei grandi innamorati.

«L'amore fu dato all'uomo affinchè egli abbia la misura di quanto

possa soffrire». E non perdeva mai la speranza di conquistare quel

tesoro nascosto. Nè osava punto lagnarsi della sua Diva, e se un

istante solo l'avesse fatto in cuor suo, tosto sentiva rimorso

profondo. Per l'artista leale, Violetta era giovane piena di

sentimento, bella, buona, gentile, educata, innocente. E non sarebbe

stata fors'anco saggia?... Alfredo in una parola era uomo infelice,

perchè d'aureo cuore, ma di cervello d'un metallo inferiore, e tale da

pigliar granchi sulla qualità degli altri metalli in genere. Quel caro

poeta non si era mai accorto che a trovare un essere simile a lui, era

cosa impossibile o quasi.

CAPITOLO III

La Lettera di Alfredo

_«Il pensiero è la prima facoltà dell'uomo (1)

«L'esprimerlo, uno de' suoi primi bisogni;

«Divulgarlo, la sua libertà più cara!...»_

N. B. Trascritto dal G. _il_ S., nel titolo

_Bricciole d'esperienza._

Quale oggetto avrà mai nascosto Alfredo sotto le

coltri, nel mattino del 19 Marzo 18.. dopo una notte per

lui tanto burrascosa?.... Era una lettera lunga a Violetta.

Un dolce-brusco a quanto pare, un tragico-sentimentale,

un _quid_ da impressionare sfavorevolmente,

piuttostochè innamorare Violetta, siccome sarebbe stata

lodevole intenzione dell'estensore.

Eccola:

_Lago Sebino--il 18.. Marzo 18..

Venerdì Santo._

MADONNA MIA!....

Stanotte non ebbi un momento di quiete..... Mi ritrassi a casa

esaltato, per la serata musicale, che passai insieme a Voi, mia

Regina! Mi fu siccome cosa di cielo!.. _La Capinera_, romanza che io

vi feci, e che il noto amico mio egregiamente musicò, ebbe da Voi

interpretazione sì meravigliosa sull'arpa, da lasciarmi estatico!....

L'arco del mio violoncello rimase paralizzato, quando il vostro

delizioso arpeggio accompagnava:

Declina il Sol morente

Cade dal Ciel la sera,

Canta soavemente

Allor la Capinera:

Nel cor, beato ascolto

Di quella mesta il canto,

Tutto é in quel suon raccolto

Di voluttà l'incanto:

Limpida, peregrina

Nota vibrar io sento,

É l'onda mia Sebina

Un sol Divo concento:

Il flebil canto in core

Scende e le fibre scuote,

Sull'onde il Pescatore

S'arresta a quelle note!...

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I vostri begl'occhi cilestri scintillanti, dimentichi ad un punto

della musica, due volte fissarono i miei, ed un lieve rossore colorì

le candide vostre gote. Ed il vostro sorriso incantatore vi fece

adorabile! Mi parve allora di essere trasportato lentamente in Cielo

dagli Angioli, fra vaporose nubi! Quanto felice mi sentii in

quell'istante! Sperai che voi mi amaste, siccome già da tempo io vi

amava in segreto! Ah se mai fosse stata illusione la mia! Se la vostra

fosse stata sensazione magnetica che talvolta produce la musica

sentimentale! Allora il vostro sorriso sarebbe stato colpevole, perchè

mi avrebbe ingannato! E null'altro in quell'istante ha germogliato nel

vostro cuore? Deh! siatemi pietosa, non mi illudete, non mi

abbandonate, io ne sarei troppo desolato, mi uccidereste e Dio vi

punirebbe!.... E non riederà più un giorno simile a quello in cui vi

traghettai colla mia barca dall'una all'altra sponda del Lago natio,

insieme alle vostre due sorelline tanto graziose? Voi allora, lo so,

foste aspramente ripresa in famiglia, e quando sentii, da quel

bigliettino, che avete pianto, provai un'angoscia orribile.... E non

ricordate più di quei due mazzolini di violette datemi con bel garbo

dalle vispe sorelline, fiori che mi obbligaste di accettare

coll'accento--_Supponete che ve li abbia dati io_.--E per quale

mistero, sembrami essere io poco simpatico ai vostri. Talvolta essi mi

dileggiano. So di essere povero, e di essere inoltre inferiore ai

vostri meriti. Ma non si può permettere che un cuore sincero si illuda

lungamente. Ditelo. Non mi rubate la pace del cuore. Un altro sguardo

domani come quello di ieri e mi avrete reso felice. Ah non mutate, vi

scongiuro, il vostro antico contegno verso di me! Ma io non voglio

credere che Dio ci voglia scontenti, non voglio credere che quella

luce brillante che ieri ha fatto battere con tanta violenza il mio

cuore, voglia oscurarsi in avvenire, causa la vostra indifferenza

perchè vedete, io già sperimentai, che un giorno voi mi siete

espansiva e l'altro ritrosa. Che fosse ambizione, capriccio? non lo

crederò mai! Che fosse d'altri occupato il vostro cuore, ma allora

toglietemi da questo mio celeste sogno. Consolatemi alfine Violetta

con una vostra affettuosa parola. Essa sarà per me rugiada

vivificatrice «L'amore è sì dolce in un cuore ben nato e gentile, che

fa d'ogni cosa, d'ogni luogo un paradiso, purchè possa dividerlo

coll'oggetto che adora» Queste soavi frasi, io lessi fin da fanciullo,

quando sviluppavansi in me gli arcani desii. Non si avveri per me il

verso di Dante «Amor che a nulla amato amar perdona.» Guardatevi, o

mia adorabile creatura, dall'ambizione o dall'egoismo, e pensate che

il cuore, siccome il Sole, nè si compra nè si vende. L'amore non va

imposto nè da superbia nè da avarizia, egli dev'essere semplice,

indipendente, spontaneo, franco; desso può nascere e crescere anche in

un solo istante.

Ma ormai, un nero presentimento mi ripete che io mi sono illuso, e

perciò la mia pace sará irreparabilmente perduta! E se mai qualche

estraneo, per suo mal'animo avversasse l'armonia Celeste del mio cuore

innocente, ditegli Voi, che «Chi ferisce di spada perisce di spada.»

Sempre V.^o ALFREDO.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ecco, per verità, noi che non abbiamo i calori di Alfredo, nè gli stessi

suoi interessi, dobbiamo per la quiete della coscienza, osservare in

primo luogo, essere stata la sua lettera troppo, troppo lunga, tanto da

sembrare un Panegirico di Santi, e le cose lunghe diventan serpi; in

secondo luogo colle sue apostrofi enfatiche, e coi suoi dubbi, avrà

forse fatto paura a Violetta anzichè intenerirla; in terzo luogo da

ultimo, lo avremmo consigliato, se fossimo allora stati in tempo, a

preferire quattro forti accenti a voce ed in fretta, a dei monumenti di

sentimentalità? Perciò noi lo raccomanderemo alla vostra pietà o

signorine dell'epoca nostra, e voi dal canto vostro lo raccomanderete

alla Provvidenza, onde il misero, possa districarsi dal crudele suo

Labirinto.

Ai dì nostri gli amanti da Medio Evo sono una rarità, ed anzi crediamo

che non ne esistano assolutamente più. Non sarebbe, del resto,

inopportuna la loro ricomparsa, «_in questa inferma e mercantile

età_,» onde riaccendere in alcune anime troppo tiepide, la semispenta

lampada dell'amor vero . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E dopo tutto quanto si è detto in argomento, come si potrebbe non

accordare indulgenza al povero Alfredo, se egli in una notte di grave

eccitamento nervoso, ha scritto una lettera meridionale?

Pensiamo intanto che egli era in perfetta buona fede, e nel concetto

della sua Epistola amorosa, stante il suo carattere fu anche troppo

discreto, perchè non fece le frasi a sensation per esempio. _Io ti

amo, ti amo, ti amo, e vado superbo che nessuno potrà mai amarti,

quanto io ti amai_.

Se non che noi crediamo sia ormai tempo, di dire una parola, anche

sull'Essere morale ed intellettuale della nostra seconda Protagonista,

di cui al Capitolo I.º di questo Libro.

Violetta, dunque, esimia suonatrice d'arpa, e rara volta cantatrice,

secondo l'umore, era una giovane gentile, tanto da renderla

simpaticissima. Di molto sentimento, ma non fantastica. Talvolta parea

che avesse gli istinti delle ardenti andaluse, e talora la calma

inglese. Non appena fuori del Collegio monastico, aveva avuti i suoi

ideali, che col tempo si dileguarono in lei, non avendo forse, colpito

nel segno, o non essendo stati al livello del di lei nobile pensare.

La scuola del sopradetto Collegio, l'aveva, insieme alle altre alunne,

abituata alla perfetta calma, alla sommessione ai Superiori, alla

dissimulazione di ogni forte aspirazione, mentre ella, per natura,

sentiva molta vivacità, bisogno di espansione e di libertà, che là

entro, per sistema, venivano limitate. E da quella prima educazione,

che può mettere radici sull'avvenire della gioventù, dal passaggio

brusco della quiete, dell'apatia del chiostro al turbinio sociale,

sorse un carattere nervoso, dubitoso, impressionabile per qualsiasi

anche semplice contrarietà. Per quanto sopra, Violetta, figura

sceltissima morale e fisica, vedea i suoi tardi ideali meno coloriti

dei primi, e scemata la sua nativa giocondità e l'indole affabile.

CAPITOLO IV.

Una conversazione alla moda.

Nel paese di X... passava la primavera del 18..... la signora Tullia

Albicocchi, vedova di un agiato diplomatico, donna sui 40, sebbene ne

confessasse soli 35. Anche troppo discreta, sapendo di dimostrarne

appena 30.--Si vedeva chiaro che dessa era stata una bella creatura,

un pezzo da sessanta, ed in giornata era ancora elegante ed abbastanza

conservata. Ed in caso che qualcuno le facesse anche un po' di corte,

non ne era permalosa; debolezze comuni tollerate. La Domenica sera

teneva circolo, ed era piuttosto larga di rinfreschi cogli habitué.

Nessuno si era dato lo spasso di frugare nella di lei vita intima

passata. Perciò, siccome _quisque tenetur bonus donec probetur malus_

(ciascuno ha diritto di essere considerato buono, fino a tanto che non

si provi il contrario) così quella signora godeva tutta la stima del

paese di X.....

Gli abitanti dei piccoli centri sono di pasta frolla, vanno alla

buona. Si accontentano di passare la sera, più o meno allegramente in

case agiate, ospitali, giocando a briscola, calabrache, tombola e

simili, e tagliando, senza prava intenzione, confortevolmente i panni

al loro prossimo assente. In tale palestra, la bandiera toccava quasi

sempre al caro Telesforo Balena, degno agricoltore del contado, uomo

di media età, di scarsa coltura letteraria, ma in compenso, di molto

buon senso. Talvolta aveva dei motti spiritosi. Un celibatario

impenitente, onestissimo del resto, ma sventurato nei rapporti del

fisico, avendo un ventre pronunciatissimo che lo rendeva troppo lento

nel moto.

La padrona di casa dilettavasi tanto del sale arcadico di Balena, ma

quale un maestro di Cappella, sapeva a tempo moderare i crescendo e

spingere gli adagio, mostrandosi poi avversa alle stonature, che

inesorabilmente riprendeva. Tutto quanto sopra veniva inaffiato da

legittimo Polesella, accompagnato a castagne al forno, a pasticcini, a

biscotti. Di fumare non se ne parlava, essendo uggioso alla padrona il

fumo del tabacco di seconda. Tra gli habituè si contava il giovanotto

ben inquartato Sig. Brichetti Galeno istitore, e vice farmacista di

quel paese, in sussidio del Titolare sempre infermo. Il vice speziale,

come sopra, mostravasi entusiasta della signora Tullia (non parente

della Tullia Romana) e lo si poteva comprendere subito per talune

occhiate languide che egli tratto tratto mandava all'indirizzo della

padrona di casa.

Forse un esperto cacciatore di doti? A completare in fine il circolo,

trovavansi in casa Albicocchi, tre signorine di primo, di secondo e di

terzo pelo, vogliamo dire di diverse età, cioè una di 18, una di 23 e

la terza di 29 anni. Cortesi, belline, e tutte ammodo. Vi aggiungi,

(pei paesi), l'indispensabile abatino, che discorreva colla signorina

di terzo pelo, Merope Linosi, essendo essa una donna piuttosto di

chiesa. Mancava in detta sera, per caso, il Coadjutore Don Barnaba

Pancetti, surnomato palla di gomma: ed infine quale guarnizione,

sebbene molto stantìa, tre parrucconi che tossivano qualche volta

assai forte, ma non parlavano mai. Le loro più calde aspirazioni

riguardavano la scattola del rapè ed i biscotti. Poniamo che quei tre

sommassero in gruppo a due secoli e mezzo. Tutta brava gente però, che

ancora volentieri restava a questo mondo, essendovi il posto. In

complesso, una conversazione abbastanza assortita e numerosa; dalle

dieci alle dodici persone. In tredici, mai. Se, per caso, fosse ciò

accaduto anche una sola volta, sarebbe toccato subito ad altro dei tre

vecchioni il partirsene siccome sta scritto nel barbaro destino.

Le signorine, parea non avessero molte simpatie verso il Sig. Balena,

perchè pochissimo di loro si occupava; e poi per la sua lingua

incorreggibile. Balena in quella sera aveva perduto qualche soldo al

calabrache, perciò annoiato, chiese alla padrona di casa, il motivo

del non vedersi alla sua conversazione da qualche tempo, tanto il

Commendatore Aringa, come il pittore Alfredo. Ma la signora Tullia non

rispose, essendo occupatissima a sciogliere un rebus col giovane

Bricchetti; rebus, che, un istante dopo, fu sciolto felicemente dalla

signora Tullia: _Tutti-due-beati in-gondola_. Brava, brava, gridò

Brichetti, e senza voglia anche Balena.

La padrona di casa furba, (una donna che non sia furba è precisamente

quale una gatta che non pigli sorci), aveva bensì udita la suesposta

interrogazione di Balena, ma voleva pigliar tempo a rispondere.

Balena, piccato dal silenzio della signora Tullia, inghiotte in fretta

due pasticcini e ritorna all'assalto. Pare, disse, ridendo di gusto,

che il signor Aringa ed Alfredo sieno stati entrambi avariati, qua e

colà, talora dal gran caldo e talora dal gran freddo, e che perciò

entrambi abbiano bisogno di svago e raccoglimento rispettivo. Tanto è

vero che il primo viaggerà probabilmente al Bengala ad uccidere una

mezza dozzina di Tigri per le pelliccie, ed il secondo già lavora

intorno ad un paesaggio, con effetto di _Fine del Mondo_. Que' due

miei buoni amici, continuò Balena, non sapeano di avere a che fare con

una puledra bizzarra di difficile insellatura. A questo punto il

Maestro di Cappella, grida, _Basta_; mentre, la signorina Merope,

amica della famiglia Blandis, pensa di spifferare a suo tempo, con

interpretazione sui generis, i motti frizzanti di Balena. Si crede che

la signorina in parola, non conoscesse il proverbio: _Non ti pentirai

di non aver parlato_.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Le undici di notte sono imminenti, ed a quell'ora tutti sapevano di

doversene andare. Se vi fosse stato un pianoforte, poteasi

oltrepassare l'orario, ma alla signora piaceva poco queli'istromento,

perchè, invita, dicea, alla danza, e dove son sempre od uno o due

preti, non conviene. Balena fece fare una smorfia di dolore alla

Signora Tullia, per averle stretta la mano un po' troppo forte, diede

un colpetto sulla spalla al signor Brichetti, strizzando l'occhio e

dicendogli: _questo è un giovanotto di belle speranze_; poi chiese

conto in fretta in fretta alla Signora padrona del fiendo di Lei

ritratto ad opera di Alfredo, ma gli fu risposto che mancava ancora il

busto, cosa non indifferente, ed infine si congedò cogli altri tutti.

Quando furono sulla via, Balena che era rimasto un po' indietro, fu

udito dire; _come i pasticcini fossero fatti col grasso di maiale e

non col burro, cosa nocevole alla sua gola delicata_! . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

CAPITOLO V.

Un disguido costato meno caro di quanto poteva.

La famosa lettera di Alfredo, sempre vittima della iettatura, dopo un

giro vizioso, cadde nelle mani di un tabaccaio, piuttosto manesco,

dimorante nel medesimo paese sì, ma in contrada diversa, e che era

Violetti di prenome. Il nostro poeta, quale discepolo del classicismo

non volea saperne di prenomi, Egli, per giunta sempre distratto, aveva

scritto sulla busta semplicemente = _A Violetta, S.P.M. - Via tale -

Porticato a destra e giardino in fondo etc_. Un indirizzo metà per il

latore del dispaccio e metà pel destinatario, dimenticando il Giacinto

(un'altra eccentricità), ed affidando l'incarico del ricapito ad un

buon diavolo, ma senza sapere che quell'improvvisato Mercurio, avesse

nessuna malizia, e per sovrammercato fosse analfabeta. Insomma un

Mercurio degenere, in modo che da quel giorno in poi Alfredo si

convinse, essere una follia in massima il costume dei Mercuri o

Figari. É bensì vero che all'incaricato della consegna, Alfredo non

aveva spiegata la qualità della lettera, ma le indicazioni orali erano

state precise ed esso doveva consegnar a niun'altro all'infuori della

Signorina Violetta, il dispaccio. La ricompensa anticipata (male) era

stata larga. Quel poltrone invece consegnò, lungo la via discretamente

lunga fra un paese e l'altro, la lettera ad un suo conoscente colà

diretto per altre facende, e così dall'una in altra mano, avendola

anche il conoscente consegnata ad un terzo, finì quella disgraziata

missiva per cadere in possesso del S. Violetti, marito recente e

manesco di una fresca sposina. Questi, non maestro di lingue, l'avrà

letta male per conto suo, e non si sa che ne abbia fatto.

E vedi altra maledizione! la Signora Sposina N. aveva due sorelle in

tenera età! precisamente siccome la Signorina Giacinto.

La risposta del Zigaraio naturalmente venne mai, ed in luogo della

risposta, tanto ansiosamente attesa dall'innamorato, arrivò quanto ora

mi accingo a narrarvi in breve.

Pochi giorni dopo il 19 Marzo 18.. menzionato nel precedente Capitolo

III, Alfredo avvilito per quel nuovo disinganno, nè più avendo il

coraggio di presentarsi in Casa Giacinto, pel dubbio di esservi

freddamente accolto fece un giro di pseudo Caccia nelle circostanze

del paese di Violetta, spintovi dalla attrazione magnetica. Ad un

tratto, mentre egli si trovava in località appartata, e precisamente

lungo un filare di alti pioppi, sentì un urto nella schiena

immediatamente seguito da una forte detonazione. Il Carniere di grosso

corame lo salvò da lesioni di mitraglia. Alfredo sorpreso assai,

guardossi intorno e nulla vide al momento. Lord aveva, fra gli altri,

il difetto di correre là ove da chiunque si esplodesse un colpo di

fucile. Tosto dopo si ode una fiera lotta fra due cani; Alfredo corre

in quella direzione, e riconosce il cane del manesco sposo recente,

tabaccaio. Questi quasi a carponi se ne sgattaiolava, nè il colpo

sparatogli da Alfredo a minuto piombo, diretto al capo, lo potè

raggiungere, perchè colui era già troppo lontano. Se fosse stato

soltanto un caso fortuito, pensò Alfredo, quel cacciatore, non sarebbe

vilmente fuggito? Dunque la schioppettata mi venne esplosa con

intenzione! Che sarà mai? Fra noi due non esistono precedenti che

giustifichino il fatto?... e dopo un lungo lambiccar del cervello,

Alfredo comprese trattarsi di un disguido della propria lettera,

disguido constatato in seguito colla privata Istruttoria in confronto

dell'asino e negligente mercurio. Allora Alfredo esclamò: zitto,

silenzio, nessuna denuncia (nè mai in sua vita aveva fatte denuncie)

perchè l'affare è di quelli che scottano! Egli visitando poi il suo

carniere che pareva un crivello, non si rallegrò perchè il carniere

gli avesse schivati dei molesti fori nelle carni, ma fu dolentissimo

di avere invece scoperto, essere caduta la sua lettera in mano di

estranei, in offesa forse della Signorina Violetta. Se non che una

luminosa idea venne tosto a tranquillarlo, conchiudendo così. Se il

marito manesco, ma per fortuna poco letterato e non perspicace, mi ha

esplosa una fucilata nella schiena, è evidente che non si è accorto

dell'equivoco di ricapito della mia lettera. Ciò conchiuso, sebbene

ipoteticamente, Alfredo ritornò al suo focolare, meditando sul

proverbio: «_Sourtout cherché la femme_» (In ogni cosa cercate la

donna.)

CAPITOLO VI.

La parola è d'argento il silenzio è d'oro (_antico proverbio arabo_).

«Non ti pentirai di non aver parlato» altro proverbio, rispettabile e

relativo al nostro argomento.

La signorina Linosi, surnomata la gallinella, perchè vicina ai 30,

altra della conversazione nota, non seppe esonerarsi dal disturbo di

riferire in Casa Blandis, le frasi a doppio taglio, udite in casa

della signora Tullia. La Gallinella era forse invidiosa di Violetta,

ed un pochino gelosa di Alfredo. La cronaca non lo ha scritto e noi

non ne sappiamo niente. Ciò pel quieto vivere. Del resto osservando

bene il volto sempre smorto, le sottili labbra della bocca ed i denti

un po' scuri, oltre agli occhiettini di lince, sarebbesi detto, forse

a torto, che la signorina Merope, dovea essere distinta fra le

invidiose.

Ed eccovi, per semplice passatempo, la descrizione classica

dell'Invidia, fatta da Ovidio nel Libro II delle sue Metamorfosi.

Prima quella in latino dello stesso Ovidio: poi daremo la egregia

versione in italiano, di Gio. Ant. Anguillara (Dal Libro _Medicina

delle passioni_ di G. B. F. Descuret):

«Pallor in ore sedet, macies in corpore toto:

«Nusquam recta acies; livent rubigine dentes;

«Pectore felle virent; lingua est suffusa veneno;

«Risus abest, misi quem visei movere dolores

«Nec fruitur sommo, vigilantibus, exita, curis;

«Sed ridet ingratos, intabescitque ridendo

«Successus hominum, carpitque et carpitur una;

»Suppliciumque suum est.

»Pallido il volto, il corpo ha macilente,

«E mal disposto e rugginoso il dente,

«É tutto fiele amaro il cuore èl petto;

«La lingua è infusa d'un venen che uccide;

«Ciò che l'esce di bocca è tutto infetto;

«Avvelena col fiato e mai non ride,

«Se non talor che prende un gran diletto

«S'un per troppo dolor, languisce e stride;

«L'occhio non dorme mai, ma sempre geme

«Tanto il gioire altrui l'affligge e preme¹

«Allor si strugge si consuma e pena

«Che felice qualcun viver comprende

«E questo è il suo supplicio e la sua pena,

«Che se non nuoce a Lui sè stesso offende»;

«Sempre cerca por mal, sempre avvelena

«Qualch'emul suo, finchè infelice il rende.

¹ Cioè--opprime.

Conviene però ritenere (tanto è terribile il suesposto quadro

dell'Invidia) che al tempo di Ovidio (ieri l'altro) vi fossero degli

invidiosi colossali, e noi non dovremmo esagerare in confronto della

signorina Linosi, che avrà avuta, come tante altre, la sua invidietta

e nulla più.

Prese in blocco, pertanto, le frasi riferite in casa Blandis dalla

signorina Merope, erano una assoluta inezia, ma per San Antonio

(quello che presiede agli incendi, siccome i pompieri) bisogna

conoscere a fondo le persone prima di parlare, ecco tutto. Anche la

scintilla è talora una inezia in confronto del _Rogo_, ma provatevi a

lasciar cadere una scintilla di fuoco sovra una polveriera, e vedrete!

Così accadde subito dopo la visita alle amiche Blandis, della predetta

signorina. Questa avrà forse ampliato nel discorrere, a guisa delle

galline che raspando allargano, ma Alfredo, saputolo tosto, ne ebbe

tanto a male, che infuriò contro il Commendatore Aringa e contro

Balena, quantunque in massima fossero suoi buoni amici. Egli, in quel

momento prometteva di volerli uccidere entrambi colla sua doppietta,

ma poi, sia per l'intervento delle calmanti sorelle, sia per la

circostanza dell'alibi, in quei giorni, dei due designati alla morte,

l'uragano si sciolse senza malefici, e ne godiamo di cuore.

Il Commendatore, dicevasi, fosse andato a Montecarlo da dove sarebbe

tornato o presto o tardi secondo l'esito del giuoco al trenta-quaranta;

e Balena, trovavasi dal dì innanzi al vicino stabilimento Salso-Jodico,

per una breve cura, intesa alla demolizione, se possibile del suo

esagerato ventre. Credeasi però che per ottenere un risultato pronto e

felice, era preferibile al joduro una buona cannonata.

Noi dobbiamo inoltre aggiungere, quale mitigante dell'ira del pittore,

un'altra cosuccia poco lieta, la quale turbava, se ne avesse avuto

d'uopo, i sonni suoi. Una letterina in termini metaforici ma

abbastanza intelligibili, giuntagli dalla vicina città, per amica mano

femminile, faceva intendere, come egli dovesse stare pronto per mutar

aria, non appena un secondo simile avviso fossegli arrivato, anche per

espresso. Per quanto sopra, si verificava il detto che «un diavolo

scaccia l'altro» e così, ogni sua idea reazionaria verso li suoi due

amici assenti, dovette sfumare. Della letterina suaccennata Alfredo

nulla disse alle sue sorelle dilette, non volendo recare ad esse

doglia di sorta.

Per quanto riflette poi la signorina Linosi, essa mogia e pentita, se

ne tornò a casa sua, convinta della verità del proverbio arabo: = _La

parola è d'argento il silenzio è d'oro._ =

CAPITOLO VII.

Nulla die sine linea. _(Nessun giorno senza un disgusto)_

Tale un proverbio ripetea spesso il saggio padre di Alfredo, e questi,

suo figlio legittimo, poteva non solamente ripeterlo, ma anche

cantarlo in musica.

Nella nostra esistenza vi sono giornate che ponno denominarsi

fatidiche, memorabili!...

Vi nasce una contrarietà appena alzati dal letto, e prima di sera

siate sicuri di un'altra mezza dozzina di svariate altre contrarietà.

E' questione talvolta soltanto di nervi, locchè accade invece quasi

mai agli individui linfatici. Talvolta le contrarietà, sarebbero,

secondo i più superstiziosi (non accettati dalle scienze positive)

effetto di predestinazione fino dalla nascita.

Ma noi chiameremmo più volentieri, e più verosimilmente, quelle

contrarietà, fenomeni meteorologici, che indubbiamente hanno influenza

sul sistema nervoso.--Questo sistema agisce a seconda sugli individui

più o meno affetti dalla squisitezza dei nervi, e li rende con

maggiore o minore intensità, ora disattenti, or precipitosi, ora

irriflessivi, ora impazienti, e perfino violenti. Non si è mai saggi e

calmi abbastanza. Di molte contrarietà, di molti effetti, pertanto,

siamo cagione noi medesimi. Taluni mortali, sembrano creati appunto

per fare le cose a rovescio.

E per stare in argomento, diremo che Alfredo potea dirsi l'uomo delle

_Mille ed una notte_¹ cioè l'uomo delle avventure fantastiche od

inverosimili, prodotte talora dal caso, e talora dall'indole sua. Di

alcuna, in breve, io vo' narrarvi, scegliendo le meno impressionabili,

e forse le meno uggiose . . . . . . . . . . . . . . . .

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. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

¹ Novelle arabe.--Storie del Sultano delle Indie.

..... Pochi anni dopo le famose cinque giornate di Milano, Alfredo

aveva 16 anni all'incirca. Egli, collo scopo innocente di fare una

visita autunnale a' suoi cari parenti d'ambo i sessi, villeggianti nei

dintorni dell'Adda, imprende un viaggio pedestre, in forma sportiva,

con sacco a spalle alla militare. Si dovevano percorrere dal domicilio

di Alfredo 43 chilometri, ed alle ore 16, di quel Venerdì, 13, etc.

egli ne aveva percorsi soltanto 34. É raggiunto da una carretta a

quattro ruote, lunga lunga, somigliante più ad una capponaia che ad un

veicolo comune.

La carretta era ingombra nella parte posteriore, di generi diversi;

cioè risme di carta greggia per involti, zuccaro, caffè, formaggi e

stracchini di tutti i prezzi, burro, paste assortite, tonno, arringhe,

fichi secchi, due fiaschi di olio d'ulivo, petrolio, qualche pacco di

bambagia ed altro, a cui aggiungansi due botticelle, una di catrame,

l'altra di aceto. Un pizzicagnolo senza dubbio dei paesi vicini. Il

peso sarà stato di circa tre quintali, il valore di circa 300 lire.

Aggiungetevi i viventi come appresso ed avrete un carico sensibile.

Tre fanciulli dai quattro agli otto anni, stavano in piedi frammezzo a

tutta quella mistura mercantile; essi cantavano, stuonando abbastanza,

le patriottiche canzoni del quarantotto. «_Addio mia bella addio,

l'armata se ne va_», dell'illustre Mameli, senza paura di inciampare

nei ritornati gendarmi austriaci. Il loro presunto papà, faccia da

cuor contento, cioè l'auriga ed il proprietario probabile di tutta

quella merce e del traino, offre con espansione ad Alfredo un posto a

cassetta vicino a lui, e quegli accetta senz'altro, onde stare seduto,

dice, almeno gli ultimi chilometri del suo lungo viaggio, che, ormai

lo aveva fiaccato.

Dopo circa un miglio di strada fatta a lentissimo trotto dal quasi

esausto bucefalo, Alfredo ed il bottegaio sono già in perfetta

confidenza l'un l'altro, talmente da lagnarsi senza riserbo, del

restaurato paterno regime (che dovea continuare però fino al 1859). Il

canto inesauribile di quei tre fanciulli di buona memoria, e dei due

adulti il riscaldato colloquio, il volgersi frequente dell'auriga o

per sorridere alle sue dilette creature virtuose della musica, o per

sorvegliare forse, affinchè non mangiassero troppi fichi secchi tra

una strofa e l'altra, furono causa che un carrettone di laterizi (il

cui conduttore magnanimo filò poi diritto) violentemente urtasse,

colla testa della sua ruota, contro l'asse delle due ruote anteriori

della nostra caponaia ad uso carrozza, in modo da fare di quell'unico

ente due parti.

E siccome poi il fatto ammirava precisamente là ove scorre senza

riparo, alta e rapida la roggia B....., presso il paese di B.....e di

S.to, così la parte posteriore della nostra carretta, coi tre bambini

ed i generi diversi, rinculò per contraccolpo, facendo un'ardita curva

colle due ruote rimaste e cadde nella roggia, perchè resistette agli

sforzi onde trattenerla. Il cavallo intanto, lieto forse

dell'alleggerimento di peso, proseguiva colla parte anteriore del

veicolo. Alfredo ed il Pizzicagnolo, erano stati in tempo per balzare

a terra, mentre quei poveri fanciulli si dibattevano nell'acqua alta

un metro. Nè ci voleva altro per farli smettere dalla cantica

illustre. Ma S. Giovanni Nepomuceno che protegge dagli affogamenti, in

concorso di Alfredo e del disperato padre, operò il miracolo a pro' di

quegli innocenti.... Tutti salvi... Fù però un momento orribile,

perocchè il pericolo era stato gravissimo... _Non si muove foglia che

Dio non voglia_, secondo la fede, chè se quel galantuomo fosse stato

solo sulla carretta, certamente il più piccolo dei tre fanciulli

sarebbe affogato. Essi però erano là sdraiati sulla riva, coi lunghi

capelli bagnati, e sparsi sul volto, in modo che non si riconoscevano

più. Quanto ai generi diversi è inutile dirlo, venivan travolti dalla

corrente colla retroguardia del sacco militare ben provveduto,

proprietà del neo artista. Pochi momenti dopo il fatto, sopraggiungeva

brillo un lungo corteo di sposi, che aiutò bensì a trarre sull'alta

ripa la mezza carretta, ma poi quei buoni popolani, allettati forse

dall'idea di un prossimo gaudio migliore, lasciarono il nostro dramma

e cantarellando, proseguirono la via verso il vicino paese. Noi

crediamo, del resto, che il punto saliente del disastro, giungesse

poco dippoi, inquantochè il nostro pittore in erba, anche lui cuor

tenero, visto il pizzicagnolo seguire a gran passi il non più

raggiunto cavallo fuggitivo per fame, e visti i tre fanciulli piangere

e tremare dal freddo, li caricò su quel residuo di omnibus,

trascinandoli trafelato fino alla loro dimora, senza mai trovare un

cane che porgesse aiuto. Sette chilometri peggiori dei 34 di prima.

Era propriamente il caso di recitare «_ahi dura terra perchè non

t'apristi_» se Alfredo ne avesse avuto lena. Oh! infanzia beata; il

credereste, dopo un mezzo miglio, e per la gioia di avvicinarsi

sempreppiù al loro focolare ove la mamma attendevali coi generi

diversi, quei tre fanciullini ripresero imperterriti la primiera

canzone patriottica, come se nulla di nuovo fosse accaduto. Alfredo,

quasi avvilito, lasciava fare, pensando ai buoni auspici, coi quali

era iniziata la sua tanto ambita villeggiatura. Disceso al grado di

bestia da soma e da tiro egli và _ma senza armata_!....--Conclusione:

Giunto Alfredo a notte fatta, in mezzo a' suoi cari parenti milanesi

d'ambo i sessi, narrò loro dell'avvenimento, trovandovi più ilarità

che spavento o compassione¹, e ballò poi con fanatismo fino a

tardissima ora, in forza de' suoi 16 anni.

¹ Se cade una bestia ci sentiamo commossi, se cade un'uomo, noi ridiamo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E una.....

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I ladri della pace · 第 1 / 12 段