VIII.

... Sempre Lulù.

Elena non si decideva ad alzarsi: non poteva dormire, non aveva voglia

di leggere, e continuava a star a letto. Finchè la mammetta non fosse

ritornata da Milano che cosa avrebbe fatto?... Niente. Alzandosi,

passando vicino alla finestra, avrebbe dovuto vedere la villa tutta

chiusa!

-- No! No! Resto a letto finchè non torna la signora Eugenia!

La Luisa, colla faccia costernata, era già stata due volte a chiedere

che cosa volesse di colazione.

-- Niente.

Verso le dieci, eccola di nuovo, ma di corsa, allegrissima:

-- Signorina! Signorina! Un regalo che le manda il signor Francesco! -- E

le presenta la famosa scatola del Cova. -- È tornato ieri sera.

Elena è in giubilo; salta dal letto e corre alla finestra:

-- Sì! Sì! Che gioia! La villa è tutta aperta!

-- Si copra; fa fresco! E adesso mi dirà, non è vero, che cosa vuole di

colazione? -- La Luisa guarda la signorina con una certa faccia!... È lì

lì per indovinare qualche cosa.

Anche Elena sorride vivamente.

-- Dirai alla Pinella di fare tutto ciò che piace al signor Francesco.

-- Ma il signor Francesco non viene.

Ad Elena sembra che il sole che aveva brillato torni, ad un tratto, ad

oscurarsi:

-- Come, non viene?

-- Ha detto a Patrizio di avvertire le signore che passerà un momento a

salutarle dopo colazione.

Elena ripete fra sè maravigliata: -- «Avvertire le signore? Passerà a

salutarle.... un momento.... dopo colazione?» -- Allora è tornato per

ripartir subito! -- Si sente guardata, studiata dalla Luisa, e ciò la

irrita.

-- Va via, adesso! Mi alzo.

-- E per la colazione, dunque? Che cosa ordino?

-- Quello che vuoi! Quello che c'è. Va via e chiudi!

Elena aspetta che la Luisa se ne sia andata, poi salta di nuovo dal

letto e lei stessa richiude l'uscio a chiave.

-- Certo è tornato per ripartir subito.

Le viene in mente che nel pacco ci possa essere una lettera, un

bigliettino che spieghi qualche cosa; lo apre in fretta, nervosamente e

subito le cade sott'occhio ciò che Francesco aveva scritto sulla

scatola:

«_Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla

Contessa._»

Elena apre la scatola e trova la bambola. Corruga la fronte e diventa

pallidissima.

-- Ancora una bambola!... Per lui... sono sempre Lulù!

Quel regalo, il non venire a colazione, quelle parole «avvertire le

signore che passerà un momento a salutarle» tutto ciò non le lascia

alcun dubbio.

-- È venuto a Lodignola a prendere la sua roba, e torna via subito. Va in

Isvizzera, con _quella là_.

Elena si veste lentamente, ma non guarda più dalla finestra. Scende a

colazione, mangia qualche cosa, seccata dagli sguardi della Luisa, poi

come di solito prepara il piatto per Rolando e glielo porta nel brolo,

sempre pallidissima, cogli occhi torvi, colla fronte contratta.

E non si rasserena nemmeno quando Francesco si presenta sull'uscio della

saletta, proprio coll'aria di fare una visita.

-- Come?... La signora Eugenia non c'è?

-- È andata a Milano.

-- Proprio oggi! Che disdetta! Avrei tanto desiderato di salutare anche

la signora Eugenia!

La Luisa, dopo un momento, esce dalla saletta in punta di piedi:

Francesco ed Elena restano soli senza nemmeno accorgersene. Elena è

seduta accanto alla finestra, sulla piccola poltroncina della signora

Eugenia; dall'altra parte siede Francesco. In mezzo al tavolino è stata

posta la «Signora di Milano» che sorride immobile colle braccine aperte.

-- Grazie... della sua bellissima bambola.

Elena è imbronciata; ha la voce bassa e cupa.

Il Roero è pure molto pallido.

-- È stato uno scherzo. Volevo portarti dei dolci, ma ho visto questa

confettiera e l'ho presa per scherzare. Perdonami; non essere in

collera. Vado via: sono venuto a salutarti.

Elena ha negli occhi un tremolìo di lacrime.

-- È proprio molto contento di andar via, se anche nel salutarmi ha tanta

volontà di scherzare!...

Il Roero è colpito da quelle parole, da quell'accento di dolore così

schietto, così sincero, così espansivo: fissa la fanciulla e il cuore

gli batte con grande violenza.

-- No, no, sai..... Non sono contento, cara Lulù... ma...

-- Mi dica Elena! -- La bella fronte candida e luminosa si corruga di

nuovo, crucciata. -- Almeno oggi, mi dica Elena.

-- No Lulù, sempre Lulù. Così avrò più coraggio per dirti... ciò che ti

devo dire. Lo vedo anch'io che ti sei fatta grande, che ormai sei

diventata proprio una signorina. E guarda che cosa ti ho nascosto

appunto qui, sotto la bambola che ti ha fatto andare in collera, qui, in

mezzo ai dolci.

Francesco alza il coperchio della confettiera, prende l'astuccio, lo

apre, e le mostra l'anello.

La fanciulla diventa rossa rossa: s'inganna sull'intenzione del Roero e

perciò anche a lei, adesso, batte il cuore violentemente.

Nelle parole, nel pallore del Roero, c'è un'espressione di mestizia

profonda, dolorosa.

-- Ascoltami, cara... cara la mia figliuola: ti sei fatta grande... sei

diventata una signorina... presto sarai una signora... Ma io voglio

sempre essere... il tuo papà.

-- No, -- risponde Elena seccamente, respingendo l'anello. -- Io non

voglio... Io non diventerò mai una signora, come intende lei. L'ho già

dichiarato alla signora Eugenia. Voglio fare come la signora Eugenia,

resterò sempre... sola!

Elena dice questa parola «sola» con fierezza e con sdegno.

È la risposta a quell'altra parola detta da Francesco, e che l'ha

ferita: «papà».

Francesco sorride dolcemente, ma incredulo.

-- Oh, figliuola mia, figliuola cara!... Che proponimenti a diciott'anni!

-- Diciannove... e anche più.

Francesco parla con lentezza quasi solenne, fissando Elena attentamente.

-- Questo ti volevo dire... per oggi, per domani, per sempre. Abbi

fiducia in me, riponi in me tutta la tua confidenza. E se un giorno...

quando il tuo cuore... -- la voce di Francesco è alterata, egli diventa

ancora più pallido, -- quando avrai una simpatia, dimmelo subito.

-- No.

-- Come no?

-- No! -- Ribatte Elena con maggior impeto.

Francesco la guarda maravigliato:

-- Vorresti impedire al tuo cuore anche... una simpatia?

-- L'avrò, ma a lei non lo dirò.

-- Perchè?

-- Perchè di no.

Francesco si alza di colpo: fissa la fanciulla, cerca di capirla.

Elena lo fissa a sua volta, e continua a rispondere:

-- No, no, no.

Il Roero si sente le fiamme alla testa: s'inganna, sogna, diventa

matto... o è proprio la verità?

-- Elena, ascoltami, -- le dice sottovoce, con tono grave. -- Ascoltami

bene: sai che c'è un giovine innamorato di te... che ti ama seriamente,

onestamente?

-- Lo so; ma io non lo amo.

-- Giuralo! -- Esclama Francesco avvicinandosi ad Elena istintivamente,

con un lampo di gelosia negli occhi.

-- Non lo amo, -- risponde semplicemente la fanciulla, guardandolo sicura,

serena.

Francesco le prende una mano: rimane muto, ma sembra supplicarla.

Elena gli legge negli occhi, sente il calor febbrile di quella mano e

non s'inganna più. Allora anche lei gli si avvicina col viso pallido,

anche lei supplichevole:

-- Non vada via... resti con me... sempre con me!

Gli accarezza la mano con la gota calda, umida e gli si abbandona inerte

sul petto.

Francesco la stringe come pazzo tra le braccia con un grido soffocato:

-- Elena... Elena!

Elena tace un istante, poi senza scostarsi da lui alza il viso e lo

guarda con un lampo di amore, di felicità e di sicurezza che le passa

negli occhi rilucenti:

-- Adesso sì, ancora Lulù, mi dica pure Lulù... Lulù che starà sempre

qui, così, con lei...

Francesco trema come un ragazzo, accarezza la testolina rotonda di

Elena, la preme contro il suo petto:

-- Figliuola mia.... Lulù.... Cara.... Non ingannarti..... È un inganno

il tuo. Tu mi vuoi bene, ma non puoi amarmi, non potrai mai amarmi!

Lasciami andar via...

-- No!

-- Ma pensa che cosa sarebbe di me, dopo... se tu adesso ti ingannassi...

-- No... non vada via... resti con me... sempre con me... -- ripete la

bimba, ma questa volta la sua voce è una carezza, ed ella preme la

testina contro la spalla di lui, si stringe tutta contro il petto di

lui, come a farsi sentire dal cuore.

-- Ma io devo dirti tante cose prima... Io non sono degno di te... ti

sembra di volermi bene, ma per bontà, per gratitudine. Ebbene,

sappilo... tu non mi devi nulla. Quello che ho fatto per te, io dovevo

farlo; era un preciso dovere di coscienza!... Ti spiegherò... Tu a me

non devi nulla!

-- Le devo questo, di volerle bene... ed è questo solo che mi rende

felice!

Egli è ancora tremante; la sua voce si è fatta più bassa; egli le parla

nascondendo quasi la faccia negli odorosi, morbidi capelli:

-- Sì, ti amo, Elena, ti amo: e l'ho capito ieri; è per questo... non per

altro, che volevo partire, che volevo fuggire...

Elena sussulta sul petto del Roero, con un fremito di gioia.

-- Io volevo fuggire da Lodignola, da te, da tutto il mondo, pieno di

gelosia disperata. Sì, tu sei penetrata nel mio cuore, ormai ne sei la

padrona: ma devi anche guardare nella mia coscienza e giudicarmi.

Ascoltami... Per dieci anni io sono stato di un'altra donna...

-- Lo so...

-- Era un amore ben diverso da quello che sento per te, perchè a lei non

dovevo nulla, perchè non la stimavo nemmeno... Ma pure le ho dato la mia

gioventù, la mia vita, il mio onore quasi...

-- Lo so...

-- Sono stato debole e vile con lei. Io ero nato per lavorare, per

lottare, per vincere. Vedevo d'intorno a me le miserie, le ingiustizie e

volevo dedicarmi al bene... Per lei, invece, mi sono chiuso nell'egoismo

di una passione, di un'abitudine... peggio ancora... tu non capisci...

ma io sì... Io sento che adesso è troppo tardi!

-- Mai; non è mai troppo tardi! Miserie, ingiustizie ce ne sono sempre da

per tutto. E... tu -- nel dir _tu_, una fiamma le arde le gote e le

ridono gli occhi, -- tu lo sai! Tu che sei sempre stato buono, e che hai

sempre fatto del bene anche da lontano, che hai sempre voluto che si

facesse del bene... per conto tuo... Invece di scrivere dei bei libri,

farai delle opere buone, con me. Giovano di più a chi soffre ed anche

l'esempio è più utile.

-- Ma pensa anche a questo... Devi sapere anche questo, perchè devi saper

tutto. Se quella donna, oggi che è rimasta libera, lo avesse voluto, io

non sarei qui con te, sarei con quella donna.

-- Sarebbe stato il tuo dovere.

-- E tu?

-- Te l'ho detto: come la signora Eugenia; sempre sola.

Francesco crede d'impazzire. Ancora trema, dubita della propria

felicità.

-- Cara! Buona, mia! Ascoltami!.. Ma attentamente!... Tu sei giovine...

sei bambina ancora... ed io ho l'età che avrebbero tuo padre! È troppo

poco tempo che mi hai riveduto, è troppo poco tempo che mi ami, per

poter essere sicura di te... per tutta la vita.

-- Io ti ho sempre voluto bene. Fin dove giunge la mia memoria, vedo

sempre te. Sì, ti ho voluto bene anche quando eri lontano, anche in

tutti questi anni in cui non ti ho visto. E sono stata gelosa e ho

pianto. Eppure, che vuoi? Ho sempre avuto una grande fede nella mia

felicità avvenire, perchè mi son sempre sentita tua, tutta tua. Io sono

un po' selvaggia, sai? Bene, proprio bene, non ne ho voluto che a te. Ho

una grande tenerezza per la signora Eugenia, per la mia mammetta cara,

eppure, è proprio così. Ieri, quando ero in collera con te, anche lei mi

era diventata indifferente e le ho risposto male: sono stata cattiva.

Sì, bene, proprio bene... soltanto a te. Io ti vedo ancora come per la

prima volta. Non mi ricordo più di tutto il resto, ma di te sì... Ti

vedo come quella prima volta, quando sei venuto a prendermi. Sei sempre

stato lo stesso e sarai sempre così per me. Fin d'allora! Proprio...

sì... fin d'allora!

Elena ha un lampo negli occhi, si scosta:

-- Ma dimmi, dimmi... È possibile che così bambine si possa essere

innamorate?

Francesco torna a riprendersela, la guarda con infinito amore e si china

colla bocca avida, ardente per darle un bacio.

Elena lo fissa sorridendo, scostandosi ancora, sciogliendo una mano

dalle mani del Roero:

-- Qui...

E abbassa la testina, riversando i capelli come faceva Lulù, per

prendere il bacio su la piccola, candida nuca...

La Signorina: Romanzo · 第 43 / 50 题