Il culto delle memorie.
Il Roero trova donna Stefania che lo attende nel salottino solito,
vicino alla camera da letto. Le finestre sono spalancate; c'è una gran
luce, un gran caldo e un gran disordine. I mobili sono ricoperti colle
federe di tela greggia; sul canapè, sulle poltrone un monte di pacchi e
pacchetti, di scatole e di ceste: tutta roba da portare in campagna.
Appena entra il Roero, donna Stefania gli va incontro guardandolo con
un'espressione afflitta e compunta, senza dirgli una parola, senza
dargli la mano: fa un gran sospiro, leva da una borsetta appesa al
braccio un fazzoletto con un grande orlo nero e si asciuga gli occhi.
Anche il Roero sospira profondamente;
-- Coraggio!... Bisogna farsi coraggio!
-- Dite, dite la verità! -- Prorompe Stefania con uno schianto di cuore. --
Chi lo avrebbe immaginato?... Oh povero Giulio! Chi lo avrebbe mai
immaginato?
-- Così giovine ancora....
-- È così buono.
-- Buonissimo! Eccellente! Pure.... bisogna farsene una ragione. Da molto
tempo le sue condizioni erano disperate. Consolatevi pensando che ha
finito di soffrire e che voi lo avete assistito fino all'ultimo con ogni
cura più affettuosa, col sacrificio di tutte le ore, in un modo
mirabile, commovente.
-- Oh sì, sì! Povero Giulio! Egli ha avuto tutte le mie ore, tutta la mia
vita! Questo sì. In questo almeno ho fatto il mio dovere. È un grande
conforto per il mio cuore e per la mia coscienza.
Altri sospiri.... e ancora il fazzoletto.
Il Roero rimane muto, a capo chino, atteggiato a dolorosa mestizia; pure
ogni sospiro della baronessa gli rialza lo spirito. Egli sente in quel
momento che la catena invece di essergli ribadita comincia ad
allentarsi, ed è proprio quello, per lui, il momento decisivo, il
momento critico. Il suo avvenire, la sua libertà, e la sua felicità
dipendono ormai da quella prima visita, da quel primo incontro... dalla
prima parola che gli avrebbe detto donna Stefania rimasta vedova.
«Ci siamo!» Aveva pensato Francesco appena ricevuto il dispaccio, e
durante il viaggio da Lodignola a Milano egli si era fatto forte
cercando di prevedere e di prepararsi per tutti i casi possibili....
quello fra gli altri che Stefania gli buttasse le braccia al collo
esclamando:
-- Ora sono tua... anche colla coscienza!
Ogni uomo ha la donna che si merita: egli avrebbe dovuto accettare e
mostrarsi grato della nuova offerta.
Invece, insperatamente, la coscienza della baronessa è rimasta fedele al
povero defunto. L'orario, anche per quella prima visita, indica il culto
delle memorie e il dolore della vedova.
Francesco ha uno slancio: prende una mano della baronessa e gliela
stringe con sincera effusione.
Ella scioglie dolcemente la mano, si scosta dal Roero, vorrebbe vincersi
ed esclama con un tono di voce diverso, troppo forzato, per poter
sembrare indifferente:
-- Troviamoci un posticino; sediamo, almeno un momento. Sono tanto
stanca! Anche voi: aiutatemi a sbarazzare il canapè.
Il Roero le corre vicino, prende i pacchi e le ceste e intanto l'osserva
alla sfuggita:
.... Sta malissimo in nero! Il biondo dei capelli è troppo giallo. È
molto giù. È molto invecchiata.
-- Scusate, Francesco, tutto questo disordine. Sapeste quante cose ho
avuto da fare stamattina! Adesso, aspetto la sarta e poi torno subito a
Borgoprimo.
-- Allora anch'io, -- pensa il Roero, -- torno subito a Lodignola!
Ha un nuovo slancio e con un braccio cinge la vita della baronessa.
-- No! No! -- Ella ha ancora uno sfogo di dolore. -- Perdonatemi,
Francesco! È più forte di me. Voi avete tutto il diritto di pensare e di
dire che è un'assurdità, che è una contradizione.... Eppure, che volete?
È proprio così! Sto poco bene; soffro; non posso vedermi a Milano. Qui
tutto mi ricorda il povero Giulio.... e il povero Giulio non c'è proprio
più!... È una pazzia? Sono pazza? Dite la verità.
-- No... tutt'altro! Anzi, vi assicuro, a me pure ha fatto molto
senso.... un gran senso.
-- Così buono! Così profondamente buono! È morto come un angelo,
domandando perdono a tutti.... anche a me.
Il Roero, che guardava Stefania, guizza via con gli occhi e abbassa il
capo: sembra umiliato e confuso, da tanta bontà.
Ella continua colla voce sommessa, dolorosa:
-- Mi sono buttata sul suo letto per confessargli tutto! Io, io sola,
dovevo chiedere, implorare il suo perdono!... Oh come avrei voluto
ottenere il suo perdono!
S'interrompe un istante... rivolge in alto il cuore e gli sguardi....
poi l'anima si prostra e rimane accasciata nell'angolo del canapè,
mormorando, le grandi pupille fisse nel vuoto:
-- Adesso.... lo sa.
Il Roero sogguarda la baronessa colla coda dell'occhio, la studia.
-- Ma perchè mi ha fatto venire a Milano? Per assistere a' suoi rimpianti
vedovili è troppo poco. Ci deve essere un altro motivo.... Quale sarà?
Egli è sempre un po' inquieto.
-- Anche nel suo testamento -- ripiglia Stefania con un lungo gemito, --
persino nelle sue ultime disposizioni mi ha dato prova di tanto affetto,
di tanta fiducia e di tanta stima! Mi ha nominata sua erede universale
ed ha lasciato a me anche la cura dei legati di beneficenza, dei ricordi
ai parenti, agli amici.
-- Ha fatto molto bene. Bravo!
-- Tutto ciò.... capirete anche voi, impone nuovi riguardi verso la sua
memoria; nuovi doveri....
Il Roero annuisce con un'aria contrita e rassegnata, ma sta sempre più
attento.
-- E impone anche nuovi sacrifici. Adesso, per esempio, coi suoi parenti
devo mostrarmi gentilissima.
-- Sicuro!
-- Aspetto da Novara mia cognata e mia nipote. Le ho invitate a
Borgoprimo, si fermeranno un mese e forse più.
-- Tutt'e due?
-- Tutt'e due.
-- Madre e figlia?... Questo, per esempio, è un vero eroismo. Sarebbe già
un bel peso.... una alla volta.
-- Curiose, pettegole, sofistiche. Dio mio! Portano sempre a spasso la
loro virtù!
-- Non hanno nient'altro da portare a spasso... di bello!
La baronessa non può frenare una risatina. Le due brave signore erano
sempre state il babau de' suoi amici: quando o l'una o l'altra capitava
a Milano, scappavano tutti come il vento!
Ella si avvicina a Francesco più insinuante e per la prima volta, in
quel giorno, gli dà del _tu_:
-- Per tante ragioni di convenienza, di delicatezza e di prudenza,
capirai, appena successa la disgrazia, desidero che mia cognata e mia
nipote, venendo da me, mi trovino sola.
-- È giusto, pur troppo! Giustissimo!
La baronessa guarda l'amico e lo ringrazia senza dire una parola, con un
malinconico sorriso.
Ella pure è stata, fino allora, un po' inquieta; non molto, ma un po'
inquieta, sì. Da lungo tempo aveva già capito, aveva già sentito che
Francesco ormai le era legato soltanto per dovere di gratitudine e per
forza di abitudine; tuttavia aveva temuto un po' di burrasca. Morto
l'amore gli sopravvive sempre l'amor proprio.
-- Sei buono! -- E teneramente avvicina la fronte alla bocca del Roero.
Questi continua a osservarla; Stefania deve aver preso troppo sole; ha
la pelle ruvidetta; ha due rughe agli angoli della bocca... Non se n'era
mai accorto! Due rughe lunghe, profonde!... La bacia appena sui
capelli... e le stringe molto forte la mano.
-- Tutto questo, -- continua donna Stefania, appoggiando il capo sul petto
di lui, -- dovevo dirtelo e ho voluto dirtelo. Scriverti? Che cosa mai
avresti potuto pensare di me? Ci sono certe sensazioni, certe
impressioni che si possono rivelare con una sola parola, con uno
sguardo, ma che cento lettere non basterebbero a spiegare. Io a te non
avrei mai potuto scrivere di non venire. Adesso, invece, sei tu stesso --
non è vero? -- che trovi ciò conveniente, necessario...
-- Bisogna sottomettersi a certi riguardi... sia pure con dispiacere.
Francesco le stringe ancora la mano, gliela accarezza e gliela bacia. La
baronessa comincia ad essere più disinvolta:
-- Oltre a ciò che t'ho detto, volevo poi vederti, invece di scriverti,
prima di tutto... per vederti, poi anche per chiederti un favore.
-- Finalmente! Adesso ci siamo! -- Pensa il Roero. Non la guarda, ma
rimane attentissimo.
-- Tu stesso devi consigliare a Carletto e a Manòlo di non tormentarmi
con lettere e con telegrammi, di lasciarmi in pace.
-- Io?
-- Sì, sì! Ti prego. Se fo' l'immenso sacrificio di non veder te, che
almeno mi sia risparmiata la noia di quei due insopportabili egoisti!
Figurati, hanno già incominciato a scrivermi a due e a quattro mani!...
E con certe allusioni, con certi scherzi a proposito dei miei voti, del
mio ritiro, della mia vita claustrale, che mi hanno molto irritata. No,
no; l'_esprit_ non è proprio il loro forte! Quando era vivo il povero
Giulio, pazienza! Hai visto anche tu, erano utilissimi, specialmente in
campagna. Di giorno lo tenevano occupato, la sera giocavano a biliardo,
senza notare che nel nostro caso in cinque, si è molto più liberi che
non in tre. E poi allora c'era la politica, allora c'erano le influenze
da coltivare, il Municipio... ma adesso? Tu andrai in Isvizzera, e tutto
il resto.... aveva uno scopo soltanto quando c'era il povero Giulio. Io
non ho più voglia di niente. Non ho più fatto uno sgorbio, non mi sono
più seduta al pianoforte. Impossibile! Ti prego; è una grazia che ti
domando: in compenso del grandissimo sacrificio di non vederti, salvami
da Carletto e da Manòlo!
-- .... Per me, ben volentieri. Sempre.... Tutto ciò che vuoi! Ti
confesso, per altro, che mi trovo in un serio imbarazzo. Come fare? Il
Faraggiola e l'Estensi non sono a Milano... Andar apposta a cercarli per
tener loro un simile discorso....
-- Scrivi. Non vai a Zermatt? -- Francesco risponde con un gesto che non è
nè un sì nè un no, ma che Stefania crede un sì. -- Scrivi loro, appena
sei a Zermatt, che ti trovi benissimo, che c'è fresco e di venire a
raggiungerti.
-- Per scrivere, scrivo anche da Milano, se vuoi, oggi stesso.
-- Meglio ancora. Bravo. Potreste combinare di fare il viaggio insieme.
L'agosto è il più bel mese per la montagna.
-- Tuttavia.... scusa, perchè, invece, non scriveresti francamente tu
stessa?
-- Perchè andrei suscitando chissà mai quali sospetti! -- Ella torna ad
avvicinare la fronte.... e finisce ad appoggiarla alla bocca del Roero.
-- Penserebbero che è un tuo capriccio; che sei tu, sempre geloso a
sbalzi, che mi hai imposto di non ricevere, e un bel giorno, sono
sicurissima, me li vedrei a capitare, mi farebbero una cara
improvvisata! Vogliono distrarmi per forza!
-- Ma io... se c'entro io, il pericolo è lo stesso, anzi è maggiore!
-- No, no. Tu devi scrivere che mi hai veduta a Milano, un momento, alla
sfuggita; è la verità... Che mi hai trovata molto stanca, molto
abbattuta, che ho assolutamente un grande bisogno di riposo, di quiete
per rimettermi in salute... e aggiungi anche questo -- è la verità -- che
sono occupatissima, sempre sossopra, per l'amministrazione, per i
legati... e che anche tu non vieni più, per ora, a Borgoprimo, non
volendo seccarti con mia cognata e con mia nipote che vi faranno una
lunga dimora.
-- E anche questa... quasi quasi... è la verità! -- Il Roero diventa
vivace e buono. Promette alla baronessa di scrivere in giornata ai due
amici in modo di spaventarli.
-- Sta tranquilla! L'annunzio delle tue ospiti farà un effetto terribile!
-- Lo credi? Proprio?
-- Giuro! -- E il Roero scoppia in una grande risata.
Lì per lì, scoppia a ridere allegramente anche donna Stefania, ma subito
se n'avvede e torna seria. Tuttavia non è più il caso di mostrarsi
gemebonda; si mostra invece gelosa:
-- Adesso mi dirà poi, caro signore, che cosa ha fatto in tutto questo
tempo... sempre a Lodignola.
Il Roero, prima di rispondere, cerca una sigaretta:
-- Ho fatto molte cose. Anch'io ho voluto dare un'occhiata alla mia
amministrazione; ho sistemato un po' le mie faccende.
-- E a proposito, la pupilla? La cara orfanella? Sentiamo un po': vi
vedevate spesso?
Francesco sembra distratto: si diverte a spingere più in alto il fumo
della sigaretta.
-- Mi sono informata, a suo tempo: non dubitare! -- Donna Stefania stringe
le labbra con una smorfietta sprezzante. -- So, so; mi hanno detto: è
diventata una nanerottola qualunque. È per questo che ti ho lasciato
tranquillo a Lodignola.
Donna Stefania dà una languida occhiata al Roero appoggiandosi al
canapè, allungandosi, stirandosi con stanca mollezza e agitando i
piedini agili, nervosi che spuntano tra le sottane come i pistilli tra
le foglie d'un fiore. Cerca la mano del Roero che non si muove, ma ad un
tratto le sue pupille si fermano attente fissando l'uscio: ha un lampo,
e una ruga le incide la fronte. Ella ha sentito camminare nell'altra
stanza... Il passo si avvicina, e sulla soglia si presenta un giovinotto
pallido in viso, gli occhi torvi. Donna Stefania s'è già alzata di
scatto, allo schiudersi dei battenti.
-- Ebbene, signor Enrico? Ha trovata la sarta? L'ha accompagnata come le
ho ordinato? -- La baronessa si frena a stento, il suo tono è aspro,
imperioso.
-- È di là, -- risponde il giovinotto, esso pure con voce alterata e
lanciando verso la baronessa uno sguardo di collera e di gelosia.
Il Roero non vede niente; pensa solo ad andarsene. Va a prendere, con
aria diplomatica, il cappello, il bastone e ringrazia in cuor suo il
nuovo arrivato che gli rende più facile il peggior passo... che nel suo
caso è proprio quello dell'uscio.
-- Baronessa, coraggio e... non dimenticate troppo gli amici.
-- Come? Andate già? Così presto?...
-- Sento che avete da fare: c'è la sarta.
-- La sarta può aspettare. Guardate un po', Francesco, questo bel
signorino! -- La baronessa fa l'atto di presentarglielo. -- Non lo
riconoscete più?
Francesco saluta con un lieve sorriso, e guarda il giovine per la prima
volta: è un bel ragazzo, piuttosto, ma dall'aspetto un po' volgare.
-- No, proprio. -- Il Roero s'inchina e si volta alla baronessa scrollando
il capo: -- Non ricordo di aver mai avuto il piacere...
-- Ma... Enrichetto!... Il nostro Enrichetto! -- esclama donna Stefania
gridando e ridendo con foga esagerata. -- Il figlio del signor
Franzini!... Del nostro ragioniere!
-- Ah!... -- Il Roero si espande: strette di mano e complimenti; ma la
scoperta non lo ha punto commosso. -- Sia il benvenuto anche il signor
Enrichetto! Io, intanto, saluto e me la batto! -- Questo pensa in cuor
suo e questo gli preme: nient'altro!
-- È stato in Germania, fin'ora; a Francoforte. -- La baronessa continua
le cerimonie della presentazione.
-- Benissimo!
-- Alla scuola di commercio, dove s'è fatto onore.
-- Bravo! Molto bravo!
-- Adesso è nello studio col suo babbo; è di aiuto al suo babbo, e
qualche volta, quando vengo a Milano, mi fa da cavaliere.
Donna Stefania sorride, rivolgendosi al giovinotto, con tutta la
graziosa compostezza di una gran dama, sempre amabilissima, pur
conservando le debite distanze.
-- Poveretto! Deve aver messa a ben dura prova la sua pazienza!... Dica
la verità? L'ho fatto correre su e giù tutta la mattina, abusando in
modo indegno del suo tempo e della sua gentilezza!
Il signor Enrichetto si mostra pochissimo disinvolto. Resta lì duro,
impalato; non risponde e non si muove. La baronessa e il Roero devono
salutarsi dinanzi a quel tanghero che non capisce nemmeno di dover
voltarsi un momento... a guardare i quadri.
-- Donna Stefania, fate buon viaggio, e abbiate cura di non strapazzarvi
troppo. Oggi stesso, scriverò a Carletto e a Manòlo.
-- No, no! O all'uno o all'altro! Una lettera sola... per tutti e due!
-- Da buoni fratelli!
-- E ricordatevi, questo poi mi preme di più. Voglio conoscere
minutamente i vostri progetti di viaggio. La Svizzera, sta bene; ma
andrete proprio a Zermatt?
-- Probabilissimo.
-- Dovete scrivermi ancora prima di partire, e poi subito appena
arrivato.
Si stringono la mano: la baronessa segue il Roero fin sull'uscio,
bisbigliandogli qualche paroletta nel modo più confidenziale, più
intimo, più affettuoso... e prima di lasciarsi si stringono un'altra
volta, due o tre altre volte, la mano.
Il signor Enrichetto diventa prima rosso, poi pallidissimo.