Il Nino Moro.
Il Roero, appena uscito con pie' leggero dal palazzo Arcolei, guarda
l'orologio e fissa subito il suo piano:
-- È appena il tócco; alle tre si parte e per le otto sono a pranzo a
Lodignola.
Tutti gli altri pensieri vengono dopo, a poco a poco.
-- Proprio così!... Chi me lo avrebbe detto! Il giorno in cui mi credevo
legato più che mai, riacquisto invece la libertà! Perchè, non c'è
dubbio: Stefania ha tutta l'intenzione di lasciarmi libero!
Egli accende una sigaretta: è la prima, quel giorno. Si sente sollevato:
anzi, ormai, si sente affatto libero.
-- Tanti saluti, signora baronessa!
Dopo la morte del povero Arcolei, egli aveva il dovere... di mettersi a
sua disposizione e questo dovere lo aveva compiuto. È la baronessa che,
invece di trattenerlo, lo manda in Isvizzera, al fresco, ed egli ormai
si sente nel pieno diritto di pigliare il largo per sempre.
-- Tanti saluti, signora baronessa!
Egli ripensa al loro colloquio di quella mattina, ai sospiri, alle
lacrime, ai rimorsi e agli scrupoli così delicati della vedova
sensibilissima... E ripensa anche alla lettera che deve scrivere al
Faraggiola e all'Estensi.
-- Tutti e tre! Ha proprio l'intenzione, almeno per il momento, di farci
pigliare il volo a tutti e tre!
Torna a sorridere con un po' di malizia.
-- Che ce ne sia un quarto?... Impossibile!... Eppure, il solo culto
delle memorie mi pare un po' pochino per il suo fervore... In ogni modo,
se un altro c'è, arriva tardi allo spettacolo: quando si comincia a
spegnere i lumi!
E così, dopo aver tanto amato e tanto sofferto per quella donna, dopo
averle tanto sacrificato della sua vita, de' suoi sogni di gloria, delle
sue idee e anche della sua coscienza, ormai, sul punto di staccarsene
per sempre, egli non trova per lei, in fondo al cuore, nè un rimpianto,
nè un ricordo: soltanto un frizzo e una risata!
-- E adesso passiamo un momento dall'Olivieri. Se c'è qualche seccatura,
la si sbriga presto, e così, per un pezzo, non torno più a Milano!
Accende un'altra sigaretta e la sua faccia s'illumina a un tratto.
Sembra diventi più giovine.
-- E Lulù?... La piccola Lulù?!... Bisogna comperarle un regalino!...
Nanerottola!... Ah! Ah! -- Francesco ride allegramente. -- Vorreste avere
la sua freschezza, cara baronessa e i suoi occhi! Pensiamo che cosa si
deve prendere per fare un'improvvisata alla piccola Lulù. Dolci,
intanto, canditi e cioccolattini, perchè è golosissima. Poi si può
cercare dal Confalonieri se ci fosse una spilletta, un gingillo
qualunque. Andiamo a vedere!
Affretta il passo verso la galleria, dov'è la bottega dell'orefice, e
rimane un pezzo di fuori, a guardare nella vetrina.
-- Ecco! Quello è carino! -- Sono tre cerchietti uniti, uno di piccoli
smeraldi, uno di rubini, uno di diamanti, che formano un solo anello. --
È carino e le piacerà certo. L'altro, che le ha regalato l'Olivieri, è
diventato troppo stretto.
Prende l'anello e va dal Cova per i dolci. Vede una confettiera che è
anche una magnifica bambola e sceglie subito quella mettendosi a ridere.
-- Alla prepotentissima signorina Lulù si porta da Milano... una bambola!
Fa nascondere l'astuccio dell'anellino in mezzo ai dolci e continuando a
sorridere scrive sulla scatola di cartone: _Una bella signora di Milano
venuta a Lodignola a far visita alla Contessa_. Sorveglia finchè la
scatola è ben involta nella carta e ben legata e raccomanda che gliela
mandino subito a casa.
-- Subito, -- ripete ancora nell'uscire. -- Riparto oggi stesso.
E contento e soddisfatto si avvia verso lo studio dell'Olivieri.
-- _Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla
Contessa!_
Gli par di sentire il riso allegro, schietto, argentino della bella
giovinetta.
Piccolissima Lulù, prepotentissima!
In quello stesso giorno, mentre il Roero faceva la sua visita a donna
Stefania, l'Olivieri vedeva capitarsi nello studio, improvvisamente, il
Nino Moro di Lodignola.
-- Come... Lei qui?
-- Sissignore. In due parole mi sbrigo. Vengo ad avvertirla che mi sono
diviso da mio padre e che perciò non sono più al servizio del signor
Roero.
-- Va bene. -- L'Olivieri, dopo aver squadrato il giovinotto con
un'occhiata scrutatrice, lo licenzia con un cenno del capo e fa per
avviarsi alla scrivania; ma poi si ferma di botto, con un gesto di
collera, e si volta: -- S'è inteso con suo padre? S'è messo d'accordo con
suo padre? Sì?... Allora va benissimo! S'accomodi! Era affatto inutile
ch'ella venisse qui da me con tanta importanza e con tanta superbia, a
dare le sue dimissioni. Per il signor Francesco e per me, chi deve
rispondere di tutto a Lodignola è suo padre. In quanto a lei può andare,
stare, è indifferente. Sono affari interni di famiglia che non mi
riguardano. A me basta che a Lodignola non manchi il personale.
-- Oh no! Anzi!.... Ce n'è fin troppo del personale a Lodignola! -- Il
Nino Moro sghignazza ironicamente e un lampo d'odio gli passa negli
occhi. -- C'è troppa gente a Lodignola e dà fastidio. Tanto è vero
questo, che il signor Francesco mi ha mandato _ipso facto_ a Casalpò a
sorvegliare... quando fa la luna!
L'Olivieri nella determinazione presa dal giovinotto, nel suo contegno,
nella sua arroganza, in quella sua specie di rivolta, non vede altro che
l'amore per Elena, e lo scopo di far colpo sulla ragazza, di far breccia
nel suo cuore, cosicchè diventa più aspro, quasi brutale.
-- Se il padrone l'ha mandato a Casalpò, vuol dire che avrà avuto i suoi
buoni motivi e in quanto a lei, caro signore, il suo dovere è quello di
obbedire senza permettersi tante osservazioni.
-- Finchè uno ha «un padrone», come dice lei, tutto questo va benissimo,
ma io pianto appunto mio padre e il signor Roero, perchè «padroni» non
ne voglio avere.
-- Se avesse cuore, -- ribatte l'avvocato, il quale sente d'essersi
lasciato trasportare e che per questo, invece di frenarsi, s'irrita
sempre di più, -- s'ella avesse cuore, penserebbe a suo padre, alla sua
famiglia... e anche alla sua condizione.
Il Nino Moro vede che l'altro è un po' giù di strada e perciò prosegue
più sicuro:
-- Come l'ho dichiarato in casa mia, lo dico anche a lei: ho bisogno di
lavorare, ma non sono nato per servire. Le ho portato la chiave del mio
scrittoio: registri, note, conti, troverà tutto in regola. Occorrendole,
al caso, qualche schiarimento, mi mandi a chiamare. Verrò subito qui, al
suo studio. Il mio indirizzo è via Lentasio, 37. Ormai non torno più a
Lodignola. Sto a Milano, a lavorare... perchè a Milano c'è molto da
lavorare per tutti e in tutti i modi. Servitor suo.
Egli fa per andarsene, ma l'altro lo trattiene per un braccio,
guardandolo bene in faccia. Il giovinotto vuol tener duro... ma dopo un
momento si confonde e abbassa gli occhi.
L'avvocato gli lascia andare il braccio, va a richiuder l'uscio, torna
alla scrivania e siede.
-- Permetta una parola prima di andarsene così.... S'accomodi.
Il Nino Moro, diritto in piedi dinanzi alla scrivania, rigira fra le
dita nervose la larga tesa del cappello a cencio.
-- Si accomodi.
Il giovine siede, accavallando una gamba sull'altra, per mostrarsi
indifferente e sicuro.
-- Mi dica un po' che cosa vuol fare e in che modo intende di lavorare?
-- Scusi.... I conti che io devo rendere a lei, gliel'ho detto: sono a
Lodignola, nello scrittoio, e le ho data la chiave.
-- Sta bene, quelli sono i conti che mi deve rendere.... il mio
dipendente, o se le accomoda meglio, il dipendente del signor Roero,
prima di lasciare il servizio e la casa. Guarderò, e non dubito, saranno
in piena regola. Ma ci sono ben altri conti da regolare fra me e lei, i
conti che un uomo di cuore e un vero galantuomo deve sempre poter
rendere al suo benefattore.
-- Benefattore? -- Esclama il Nino Moro, balzando in piedi.
-- Sissignore! Benefattore! -- Ripete l'Olivieri alzandosi a sua volta. --
Oh, no, no, non è il caso di sorridere e tanto meno di sogghignare! Non
creda già che io voglia ricordarle i pochi aiuti materiali che posso
aver dati a suo padre, i pochi vantaggi che posso aver procurato anche a
lei. Ma che! Di tutto ciò, tanto lei, quanto suo padre, si sono già
sdebitati col lavoro, coll'attività, colla fedeltà. Ma io, a lei.... Ma
io, a te, _a te_, ragazzo mio, ho fatto del bene, del gran bene, non
materiale, del bene morale. Io ho consigliato a tuo padre di mandarti a
Milano a studiare; io, parlando, discorrendo con te famigliarmente, ti
ho dato le mie idee sui diritti e sulla eguaglianza. Sono io, che ti ha
aperto, rischiarato l'orizzonte, che ha spazzato via da Lodignola quegli
avanzi del medioevo, quegli avanzi del feudalismo che vi regnavano
ancora quando tu eri un ragazzo. È per questo, che io sono anche il tuo
benefattore e che mi vanto di esserlo, ed è per questo che oggi io ti
domando che cosa intendi di fare e in che modo intendi di lavorare.
Voglio saperlo e ho diritto di saperlo! Sì, guardami pure: se ti senti
del coraggio in faccia mia, anche questo lo devi a me: la tua fierezza,
la tua coscienza d'uomo, te le ho date io!
Nino è diventato pallido, smorto, il suo sguardo è smarrito, si perde,
il suo respiro si fa sempre più affannoso, vorrebbe rispondere, non può,
non sa, ha un tremito, un sussulto.... Finalmente, dopo uno sforzo,
balbetta colla voce rotta, rauca:
-- Lo ha detto anche lei.... Il mondo non può più andar avanti così!
-- Ma non l'ho detto per me! L'ho detto per gli altri... Pei molti altri
che soffrono assai più di me... e di te.
-- Lei non può sapere come soffro io! Quanto soffro io!
Lo sguardo vivo rilucente dell'avvocato sembra spegnersi in una
malinconia profonda. Egli ha un lungo sospiro, poi riprende:
-- Chi sa?... Forse potrei anche saperlo... più assai che tu non creda!
Mettiti, per altro, ben in mente, che il mondo non potrà mai
cambiarsi... come intenderesti tu. Al mondo ci saranno sempre delle
belle ragazze che bisogna assolutamente dimenticare... perchè non si
potranno mai sposare.
Il Nino Moro irrigidisce, aggrotta torvo le ciglia.
L'Olivieri gli si avvicina e gli prende una mano, affettuosamente.
-- No, non irritarti, non l'ho detto per offenderti!... E continuo a
darti del tu, come a un mio figliuolo. -- Poi soggiunge con voce più
sommessa: -- Finchè al mondo ci saranno degli innamorati, ci saranno
sempre dei felici e degli infelici. Coraggio, ragazzo mio! Finora hai
agito da galantuomo, da uomo dignitoso e forte; continua così. Tu ami e
non sei riamato? Ebbene per il momento sarà anche una disgrazia, ma non
renderla più grande, forse irreparabile... E sopra tutto, ricordati, che
questa disgrazia tua non diventi una disgrazia per nessun altri, nè per
tuo padre, povero vecchio, che per te s'è levato il pane di bocca e che
ti adora come il suo Dio in terra... e neanche per un'altra persona.....
Specialmente per lei, se proprio le vuoi bene: per la signorina Elena.
Solo a sentire quel nome semplice e chiaro, «signorina Elena», il povero
Nino scoppia in un pianto dirotto.
-- Su! Su! Calmati! Coraggio! Sii uomo! -- L'Olivieri a sua volta, allo
spettacolo di quel dolore, alla vista di quelle lacrime, si sente
sossopra. -- Vivaddio, sii uomo!.... Quanto più si soffre, tanto più
bisogna esser forti!
Il Nino Moro ha un impeto di rivolta contro sè stesso. Si asciuga le
lacrime coi pugni chiusi, con dispetto, con rabbia:
-- Sissignore... ha ragione lei; e anch'io, posso giurarlo, ho sempre
pensato così: dev'essere una disgrazia soltanto per me. Per questo non
sono più tornato alla Casa Vecchia, per questo rimanevo nascosto, non mi
lasciavo più nemmeno vedere. Ma il signor Francesco, lui, non doveva mai
fare ciò che ha fatto.
-- Il signor Francesco? -- L'Olivieri non capisce. -- Che cosa ha fatto il
signor Francesco?
-- No! Non aveva nessun diritto! Sono il figlio del suo fattore, questo
lo so e non l'ho mai dimenticato. Ma, come dice anche lei, signor
avvocato, sono un uomo anch'io e, lo ripeto, il signor Francesco non
aveva nessun diritto di trattarmi... come mi ha trattato!
-- Ma, insomma, che cosa ha fatto?
-- Mi ha mandato via dalla mattina alla sera, mi ha mandato a Casalpò con
una scusa qualunque, perchè a Lodignola... gli davo ombra.
-- In questo ha agito prudentemente! Ha fatto quello che, al suo posto,
avrei fatto anch'io. Ti ha allontanato per distrarti, pel tuo bene.
-- Nossignore! Soltanto... perchè gli davo ombra.
-- Appunto, e lo approvo. Una ragazza, specialmente in un piccolo paese,
è tenuta d'occhio, è subito compromessa. Basta un'imprudenza da parte
tua anche involontaria, per far succedere dei pettegolezzi, dei guai. Il
signor Roero ha l'obbligo di tutelare e di guidare la signorina Elena
perchè è come suo padre.
-- Ma che padre! Creda a me! C'è una bella diversità! Ah! Ah! Suo padre!
Il giovinotto dà in una risata ironica e l'Olivieri lo guarda
attentamente.
-- Suo padre? Comincia alla mattina a caracollare sotto le sue finestre a
cavallo! Poi, tutto il giorno alla Casa Vecchia, a colazione, a pranzo,
a insegnarle a giocare al _tennis_, a montare a cavallo; poi
passeggiate, scarrozzate, anche di sera, col fresco e colla luna...
L'Olivieri lo interrompe indignatissimo:
-- Basta così! Non ti permetto più una sola parola! La signorina Elena
aveva quattro o cinque anni quando le è morto il padre, e il signor
Francesco l'ha sempre tenuta come una sua figlia!
-- Ma in tanto tempo che la signorina è stata a Lodignola, chi lo ha mai
visto il signor Francesco? Ha aspettato che avesse... diciannove anni...
a diventare suo padre!
L'Olivieri si arrabbia anche di più, non già contro il Nino, ma adesso
contro Francesco.
-- Quello là crede di essere a Milano, -- pensa tra sè, -- di poter fare
come a Milano, di portare a Lodignola gli usi di Milano! Balordo e
leggero! Crede ancora di giuocare con... Lulù... e non si accorge
nemmeno che adesso Lulù è diventata una signorina di diciannove anni!
Tutte le ragioni che ha per non dubitare del Roero, l'Olivieri le espone
con tanta persuasione, con tanta sicurezza, che il giovinotto comincia
ad esserne scosso, poi finisce a persuadersene.
-- Ma non sai che il signor Francesco ha due anni più di me?... E che ha
altro in mente, caro mio, che le ragazze? Perchè è venuto a
Lodignola?... Te lo dico io, perchè lo so... Cioè, no... A cagione di
certi riguardi che doveva mantenere! Perchè a Milano per un po' di
tempo... non era il caso! Adesso vedrai! In due o tre giorni sparirà di
nuovo da Lodignola... e non si vedrà più! Ma diventi matto?... Sei
diventato matto!
L'Olivieri questa volta scoppia in una grande risata che scende come
balsamo nel cuore del Nino Moro.
-- Il signor Francesco far la corte alla signorina Elena?... Lui, più
vecchio di me! Con due anni più di me!
L'Olivieri continua a ridere, ma la sua stizza contro il Roero si fa più
viva.
-- Mettersi a fare l'elegante, il _lion_ a Lodignola, come a Milano!...
Che senza testa! Non vuol mai decidersi a diventar vecchio... e ha due
anni più di me.
L'avvocato si rivolge ancora al Nino Moro, e gli aggiunge qualche
parola, sempre per persuaderlo, per calmarlo, per rabbonirlo.
-- Adesso va via, e domani a quest'ora, anzi un po' più tardi, dopo le
quattro, torna qui da me. Devi restare a Milano, in questo sono
d'accordo, e non dubitare: sei giovine... passerà. Oppure... resterà,
non come un dolore, ma come una poesia, la bella poesia della prima
giovinezza che si diffonde poi per tutta la vita. E amerai ancora, e più
fortemente. Sì, sì. Credilo a me. È il tuo primo amore, questo! È come
il sole che tramonta tra le nuvole, ma che risorge alla mattina a cielo
sereno. Quello che porta con se tutte le illusioni, non è il primo, è
l'ultimo amore, l'ultimo raggio che serve solo a mostrarci... il gran
buio che ci sta dinanzi e dintorno.
L'Olivieri si interrompe, tace un momento, poi si sforza e riprende a
parlare con foga, riscaldandosi mentre accompagna il Nino Moro fin
presso l'uscio:
-- Torna domani. Discorreremo. Sì, sì, devi restare a Milano, devi
lavorare per te... e per gli altri. E ti guiderò un po' anch'io! Anzi,
lavoreremo insieme... non subito... quando sarai più calmo, più
tranquillo, quando comincerai a dimenticare. E ricordati... per lavorare
per gli altri... come intendiamo noi, non bisogna avere l'odio nel
cuore, bisogna avere l'amore. È coll'amore, non coll'odio che si può
riuscire a fare qualche cosa di buono, di bello ed anche di grande a
questo mondo!