Tornano a fiorir le rose.
La signora Eugenia passa ormai quasi tutto il suo tempo con Lulù: viene
a prenderla la mattina, verso le nove, e poi, tra passeggiate, lezioni,
giuochi, un po' a casa del signor Francesco, un po' a casa sua, tutto il
giorno resta con lei. E anche la sera è immancabile all'ora del caffè; e
quando la bimba, dopo aver saltato su e giù da tutte le poltrone e i
canapè, dopo aver date tante botte a _Cochi_, casca addormentata morta
sulle ginocchia di qualcuno, la signora Eugenia la mette a letto colla
Luisa, dopo averle fatto dire le orazioni.
C'era un giorno, per altro, nel quale la buona signora voleva tenersi
affatto libera e nel quale non veniva da Lulù, altro che la sera: era
l'undici di ogni mese. La sua mamma era morta, appunto, l'undici di
febbraio e quel giorno, tutti i mesi, la signora Eugenia lo dedicava
alla sua mamma e voleva in tutto quel giorno, restar _sola_ colla sua
mamma.
Oh, quand'era giovinetta, nelle pene e nelle ansietà di quei primi anni,
quante preghiere, quante cose la piccola maestrina aveva da dire alla
sua mamma, quando si recava a portarle, l'undici del mese, il suo
mazzolino di fiori e non poteva darle che pochi momenti, dopo un'ora di
corsa, magari sotto l'acqua o nella neve, dalla scuola lontana fino al
cimitero!
E quanto coraggio e quante speranze da ritrovare lì, loro due sole, loro
due insieme, così unite le due anime, quella della povera mamma e quella
della buona figliuola! E adesso invece, dopo tanti anni trascorsi così
di volo, quante cose da ricordare, da ripensare e da godere sempre
insieme... loro due sole, con un'intima profonda compiacenza: quella
povera mamma, così cara, doveva essere contenta, soddisfatta ed anche un
pochino fiera della sua figliuola!
Il giorno undici non è mai stato, del resto, un giorno di tristezza per
la signora Eugenia. È stata ed è la festa della sua mamma! Ormai
libera.... milionaria, padrona di sè, ella può darle tutte le ore e
tanti bei fiori!
La mattina ascolta la messa che fa dire per la sua mamma, poi va a
comperare i fiori, torna a casa, li dispone con cura, fa colazione e
infine si reca al cimitero, dove rimane gran parte del pomeriggio....
Quando se ne torna nella sua casa così ordinata, tranquilla e linda
com'è stata la sua vita e com'è la sua coscienza, leva dal cassettone
tutte le care cosucce della sua mamma e degli altri suoi morti, guarda
tutto a lungo, togliendo su ogni oggettino, ad uno ad uno, per riporli
poi lentamente, ad uno ad uno, allo stesso posto, colla devota
precisione della suora che richiude le reliquie nel tabernacolo, ma
contenta, sorridente, tutta piena di memorie e.... sola.
Sola?.... Ma è propria sola anche adesso, quando è colla sua mamma?
Proprio tutta sola come una volta?
No. Da qualche mese è venuto un terzo personaggio ad occupare un gran
posto fra loro due. Francesco Roero s'è messo fra la mamma e la
figliuola, è penetrato fra quelle due anime apertamente, francamente per
le vie del cuore e della riconoscenza, nulla turbando, ma diffondendo un
nuovo alito nella poesia della sua vita: il culto di quella tomba.
Francesco Roero era già caro alla signora Eugenia per le molte
benedizioni di tutte le sue vedove e di tutti i suoi vedovi e i sorrisi
di tanti poveri bambini da lui così continuamente e così largamente
soccorsi.... ma adesso era benedetto anche da un altro celeste sorriso,
il sorriso di quella sua povera morta.
Il giorno undici di ogni mese, la signora Eugenia inoltrando, quasi
ansiosa nella melanconica galleria sotterranea del cimitero, scorge da
lontano la nota lapide già tutta nascosta da fiori splendidi,
freschissimi: una maraviglia, una fragranza che si effonde tutto
all'intorno. È un pensiero, è un dono del signor Francesco, il quale
sceglie poi l'occasione della festa d'Ognissanti per un altro dono, per
un'altra improvvisata alla signora Eugenia, che la fa scoppiare in
lacrime di sorpresa e di gioia: in mezzo ai fiori sorride, modellata con
squisito amore nel bronzo, l'immagino mite e dolce della mamma
bellissima.
È una limpida mattina di maggio; il Roero ha fatto la sua buona e bella
cavalcata, ma un po' più breve del solito: è appunto il giorno in cui la
signora Eugenia non si fa vedere; è il giorno undici. Bisogna essere a
casa più presto, spogliarsi e far la doccia e rivestirsi in fretta, per
poi uscir di nuovo per condurre a passeggio Lulù, e prima di tutto per
andar a scegliere i fiori pel cimitero.
-- È alzata Lulù? -- Domanda ad alta voce il Roero, mentre attraversa il
salottino e le altre stanze per entrare nel gabinetto di toletta.
-- Sì! -- Risponde allegramente la bimba con una vocina che sembra il
trillo di un uccellino.
Era contentissima di uscire con _Cochi_, era contentissima di andare a
prendere i fiori per la signora Eugenia.
E appena è permesso entrare, ecco Lulù in tutto punto, col vestitino di
giaconetta bianca, ricamato, a trasparenti rosa, un gran nastro rosa con
un fiocco enorme e un cappellone magnifico, tutto rosa, che chiude il
visino tondo e fa risaltare ancor di più i capelli e gli occhi
nerissimi.
-- Sono pronta, io!
-- Brava! Sei più brava di me! -- Risponde il Roero che ancora in maniche
di camicia sta annodandosi la cravatta, e scopre Lulù nello specchio.
-- Io sto qui! -- La bimba si diverte a veder il Roero vestirsi; salta
sopra una seggiola e appoggiata alla finestra rimane in piedi,
attentissima: -- Che fai adesso?
-- Non vedi? Mi metto la cravatta.
-- Bello _Cochi_!
-- Oh, bellissimo!
Francesco dà in una gran risata. È allegro quella mattina e lo ha messo
anche più di buon umore quel grand'uomo dell'Arcolei.
Si sono incontrati poco prima; Francesco a cavallo, don Giulio in
carrozza: e don Giulio, nell'espansione dei saluti, pareva, a momenti,
che volesse buttarsi dallo sportello, mentre, fino a pochi giorni
innanzi, fingeva sempre di non vederlo!... Da pochi giorni, invece,
fingono di non vederlo il Faraggiola e l'Estensi, che gli avevano sempre
mostrata una cordialità straordinaria.
-- Perchè questo cambiamento?.... Mah!.... Le mie idee, i miei scritti,
la politica!..... Per altro, per le mie idee dovrebbe tenermi il broncio
anche don Giulio!
Francesco dà un'alzata di spalle e torna a ridere.
-- Che bei matti! Il mondo è proprio una gabbia di matti! A stare fuori,
a osservare, è divertentissimo!.... Andiamo, Lulù! Sono pronto anch'io!
Vedi come ho fatto presto? Andiamo a prendere i fiori per la signora
Eugenia! Vuoi bene alla signora Eugenia?
-- Sì.
-- E a me?
-- Io ti sposo, dunque?
Fuori, sotto la Galleria e sul Corso, Lulù dando la mano a Francesco e
facendosi anche tirare un pochino, continua sempre a parlare a parlare
colla vocina chiara e carezzosa: fa un'infinità di domande, sempre le
solite; si ferma dinanzi alle vetrine, sempre le solite.
Grandi soste e grandi esclamazioni di ammirazione e di maraviglia, dalla
Bellotti dove ci sono le bambole, dalla Ghezzi dove ci sono i cappelli
colle penne e gli uccellini, dal Guglianetti dove ci sono i ninnoli, i
ventagli e gli ombrellini.
-- Andiamo, adesso, a prendere i fiori per la signora Eugenia?
-- Sì.
-- Dove andiamo?
-- Lo sai; andiamo dal Ferrario.
-- E a prendere il biscotto colla granita?
-- Andremo..... -- Francesco finge di pensarci un poco. -- Andremo a _Santa
Margherita_ o al _Cova_. Dove vuoi.
-- Allora..... -- Anche Lulù ci pensa, ma sul serio. Poi, siccome l'altra
volta è stata a _Santa Margherita_, oggi sceglie il _Cova_, e continua a
parlare a parlare e a camminare dando sempre la mano a Francesco e
facendosi sempre tirare un pochino. La gente si volta e si ferma a
guardarla, sorridendo.
Ad un tratto il Roero si sente avvolto da un fruscìo di vesti, da un
profumo che lo turba, da una biondezza che lo abbaglia, mentre una voce
fresca, gaia, argentina, lo fa trasalire, sussultare, gli fa battere il
cuore con violenza.
-- Che la veda anch'io questa bellezza, questo fiore, questo tesoro!
E donna Stefania -- la Fáni -- ancora più fresca, ancora più bella, ancora
più bionda e più alta nell'abito di _cheviot_ bigio, scuro,
attillatissimo. Ella ha presa e sollevata Lulù fra le braccia e la copre
di baci schioccanti, risonanti.
-- Oh amore! Che amore!..... Amore, amore, amore... -- E continuano i
baci, per quanto Lulù, aggrottate le ciglia, divincolandosi, respinga
colle manine quelle carezze, quella bocca.
Francesco, prima pallido, poi rosso, colle tempie e i polsi che gli
martellano, non sa dire una parola. Quella donna che lo fissa negli
occhi e che gli parla avvicinando impercettibilmente la sua faccia alla
sua, la sua bocca alla sua, è già ripenetrata in tutto il suo sangue,
dentro tutti i suoi sensi.
-- M'avevano detto ch'era molto bella, -- continua Stefania guardando
sempre lui, non la bimba, -- ma è ancora più bella, molto più bella di
quanto si può immaginare! Vuoi le mie rose?... Prendi, carina, tesoro,
amore! -- E slacciata la giacchetta e strappandole nervosamente dallo
sparato della camicetta di batista color viola, che sussulta all'anelito
del bel seno colmo, offre tre magnifiche rose rosse a Lulù, dopo aver
immerso con voluttà le nari e la bocca... sempre fissando Francesco.
-- Lulù ringrazia... ringrazia la signora.
Lulù non ringrazia, non vuol prendere le rose e invece tira più forte,
per allontanarsi, la mano del Roero.
-- Non vuoi le mie rose, tesoro?... Non le vuoi da me? No?... Ma da lui,
sì, le prenderai, non è vero?... -- E Stefania ride vittoriosa, dando le
sue rose al Roero, che tenendo con una mano Lulù, e i fiori coll'altra,
confuso, impacciato, non vedendo più che quella camicetta che palpita e
si gonfia, quelle labbra rosse, quei denti bianchi e tutto quel biondo,
risponde colla voce rotta;
-- È una selvaggia... Una piccola selvaggia. Da brava, Lulù, ringrazia...
ringrazia la signora...
-- Andavate in giù? -- Domanda Stefania, indicando con una mano il Corso
verso _San Carlo_.
-- Andavo... dal Ferrario.
-- Allora accompagnatemi all'hôtel; sono alla _Ville_.
Francesco non dice una parola, si volta, per ceder la dritta a Stefania
e la segue macchinalmente, facendo sgambettare Lulù, tirandosela dietro
con forza.
-- Sono stanca io... -- borbotta la bimba sottovoce, imbronciata; ma
nessuno l'ascolta.
Stefania, mentre risponde affabile, graziosa, ai saluti e alle
scappellate che riceve, spiega a Francesco, sempre fissandolo negli
occhi, le labbra mobili, umide, i denti scintillanti, le nari frementi,
come mai, invece che a casa sua, è andata all'albergo.
-- Sono arrivata stamattina, prestissimo, con Giulio, e la nostra casa è
piena di operai. Mettiamo i caloriferi e cambio tutta la mia sala;
vedrete! Si riparte subito, oggi stesso, per ora di pranzo! Carletto e
Manòlo sono a Borgoprimo; non volevano lasciarmi partire! Sono
furenti!... Quei nostri amici, invecchiando, diventano tiranni più che
mai. Ma abbiamo dovuto fare questa corsa a Milano assolutamente. Giulio,
oggi, ha una seduta della Giunta ed io ho una infinità di commissioni e
di ordinazioni per i miei sposi...
-- I suoi sposi? -- Pensa Francesco, e la guarda stupito.
-- Non sapete?... Ma come? Non sapete che mia cugina Luardi sposa Cencino
Parodi?... Che il matrimonio l'ho combinato io? E che si fa il tre di
giugno, a Borgoprimo, in casa mia?
Francesco Roero ha un sussulto, si ferma un attimo su' due piedi. Non
capisce più niente! È un sogno! È un sogno! Stefania -- la Fáni -- gli è
apparsa in sogno come tante altre volte!
-- Ma sì! Cencino Parodi prende moglie e sposa mia cugina! Perchè quella
faccia stupita? Che c'è di così strano? Ah, sicuro! Adesso capisco!
Anche voi avete creduto che Cencino Parodi sia stato il mio amante!
Stefania non ride più, diventa pallida e i suoi occhi si riempiono di
lacrime: lacrime di collera e di dolore, di fierezza e di vergogna.
-- Anche voi! Già, sicuro, anche voi! -- Mormora con voce più bassa. --
Anche voi non avete capito niente! Anche voi come gli altri! Voi...
peggio degli altri! Cencino Parodi, il mio amante?... Lo avete creduto,
non è vero?... Lo credete ancora?... Voi! Proprio voi! Il solo che non
avrebbe mai dovuto crederlo! Che non aveva il diritto di crederlo!
..... Il Parodi non è stato il suo amante? Prende moglie? Sposa sua
cugina?... Ed è lei stessa che gli ha dato moglie?...
Sono giunti alla porta dell'albergo: Francesco è come stordito: si preme
la fronte, non sa che cosa dire, che cosa fare, e si ferma a bocca
aperta, guardando Stefania.
-- Venite di sopra; un momento solo! Qui non si può parlare.
-- Vuol salire in _lift_? -- Domanda, inchinandosi dinanzi alla baronessa,
il piccolo _groom_ col giacchettino verde.
-- No, non importa! Sono al primo piano! -- Stefania vola su per l'ampio
scalone, rapida, leggera, tra il fruscìo delle vesti che hanno il
fremito dell'ali e spandono intorno il profumo dei fiori.
Francesco la segue, sempre macchinalmente, affrettando il passo,
stringendo più forte la manina di Lulù e alzandola per un braccio,
perchè non abbia a incespicare negli ultimi gradini.
-- Sono stanca, io! -- Ripete la bimba, ancor più pallida e più
corrucciata.
Entrano in un salotto; dall'uscio aperto si vede la camera da letto.
-- Sofia! -- Chiama forte Stefania. -- Sei lì?
-- Sissignora! -- Risponde una voce dall'altra stanza.
Donna Stefania si rivolge allora a Francesco.
-- Mi aspettate un istante? Dò alcuni ordini alla mia cameriera e torno
subito! -- Fissa ancora Francesco, e negli occhi ha un sorriso, un lampo.
-- Sono stufa di sarte e di modiste!... Tutta la mattina su e giù! Adesso
basta! Riposo! Manderò Sofia! -- Nervosa, mobilissima, ridendo e
arrossendo, pronta, ardita e ad un tratto confondendosi impacciata, va
sin sull'uscio dell'altra stanza, poi torna indietro e si ferma ancora
col pretesto di Lulù.
-- Ma tu, carina, non essere in collera con me! Questo non si permette! E
adesso che siamo qui soli, voglio un bacio! Mi devi dare un bacio! --
Stefania prende le manine di Lulù, siede sul canapè, si tira Lulù sulle
ginocchia, la stringe, preme il visino contro la sua faccia, mandandole
il cappellone di traverso, per strapparle un bacio, ma è impossibile.
-- Non voglio, io!
-- Perchè sei cattiva! -- Borbotta Francesco accigliato.
-- No! No! Non sgridatela! Non fate il burbero! Poco male! -- Esclama
Stefania con una risata. Ma subito diventa seria, osservando la bimba
freddamente:
-- È molto bella! Ha il difetto, appunto d'esser troppo bella!... Non par
vera!
Contenta del suo frizzo, donna Stefania dà un'altra risatina e accarezza
a lungo i capelli di Lulù spartiti lisci in mezzo alla fronte e cadenti
in lunghi e grossi riccioloni, ornati sulle tempie da due piccoli
nastrini rosa. -- Che bei capelli! Che bel nero lucente!... Adesso ti
daremo i dolci, per placarti!..... Francesco, guardate lì, sul tavolino;
quella scatoletta di legno.....
-- Questa?
-- Sì; grazie!
Stefania prende la scatoletta di dolci e l'offre aperta alla piccina che
è scivolata giù dal canapè ed è corsa ad aggrapparsi alle gambe del
Roero. Questi la spinge di nuovo verso donna Stefania.
-- Prendi un dolce e ringrazia!... Comincia ad essere un po' gentile!
Lulù non prende niente; rimane ritta in piedi appoggiata con un fianco
al canapè, senza nemmeno voler guardare la scatola.
-- No?.... Proprio no?.... Allora i dolci li metteremo qui! -- Stefania
pone la scatola aperta sul canapè, dinanzi a Lulù. -- E tu li prenderai
quando saran passati i capricci!.... Va bene?... E le rose? -- Guarda di
nuovo Francesco. -- Le _mie_ rose non sono per voi! -- Si alza in collera,
gli strappa le rose che Francesco aveva ancora in mano e le butta sul
canapè, vicino alla scatoletta dei dolci -- Sono di Lulù! Le ho colte io
stessa, stamattina prestissimo. E mi sono anche punta! Guardate! --
Avvicinandosi al Roero gli mostra una piccola graffiatura sulla mano
rosea e trasparente, fatta per le carezze..... abbassa la voce, si
avvicina ancor di più, fino a bruciargli il viso con una vampa di fiato
caldo, odoroso: -- Voi non li meritate i miei fiori!... Cattivo! -- Nelle
pupille c'è il tremolio di una lacrima, l'espressione di un gran dolore,
ma è un attimo; di nuovo una risata e corre nell'altra stanza chiamando
la cameriera e dandole tutti gli ordini, camminando su e giù, levandosi
il velo, il cappellino, la giacchetta.
Francesco, in faccia all'uscio rimasto aperto, la segue, la cerca
ansioso cogli occhi; Lulù ritta, immobile, appoggiata con un fianco al
canapè, non guarda i dolci, non guarda le rose: guarda ostinata per
terra..... E la bella voce di Stefania continua a risuonare nell'altra
stanza, alta e melodiosa come un canto.
-- Sofia!
-- Signora.
-- Andrai tu dalla Challion; con tante cose, io ho fatto tardi e non ho
più tempo!... Le dirai, sta ben attenta, che la contessina Luardi vuol
tutto pronto, assolutamente, per la fine del mese e che per l'abito da
viaggio ha scelto la _popeline noisette_ e la fodera di _gros_ celeste.
Hai capito?
-- Sissignora!
-- Andrai dalla Magugliani e le dirai, sempre per la contessina Luardi,
che le _valenciennes_, per i _sauts de lit_, le trova troppo basse.
-- Sissignora!
-- Andrai dalla Paulet: i miei due cappelli, quello di _gaze_ coi _lilà_
per giardino e quello di paglia coi _bluets_, voglio averli all'_hôtel_,
per le cinque, senza fallo!
-- Sissignora.
-- Poi, va in cerca di monsignor Fabiani: se non lo trovi a San Fedele lo
troverai a casa sua. Gli dirai che il matrimonio, come gli ho già
scritto, è fissato per il giorno tre di giugno e che per la cerimonia
religiosa.... No! no! Da monsignor Fabiani andrò io e se non posso oggi,
farò un'altra corsa venerdì o sabato! E non dimenticarti della Laforet!
Non ho quasi più guanti.... Lei sa già che cosa mi deve mandare.
-- Sissignora!
Si sente chiudere un uscio.... si sentono allontanarsi lungo il
corridoio dei piccoli passettini affrettati: è la cameriera che se ne
va. Un momento di silenzio e di nuovo la voce di Stefania che chiama:
-- Signor Roero! Francesco!... Guardate un po' voi! Sofia ha chiuso il
mio _nécessaire_ e non so più aprirlo!
Francesco si presenta sull'uscio e vede donna Stefania che si tien ritta
nell'angolo tra la parete e i pie' del letto: ella gli fa cenno di
chiudere e appena scattata la molla, gli afferra una mano tirandoselo
vicino, nell'angolo, con un atto d'inquietudine.
-- Che non mi veda! Che non ci veda quella vostra Lulù! Guai se.... -- Ma
Stefania non può finire, le sue parole rimangono rotte, la sua bocca è
soffocata da una furia di baci.
Stefania con una mano allontana la faccia di Francesco dalla sua, ma
coll'altra lo tien forte serrato contro il suo petto.
-- Sì, sono stata pazza, pazza! Ma per vendetta! Perchè volevo vendicarmi
di voi! Ho perduta la testa, ma per voi! E voi, invece, avete
creduto.... come gli altri! Dopo che per voi avevo tutto arrischiato!
Dopo quella sera! Vi ricordate? Quella sera in casa vostra? Invece di
amarmi di più, siete fuggito; non vi siete fatto più vedere, ed io ero
furente, furente, disperata! Per questo, mio marito, Carletto, Manòlo,
vedendomi sempre nervosa, come matta, diventavano ancor più
insopportabili! Non potendo più esser gelosi di voi, eravate sparito,
hanno inventato il Parodi! Mi fanno scene per il Parodi; mettono su mio
marito, che a sua volta mi fa scene per il Parodi; ed io allora che
avevo già perso la testa, ma per voi, perdo anche la pazienza e mi servo
del Parodi -- un ragazzo -- lo conoscete? -- nient'altro che un ragazzo --
per vendicarmi di voi e per liberarmi di tutti quegli altri.... che non
posso più soffrire!
Francesco fissa sempre Stefania, acceso, sconvolto da quella voce
sommessa, ma calda, armoniosa voluttuosa; quella voce lo esalta, lo
eccita, ma la voce soltanto, senza intendere, senza badare alle parole,
al senso delle parole. Che importa se sia la verità o sieno tutte
menzogne? È la donna che lo ha ripreso, quella donna così bella e così
bionda, che gli è sfuggita, ed ora è tornata, la sola donna che esiste
per lui da due anni, ch'egli vuole da due anni e che è lì, che ha lì,
finalmente!... Essa è lo scopo, la vita, il perchè! Si è sempre
ingannato, ha voluto ingannarsi! Lei, lei, per un'ora, per un attimo, e
che tutto il mondo precipiti!... Che importa a lui di tutto il mondo?
Stefania, vicina, accarezzandogli le mani, continua a parlare a parlare,
a piangere, a sorridere e a parlare ancora sottovoce, sommessamente, non
più offesa, adirata, nervosa, ma languida, tenera, appassionata:
-- Non ho rimorsi, però; no, non ho rimorsi! Posso aver fatta la mia
infelicità, ma non la vostra! A me sola ho fatto del male, non a voi!
Voi avete lavorato, siete salito in alto! Tutti parlano di voi con
entusiasmo, con ammirazione! Io ho letto tutto, sempre! Mentre voi mi
avete dimenticata, io invece ho sempre vissuto di voi, con voi!
-- No! No! Io non ti ho dimenticata, no! E da quella sera che ti
aspetto!... Quando sei stata a casa mia!
La voce di Francesco è rauca, rotta, tremante.... la bella voce di
Stefania continua invece dolcissima, chiara anche fra le lacrime.
-- Non volevo più rivedervi! Capivo che non sarei stata più sicura di me
e volevo serbare, chiusa nell'anima, tutta la mia poesia! Rivedervi? E
poi?... Non avevo niente da dirvi perchè vi avevo perdonato; non avevo
niente da chiedervi perchè mi avevate dimenticata! E ciò è stato
possibile, e l'anima ha vinto finchè siamo rimasti lontani l'una
dall'altro... Ma poi, stamattina, appena mi siete apparso, addio
fierezza, dignità, proponimenti, giuramenti... Adesso andate, andate...
vi prego... andate via!
-- Ah no, questo no, no! -- Risponde il Roero pallidissimo, torvo in viso,
afferrandola minaccioso per un braccio.
Stefania, coi muscoli che diventano d'acciaio sotto la pelle morbida di
raso, si scioglie ancora, lo respinge lontano e indicandogli l'uscio
chiuso, bisbiglia sottovoce:
-- Lulù!... Di là c'è Lulù!
-- Allora?
Stefania lo guarda e promette cogli occhi prima di rispondere:
-- Passate con un brum dalle _Grazie_... alle due. Mi prenderete con voi,
mi terrete con voi, dove volete, fino a stasera... -- Subito si asciuga
gli occhi, si aggiusta i capelli, corre nel salottino e di nuovo scoppia
in una gran risata avvicinandosi a Lulù.
-- Che cosa hai fatto, carina?... Ma che cosa hai fatto?
Lulù era sempre ritta, immobile al suo posto, sempre imbronciata,
appoggiata di fianco al canapè: tutti i dolci erano stati buttati,
sparsi per terra, la scatola rotta, le rose strappate e peste.
Francesco febbricitante, scomposto, cogli occhi stravolti, non guarda
Lulù, non la vede nemmeno: l'afferra per una manina e la trascina via
precipitosamente, quasi di corsa, facendosela trottar dietro col gran
cappellone rosa tutto di traverso.