I fiori secchi.

Com'è bella, benedetta d'aria e di sole, quella giornata di maggio!

Oh il sole! Il sole!

La signora Eugenia è ferma all'ingresso del cimitero, e sotto la volta

del Famedio, sempre un po' nella pen'ombra, le si offre dinanzi la

grande distesa tutta verde e fiorita delle aiuole, colle innumerevoli

chiazze candide dei marmi e le fiamme d'oro dei bronzi sotto la gran

luce del sole... E il palpito di quella luce, di quel colore, di quel

tepore, rompe il gelo e dissolve l'angustia e l'orrore delle tombe.

La signora Eugenia ha già negli occhi la cara effige circondata di fiori

e quei sepolcri non le fanno nè sgomento nè tristezza.

Anche _dopo_ si vive, e l'amore e il ricordo non ci lasciano mai

soli!... Lei anche _dopo_, avrebbe avuto i fiori e la compagnia di

Lulù...

-- Cara!... -- E sorride pensando a Lulù, pensando al signor Francesco. --

Verranno qui insieme, qualche volta, a trovarmi.

La lunga passeggiata da casa al cimitero non l'ha stancata, anzi le ha

infuso nuovo vigore. Il sorriso negli occhi, le labbra socchiuse, alacre

il corpo, lo spirito lieto e il pensiero sereno, ella respira quell'aria

leggera sottile che spazza via ogni nube e gode di quel sole, di tutto

quel sole che la illumina e la riscalda e che fa salire su, dal fondo

dell'anima, gli ardori, i fremiti dell'ultima gioventù. E prima di

scendere i noti gradini, si ferma ancor un istante, diritta, alta,

bella, nel semplice abito nero, a contemplare lo spazio immenso: e

inconsapevolmente lo sguardo non scorge più dinanzi a sè una gran

distesa di morti, ma al pari del pensiero, si volge verso l'alto, verso

l'azzurro, tutto purezze, speranze, promesse...

Non diventa triste, nemmeno quando è discesa giù nel sotterraneo; anzi

le sorridono ancor di più gli occhi, le labbra e il cuore perchè

pregusta già la solita cara sorpresa; i bei fiori sempre diversi, sempre

freschissimi, sempre i primi e i più rari, il dono, l'omaggio, il

pensiero delicato del suo giovine amico, buono e affettuoso, che rivela

tutto «il suo gran talento» anche nelle manifestazioni del cuore.

Il medaglione di bronzo, in mezzo alla lapide, ella lo scorge subito, di

lontano, appena nel sotterraneo: -- Eccolo! Eccolo! -- e già cogli occhi e

coll'animo fa festa al ritratto e ai fiori e ne sente la dolcezza e la

fragranza... ma quando la tomba della mamma le si scopre tutta, si

arresta, il cuore le dà un balzo; continua ad avvicinarsi, ma

lentamente: ogni sorriso è sparito, e più e più s'inoltra, il lungo e

alto sotterraneo diventa freddo e cupo.

Il medaglione di bronzo è circondato da frasche, da rovi, da lunghi rami

ingialliti e spinosi, costellati di neri grumi di petali avvizziti, e

tutte le foglie aride e secche si spargono e terra, sul marmo, e il

vento le allinea lungo il muro. Sono i fiori del mese scorso; ancora i

fiori dell'undici di aprile!... E allora per la prima volta, in tanti

anni, la signora Eugenia rimane immobile, esitante, col cuore stretto,

lì, dinanzi alla mamma... finchè le sue pupille, le sue labbra, tutta la

sua persona, son corse da un tremito: ella si avvicina al ritratto e lo

bacia, lo ribacia singhiozzando.

-- Oh povera la mia mamma! La mia mamma! Dimenticata da tutti!

Ma poi rimane confusa: ella stessa non trova, non sa darsi la ragione di

quel suo grand'impeto di dolore. -- Perchè? -- E si stringe nelle spalle

mormorando: -- Se ne sarà dimenticato!... No, impossibile! -- Continua a

pensare ed ha una nuova inquietitudine: -- Forse Lulù è ammalata? No; in

tal caso mi avrebbero avvertita, mi avrebbero mandata a chiamare!...

Allora che cosa può essere?... Che cosa è successo?... Perchè qualche

cosa dev'essere successo... -- Continua a pensare a pensare, appoggiata

alla lapide e con la fronte sul ritratto, e per la prima volta, in tanti

anni, il suo cuore e i suoi pensieri corrono lontani lontani, mentre

essa si trova lì, così vicina alla mamma.

-- Sì; se n'è dimenticato!... Ma pure qualche cosa deve essere successo,

perchè abbia potuto dimenticarsene! Ancora ieri sera se ne ricordava

benissimo... «Dunque», mi ha detto, «domani non ci vediamo?»... I suoi

occhi mi fissavano con una espressione affettuosa, piena di melanconica

tenerezza. Pensava anche lui alla mamma in quel momento e ha soggiunto:

«Venga almeno più presto, domani, a prendere il caffè!... Non ci vediamo

in tutto il giorno!»

La signora Eugenia torna a stringersi nelle spalle con grande tristezza.

-- Se ieri sera se ne ricordava, se ne sarà dimenticato stamattina!

Qualche lettera, qualche visita, qualche affare urgente... Oppure, anche

rammentandosi ch'era l'undici del mese, non avrà mandato i fiori lo

stesso. Perchè mandare i fiori tutti i mesi? Bella pretesa! Ma, intanto,

povera la mia mamma, non hai i bei fiori del signor Francesco, e nemmeno

il povero mazzolino della tua figliuola. Domani! Domani! Tornerò

domani!...

Strappa dalla lapide le fronde, i rami spinosi, col fazzoletto pulisce

le macchie gialle, nericce, raccoglie col piede le foglie secche, e fa

spazzar via ogni cosa da un inserviente, seguendo con uno sguardo pieno

di mestizia e con un grande, improvviso accasciamento quella cesta che

si allontana coi miseri e pochi avanzi dei bei fiori dell'undici

aprile...

-- Tutto finisce a questo mondo!... E se si ha anche la disgrazia di

morir tardi, tutto finisce prima di noi! Se n'è dimenticato, certo! Che

vi abbia pensato e non abbia voluto mandarli apposta, non è possibile! --

Ella sorride amaramente: quei fiori ch'erano stati tutta la sua poesia,

perdono a un tratto la loro. Ella per la prima volta apprezza il dono e

il pensiero gentile del signor Francesco per quello che valgono in

realtà: il ricambio, il compenso, la mercede, sebbene nella forma più

delicata e squisita, delle lezioni che dà a Lulù.

-- È il mio mensile, che mi vien pagato in tanti fiori! Stasera mi farà

le sue scuse per essersene dimenticato; il mese venturo me ne manderà di

più e così i conti saranno pari... Stasera?... Chi sa, forse non vi

andrò nemmeno stasera. Mi sento tanto stanca! È lunga, a farla tutta a

piedi, la strada da casa mia al cimitero.

Si sente affranta anche nel risalire i gradini, nell'uscire di nuovo

all'aperto... Tutto quel sole l'accieca, il suo occhio non si volge più

in alto, ma fissa con uno sguardo obliquo le infinite e sterminate fila

di morti che restan lì soli tutto il giorno, tutta la notte... sempre

soli.

Monta su nel primo tram che passa: ha fretta: le è venuta a un tratto

una gran fretta di tornare a casa.

-- Chi sa!... Sono uscita prestissimo! Forse, intanto c'è stato qualcuno

a cercarmi! Forse a casa trovo una lettera che spiega tutto.

Quando il tram è vicino, appena rallenta, salta dal montatoio,

attraversa la strada e imbocca la porta coll'agile sveltezza che in

certi momenti rammenta ancora la giovine maestrina di una volta.

-- C'è stato nessuno a cercarmi? -- Domanda fermandosi rossa, ansante

dinanzi all'uscio aperto della portinaia.

-- Nossignora, nessuno.

-- E lettere?...

-- No, proprio niente. -- La portinaia, vedendo che la signora Eugenia

rimane lì, ferma, attonita, domanda a sua volta: -- Aspettava forse

qualcheduno, o qualche risposta?

-- No, no, grazie.

Anche l'ultima speranza è perduta; l'hanno proprio dimenticata! Infila

di furia la scala, e quando è dentro, nella sua camera, sola,

l'agitazione nervosa, la fatica, il dolore la vincono, vuol frenarsi,

non può... e dà in uno schianto di lacrime.

È un dolore, un affanno, un'angoscia una desolazione, un gran vuoto

d'intorno a sè, dentro di sè, ch'ella sente e soffre senza fermarsi a

pensare, senza rendersene conto.

Così, per più d'un'ora, la signora Eugenia continua a piangere, buttata

attraverso il suo lettino modesto e semplice sotto la coltre candida;

sempre quello, ancora il lettino della povera maestrina.

Verso le cinque soltanto, il campanello della scala dà un piccolo suono

discreto... La signora Eugenia alza la faccia verso l'uscio, pensa un

istante, poi bisbiglia tra sè: -- Sarà la Gentilina! -- E va lentamente ad

aprire.

È proprio la vecchia donnetta di servizio, che viene come di consueto a

prepararle il desinare.

-- Ancora col cappellino, signora padrona?... Ancora vestita?

-- Già!... Sicuro!... -- La signora Eugenia è maravigliata lei stessa

d'essere ancora vestita e col cappellino. -- Sono appena... Ero di là!...

-- Non sa mentire e non aggiunge altro.

-- Ma che cera! Che brutta cera! -- Continua la Gentilina osservandola...

-- Si sente poco bene?

-- Mi sono stancata, mi sono buttata un po' sul letto.

E diventa rossa, si confonde. Perchè quel turbamento? Perchè sente che

quel suo dolore deve nasconderlo, che non può confidarlo ad alcuno?...

Subito si sforza per ridere ed esclama con uno scatto nervoso nella

voce:

-- Da brava, Gentilina!... Oggi voglio una zuppa, un pranzettino

eccellente!...

-- Ho preso i piselli freschi e i petti di pollo per fare le

costolettine! -- Esclama la vecchietta trionfante.

-- Evviva! Sei un portento, Gentilina! Vengo subito ad aiutarti!

La signora Eugenia rientra in fretta nella sua camera, confusa, nervosa,

agitata da un nuovo turbamento, si avvicina allo specchio dell'armadio

per levarsi il cappello e la mantellina e ad un tratto si ferma, rimane

a lungo a fissarsi esterrefatta.

Dio, Dio! Che cosa le rivelano in quel punto i suoi occhi rossi e i suoi

capelli bianchi!... Ha un sussulto che le fa balzare il petto

violentemente, una vampa di fuoco le corre fin sulla fronte... una gran

vergogna, la vergogna di sè stessa, vince il suo dolore, e scoppia a

ridere in mezzo alle lacrime.

Sì, sì, sì, era vero! Si era un po' innamorata del signor Francesco!

-- Oh, vecchia matta! -- Esclama fissandosi nello specchio, continuando a

ridere ed arrossire. -- Vecchia matta! Vecchia matta!

Una subita, violenta reazione succede in lei: butta il cappello, il velo

da una parte, la mantellina dall'altra, e corre in cucina, parlando

forte, affaccendandosi per aiutare la vecchietta che le prepara il

pranzo, sforzandosi per scherzare, per cantarellare, ma sempre colle

vampe di rossore che le bruciano le gote e la fronte, e il cuore che

continua a ripeterle: -- Vecchia matta! Vecchia matta! Vecchia matta!

-- Per amor del cielo, che nessuno se ne sia accorto! -- A questo dubbio

le fiamme tornano ad accenderle la faccia, ma subito si calma pensando

tra sè: -- Nessuno mi crederà mai una vecchia tanto matta!

La Gentilina prepara sull'angolo della piccola tavola la zuppiera

fumante, le costolettine di pollo coi piselli, due mele e un'arancia.

-- Comanda altro, signora?

-- No, grazie.

La Gentilina, come al solito, se ne va.

Seduta sola dinanzi al suo desinaretto, la signora Eugenia ritorna

pallidissima e triste. Si può comandare alle lacrime, al cuore fino a un

certo punto, ma non allo stomaco. Si prova, vorrebbe mangiare a tutti i

costi, ma non può cacciar giù un boccone.

-- E... e per poter trovare una scusa, scrivere un bigliettino e non

andare stasera da... da Lulù?

Ci pensa, ci ripensa; che gran sollievo, per lei, buttarsi in letto,

spegner subito il lume e dormire, dormire fino a domani! Che riposo,

rimaner sola nel silenzio, all'oscuro! Ma finisce scrollando la testa e

mormorando:

-- No, no; è impossibile! Sarebbe la prima volta che manco all'ora del

caffè, che non vado a mettere a letto Lulù!... Proprio oggi... che non

ho avuto i fiori. No! No! Bisogna andare!... E poi, a qualunque costo,

bisogna serbare gli stessi rapporti, la solita intimità col signor

Francesco. Per Lulù... e per i miei poveri: se io sono una vecchia

matta, i miei poveri non ne devono soffrire. I miei poveri, che vivono

della carità del signor Francesco e che lo benedicono senza neppure

conoscerlo! Questo è il vero sentimento di carità; far il bene per il

bene, di nascosto... dare con tanta nobiltà e con tanta delicatezza...

celare perfin la mano... La vera carità dev'essere proprio intelligente.

Non basta avere un gran cuore, bisogna avere un gran talento come il

signor Francesco per poter...

La signora Eugenia si arresta... e sospirando arresta il corso dei suoi

pensieri.

-- Andiamo! È tardi! Bisogna andare! Così anche se è successo qualche

cosa stamattina, lo saprò. A quest'ora ci sarà già il signor Olivieri. --

L'idea di non trovar solo il signor Francesco la conforta nella sua

improvvisa e strana timidezza; ma poi, pensando all'Olivieri, rammenta

il discorso che egli le ha fatto qualche giorno innanzi, e un lampo le

attraversa la mente e rischiara ogni suo dubbio:

-- Quella donna! È arrivata quella donna! C'è di mezzo quella donna!

Ogni timore, ogni timidezza, ogni altro sentimento è vinto da quella

nuova ansia, da quel nuovo orgasmo, da quella nuova, terribile

inquietudine.

-- Donna Stefania! Donna Stefania! Certo! Certo! È arrivata donna

Stefania!

In fretta si caccia su il cappello, la mantellina, corre da Lulù e

subito si accorge che il suo cuore non l'ha ingannata.

Il signor Francesco non c'è; non è venuto a pranzo, non ha mandato a dir

niente: Lulù dorme sulle ginocchia della Luisa. La signora Eugenia

guarda la bimba: anche così addormentata è pallida, ha il visino gonfio

di chi ha molto pianto.

-- Che cosa ha avuto? -- Domanda subito alla Luisa.

-- Ha fatto capricci! È stata cattiva tutto il giorno!... Deve essere

successo qualche cosa per altro, quando è uscita stamattina col signor

Francesco... Chi sa, devono forse averle fatto dei dispetti. Ha

continuato tutto il giorno a dire: «Cattiva signora! Brutta signora!...»

Deve aver incontrato qualcheduno che non le è andato a genio! È tanto

capricciosa!

-- Il signor avvocato non è venuto stasera? -- La voce della signora

Eugenia si è improvvisamente abbassata.

-- No; Giovanni mi ha detto che il signor avvocato dev'essere andato a

Genova.

-- Allora, andiamo a mettere a letto Lulù, e poi andremo a dormire anche

noi!

La signora Eugenia prende in braccio Lulù e si avvia preceduta dalla

Luisa che tiene il lume. Per andar nella camera della bambina si passa

dinanzi all'uscio dello studio del signor Francesco; l'uscio è aperto,

lo studio è buio...

La signora Eugenia pensa a tutte le altre sere... e non può a meno di

sospirare. Sente in quel punto che tutto è finito, che le belle sere non

torneranno mai più.

Anche Lulù ha un piccolo sussulto nel sonno; apre gli occhi, si sveglia

un poco... e si sveglia del tutto mentre la signora Eugenia e la Luisa,

uno per ciascuna, le levano gli stivalini.

Appena vede la signora Eugenia, la bimba sorride, ma poi torna subito

seria, e aggrotta le ciglia:

-- Cattivo, _Cochi_!

-- L'hai adesso col signor Francesco? -- esclama la Luisa -- Sei tu la

cattiva! Il signor Francesco è tanto buono!

-- No, cattivo _Cochi_! Cattivo!

La signora Eugenia vorrebbe far qualche domanda alla bimba, ma non osa

per la Luisa. Quello che più temeva è ormai una certezza: lo sente, è

sicura oramai. Per sapere il resto c'è tempo domani.

-- No! nessuno è cattivo! La mia Lulù non è cattiva, non è mai

cattiva!... È buona, è brava Lulù, e adesso, prima di andar in letto,

prima di andar sotto sotto, dirà le sue orazioni...

Inginocchia la bimba sul letto, le congiunge le due manine, e

s'inginocchia anche lei appoggiandosi alla sponda.

-- _Ave Maria.... gratia plena.... Dominus tecum..._ -- principia la

bimba.

-- No, no; prima devi dire alla Madonna che l'_Avemaria_... è per il tuo

papà.

-- Per il mio... papà?... -- Lulù fissa la signora Eugenia come per

ricordarsi di qualche cosa.

-- Sì, pel tuo papà..... che è in cielo col buon Dio, che ti ha voluto

tanto bene... che te ne vuol tanto ancora, e che tu non devi mai

dimenticare...

-- Il mio papà? -- Domanda ancora Lulù. -- Il mio papà?..... -- Poi di

colpo si mette a piangere e a strillare, buttandosi sul letto,

rotolandosi sul letto: -- Il mio papà!... Il mio papà! Io voglio il mio

papà, io voglio il mio papà!...

-- Ancora capricci! Adesso fa capricci per il suo papà! -- La Luisa non sa

più se ridere o se arrabbiarsi.

Ma la signora Eugenia, invece, si getta sulla bimba, se la stringe forte

contro il petto, la copre di baci.

Oh, quel piccolo cuoricino della bimba cara, come sente il suo, come

risponde al suo, come batte col suo! E piange anche lei con Lulù,

continuando a coprirla di baci e mormorandole sugli occhi, sulla bocca,

in mezzo ai capelli:

-- Io non ti lascierò mai! Non ci lascieremo mai! Voglio essere la tua

mamma! Dimmi mamma, Lulù, chiamami mamma!

Lulù si stringe forte al collo della signora Eugenia, ma continua a

gridare:

-- No, no, no! Voglio il mio papà, io! Io voglio il mio papà!

La Signorina: Romanzo · 第 32 / 50 题