I.

La casa vecchia.

La vecchia casa del babbo Roero spicca tutta bianca sull'alto della

collina e al primo raggio di sole, pei vetri del piccolo balcone,

riscintilla fra i glicini rampicanti e i vasi di garofani rossi e

sorride fresca intima e semplice al cospetto dell'altra villa Roero,

ampia nuova sontuosa, che si adagia laggiù in mezzo al piano verde del

parco.

Le finestre della casetta sono sempre tutte aperte, quelle della villa

sempre tutte chiuse. Nella villa, nel parco immenso passeggia soltanto

qualche volta il custode, oppure lavora il giardiniere co' suoi uomini,

ma per lo più tutto il recinto rimane silenzioso, disabitato: non vi

gironzano altro che due grossi cagnacci col pelo rossiccio che fanno la

guardia muovendosi lentamente, col testone basso, colla coda bassa,

immusiti e brontoloni come due vecchi gottosi. Invece il piccolo

giardino e il _brolo_ della casetta sono pieni di vita e di moto; si

vede correre, saltare, cantare, ridere una bella fanciulla in cui

sbocciano come rose i diciott'anni irrequieti e chiassosi. E ridendo e

scherzando e giocando e cantando e cogliendo fiori nel giardino e

divorando frutti nel brolo, ella chiama «mamma, mammina, mammetta,» o

«signora Eugenia, cara cara» una vecchia signora coi capelli tutti

riflessi d'argento, alta e ancora elegante e piacente per la calma

serena degli occhi intelligenti e indulgenti e per tutto ciò che è

rimasto in lei e che spira da lei di fresco, d'intatto, di giovanile. La

bella vecchia, vestita di nero, col solino di una candidezza immacolata,

stretto alla gola, è sempre affaccendata attorno alla bella giovinetta o

la tien d'occhio dal balcone; ride e scherza con lei e le dà queste

terribili strapazzate:

-- Elena! Elena! Gioia! Basta adesso! Fa troppo caldo! C'è troppo sole!

Ti farà male! Vieni un po' in casa! Vieni un po' su con me!

-- Mammina, mammetta, _mammuzzoli_, adesso non vengo!

-- Ma, Elena, gioia, basta mangiar frutta! Basta! Non avrai più fame a

colazione!

-- Anzi, tutt'altro!... Le frutta mi mettono appetito!

-- Insomma, basta! Vieni subito in casa o vado in collera!

-- Eccomi! Eccomi, signora Eugenia! -- Cantando, la giovinetta attraversa

il giardino, imbocca l'uscio, piglia di corsa le scale e si precipita

addosso alla vecchia signora con una pioggia di baci impetuosi, che la

soffocano e la stordiscono.

-- Basta!... Basta anche coi baci!... Auf! Che tormento! -- E così dicendo

la signora Eugenia ride mostrando tutta la sua compiacenza e ancora

tutti i bei denti bianchi. -- Sei diventata grande... ma sei rimasta

sempre Lulù: anzi sei diventata più Lulù di prima.

La signora Eugenia ha ragione: adesso la signorina Savoldi la chiamano

Elena.... ma è rimasta Lulù; più che mai Lulù; buona, cara e ancora un

pochino capricciosa. A diciott'anni, non è diventata molto alta, anzi è

un po' piccoletta, tarchiatella. È sana e forte, bianca e rossa e ben

proporzionata. Ha i capelli nerissimi che si ravvolgono in una massa

ondulata e indisciplinata sulla testolina rotonda; ha gli occhi

nerissimi e fulgidi. Per la signora Eugenia non c'è al mondo una ragazza

più bella; la Luisa l'ammira incantata, tutti le vogliono bene.

Appena è in casa e quando è ora di studiare o di lavorare, la signorina

Elena si calma e diventa seria e più che la figliuola o l'allieva,

appare ormai la compagna e l'amica della signora Eugenia. Leggono

insieme, studiano insieme, lavorano insieme, e hanno molto da leggere,

da studiare e da fare.

I primi studi, la signorina Elena li ha cominciati a Milano, e allora a

Lodignola, non venivano, lei e la signora Eugenia, altro che alle

vacanze; ma poi la naturale inclinazione, le attrattive della campagna,

della libertà, della bella casetta tutta per loro due sole, dell'aria,

della luce, dei prati, dei fiori, le avevano indotte ben presto a

stabilirsi a Lodignola.

-- Io potrò insegnarti tutto quel pochissimo che so, -- disse la signora

Eugenia alla sua allieva, -- e il resto lo studieremo insieme.

In fatti, adesso, studiano insieme le lingue, -- meno il francese, che

già lo parlano tutt'e due benissimo, -- e imparano a conoscere sui libri,

il mondo e gli uomini.

E con quanta passione, con quanto spirito di emulazione! Però la

signorina Elena è la più pronta e la più brava, e la stessa signora

Eugenia, orgogliosa, lo dichiara per la prima.

A diciott'anni la signorina Elena è benissimo educata, senza

affettazioni, senza smancerie; è coltissima, senz'essere pretenziosa e

pedante. E non suona il pianoforte.

-- Oh, questo no! Il pianoforte no! -- Aveva detto l'Olivieri, sempre

consultato sull'istruzione della giovinetta. -- Il pianoforte no! È uno

dei primi fattori dell'odierno decrescere dei matrimoni, perchè fa

odiare le ragazze da lontano!

Invece tutti vogliono bene alla signorina Elena, anche quando vanno in

furia contro di lei e la chiamano Lulù!

-- Sei sempre Lulù!.... Diventi ogni giorno..... più Lulù!

Tutti adorano la signorina Elena-Lulù..... e qualcheduno, più d'uno,

comincia anche ad amarla, proprio d'amore.

Ma di questo Lulù ne ride e la signorina Elena non ci pensa.

Il suo cuore, il suo essere, sono già presi e occupati, fino dai tempi

più remoti.

Quando cominciò a susurrare in lei il primo canto della bella poesia

della vita?... Ella non ricorda, non sa. Forse per lei si schiusero

insieme la vita e l'amore.

Saper voler bene non è da tutti; anzi, è rarissima dote: e la signorina

Elena sa voler bene. Ella ricambia la grande tenerezza, l'adorazione

della signora Eugenia; sente amicizia, affetto, gratitudine per

l'avvocato Olivieri, ma il suo bene per il signor Francesco è tutt'altra

cosa: è poesia. La poesia che trasfonde luce e colore in chi è amato,

che lo esalta, che lo innalza su su, fino al settimo cielo.

Non lo vedeva mai! Erano anni ch'ella non vedeva più il signor Francesco

Roero e però la sola immagine che rimaneva sempre fissa in lei era

quella del signore elegante, di dieci anni addietro; egli restava sempre

anche per la signorina Elena il «_Cochi_ bello» di Lulù!

E quante volte la mattina, appena alzata e aperta la finestra, ella

rimane ritta, immobile appoggiata al davanzale, cogli occhi fissi

laggiù, in mezzo al piano verde del parco dove si adagia la villa Roero,

tutta chiusa, abbandonata dal suo padrone.... E quante volte interrompe

quella sua contemplazione con un sospiro e un fremito, e passandovi

adagio la mano sotto i capelli, sulla nuca, risente ancora la carezza

morbida dei baffi odorosi e il calore del bacio. E come rimane in lei

ancora evidente, viva l'ultima impressione, quella dell'_hôtel de la

Ville_! _Cochi_, il suo «_Cochi_ bello», le era stato portato via da

quella cattiva signora alta e bionda.... la nemica sua. Sì, adesso aveva

saputo tutto, un po' dalla mammetta, un po' dall'avvocato.

La nemica sua, perchè anche la baronessa Arcolei era di quella gente

contro la quale il suo povero papà si era scagliato in battaglia e aveva

persa la vita!

A questo pensiero, mentre Elena fissa la villa abbandonata, e dove soli

i due grossi cani rossicci gironzolano lenti, dinoccolati, col muso

basso, il suo cuore si stringe dolorosamente, e i suoi occhi si

riempiono di lacrime. È malinconico l'aspetto di quella villa.... e deve

essere ben malinconico anche il suo padrone! Tutta così chiusa, quella

villa le sembra una prigione e lei pensa che anche il signor Francesco,

il suo _Cochi_, è prigioniero, schiavo di quella donna cattiva, alta e

bionda. No, no, _lui_ non poteva essere felice! Era lontano dalla sua

felicità; soltanto lì con loro, lì, in mezzo a loro, adorato da tutti

loro e amato da lei, soltanto lì, egli sarebbe stato felice! Ed Elena,

ripensando ai tempi in cui era Lulù, ripeteva sorridendo come Lulù:

-- Io ti sposo!

Oh che gioia se avesse potuto vedere per un sol giorno aperte,

spalancate le finestre di quella villa! L'opprimevano quelle finestre

sbarrate, quel silenzio dell'abbandono!

Non aveva più veduto il signor Francesco da due o tre anni. Prima, a

Milano lo vedeva, qualche volta, ma assai di rado.

Ella però gli scriveva a Natale, al suo giorno, due o tre volte

nell'anno. Ma che lettere insipide! Ciò che ella gli avrebbe voluto

dire: «venga» o «vieni», «torna» o «torni», non glielo poteva scrivere

dunque.... Dunque non erano lettere! Faceva un bel componimento, col suo

più bel caratterino, da sottoporre all'approvazione della signora

Eugenia, ed all'ammirazione dell'avvocato Olivieri.

-- Eh! eh! -- La signorina Elena ride con una certa furbizia quando pensa

fra sè: -- Anche la mammetta ha un gran debole per il signor

Francesco!... Ogni volta che ne parla, si riscalda, si entusiasma, le

vengono le vampe alla faccia! Sembra che ritorni più giovine e più

bella! E come anche la mia mammetta detesta quella donna Stefania!

Stefania?... Che nome.... da vecchia! La mia mammetta non la nomina mai

quella Stefania, nemmeno per isbaglio.... ma se parlan di lei,

istintivamente aggrotta le ciglia! Cara! Cara! La mia mammetta cara!

-- Ma però dev'essere molto astuta quella Stefania! Che arte deve

avere!... Come si potrà mai fare per poter diventare così padrona di un

uomo?... Del più bello... del più simpatico... del più degno di essere

amato!... -- Ed Elena dimentica Stefania e pensa solo a Francesco; non

odia più, torna solo ad amare.

-- È molto più bello anche dell'Olivieri! Molto più bello, molto più

elegante, molto più giovine, molto più _chic_! Povero signor Olivieri! --

La giovinetta sorride come prima con una certa malizietta... ma con una

punta d'ironia più acuta, più spietata.

-- Continua a vantarsi con me di essere più giovine di due anni del

signor Francesco!... Povero avvocato!... Gli faccio una grande

impressione. Ma... impossibile! È buono, quasi come la signora Eugenia,

gli devo molta riconoscenza e gli voglio molto bene... potrà fare il

paio per me colla mammetta. Ecco, sarà per me _un signor Eugenio_, ma

niente di più!... Che begli occhi ha il signor Francesco, profondi,

dolcissimi... Quando guardano accarezzano come un velluto! Come sta bene

in cilindro e in stiffelius! E che belle mani!... Mi piacciono gli

uomini forti che hanno le mani bianche e delicate come una signora! Le

mani dell'avvocato, poveretto, come invece sono grosse e corte!

Bruttissime mani!... Povero avvocato!... Da qualche tempo fa sforzi

inauditi di eleganza, ma non ci riesce! E come gli secca proprio per me,

di diventar calvo! È tanto buono, povero Olivieri!... Ma pure deve

accontentarsi di essere buono, senza voler anche diventar bello! Io per

altro... Io sì; faccio colpo! E ho fatto colpo anche al signor

Francesco!

Elena alza, stende le braccia e sorride a questo pensiero,

deliziosamente. Ella si sente forte: è la giovinezza che le martella nel

sangue, che tutto rischiara e illumina d'intorno a lei e che corre in

lei con un gorgoglio fremente di gaudi e di promesse.

Sì, l'ultima volta che si sono incontrati a Milano, nello studio

dell'avvocato Olivieri, il signor Francesco è rimasto colpito.

-- Come sei diventata bella! Sei diventata molto bella! -- Glielo ha

proprio detto!... E l'ha fatta ridere. Ma poi, ha continuato a guardarla

senza più dirle niente e l'ha fatta arrossire.

-- Bella, molto bella! -- Ripete Elena di sovente quando è sola in camera

sua, e pensa: -- Allora avevo quindici anni, appena; ne sono passati

altri tre! E adesso?... Bella o brutta?

Si affaccia allo specchio, si guarda... Alza, stende le braccia... e la

giovinezza canta, in un sorriso, il suo trionfo.

-- Ma lui è lontano, sempre lontano! Non lo vedo più! Oh se venisse a

Lodignola! Se si fermasse per qualche giorno a Lodignola!... Allora,

allora sì!

Elena, oltre ad una grande tenerezza, ha riposto una assoluta confidenza

nella signora Eugenia: non ha segreti per lei... tranne uno. Non le ha

mai detto che tutto quanto era rimasto di Lulù nella signorina Elena,

era la volontà di sposare il suo _Cochi_!

Molte volte è stata tentata, ma non ha mai osato domandarle se fosse

proprio vero che le bionde piacessero agli uomini molto più delle brune.

Era questa la sua inquietudine e la sua preoccupazione.

Se fosse stato vero, guai! Lei, così nera, avrebbe finito col fargli

ribrezzo!

Si guardava, si guardava, e la leggerissima peluria vicina alle tempie

la tormentava, e quella più fitta, che imbruniva la nuca, sotto i

capelli, era il suo spavento!

Dio! Dio! Se proprio non gli piacevano che le bionde, ella gli avrebbe

fatto orrore!

Ma se non parla mai del «_Cochi_ di Lulù», se non fa mai nessuna domanda

a proposito delle bionde, per altro, del signor Francesco parla anche

lei e sarebbe impossibile farne a meno perchè a Lodignola ne parlano

tutti, e lì, nella casa vecchia, è sempre lui l'argomento dei discorsi

più importanti.

Francesco Roero, anche non andandovi mai, è amato a Lodignola e vi è

diventato popolare; un po' per merito suo, molto per merito della

signora Eugenia e dell'Olivieri.

A Milano, il Roero ha finito per accettare la carica di consigliere

comunale, secondo le intenzioni di casa Arcolei. Il suo seggio è quindi

fra quelli della maggioranza conservatrice, ma verso sinistra... tutto

quanto gli è stato possibile. L'antico autore di _Vae Victis_ è rimasto

_frondeur_ e qualche volta diserta o rompe le file... Ma troppe altre

volte subisce l'ambiente sino al punto di rassegnarsi, quasi

inconsapevole, alla parte di correttore della prosa ufficiale di palazzo

Marino, di estensore di aulica retorica da manifesti e da indirizzi e --

chi mai glielo avrebbe detto! -- persino di anonimo polemista.

Per sottrarsi, fin dove gli riesce, alla politica militante, che non è

la sua, si consacra più volentieri alla beneficenza cittadina. Ma,

ahimè! quale abisso fra i suoi audaci ideali di previdenza e di

solidarietà umana e la gelida e burocratica funzione elemosiniera che

gli è permesso di compiere, usata ora come un freno, ora come un

correttivo, più di sovente sfruttata come una imposizione, come una

moneta spicciola di supremazia di casta!... De' suoi ideali, il Roero

non parla, non scrive più, non si occupa più, non osa più guardar loro

in viso, neppure nell'intimo suo, ma in compenso gran parte de' suoi

redditi finisce a Lodignola fra le mani intraprendenti e sapienti

dell'avvocato Olivieri e della signora Eugenia, che colle ricchezze del

neo-commendatore, caro ai difensori della proprietà e dell'ordine, vanno

applicando e svolgendo in nome suo tutto un programma di socialismo

pratico ed umanitario, fra quella buona gente di campagna.

Così, ed è anche giustizia, tutto il bene fatto dall'Olivieri e dalla

signora Eugenia, tutto ciò che riescono a creare, a fondare, a

istituire, è attribuito all'iniziativa di Francesco Roero, è messo sotto

il patrocinio di Francesco Roero, porta il nome di Francesco Roero.

L'Olivieri e la signora Eugenia hanno trovato nelle tenute del Roero le

consuetudini pressochè feudali dell'epoca spagnolesca... le consuetudini

che, pur troppo, sussistono tuttora in gran parte della Lombardia, e un

po' dappertutto. I coloni sono giorno per giorno sfruttati dai fittabili

o dai fattori che, pur condannandoli a fatiche improbe, rubano sul loro

meschino salario anche più di quel che poi rubino sugli utili al

proprietario e li fanno vivere abbrutiti, in case inabitabili, senza

aria e senza istruzione, ignoranti perciò e superstiziosi, schiacciati

moralmente e fisicamente.

Essi assistono, insomma, al trionfo inveterato di una grande e continua

iniquità, che non è neppur compresa da chi la compie e accascia in un

sordo livore i disgraziati che la subiscono.

Ebbene, la signora Eugenia, coll'aiuto morale dell'Olivieri e coll'aiuto

materiale del signor Francesco, si è assunta, nel nome di questi,

l'applicazione pratica, quotidiana, e illuminata della giustizia e della

provvidenza.

Senza sapere affatto che l'istituzione va maturandosi, compone una

specie di collegio di probiviri, fatto delle persone più autorevoli del

paese, le quali esaminano e compongono i dissidi e impediscono le

spogliazioni, fissando con energica e intelligente equanimità i rapporti

fra imprenditori e salariati dell'industria agricola.

Destando così le buone volontà intorno a sè, e sempre coi consigli

dell'Olivieri, l'antica direttrice delle scuole di S. Celso porta un

aiuto efficace all'istruzione, oltre le classi elementari, perchè i

ragazzi dei contadini, dai dieci anni in su, non ritornino a mano a mano

all'ignoranza e all'avvilimento di prima. Quindi lezioni e scuole

serali, domenicali, invernali, quindi diffusione di buoni libri nelle

case, libri di educazione, e libri d'istruzione agraria, istruzione

pratica pei giovinetti, e infine creazione del podere «Francesco Roero»,

un podere modello, vastissimo e ricchissimo, ove si provano tutti i

progressi dell'agricoltura, nuove macchine, nuove colture, nuovi

sistemi. Al podere vanno annessi, mercè l'Olivieri, un gran caseificio

cooperativo, e una latteria sociale.

Lodignola, così trasformata, non può più essere il borgo perduto tra i

campi, al quale non si arriva che colla diligenza. Deve essere congiunta

a Milano col tram a vapore, ed è per ottenere questa nuova linea che da

un paio d'anni l'Olivieri non si dà pace.

La casa vecchia di babbo Roero a Lodignola... è un po' la casa del

Governo. I vari rami dell'amministrazione di quel minuscolo Stato della

filantropia moderna risiedono nella casetta bianca, sull'alto della

collina. Lassù vengono divise le varie ingerenze, di là partono gli

ordini, e all'occorrenza i soccorsi. Tutto ciò che si riferisce alle

scuole, all'istruzione, al personale del caseificio, dipende

direttamente dalla signora Eugenia e dalla signorina Elena: il resto è

sotto la giurisdizione speciale dell'avvocato Olivieri. Segretario e

_factotum_ delle signore, come dell'avvocato, è il figlio del fattore,

un bravo giovinotto e anche un bel giovinotto, un po' rustico di modi,

ma attivo e intelligente, e che tutti a Lodignola chiamano il Nino Moro

per la faccia bruna e i capelli folti e crespi come un africano. Il Nino

Moro che ha finito l'Istituto tecnico a Milano, è tornato a Lodignola

col cappello a cencio sulle ventitrè, la cravatta rossa e la testa

intronata e confusa da molte idee mal digerite sul patto sociale, la

lotta di classe e il collettivismo marxista. Idee poi che invece di

diventar chiare e ordinate, fermentano sempre più bislacche nel suo

cervello, per la vicinanza appunto della signorina Elena Maria, della

quale il povero Nino comincia a innamorarsi in segreto, disperato e

rabbioso contro le ineguaglianze sociali.

Sono due i cuori che ardono segretamente per la signorina e se, fra

tante fiamme, la buona e candida signora Eugenia pur rimane all'oscuro,

Elena invece ha indovinato subito e perchè l'avvocato diventi sempre più

brontolone e permaloso e perchè il Nino Moro si faccia sempre più fosco

e più... collettivista!

-- Ho capito! -- Pensa Elena, sorridendo birichina come Lulù. -- Ho capito!

Io non sono nata per mettere gli uomini di buon umore!... Oh, se potessi

rendere un po' rabbioso anche quell'altro!

Sente una soddisfazione intima, segreta, anche un po' egoista per quel

suo potere, per quel forzato omaggio che vien reso da due uomini, i soli

che l'avvicinino, alla sua bellezza ed al suo fascino; e ne gioisce, ma

fantasticando dietro a quell'altro che non vede più e che pure un

giorno, presto o tardi, dovrà rivedere....

Però non ha da rimproverarsi la minima civetteria. Capisce tutto, ma gli

altri due credono invece che non abbia capito niente. Onesta e fiera,

non lascia nè vuol lasciar sussistere il più leggero inganno. Sempre

Lulù e nient'altro che Lulù per l'Olivieri; sempre la signorina, buona,

affabile, gentile, ma sempre la «signorina» per il Nino Moro.

Grandi affari vanno maturandosi in quei giorni nella casa vecchia: la

linea del tram a vapore da Lodignola a Milano, e la festa dei saggi

scolastici e delle premiazioni. Per il tram, l'avvocato Olivieri,

aiutato anche in questo dal Roero, ha già costituito il Comitato

promotore e ha quasi raccolto tutto il capitale in azioni, mentre il

Nino Moro ha lavorato e corso intere settimane cogli ingegneri, per

fissare e rilevare il primo tracciato della strada. La signora Eugenia e

la signorina Elena sono invece in grandi faccende per la festa delle

premiazioni.

È vicina l'ora del pranzo; si aspetta da Milano l'Olivieri, il quale

deve aver conferito appunto col signor Francesco pel tram a vapore, e

nella saletta da pranzo, le signore danno gli ultimi ordini alla Luisa,

che in quei dieci anni è diventata lunga e magra come una pertica, ha

sposato Giovanni ed è già rimasta vedova... e chiacchierona.

La signora Eugenia è seduta alla scrivania e discute animatamente con

Elena a proposito dei premi. La signora Eugenia vuol dar libri; la

signorina Elena, che è la passione di tutte le ragazze di Lodignola,

vuol dare vestiti; la Luisa, come sempre, senza mai volerne convenire, è

del parere della signorina.

-- Un bel libro è sempre il più bello dei premi! -- Sentenzia la signora

Eugenia, alzando la testa dai conti e accomodandosi gli occhiali che non

le vogliono stare sul nasino profilato.

-- Bel premio, un libro da studiare! -- Esclama ridendo la signorina

Elena.

-- Un premio ha da essere un premio e non un castigo! -- Brontola la

Luisa, levando la tovaglia e i tovaglioli dalla credenza.

La signora Eugenia fa un moto di stizza, si distrae, perde il filo della

somma che sta facendo, torna da capo scrollando la testa, bisbigliando i

numeri a fior di labbro e segnandoli colla punta del lapis. Poi si

toglie dal viso gli occhiali e si volta.

-- Non si tratta già di regalare un libro soltanto di studio, un libro

noioso!

-- Oh scusi sa! -- Ribatte ancora la Luisa. -- In confronto di un bel

vestito, tutti i libri sono noiosi!

-- Sta zitta! Non sai niente e non capisci niente!

Elena ride -- Ha già fatto la scelta la mammetta!... Sai Luisa?... La

mammetta ha già fatto la scelta! Dica un po'... -- Ed Elena, sempre

ridendo, si avvicina alla signora Eugenia che per precauzione torna a

levarsi gli occhiali. -- Dica un po', ha deciso tra i divertentissimi

_Ricordi di Massimo D'Azeglio_ e i _Promessi Sposi_?...

-- Un bel vestito per trovarselo lo sposo, altro che _Promessi Sposi_! --

Mormora ancora la Luisa.

La signora Eugenia aggrotta un momento le ciglia ed Elena al solito, le

salta addosso coprendola, soffocandola sotto i baci, mentre continua a

ripetere cantando: -- La mammetta si arrabbia! La mammetta va in collera!

Va in collera! Va in collera!

-- Gli occhiali! Sta attenta! Gli occhiali! -- Geme la signora Eugenia

alzando la mano cogli occhiali. Poi, quando Elena è stanca, si sforza

per tornar seria ed assume un tono severo che non fa paura a nessuno.

-- Coi baci... non devi creder sempre di accomodar tutto e di farti

perdonar tutto! Questa volta hai torto, tortissimo. Anche tu dovresti

invece aiutarmi nel far loro amare i libri!

-- Sicuro, ma per farli amare, bisogna farli desiderare!

In quel punto, una carrozza entra nel cortile.

-- L'avvocato! L'avvocato! -- Elena corre alla finestra a vedere e poi si

volta verso la signora Eugenia: -- È proprio l'avvocato! Faremo giudicare

dall'avvocato!

-- Brava! Un altro famosissimo per darti torto! -- La signora Eugenia

sorride colla sua ironia bonaria, chiude nel tiretto della scrivania i

libri dei conti e si alza per andare anche lei alla finestra a salutare

l'Olivieri.

-- Ben arrivato! Bravo! È stato di parola! Lo si aspettava a pranzo!

L'avvocato che sta per scendere dal legnetto alza gli occhi verso la

finestra, levandosi il cappello.

-- Non ho ragione? -- Gli domanda Elena ad alta voce. -- Non è vero che per

farsi amare bisogna farsi desiderare?

-- Oh, ci vogliono tante cose per farsi amare!

L'Olivieri, che al primo vedere la fanciulla aveva sorriso, torna serio

a queste parole e quasi imbronciato, scende pesantemente dalla carrozza.

Non ha ancora quarant'anni, ma è molto invecchiato. È troppo grasso,

colle spalle incurvate, comincia a diventar calvo, ha la barba folta,

rotonda, brizzolata.

Sono corse tutte giù per incontrarlo e fargli festa, ed anche la Luisa

per prender la valigia e l'altra roba.

Corre per staccare il cavallo anche Nicodemo, un ometto ancora rubizzo,

l'ortolano, il giardiniere, il cocchiere, ed anche il servitore della

casa vecchia.

È una folata di voci allegre, di risa, di saluti, che circonda

l'Olivieri, mentre egli leva dalla carrozza prima i pacchi e i

pacchettini inerenti alle commissioni eseguite a Milano, poi le ceste e

le scatolette dei regali che l'avvocato porta alle signore.

-- Ti sei ricordato i cioccolatini di menta? -- Gli domanda Elena, sempre

un po' golosa.

L'avvocato la guarda di traverso, e presentandole un'enorme scatola di

dolci, borbotta come se le offrisse del veleno:

-- Qui ci sono cioccolatini di menta, cioccolatini di vaniglia,

cioccolatini d'arancio, cioccolatini al pistacchio, al croccante, al

caffè, al rosolio...

-- Che bravo! -- Elena prende lo scatolone con un salto di gioia. -- Ma

guarda se mi devi regalare tante dolcezze... con quella brutta faccia!

L'avvocato non può a meno di ridere e ride anche la signora Eugenia.

Elena lo afferra per il soprabito e subito gli sottomette il gran

quesito del premio: il libro o l'abito.

Povero Olivieri! Ha vicino quel bel visetto, quegli occhi, quei capelli,

quella bocca, sente quel profumo caldo dei diciott'anni..... Come

potrebbe darle torto? Anche lui vota per il vestito, poi, sentendo la

Luisa che dall'alto della scala chiama: «In tavola, signori!», passa

nella stanza terrena riservata a lui nelle gite frequenti a Lodignola

per lavarsi in fretta e darsi una spazzolata.

Quel giorno l'Olivieri, oltre le provviste e i regali, ha portato molte

novità.

È stato dal Roero ed è soddisfattissimo della visita. Ne parla subito,

mentre rigirando il cucchiaio nella scodella, lascia che la minestra

raffreddi:

-- Ormai, per la linea del tram, siamo in porto. Ho con me l'atto

costitutivo della Società. Francesco questa volta ha fatto miracoli! Mi

ha procurato una grande quantità di firme e tutte di persone

influentissime. Ora tocca a noi, per le altre, qui nei paesi

interessati. Il Nino Moro è stato avvertito del mio arrivo?

-- No, -- risponde la signora Eugenia. -- Credevo sempre di vederlo, e

invece sono tre sere e anche più che non si fa vivo.

-- Bisognerebbe farlo chiamare.

-- Da un po' di tempo quel ragazzo mi sembra cambiato. Una volta era

sempre qui, adesso invece bisogna mandarlo sempre a cercare!

-- Già! Precisamente! -- L'Olivieri approva col capo la signora Eugenia. --

Anch'io lo trovo molto cambiato! È diventato irascibile, puntiglioso...

Una volta capiva le cose per aria, adesso non capisce più un'acca e in

compenso risponde di traverso.

Tutti e due, l'Olivieri e la signora Eugenia, guardano un momento Elena,

come in atto d'interrogarla, di sentire in proposito anche il suo

parere. Ma la signorina Elena, la quale sa benissimo perchè il Nino Moro

è diventato un altro, continua quietamente a mangiare con appetito il

pollo alla cacciatora facendone ben scricchiolare gli ossicini.

È per lei che il Nino Moro sta lontano dalla casa vecchia; per vederla

il meno possibile e poter guarire, dimenticarla.

Elena, in questo, gli dà ragione; il Nino Moro mostra di aver giudizio,

e lei lo stima anche di più.

Intanto l'Olivieri ha cominciato un altro discorso... e lei, pur non

perdendo il buon appetito, sente il sangue che ora le monta alla testa,

ora le fa un tuffo, e la fa diventare rossa rossa.

La signora Eugenia se n'accorge, ma crede sia effetto del caldo e del

pranzo.

L'avvocato parla con aria di mistero, con circospezione, fissando la

signora Eugenia e commentando le parole coi cenni e le strizzatine

d'occhio. Tutto ciò per Elena che non deve capir niente di quei

discorsi, ed Elena, in fatti, da signorina ben educata, sembra tutta

dedita a preparare il solito piatto di bucce e di torsoli per un povero

coniglio zoppo che ha preso sotto la sua protezione.

-- Sicuro, signora Eugenia! -- Grande occhiata espressiva dell'avvocato. --

Don Giulio è ammalato seriamente, pare, di nefrite. La moglie, da vera

moglie modello, sempre, -- altra occhiata che colpisce in pieno come in

un bersaglio la faccia attonita e intenta della signora Eugenia, -- da

vera moglie esemplare, lo cura, lo veglia giorno e notte e a Borgoprimo

sono sospesi i ricevimenti... anche degli amici più intimi.

Elena si alza, dà alla Luisa il piatto da portare al coniglio e va alla

credenza, dove voltando le spalle alla tavola si mette a preparare il

caffè.

La signora Eugenia e l'Olivieri, sentendosi più liberi, aumentano i

cenni e le occhiate esplicative.

-- Già, appunto... Francesco... non avendo da fare a... Milano... e

nemmeno a.... -- soltanto colle labbra dice «a Borgoprimo» -- verrà

probabilmente per qualche giorno a Lodignola.

Sulla credenza si sente un forte tintinnio argentino: un cucchiaio è

caduto di mano ad Elena, nel vassoio di metallo.

Anche la signora Eugenia ha gli occhi scintillanti e ripete contenta:

-- Il signor Francesco?... a Lodignola?

L'Olivieri le impone la calma, con un'occhiata... sempre per non

suscitare sospetti nella signorina.

-- Sicuro! Come le ho detto, e trovandosi pel momento disoccupato, si

interessa molto alla linea del tram...

-- Buona sera, signori!

-- Oh, buona sera, Nino!

-- Arrivate in punto a prendere una famosa tazza di caffè! Oppure, senza

complimenti, -- domanda sorridendo la signora Eugenia, -- preferite un

bicchier di vino?

-- Nè vino, nè caffè, grazie! -- Risponde in fretta un po' bruscamente il

Nino Moro, che non ha guardato dalla parte di Elena, ma che la sente

muoversi alla credenza, ed è già tutto in orgasmo. -- Sono venuto a

prendere gli ordini per domani e poi torno a casa, perchè è a momenti

ora di cena. Da noi si cena presto.

-- Sedetevi almeno un minuto! Se non volete nè il caffè, nè il vino,

prendete un bicchier di vermut, vecchio! Squisito!

La signora Eugenia abbonda in offerte e in garbatezze. -- Può darsi, --

pensa fra sè, non sapendo spiegarsi il cambiamento del giovinotto -- che

io qualche volta senza accorgermi non sia stata con lui abbastanza

gentile. Luisa!

-- Non c'è! -- Risponde Elena sempre dalla credenza. -- È andata un momento

nel brolo col piatto del coniglio.

-- Allora fa il piacere, porta tu il vermut.

-- Subito, mammetta! -- Elena, calma e sorridente, mette con grazia

signorile un bicchierino dinanzi al giovinotto che si alza e ringrazia

confuso, e gli versa il vermut con mano fermissima.

Intanto l'Olivieri riferisce anche al Nino Moro tutto ciò ch'egli ha

ottenuto a Milano pel tram a vapore.

Ma il giovinotto, invece di mostrarsi soddisfatto, sfodera una quantità

di critiche, di timori, di difficoltà. Si direbbe gli dispiaccia che

l'Olivieri riesca nel suo intento, e cerchi ogni pretesto per

contrariarlo e litigare.

L'Olivieri per un po' cerca di persuaderlo, poi perde la pazienza ed

alza la voce.

-- Lei non ha da discutere, nè da approvare. Domattina inforchi la sua

bicicletta e via. Nicodemo porterà la nota dei nomi e lei andrà dove

deve andare per le firme.

-- Sissignore. Buona sera!

Il Nino Moro, i cui occhi hanno un lampo nella faccia bruna, ripete: --

Buona sera! -- E se ne va in furia guardando la signora Eugenia e non

guardando la signorina.

L'Olivieri è seccato. Passeggia in su e in giù per la saletta,

borbottando:

-- Villani ignoranti! La cravatta rossa, arroganza e prepotenza, ed ecco

per loro il socialismo!

La signora Eugenia ride e mette pace:

-- Un ragazzo; un povero ragazzo!

Escono tutti insieme a far quattro passi, nel fresco della sera.

Elena si è attaccata, saltellante, al braccio dell'Olivieri. Egli si

lascia prendere un po' in giro per la bianca luna che gli vien sorgendo

tra i capelli radi, e pur borbottando è quasi felice.

-- No, -- pensa Elena sorridendo fra sè, mentre entra e si chiude nella

sua camera. -- No, povero Nino! Non è il socialismo che lo rende

furioso... È invece la gelosia; è geloso dell'Olivieri! Che matto!... Ma

non capisce che non amo l'Olivieri, che non lo amerò mai?

Dopo averla fatta ridere, quella gelosia così male a posto finisce per

irritarla istintivamente.

Ella non ama l'avvocato, non lo avrebbe mai amato, dunque... perchè

l'altro diventava geloso?.. In questa irritazione c'è anche un senso

arcano di pudore; e fra il geloso e l'oggetto della gelosia, tra il Nino

Moro e l'Olivieri, l'Olivieri finisce ad esser quello dei due che ha il

torto maggiore. Il povero Nino soffriva, doveva soffrire molto! Amare e

non essere corrisposto doveva essere certo un gran martirio!

-- Ma e d'altra parte, che cosa io ci posso fare? Non amerò mai neanche

lui; dunque?... A quella semplice interrogazione tutto il suo cuore,

tutto il suo sangue, rispondono no; nè l'uno, nè l'altro; impossibile.

Per un istante la faccia turbata del povero Nino suscita in lei un senso

di compassione.... Ma scompare presto.

Gli innamorati non corrisposti fanno più dispetto che compassione....

-- No! No!... Mai! Mai!... -- Ed ha come un brivido, una rivolta di tutta

sè stessa.

Va a chiudere la finestra, la notte è chiarissima e la villa, laggiù in

mezzo alla macchia buia degli alberi del parco, s'intravede misteriosa,

fantastica e romantica. Spogliandosi lentamente, ella continua a

vederla.

-- Forse verrà!... Egli verrà.... Oh se venisse davvero a Lodignola!...

Intanto, adesso a Borgoprimo non c'è! In questo momento non è con

lei!... È il primo momento in cui sono sicura che non è con lei!...

Elena ride di gioia.... Salta sul letto, si caccia, sotto, ha ancora un

sussulto, un fremito.... è felice.

-- Verrà!... Forse verrà!... -- Continua a pensare, a pensare a quella

donna cattiva, alta e bionda.... Con che aria di trionfo l'aveva veduta

uscire quella volta, l'ultimo giorno, dalla camera dell'_hôtel de la

Ville_....

Come aveva fatto quella vecchia Stefania ad impadronirsi di lui.... in

quel modo?

-- Oh, se egli venisse qui a Lodignola, con me!....

Il sonno a poco a poco si avvicina.... ed ella vede sempre la villa, ma

adesso la vede in mezzo al piano verde, colle finestre tutte aperte,

spalancate.... È piena di voci, piena di gente, coi due grossi cani che

corrono, saltando dall'allegrezza, incontro a lui, al signor Francesco,

a _Cochi_.... Il sonno la prende ed Elena si stende con un sospiro e si

addormenta come Lulù, mormorando: «Io ti sposo».

La Signorina: Romanzo · 第 36 / 50 题