-- ... ho finito di fare a mio modo!... --
Quando donna Stefania ripensa fra sè e sè, tranquillamente, a' casi
suoi, finisce sempre col sorridere mormorando con un senso di stupore:
-- Con Cencino Parodi ho proprio perso la testa!... Come ho fatto? Com'è
successo? Ma!... -- E invece di sospirare continua a sorridere.
Donna Stefania, in fondo, non è pentita e non è punto sbigottita: perder
la testa, poco male; basta poi saperla ritrovare. Ma stupita, sì; donna
Stefania è stupita moltissimo.
-- Come ho fatto? Com'è successo?
Un caso di forza irresistibile... -- Davvero! -- È stato un impeto di
passione irresistibile!... Per Cencino Parodi, sarebbe stata capace di
qualunque pazzia! Ne ha fatte di grosse, ma ne avrebbe commesse anche di
maggiori.
Aveva cominciato a ridere, a scherzare, a giocare, come al solito; forse
più del solito, sentendosi più sicura perchè si trattava di un ragazzo:
lui, ventitrè anni, mentre lei ne aveva, senza che nessuno lo sapesse,
trentatrè!
Aveva cominciato a ridere, a scherzare e a giocare... ma poi, ad un
tratto, nella sua civetteria languida e sentimentale, nella freddezza
calcolatrice della donna astuta e prudente, corse una vampata: l'istinto
dell'altra razza ch'era in lei, quella più forte e più brutale del padre
tedesco, ebbe il sopravvento.... -- Come ho fatto? Com'è successo? --
..... Mah! Un capogiro, una pazzia! Quella bocca fresca, intatta, quella
fanciulla bionda vestita d'ufficialino di cavalleria, quel monello
impertinente avevano suscitato in lei ardori ed impeti selvaggi!
Adesso la furia, l'ardore sono passati; ma un po' di bruciore rimane
ancora. Quel Cencino Parodi è sempre un gran tesoro!.... Ah!.....
Peccato che spuntino i baffetti a rompere l'incanto!
Il tenentino, per combinazione, era anche arrivato a buon punto. Donna
Stefania, sempre cullata, assopita, addormentata dalla duplice e innocua
adorazione di Carletto e di Manòlo, era stata destata piacevolmente
dall'amore, dalla passione del giovine Roero..... ma poi, nel giorno
stesso che avrebbe potuto essere il più bello, Francesco Roero si mette
a fare il radicale, poi a fare il permaloso e a tenere il broncio --
anche lui come gli altri due!... -- Comincia a non lasciarsi più vedere,
a scappare, sperando che Stefania gli corra dietro... e invece
quell'altro, Cencino Parodi, che, intanto, colle sue piccole manine
paffutelle avea saputo dare all'albero una fortissima scossa, fa
staccare dall'albero il frutto già maturo!
Allora..... al diavolo Carletto, Manòlo e anche don Giulio, più noiosi
della pioggia! Al diavolo gli scrupoli e la prudenza; al diavolo le
elezioni e le missioni, il prefetto, il sindaco e l'arcivescovo! Al
diavolo le feste, le corse, i _lunch_... e le dame visitatrici!...
L'amore! L'amore! L'amore allegro e bello, spensierato e giovine...
sopratutto giovine!
Era la prima volta!.... Era la prima volta che amava!... Che noia,
essere amati; e che gioia, amare! L'amore! L'amore! Non c'è altro
divertimento al mondo! Che stupida aspettare tanti anni, più di
trent'anni, per capirlo! L'amore, l'amore, non c'è altro divertimento al
mondo che l'amore, l'amore bello, allegro e giovine, soprattutto
giovine! Oh che delizia a Borgoprimo, tra le selve ombrose e i prati
odorosi di fieno falciato! Che delizia, in Isvizzera, sui ghiacciai, col
freddo frizzante e ravvivante... e in Egitto, le Piramidi, il Nilo, la
calda voluttà dell'Oriente...
-- Ma, pur troppo, adesso..... basta! Dinanzi a quei baffettini che
spuntano bisogna mettersi a riflettere; bisogna far giudizio!
E sono baffettini appena percettibili -- Figurarsi! -- Donna Stefania e
Cencino Parodi scherzano alle volte tra loro due a proposito di chi li
ha più lunghi! -- Ma quei del tenentino, appena spuntati, subito, avevano
già messo le puntine in sù... Presto sarebbero stati terribili, quando
si sarebbero accorti..... -- ventitrè e dieci fa trentatrè -- che quegli
altri, i piccoli baffettini della dolce amica, hanno dieci anni di più!
E allora?... Se fosse stato lui, il primo, a darle un bel saluto? Ahimè!
Allora sarebbe stato troppo tardi anche per far giudizio, perchè la
donna comincia ad essere perduta, precisamente quando il suo amante
comincia a piantarla.
Ah, no! Questo no! Questo mai! Delizioso Borgoprimo, deliziosa la valle
del Rodano, deliziosissime le Piramidi, ma, per bacco, anche Milano è
sempre una gran bella città!
Si raccoglie in sè stessa, si figura a Borgoprimo dopo l'abbandono del
Parodi... in pieno romanzo borghese col medico condotto! Si figura
invece di nuovo a Milano, signora, padrona di Milano... Sì, sì! Non c'è
dubbio! Si sente ancora troppo giovine e forte, si vede troppo bella,
per rinunciare a vivere nel mondo, per rassegnarsi ad essere dimenticata
e non esser più di moda; e subito, finchè ha tempo di poter scegliere
fra Borgoprimo e Milano, opta per Milano.
Il poter ritornare a Milano come prima, anzi ancor più festeggiata e più
ammirata di prima, dipende solo da lei.
Suo marito?...
Donna Stefania sorride argutamente. Di tanto in tanto le capitavano
certi numeri del _Pungolo_ e della _Perseveranza_ con gli elogi
all'integerrimo ed attivissimo assessore Arcolei segnati in blù!
L'indirizzo, sulla fascia, è scritto dal ragioniere; ma l'ordine di
spedirli è stato dato da suo marito.
Suo marito?... Povero diavolo! Non ha mai tanto apprezzato e forse non
ha mai tanto desiderato sua moglie. Tutti gli hanno detto che quella...
partenza è avvenuta per colpa sua, ed è rimasto il solo a crederlo
veramente. Sua moglie non avrebbe che a ritornare e lo vedrebbe subito
a' suoi piedi, pentito.
Ma suo marito non basta. E Carletto e Manòlo?... E Francesco Roero?...
Il più importante, l'uomo del giorno?
Anche Carletto e Manòlo ella li avrebbe di nuovo aggiogati con nessuna
fatica e con nessun incomodo. Lusingare il loro amor proprio facendo
credere alla gente ancor di più di quello che... non c'era mai stato e
non ci sarebbe stato mai. Si erano sempre accontentati delle apparenze.
Abbondare ancor di più nelle apparenze! E basta, s'intende! Donna
Stefania è troppo artista nell'anima e pensa che bisogna aver buon
gusto, soprattutto negli spropositi. Avevano intanto il torto
grandissimo, quei due, di essere due copie di una stessa edizione e
poi... l'opposto del suo genere. Le labbra scolorite, appassite, la
pelle arida e tesa, le grinze agli occhi. Moltissima eleganza, ma.....
un grave sospetto. Il biondo del Faraggiola e il nero dell'Estensi, così
vivi, così lucidi, eran proprio sinceri?
Cento volte meglio Francesco Roero; questo poi sì!
Meno ortodosso in fatto di aristocrazia, di eleganza, di _sport_, ma
molto più giovine; e anche un bel giovine! Le era sempre piaciuto del
resto, anche prima, e forse... senza quel terribile seccatore... A
questo punto, un dubbio attraversa l'animo di donna Stefania: anche
Francesco Roero è più giovine di lei.... ma non di dieci anni come
Cencino Parodi.... soltanto di tre o quattro anni.... e l'animo di
Stefania si rasserena.
Lui, questo non lo sapeva, lei non gliel'avrebbe mai detto e così
sarebbero diventati vecchi insieme.
Sentiva per altro che ormai con Francesco Roero non avrebbe potuto più
scherzare. Ma sentiva pure che per ritornare a Milano come prima, per
avere autorità ed influenza come prima e più di prima, Francesco Roero
le occorreva più di tutti.
Ah! Ah! Adesso che era salito tanto in alto, adesso che era andato tanto
lontano, richiamarlo in casa Arcolei e ai buoni principi... Questa non
solo sarebbe stata per lei l'assoluzione; sarebbe stato il trionfo!
Ma, s'intende, tutto..... per tutto! Anche Francesco Roero, sommissione
intera. Soffocato ogni spirito di ribellione e d'indipendenza: una sola
volontà, la sua, di lei! Oh, il signor Roero avrebbe dovuto scontare
l'indocilità di un tempo! C'erano molti piccoli conti da aggiustare, e
lei aveva molte piccole vendette da compiere! Quella bastarda, fuori di
casa!... Ed anche quella vecchia antipatica, odiosa, fuori di casa! E
quel democratico avvocatino, che a lasciarlo fare si sarebbe innamorato
di lei tanto volentieri, fuori dei piedi!
Ma... e Cencino Parodi?... Oh, povero tesoro! Colla testa negli affari
lo aveva dimenticato!..... Come avrebbe fatto a metterlo in
libertà?..... Era ancora innamoratissimo!...
Nei loro trasporti, essa lo aveva trattato sempre un po' da mammina... A
poco a poco sarebbe diventata più mammina, più seria... Avrebbe
cominciato a dargli dei consigli...
-- Bisognerebbe trovargli una moglie..... Una ragazza adattata alla
circostanza... Di quelle che non capiscono niente!...
Pensa, ripensa...
-- Il conte Luardi, a proposito, deve avere una figlia ancora in
collegio..... o appena uscita di collegio...
Il conte Luardi è una buona pasta d'innamorato, uso Carletto e Manòlo.
-- Ma come fare a riannodare i rapporti e l'intimità dopo tanto oblio?...
Pensa ancora un momento e ha subito un lampo:
-- San Giuseppe!
Il conte Luardi ha nome Giuseppe; fra un paio di giorni, il diciannove
di marzo, è San Giuseppe... E il conte Luardi riceve da Borgoprimo, per
il suo giorno onomastico, un bel ritratto di donna Stefania a cavallo,
«_coi migliori auguri di un'amica affettuosa che non dimentica..._»
Il brum col Roero, che aspetta alle _Grazie_, appena salita donna
Stefania, con la faccia nascosta da una fitta veletta bianca sparsa di
miche lucenti, azzurrine, comincia a fare un lungo giro, che finisce poi
secondo gli ordini ricevuti, nelle vicinanze della stazione, dinanzi
all'_hôtel Firenze_.
Il Roero ha messo nel brum una piccola valigetta, assai leggiera, che
deve calmare, come li calma in fatti, tutti gli scrupoli del locandiere.
Sono le cinque e mezzo quando escono insieme dall'albergo, sospettosi e
un po' inquieti. Donna Stefania, dopo una rapida stretta di mano e
un'occhiata che brucia di sotto il velo, si avvia risoluta verso il
cuore di Milano, l'andatura ardita e superba, il petto sporgente, il
passo rapido e franco da conquistatrice... Il Roero invece, che deve più
tardi ritornare alla locanda per il conto e per la valigetta, s'inoltra
a caso, passo passo, curvo, dinoccolato, imbronciato e si perde per le
vie fangose ancora in fabbrica e i terreni incolti dietro alla stazione.
A un tratto si ferma, guarda macchinalmente l'orologio senza nemmeno
veder l'ora e dà un grosso sospiro di stanchezza e di scontento.
Il dì dopo, com'era stato convenuto con donna Stefania, va per una
visita a Borgoprimo; vi ritorna alla domenica e vi si ferma due o tre
giorni; poi da Borgoprimo non torna a Milano, ma va direttamente a
Lodignola.
In tutto quel tempo s'era appena intrattenuto alla sfuggita con Lulù e
aveva sempre cercato di schivare la signora Eugenia e l'Olivieri. Ma
all'Olivieri telegrafa subito, appena a Lodignola: «Ti aspetto
domattina, devo parlarti: affari urgenti». Ma poi, dopo un'ora, durante
la quale rabbioso, nervoso, furioso, aveva strapazzato il fattore, il
giardiniere, il cocchiere, tutti quanti, pensa che invece di parlare
coll'Olivieri è meglio scrivere e spedisce subito un secondo telegramma:
«Non venire domattina; parto oggi stesso: segue lettera e spiegazioni».
Trovarsi a tu per tu coll'Olivieri?... Sapeva già che cosa l'amico gli
avrebbe detto. L'Olivieri avrebbe avuto tutte le ragioni, lui tutti i
torti; l'Olivieri avrebbe parlato da uomo serio, di proposito, e lui
avrebbe risposto... da bestia. Ma la conclusione quale sarebbe stata?...
Disgustarsi, romperla, forse irreparabilmente, certo inutilmente.
E poi... un'altra ragione gli consiglia di scrivere invece di parlare:
quella stessa che in quei giorni gli ha fatto sfuggire Lulù. Francesco
si sente debole. Forse non è il cuore, sono i nervi; ma non vuol più
vedere nè Lulù, nè tutta quella gente. Non potendo più essere come
prima, gli farebbe troppo male. E poi, che male!... Tutti quegli occhi
pieni di sottintesi, di rimproveri, di lamenti gli darebbero
tremendamente ai nervi. È meglio finirla e cavarsela collo scrivere!...
E scrive, in fatti:
Carissimo Olivieri,
Poche parole per far più presto. A quest'ora tu sai già che
cos'è successo: un po' ti sarà stato riferito, il resto lo
avrai immaginato!
... È proprio così; e non parliamone più.
Quand'è così, sono inutili le discussioni, anzi sono
pericolosissime e io non desidero farne assolutamente. Per
questo, appunto, invece di farti venire a Lodignola, ho
preferito scriverti.
Tu per indurmi a cambiar strada, per ammonirmi, per
rimproverarmi non potresti dirmi niente che già non mi sia
detto anch'io. Ho fatto io per il primo l'esame di me stesso
e del mio stato. Ascoltami bene: io non amo quella donna,
non stimo quella donna, ma mi piace, ne sono geloso e ne ho
paura. Sono debole di cuore e di carattere e ti riassumo la
mia condizione presente e la mia vita avvenire in questo:
_ho finito di fare a mio modo_.
Caro amico, nel giudicarmi vi siete tutti sbagliati: e per
un momento mi sono sbagliato anch'io credendomi diverso.
Oh le mie aspirazioni alla giustizia, alle riforme, a un
nuovo avvenire! Oh tutto il mio lavoro, la mia resistenza al
lavoro, la mia fantasia, la mia febbrile attività. Ci siamo
tutti sbagliati... ed io più di tutti. Ciò che la buona
signora Eugenia, nel facile entusiasmo del suo cuore
espansivo, chiamava _genio_ non era altro che una
sovrabbondanza di sangue che eccitava il mio cervello. La
mia stessa intelligenza, colla sua feconda esuberanza di
idee... non era altro che un fatto fisiologico
semplicissimo, dovuto all'economia dell'organismo, ad un
risparmio anormale di forze. Oggi, cessata la causa, è
cessato il fenomeno. Oggi l'esuberanza di fantasia,
l'attività, il genio... -- addio, mio caro! -- Oggi sento che
stenterei un'intera giornata per riuscire a scrivere una
pagina, per afferrare un'idea... e che penerei un'ora per
scegliere un aggettivo.
Concludendo: nessun rimpianto e, soprattutto, nessun
rimprovero. Era legge _fatale_ che un giorno o l'altro io
dovessi ritornare quello che sono in realtà. È per legge
fatale che ogni uomo ha nella vita la donna che si merita ed
io ho meritato e merito, appunto, di aver finito di fare a
mio modo. Per quanto la signora Eugenia abbia decantato i
miei meriti morali, per quanto mi abbia fatto benedire e
ribenedire da tutti i suoi vedovi e le sue vedove, io non
sono altro che uno scettico dal cuor tenero: _penso_ che il
mondo gira e non cammina, e per ciò è meglio lasciarlo
girare come vuole, chè, tanto, ritornerà sempre a rifare la
stessa strada... e _sento_ che voglio bene ancora a troppe
persone, essendomi ormai ridotto per la mia debolezza a non
dover fare altro che la felicità e la volontà di una sola.
Questo è il mio testamento morale che ti affido sul punto di
passare a nuova vita. Quando avremo occasione di rivederci,
lo desidero e te ne prego, non parleremo altro che de' miei
affari e, occorrendo, verrò io a cercarti al tuo studio.
Hai già la mia procura. Il mio ragioniere, tutta la mia
gente hanno l'ordine di rivolgersi a te, di consigliarsi con
te, di dipendere da te, come prima.
E a te pure rimane la tutela degli interessi di Lulù, che
desidero sempre affidata alla signora Eugenia.
A Lulù ho assegnato un piccolo capitale, ottantamila lire:
questo capitale è già investito in altrettanta rendita
intestata al nome di Elena Maria Savoldi. Alla signora
Eugenia consegnerai inoltre trecento lire al mese per tutto
il mantenimento e l'educazione di Lulù. In fine, da oggi,
metto a piena disposizione della signora Eugenia e di Lulù
la vecchia casa di Lodignola, dove io sono nato e che fu da
me abitata con mio padre, prima che mio padre fabbricasse la
nostra villa.
A Lulù farà bene la vita di campagna: e la signora Eugenia
diceva sempre che il suo sogno era una villetta con un
piccolo giardino e un balcone dove restar seduta a
contemplar le montagne. La casa ha un piccolo giardino e un
frutteto. Tu vi farai fare tutte le riparazioni e le
innovazioni necessarie, compreso il piccolo balcone, che
adesso non c'è. E dirai alla signora Eugenia che io non
regalo questa casa alla _nostra_ Lulù per due ragioni: la
prima, perchè la casa paterna non si cede a nessuno; la
seconda, perchè desidero che Lulù, anche lontana, resti
sempre _in casa mia_.
Ed ora una stretta di mano e un abbraccio.
... Ricordi le tue profezie di due anni fa?... In un punto
solo hai sbagliato: tu non hai perduto un amico....
E nello scrivere l'indirizzo: «all'avvocato Olivieri, Milano», gli occhi
del Roero erano pieni di lacrime.