V.

Il Nino Moro.

Il Roero, appena uscito con pie' leggero dal palazzo Arcolei, guarda

l'orologio e fissa subito il suo piano:

-- È appena il tócco; alle tre si parte e per le otto sono a pranzo a

Lodignola.

Tutti gli altri pensieri vengono dopo, a poco a poco.

-- Proprio così!... Chi me lo avrebbe detto! Il giorno in cui mi credevo

legato più che mai, riacquisto invece la libertà! Perchè, non c'è

dubbio: Stefania ha tutta l'intenzione di lasciarmi libero!

Egli accende una sigaretta: è la prima, quel giorno. Si sente sollevato:

anzi, ormai, si sente affatto libero.

-- Tanti saluti, signora baronessa!

Dopo la morte del povero Arcolei, egli aveva il dovere... di mettersi a

sua disposizione e questo dovere lo aveva compiuto. È la baronessa che,

invece di trattenerlo, lo manda in Isvizzera, al fresco, ed egli ormai

si sente nel pieno diritto di pigliare il largo per sempre.

-- Tanti saluti, signora baronessa!

Egli ripensa al loro colloquio di quella mattina, ai sospiri, alle

lacrime, ai rimorsi e agli scrupoli così delicati della vedova

sensibilissima... E ripensa anche alla lettera che deve scrivere al

Faraggiola e all'Estensi.

-- Tutti e tre! Ha proprio l'intenzione, almeno per il momento, di farci

pigliare il volo a tutti e tre!

Torna a sorridere con un po' di malizia.

-- Che ce ne sia un quarto?... Impossibile!... Eppure, il solo culto

delle memorie mi pare un po' pochino per il suo fervore... In ogni modo,

se un altro c'è, arriva tardi allo spettacolo: quando si comincia a

spegnere i lumi!

E così, dopo aver tanto amato e tanto sofferto per quella donna, dopo

averle tanto sacrificato della sua vita, de' suoi sogni di gloria, delle

sue idee e anche della sua coscienza, ormai, sul punto di staccarsene

per sempre, egli non trova per lei, in fondo al cuore, nè un rimpianto,

nè un ricordo: soltanto un frizzo e una risata!

-- E adesso passiamo un momento dall'Olivieri. Se c'è qualche seccatura,

la si sbriga presto, e così, per un pezzo, non torno più a Milano!

Accende un'altra sigaretta e la sua faccia s'illumina a un tratto.

Sembra diventi più giovine.

-- E Lulù?... La piccola Lulù?!... Bisogna comperarle un regalino!...

Nanerottola!... Ah! Ah! -- Francesco ride allegramente. -- Vorreste avere

la sua freschezza, cara baronessa e i suoi occhi! Pensiamo che cosa si

deve prendere per fare un'improvvisata alla piccola Lulù. Dolci,

intanto, canditi e cioccolattini, perchè è golosissima. Poi si può

cercare dal Confalonieri se ci fosse una spilletta, un gingillo

qualunque. Andiamo a vedere!

Affretta il passo verso la galleria, dov'è la bottega dell'orefice, e

rimane un pezzo di fuori, a guardare nella vetrina.

-- Ecco! Quello è carino! -- Sono tre cerchietti uniti, uno di piccoli

smeraldi, uno di rubini, uno di diamanti, che formano un solo anello. --

È carino e le piacerà certo. L'altro, che le ha regalato l'Olivieri, è

diventato troppo stretto.

Prende l'anello e va dal Cova per i dolci. Vede una confettiera che è

anche una magnifica bambola e sceglie subito quella mettendosi a ridere.

-- Alla prepotentissima signorina Lulù si porta da Milano... una bambola!

Fa nascondere l'astuccio dell'anellino in mezzo ai dolci e continuando a

sorridere scrive sulla scatola di cartone: _Una bella signora di Milano

venuta a Lodignola a far visita alla Contessa_. Sorveglia finchè la

scatola è ben involta nella carta e ben legata e raccomanda che gliela

mandino subito a casa.

-- Subito, -- ripete ancora nell'uscire. -- Riparto oggi stesso.

E contento e soddisfatto si avvia verso lo studio dell'Olivieri.

-- _Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla

Contessa!_

Gli par di sentire il riso allegro, schietto, argentino della bella

giovinetta.

Piccolissima Lulù, prepotentissima!

In quello stesso giorno, mentre il Roero faceva la sua visita a donna

Stefania, l'Olivieri vedeva capitarsi nello studio, improvvisamente, il

Nino Moro di Lodignola.

-- Come... Lei qui?

-- Sissignore. In due parole mi sbrigo. Vengo ad avvertirla che mi sono

diviso da mio padre e che perciò non sono più al servizio del signor

Roero.

-- Va bene. -- L'Olivieri, dopo aver squadrato il giovinotto con

un'occhiata scrutatrice, lo licenzia con un cenno del capo e fa per

avviarsi alla scrivania; ma poi si ferma di botto, con un gesto di

collera, e si volta: -- S'è inteso con suo padre? S'è messo d'accordo con

suo padre? Sì?... Allora va benissimo! S'accomodi! Era affatto inutile

ch'ella venisse qui da me con tanta importanza e con tanta superbia, a

dare le sue dimissioni. Per il signor Francesco e per me, chi deve

rispondere di tutto a Lodignola è suo padre. In quanto a lei può andare,

stare, è indifferente. Sono affari interni di famiglia che non mi

riguardano. A me basta che a Lodignola non manchi il personale.

-- Oh no! Anzi!.... Ce n'è fin troppo del personale a Lodignola! -- Il

Nino Moro sghignazza ironicamente e un lampo d'odio gli passa negli

occhi. -- C'è troppa gente a Lodignola e dà fastidio. Tanto è vero

questo, che il signor Francesco mi ha mandato _ipso facto_ a Casalpò a

sorvegliare... quando fa la luna!

L'Olivieri nella determinazione presa dal giovinotto, nel suo contegno,

nella sua arroganza, in quella sua specie di rivolta, non vede altro che

l'amore per Elena, e lo scopo di far colpo sulla ragazza, di far breccia

nel suo cuore, cosicchè diventa più aspro, quasi brutale.

-- Se il padrone l'ha mandato a Casalpò, vuol dire che avrà avuto i suoi

buoni motivi e in quanto a lei, caro signore, il suo dovere è quello di

obbedire senza permettersi tante osservazioni.

-- Finchè uno ha «un padrone», come dice lei, tutto questo va benissimo,

ma io pianto appunto mio padre e il signor Roero, perchè «padroni» non

ne voglio avere.

-- Se avesse cuore, -- ribatte l'avvocato, il quale sente d'essersi

lasciato trasportare e che per questo, invece di frenarsi, s'irrita

sempre di più, -- s'ella avesse cuore, penserebbe a suo padre, alla sua

famiglia... e anche alla sua condizione.

Il Nino Moro vede che l'altro è un po' giù di strada e perciò prosegue

più sicuro:

-- Come l'ho dichiarato in casa mia, lo dico anche a lei: ho bisogno di

lavorare, ma non sono nato per servire. Le ho portato la chiave del mio

scrittoio: registri, note, conti, troverà tutto in regola. Occorrendole,

al caso, qualche schiarimento, mi mandi a chiamare. Verrò subito qui, al

suo studio. Il mio indirizzo è via Lentasio, 37. Ormai non torno più a

Lodignola. Sto a Milano, a lavorare... perchè a Milano c'è molto da

lavorare per tutti e in tutti i modi. Servitor suo.

Egli fa per andarsene, ma l'altro lo trattiene per un braccio,

guardandolo bene in faccia. Il giovinotto vuol tener duro... ma dopo un

momento si confonde e abbassa gli occhi.

L'avvocato gli lascia andare il braccio, va a richiuder l'uscio, torna

alla scrivania e siede.

-- Permetta una parola prima di andarsene così.... S'accomodi.

Il Nino Moro, diritto in piedi dinanzi alla scrivania, rigira fra le

dita nervose la larga tesa del cappello a cencio.

-- Si accomodi.

Il giovine siede, accavallando una gamba sull'altra, per mostrarsi

indifferente e sicuro.

-- Mi dica un po' che cosa vuol fare e in che modo intende di lavorare?

-- Scusi.... I conti che io devo rendere a lei, gliel'ho detto: sono a

Lodignola, nello scrittoio, e le ho data la chiave.

-- Sta bene, quelli sono i conti che mi deve rendere.... il mio

dipendente, o se le accomoda meglio, il dipendente del signor Roero,

prima di lasciare il servizio e la casa. Guarderò, e non dubito, saranno

in piena regola. Ma ci sono ben altri conti da regolare fra me e lei, i

conti che un uomo di cuore e un vero galantuomo deve sempre poter

rendere al suo benefattore.

-- Benefattore? -- Esclama il Nino Moro, balzando in piedi.

-- Sissignore! Benefattore! -- Ripete l'Olivieri alzandosi a sua volta. --

Oh, no, no, non è il caso di sorridere e tanto meno di sogghignare! Non

creda già che io voglia ricordarle i pochi aiuti materiali che posso

aver dati a suo padre, i pochi vantaggi che posso aver procurato anche a

lei. Ma che! Di tutto ciò, tanto lei, quanto suo padre, si sono già

sdebitati col lavoro, coll'attività, colla fedeltà. Ma io, a lei.... Ma

io, a te, _a te_, ragazzo mio, ho fatto del bene, del gran bene, non

materiale, del bene morale. Io ho consigliato a tuo padre di mandarti a

Milano a studiare; io, parlando, discorrendo con te famigliarmente, ti

ho dato le mie idee sui diritti e sulla eguaglianza. Sono io, che ti ha

aperto, rischiarato l'orizzonte, che ha spazzato via da Lodignola quegli

avanzi del medioevo, quegli avanzi del feudalismo che vi regnavano

ancora quando tu eri un ragazzo. È per questo, che io sono anche il tuo

benefattore e che mi vanto di esserlo, ed è per questo che oggi io ti

domando che cosa intendi di fare e in che modo intendi di lavorare.

Voglio saperlo e ho diritto di saperlo! Sì, guardami pure: se ti senti

del coraggio in faccia mia, anche questo lo devi a me: la tua fierezza,

la tua coscienza d'uomo, te le ho date io!

Nino è diventato pallido, smorto, il suo sguardo è smarrito, si perde,

il suo respiro si fa sempre più affannoso, vorrebbe rispondere, non può,

non sa, ha un tremito, un sussulto.... Finalmente, dopo uno sforzo,

balbetta colla voce rotta, rauca:

-- Lo ha detto anche lei.... Il mondo non può più andar avanti così!

-- Ma non l'ho detto per me! L'ho detto per gli altri... Pei molti altri

che soffrono assai più di me... e di te.

-- Lei non può sapere come soffro io! Quanto soffro io!

Lo sguardo vivo rilucente dell'avvocato sembra spegnersi in una

malinconia profonda. Egli ha un lungo sospiro, poi riprende:

-- Chi sa?... Forse potrei anche saperlo... più assai che tu non creda!

Mettiti, per altro, ben in mente, che il mondo non potrà mai

cambiarsi... come intenderesti tu. Al mondo ci saranno sempre delle

belle ragazze che bisogna assolutamente dimenticare... perchè non si

potranno mai sposare.

Il Nino Moro irrigidisce, aggrotta torvo le ciglia.

L'Olivieri gli si avvicina e gli prende una mano, affettuosamente.

-- No, non irritarti, non l'ho detto per offenderti!... E continuo a

darti del tu, come a un mio figliuolo. -- Poi soggiunge con voce più

sommessa: -- Finchè al mondo ci saranno degli innamorati, ci saranno

sempre dei felici e degli infelici. Coraggio, ragazzo mio! Finora hai

agito da galantuomo, da uomo dignitoso e forte; continua così. Tu ami e

non sei riamato? Ebbene per il momento sarà anche una disgrazia, ma non

renderla più grande, forse irreparabile... E sopra tutto, ricordati, che

questa disgrazia tua non diventi una disgrazia per nessun altri, nè per

tuo padre, povero vecchio, che per te s'è levato il pane di bocca e che

ti adora come il suo Dio in terra... e neanche per un'altra persona.....

Specialmente per lei, se proprio le vuoi bene: per la signorina Elena.

Solo a sentire quel nome semplice e chiaro, «signorina Elena», il povero

Nino scoppia in un pianto dirotto.

-- Su! Su! Calmati! Coraggio! Sii uomo! -- L'Olivieri a sua volta, allo

spettacolo di quel dolore, alla vista di quelle lacrime, si sente

sossopra. -- Vivaddio, sii uomo!.... Quanto più si soffre, tanto più

bisogna esser forti!

Il Nino Moro ha un impeto di rivolta contro sè stesso. Si asciuga le

lacrime coi pugni chiusi, con dispetto, con rabbia:

-- Sissignore... ha ragione lei; e anch'io, posso giurarlo, ho sempre

pensato così: dev'essere una disgrazia soltanto per me. Per questo non

sono più tornato alla Casa Vecchia, per questo rimanevo nascosto, non mi

lasciavo più nemmeno vedere. Ma il signor Francesco, lui, non doveva mai

fare ciò che ha fatto.

-- Il signor Francesco? -- L'Olivieri non capisce. -- Che cosa ha fatto il

signor Francesco?

-- No! Non aveva nessun diritto! Sono il figlio del suo fattore, questo

lo so e non l'ho mai dimenticato. Ma, come dice anche lei, signor

avvocato, sono un uomo anch'io e, lo ripeto, il signor Francesco non

aveva nessun diritto di trattarmi... come mi ha trattato!

-- Ma, insomma, che cosa ha fatto?

-- Mi ha mandato via dalla mattina alla sera, mi ha mandato a Casalpò con

una scusa qualunque, perchè a Lodignola... gli davo ombra.

-- In questo ha agito prudentemente! Ha fatto quello che, al suo posto,

avrei fatto anch'io. Ti ha allontanato per distrarti, pel tuo bene.

-- Nossignore! Soltanto... perchè gli davo ombra.

-- Appunto, e lo approvo. Una ragazza, specialmente in un piccolo paese,

è tenuta d'occhio, è subito compromessa. Basta un'imprudenza da parte

tua anche involontaria, per far succedere dei pettegolezzi, dei guai. Il

signor Roero ha l'obbligo di tutelare e di guidare la signorina Elena

perchè è come suo padre.

-- Ma che padre! Creda a me! C'è una bella diversità! Ah! Ah! Suo padre!

Il giovinotto dà in una risata ironica e l'Olivieri lo guarda

attentamente.

-- Suo padre? Comincia alla mattina a caracollare sotto le sue finestre a

cavallo! Poi, tutto il giorno alla Casa Vecchia, a colazione, a pranzo,

a insegnarle a giocare al _tennis_, a montare a cavallo; poi

passeggiate, scarrozzate, anche di sera, col fresco e colla luna...

L'Olivieri lo interrompe indignatissimo:

-- Basta così! Non ti permetto più una sola parola! La signorina Elena

aveva quattro o cinque anni quando le è morto il padre, e il signor

Francesco l'ha sempre tenuta come una sua figlia!

-- Ma in tanto tempo che la signorina è stata a Lodignola, chi lo ha mai

visto il signor Francesco? Ha aspettato che avesse... diciannove anni...

a diventare suo padre!

L'Olivieri si arrabbia anche di più, non già contro il Nino, ma adesso

contro Francesco.

-- Quello là crede di essere a Milano, -- pensa tra sè, -- di poter fare

come a Milano, di portare a Lodignola gli usi di Milano! Balordo e

leggero! Crede ancora di giuocare con... Lulù... e non si accorge

nemmeno che adesso Lulù è diventata una signorina di diciannove anni!

Tutte le ragioni che ha per non dubitare del Roero, l'Olivieri le espone

con tanta persuasione, con tanta sicurezza, che il giovinotto comincia

ad esserne scosso, poi finisce a persuadersene.

-- Ma non sai che il signor Francesco ha due anni più di me?... E che ha

altro in mente, caro mio, che le ragazze? Perchè è venuto a

Lodignola?... Te lo dico io, perchè lo so... Cioè, no... A cagione di

certi riguardi che doveva mantenere! Perchè a Milano per un po' di

tempo... non era il caso! Adesso vedrai! In due o tre giorni sparirà di

nuovo da Lodignola... e non si vedrà più! Ma diventi matto?... Sei

diventato matto!

L'Olivieri questa volta scoppia in una grande risata che scende come

balsamo nel cuore del Nino Moro.

-- Il signor Francesco far la corte alla signorina Elena?... Lui, più

vecchio di me! Con due anni più di me!

L'Olivieri continua a ridere, ma la sua stizza contro il Roero si fa più

viva.

-- Mettersi a fare l'elegante, il _lion_ a Lodignola, come a Milano!...

Che senza testa! Non vuol mai decidersi a diventar vecchio... e ha due

anni più di me.

L'avvocato si rivolge ancora al Nino Moro, e gli aggiunge qualche

parola, sempre per persuaderlo, per calmarlo, per rabbonirlo.

-- Adesso va via, e domani a quest'ora, anzi un po' più tardi, dopo le

quattro, torna qui da me. Devi restare a Milano, in questo sono

d'accordo, e non dubitare: sei giovine... passerà. Oppure... resterà,

non come un dolore, ma come una poesia, la bella poesia della prima

giovinezza che si diffonde poi per tutta la vita. E amerai ancora, e più

fortemente. Sì, sì. Credilo a me. È il tuo primo amore, questo! È come

il sole che tramonta tra le nuvole, ma che risorge alla mattina a cielo

sereno. Quello che porta con se tutte le illusioni, non è il primo, è

l'ultimo amore, l'ultimo raggio che serve solo a mostrarci... il gran

buio che ci sta dinanzi e dintorno.

L'Olivieri si interrompe, tace un momento, poi si sforza e riprende a

parlare con foga, riscaldandosi mentre accompagna il Nino Moro fin

presso l'uscio:

-- Torna domani. Discorreremo. Sì, sì, devi restare a Milano, devi

lavorare per te... e per gli altri. E ti guiderò un po' anch'io! Anzi,

lavoreremo insieme... non subito... quando sarai più calmo, più

tranquillo, quando comincerai a dimenticare. E ricordati... per lavorare

per gli altri... come intendiamo noi, non bisogna avere l'odio nel

cuore, bisogna avere l'amore. È coll'amore, non coll'odio che si può

riuscire a fare qualche cosa di buono, di bello ed anche di grande a

questo mondo!

La Signorina: Romanzo · 第 40 / 50 题