IV.

Il culto delle memorie.

Il Roero trova donna Stefania che lo attende nel salottino solito,

vicino alla camera da letto. Le finestre sono spalancate; c'è una gran

luce, un gran caldo e un gran disordine. I mobili sono ricoperti colle

federe di tela greggia; sul canapè, sulle poltrone un monte di pacchi e

pacchetti, di scatole e di ceste: tutta roba da portare in campagna.

Appena entra il Roero, donna Stefania gli va incontro guardandolo con

un'espressione afflitta e compunta, senza dirgli una parola, senza

dargli la mano: fa un gran sospiro, leva da una borsetta appesa al

braccio un fazzoletto con un grande orlo nero e si asciuga gli occhi.

Anche il Roero sospira profondamente;

-- Coraggio!... Bisogna farsi coraggio!

-- Dite, dite la verità! -- Prorompe Stefania con uno schianto di cuore. --

Chi lo avrebbe immaginato?... Oh povero Giulio! Chi lo avrebbe mai

immaginato?

-- Così giovine ancora....

-- È così buono.

-- Buonissimo! Eccellente! Pure.... bisogna farsene una ragione. Da molto

tempo le sue condizioni erano disperate. Consolatevi pensando che ha

finito di soffrire e che voi lo avete assistito fino all'ultimo con ogni

cura più affettuosa, col sacrificio di tutte le ore, in un modo

mirabile, commovente.

-- Oh sì, sì! Povero Giulio! Egli ha avuto tutte le mie ore, tutta la mia

vita! Questo sì. In questo almeno ho fatto il mio dovere. È un grande

conforto per il mio cuore e per la mia coscienza.

Altri sospiri.... e ancora il fazzoletto.

Il Roero rimane muto, a capo chino, atteggiato a dolorosa mestizia; pure

ogni sospiro della baronessa gli rialza lo spirito. Egli sente in quel

momento che la catena invece di essergli ribadita comincia ad

allentarsi, ed è proprio quello, per lui, il momento decisivo, il

momento critico. Il suo avvenire, la sua libertà, e la sua felicità

dipendono ormai da quella prima visita, da quel primo incontro... dalla

prima parola che gli avrebbe detto donna Stefania rimasta vedova.

«Ci siamo!» Aveva pensato Francesco appena ricevuto il dispaccio, e

durante il viaggio da Lodignola a Milano egli si era fatto forte

cercando di prevedere e di prepararsi per tutti i casi possibili....

quello fra gli altri che Stefania gli buttasse le braccia al collo

esclamando:

-- Ora sono tua... anche colla coscienza!

Ogni uomo ha la donna che si merita: egli avrebbe dovuto accettare e

mostrarsi grato della nuova offerta.

Invece, insperatamente, la coscienza della baronessa è rimasta fedele al

povero defunto. L'orario, anche per quella prima visita, indica il culto

delle memorie e il dolore della vedova.

Francesco ha uno slancio: prende una mano della baronessa e gliela

stringe con sincera effusione.

Ella scioglie dolcemente la mano, si scosta dal Roero, vorrebbe vincersi

ed esclama con un tono di voce diverso, troppo forzato, per poter

sembrare indifferente:

-- Troviamoci un posticino; sediamo, almeno un momento. Sono tanto

stanca! Anche voi: aiutatemi a sbarazzare il canapè.

Il Roero le corre vicino, prende i pacchi e le ceste e intanto l'osserva

alla sfuggita:

.... Sta malissimo in nero! Il biondo dei capelli è troppo giallo. È

molto giù. È molto invecchiata.

-- Scusate, Francesco, tutto questo disordine. Sapeste quante cose ho

avuto da fare stamattina! Adesso, aspetto la sarta e poi torno subito a

Borgoprimo.

-- Allora anch'io, -- pensa il Roero, -- torno subito a Lodignola!

Ha un nuovo slancio e con un braccio cinge la vita della baronessa.

-- No! No! -- Ella ha ancora uno sfogo di dolore. -- Perdonatemi,

Francesco! È più forte di me. Voi avete tutto il diritto di pensare e di

dire che è un'assurdità, che è una contradizione.... Eppure, che volete?

È proprio così! Sto poco bene; soffro; non posso vedermi a Milano. Qui

tutto mi ricorda il povero Giulio.... e il povero Giulio non c'è proprio

più!... È una pazzia? Sono pazza? Dite la verità.

-- No... tutt'altro! Anzi, vi assicuro, a me pure ha fatto molto

senso.... un gran senso.

-- Così buono! Così profondamente buono! È morto come un angelo,

domandando perdono a tutti.... anche a me.

Il Roero, che guardava Stefania, guizza via con gli occhi e abbassa il

capo: sembra umiliato e confuso, da tanta bontà.

Ella continua colla voce sommessa, dolorosa:

-- Mi sono buttata sul suo letto per confessargli tutto! Io, io sola,

dovevo chiedere, implorare il suo perdono!... Oh come avrei voluto

ottenere il suo perdono!

S'interrompe un istante... rivolge in alto il cuore e gli sguardi....

poi l'anima si prostra e rimane accasciata nell'angolo del canapè,

mormorando, le grandi pupille fisse nel vuoto:

-- Adesso.... lo sa.

Il Roero sogguarda la baronessa colla coda dell'occhio, la studia.

-- Ma perchè mi ha fatto venire a Milano? Per assistere a' suoi rimpianti

vedovili è troppo poco. Ci deve essere un altro motivo.... Quale sarà?

Egli è sempre un po' inquieto.

-- Anche nel suo testamento -- ripiglia Stefania con un lungo gemito, --

persino nelle sue ultime disposizioni mi ha dato prova di tanto affetto,

di tanta fiducia e di tanta stima! Mi ha nominata sua erede universale

ed ha lasciato a me anche la cura dei legati di beneficenza, dei ricordi

ai parenti, agli amici.

-- Ha fatto molto bene. Bravo!

-- Tutto ciò.... capirete anche voi, impone nuovi riguardi verso la sua

memoria; nuovi doveri....

Il Roero annuisce con un'aria contrita e rassegnata, ma sta sempre più

attento.

-- E impone anche nuovi sacrifici. Adesso, per esempio, coi suoi parenti

devo mostrarmi gentilissima.

-- Sicuro!

-- Aspetto da Novara mia cognata e mia nipote. Le ho invitate a

Borgoprimo, si fermeranno un mese e forse più.

-- Tutt'e due?

-- Tutt'e due.

-- Madre e figlia?... Questo, per esempio, è un vero eroismo. Sarebbe già

un bel peso.... una alla volta.

-- Curiose, pettegole, sofistiche. Dio mio! Portano sempre a spasso la

loro virtù!

-- Non hanno nient'altro da portare a spasso... di bello!

La baronessa non può frenare una risatina. Le due brave signore erano

sempre state il babau de' suoi amici: quando o l'una o l'altra capitava

a Milano, scappavano tutti come il vento!

Ella si avvicina a Francesco più insinuante e per la prima volta, in

quel giorno, gli dà del _tu_:

-- Per tante ragioni di convenienza, di delicatezza e di prudenza,

capirai, appena successa la disgrazia, desidero che mia cognata e mia

nipote, venendo da me, mi trovino sola.

-- È giusto, pur troppo! Giustissimo!

La baronessa guarda l'amico e lo ringrazia senza dire una parola, con un

malinconico sorriso.

Ella pure è stata, fino allora, un po' inquieta; non molto, ma un po'

inquieta, sì. Da lungo tempo aveva già capito, aveva già sentito che

Francesco ormai le era legato soltanto per dovere di gratitudine e per

forza di abitudine; tuttavia aveva temuto un po' di burrasca. Morto

l'amore gli sopravvive sempre l'amor proprio.

-- Sei buono! -- E teneramente avvicina la fronte alla bocca del Roero.

Questi continua a osservarla; Stefania deve aver preso troppo sole; ha

la pelle ruvidetta; ha due rughe agli angoli della bocca... Non se n'era

mai accorto! Due rughe lunghe, profonde!... La bacia appena sui

capelli... e le stringe molto forte la mano.

-- Tutto questo, -- continua donna Stefania, appoggiando il capo sul petto

di lui, -- dovevo dirtelo e ho voluto dirtelo. Scriverti? Che cosa mai

avresti potuto pensare di me? Ci sono certe sensazioni, certe

impressioni che si possono rivelare con una sola parola, con uno

sguardo, ma che cento lettere non basterebbero a spiegare. Io a te non

avrei mai potuto scrivere di non venire. Adesso, invece, sei tu stesso --

non è vero? -- che trovi ciò conveniente, necessario...

-- Bisogna sottomettersi a certi riguardi... sia pure con dispiacere.

Francesco le stringe ancora la mano, gliela accarezza e gliela bacia. La

baronessa comincia ad essere più disinvolta:

-- Oltre a ciò che t'ho detto, volevo poi vederti, invece di scriverti,

prima di tutto... per vederti, poi anche per chiederti un favore.

-- Finalmente! Adesso ci siamo! -- Pensa il Roero. Non la guarda, ma

rimane attentissimo.

-- Tu stesso devi consigliare a Carletto e a Manòlo di non tormentarmi

con lettere e con telegrammi, di lasciarmi in pace.

-- Io?

-- Sì, sì! Ti prego. Se fo' l'immenso sacrificio di non veder te, che

almeno mi sia risparmiata la noia di quei due insopportabili egoisti!

Figurati, hanno già incominciato a scrivermi a due e a quattro mani!...

E con certe allusioni, con certi scherzi a proposito dei miei voti, del

mio ritiro, della mia vita claustrale, che mi hanno molto irritata. No,

no; l'_esprit_ non è proprio il loro forte! Quando era vivo il povero

Giulio, pazienza! Hai visto anche tu, erano utilissimi, specialmente in

campagna. Di giorno lo tenevano occupato, la sera giocavano a biliardo,

senza notare che nel nostro caso in cinque, si è molto più liberi che

non in tre. E poi allora c'era la politica, allora c'erano le influenze

da coltivare, il Municipio... ma adesso? Tu andrai in Isvizzera, e tutto

il resto.... aveva uno scopo soltanto quando c'era il povero Giulio. Io

non ho più voglia di niente. Non ho più fatto uno sgorbio, non mi sono

più seduta al pianoforte. Impossibile! Ti prego; è una grazia che ti

domando: in compenso del grandissimo sacrificio di non vederti, salvami

da Carletto e da Manòlo!

-- .... Per me, ben volentieri. Sempre.... Tutto ciò che vuoi! Ti

confesso, per altro, che mi trovo in un serio imbarazzo. Come fare? Il

Faraggiola e l'Estensi non sono a Milano... Andar apposta a cercarli per

tener loro un simile discorso....

-- Scrivi. Non vai a Zermatt? -- Francesco risponde con un gesto che non è

nè un sì nè un no, ma che Stefania crede un sì. -- Scrivi loro, appena

sei a Zermatt, che ti trovi benissimo, che c'è fresco e di venire a

raggiungerti.

-- Per scrivere, scrivo anche da Milano, se vuoi, oggi stesso.

-- Meglio ancora. Bravo. Potreste combinare di fare il viaggio insieme.

L'agosto è il più bel mese per la montagna.

-- Tuttavia.... scusa, perchè, invece, non scriveresti francamente tu

stessa?

-- Perchè andrei suscitando chissà mai quali sospetti! -- Ella torna ad

avvicinare la fronte.... e finisce ad appoggiarla alla bocca del Roero.

-- Penserebbero che è un tuo capriccio; che sei tu, sempre geloso a

sbalzi, che mi hai imposto di non ricevere, e un bel giorno, sono

sicurissima, me li vedrei a capitare, mi farebbero una cara

improvvisata! Vogliono distrarmi per forza!

-- Ma io... se c'entro io, il pericolo è lo stesso, anzi è maggiore!

-- No, no. Tu devi scrivere che mi hai veduta a Milano, un momento, alla

sfuggita; è la verità... Che mi hai trovata molto stanca, molto

abbattuta, che ho assolutamente un grande bisogno di riposo, di quiete

per rimettermi in salute... e aggiungi anche questo -- è la verità -- che

sono occupatissima, sempre sossopra, per l'amministrazione, per i

legati... e che anche tu non vieni più, per ora, a Borgoprimo, non

volendo seccarti con mia cognata e con mia nipote che vi faranno una

lunga dimora.

-- E anche questa... quasi quasi... è la verità! -- Il Roero diventa

vivace e buono. Promette alla baronessa di scrivere in giornata ai due

amici in modo di spaventarli.

-- Sta tranquilla! L'annunzio delle tue ospiti farà un effetto terribile!

-- Lo credi? Proprio?

-- Giuro! -- E il Roero scoppia in una grande risata.

Lì per lì, scoppia a ridere allegramente anche donna Stefania, ma subito

se n'avvede e torna seria. Tuttavia non è più il caso di mostrarsi

gemebonda; si mostra invece gelosa:

-- Adesso mi dirà poi, caro signore, che cosa ha fatto in tutto questo

tempo... sempre a Lodignola.

Il Roero, prima di rispondere, cerca una sigaretta:

-- Ho fatto molte cose. Anch'io ho voluto dare un'occhiata alla mia

amministrazione; ho sistemato un po' le mie faccende.

-- E a proposito, la pupilla? La cara orfanella? Sentiamo un po': vi

vedevate spesso?

Francesco sembra distratto: si diverte a spingere più in alto il fumo

della sigaretta.

-- Mi sono informata, a suo tempo: non dubitare! -- Donna Stefania stringe

le labbra con una smorfietta sprezzante. -- So, so; mi hanno detto: è

diventata una nanerottola qualunque. È per questo che ti ho lasciato

tranquillo a Lodignola.

Donna Stefania dà una languida occhiata al Roero appoggiandosi al

canapè, allungandosi, stirandosi con stanca mollezza e agitando i

piedini agili, nervosi che spuntano tra le sottane come i pistilli tra

le foglie d'un fiore. Cerca la mano del Roero che non si muove, ma ad un

tratto le sue pupille si fermano attente fissando l'uscio: ha un lampo,

e una ruga le incide la fronte. Ella ha sentito camminare nell'altra

stanza... Il passo si avvicina, e sulla soglia si presenta un giovinotto

pallido in viso, gli occhi torvi. Donna Stefania s'è già alzata di

scatto, allo schiudersi dei battenti.

-- Ebbene, signor Enrico? Ha trovata la sarta? L'ha accompagnata come le

ho ordinato? -- La baronessa si frena a stento, il suo tono è aspro,

imperioso.

-- È di là, -- risponde il giovinotto, esso pure con voce alterata e

lanciando verso la baronessa uno sguardo di collera e di gelosia.

Il Roero non vede niente; pensa solo ad andarsene. Va a prendere, con

aria diplomatica, il cappello, il bastone e ringrazia in cuor suo il

nuovo arrivato che gli rende più facile il peggior passo... che nel suo

caso è proprio quello dell'uscio.

-- Baronessa, coraggio e... non dimenticate troppo gli amici.

-- Come? Andate già? Così presto?...

-- Sento che avete da fare: c'è la sarta.

-- La sarta può aspettare. Guardate un po', Francesco, questo bel

signorino! -- La baronessa fa l'atto di presentarglielo. -- Non lo

riconoscete più?

Francesco saluta con un lieve sorriso, e guarda il giovine per la prima

volta: è un bel ragazzo, piuttosto, ma dall'aspetto un po' volgare.

-- No, proprio. -- Il Roero s'inchina e si volta alla baronessa scrollando

il capo: -- Non ricordo di aver mai avuto il piacere...

-- Ma... Enrichetto!... Il nostro Enrichetto! -- esclama donna Stefania

gridando e ridendo con foga esagerata. -- Il figlio del signor

Franzini!... Del nostro ragioniere!

-- Ah!... -- Il Roero si espande: strette di mano e complimenti; ma la

scoperta non lo ha punto commosso. -- Sia il benvenuto anche il signor

Enrichetto! Io, intanto, saluto e me la batto! -- Questo pensa in cuor

suo e questo gli preme: nient'altro!

-- È stato in Germania, fin'ora; a Francoforte. -- La baronessa continua

le cerimonie della presentazione.

-- Benissimo!

-- Alla scuola di commercio, dove s'è fatto onore.

-- Bravo! Molto bravo!

-- Adesso è nello studio col suo babbo; è di aiuto al suo babbo, e

qualche volta, quando vengo a Milano, mi fa da cavaliere.

Donna Stefania sorride, rivolgendosi al giovinotto, con tutta la

graziosa compostezza di una gran dama, sempre amabilissima, pur

conservando le debite distanze.

-- Poveretto! Deve aver messa a ben dura prova la sua pazienza!... Dica

la verità? L'ho fatto correre su e giù tutta la mattina, abusando in

modo indegno del suo tempo e della sua gentilezza!

Il signor Enrichetto si mostra pochissimo disinvolto. Resta lì duro,

impalato; non risponde e non si muove. La baronessa e il Roero devono

salutarsi dinanzi a quel tanghero che non capisce nemmeno di dover

voltarsi un momento... a guardare i quadri.

-- Donna Stefania, fate buon viaggio, e abbiate cura di non strapazzarvi

troppo. Oggi stesso, scriverò a Carletto e a Manòlo.

-- No, no! O all'uno o all'altro! Una lettera sola... per tutti e due!

-- Da buoni fratelli!

-- E ricordatevi, questo poi mi preme di più. Voglio conoscere

minutamente i vostri progetti di viaggio. La Svizzera, sta bene; ma

andrete proprio a Zermatt?

-- Probabilissimo.

-- Dovete scrivermi ancora prima di partire, e poi subito appena

arrivato.

Si stringono la mano: la baronessa segue il Roero fin sull'uscio,

bisbigliandogli qualche paroletta nel modo più confidenziale, più

intimo, più affettuoso... e prima di lasciarsi si stringono un'altra

volta, due o tre altre volte, la mano.

Il signor Enrichetto diventa prima rosso, poi pallidissimo.

La Signorina: Romanzo · 第 39 / 50 题