La vita nuova.
In due anni Francesco Roero ha cambiato abitudini e vita: ha cambiato
quasi sè stesso. Rotto così brutalmente il fascino della Fáni e il giogo
della baronessa Stefania, egli ha bisogno di nuovi affetti, di nuove
commozioni ed anche di nuove distrazioni. Egli si attacca ancor più
strettamente a Lulù e rende più viva, più intima l'amicizia e più
frequenti i rapporti colla signora Eugenia. L'influenza su di lui
perduta da Stefania è acquistata dall'Olivieri, al quale ha ormai
interamente affidata anche la cura de' suoi beni.
In questo mutamento entra in gran parte il dispetto e il rimorso di aver
sacrificato per tanto tempo le sue opinioni e i suoi gusti, nella
politica come nell'arte, al catechismo angusto e un po' settario di casa
Arcolei. La passione, la servitù amorosa gli hanno fatto tollerare fino
allora quella gente e quelle idee, ma finalmente... basta! Si sente
libero e forte, torna a pensare e ad operare colla propria testa e col
proprio cuore.
È pieno di idee e lavora. Lavora con un ardore, con una alacrità
prodigiosa. Tutte le sue energie, i suoi entusiasmi, il suo sangue, sono
per il lavoro. Stefania colla sua perfidia gli ha lasciato troppo
disgusto e colla sua bellezza troppo desiderio di sè. Aborre ogni donna
perchè Stefania è donna, ed ogni donna gli è indifferente perchè nessuna
donna... è Stefania! E questa vita così austera, casta, raddoppia
l'intensità creatrice del suo cervello, la sua attività, la sua
resistenza. È al tavolino che egli si eccita e che si stanca, è al
tavolino che i suoi nervi vibrano e spasimano e che si calmano insieme,
che la sua giovinezza sana e vigorosa trova le ansie e le gioie, le
voluttà e insieme tutto lo sfogo nel pensiero che spossa la mente, ma
che produce e crea.
Subito distrugge l'_Arianna_; ma non volendo aver l'aria di una
abdicazione artistica, nè in certo modo, di rinnegare l'opera propria,
serba il titolo e invece che ad una solita per quanto arguta anatomia
dell'amore ispira la commedia al concetto della donna depressa ed
oppressa dai pregiudizi sociali. Poi scrive -- _Vae Victis!_ -- dramma di
pensiero in cui svolge tra i primi in Italia la formula delle
aspirazioni ancora latenti e incomposte delle masse.
Il successo di questi due lavori è incerto nel teatro dove la vecchia
platea si sente perplessa e turbata dall'audacia della nuova arte; ma le
discussioni accanite dei giornali e il pregio vero delle due opere danno
ben altra importanza e ben altro valore al giovine commediografo del bel
mondo che però, in breve, abbandona risolutamente il teatro, ormai
troppo ristretto e troppo insidioso per la sua fantasia che bolle, che
trabocca, e che ha bisogno di spazio e di libertà. Pensa un romanzo, ma
finisce collo scrivere, più che un romanzo, un libro strano, originale,
che risente de' suoi entusiasmi per Tolstoi e per gli umanitari del
nuovo Cristianesimo. Gli scritti del giovine sociologo appaiono a
intermittenze: sono frammenti, sono capitoli, primizie dell'opera
concesse di tempo in tempo a riviste, a giornali; e sono accolte,
chieste, richieste, lette avidamente, discusse, portate alle stelle,
combattute con accanimento, ma con rispetto.
E tutto ciò che il Roero medita e pensa egli lo confida all'Olivieri,
tutto ciò che scrive, lo legge la sera, nel suo studio, all'Olivieri ed
alla signora Eugenia, la quale viene sempre, all'ora del caffè, per
«mettere a nanna» Lulù e per dare poi il pretesto di una passeggiata al
letterato fattosi certosino, che dopo sonate le undici, presa una tazza
di thè, l'accompagna a casa, sempre laggiù, a porta Venezia.
Sono intime, care serate che danno al Roero i vivi godimenti e le
soddisfazioni del trionfo, e nelle quali si riscalda e ritrae nuovo
fervore per cacciarsi, per tuffarsi tutto, ancor più dentro nel lavoro.
Ed anche per la signora Eugenia, come sono care quelle ore, come
lusingano il suo amor proprio! Ci ripensa poi tutto il giorno; inquieta
talvolta e agitata. Quelle letture suscitano in lei a primo tratto
entusiasmo e ammirazione, ma poi... anche un senso quasi di
sbigottimento.
L'antica maestrina ristretta alla vecchia morale ubbidiente e
ossequente; la direttrice delle scuole di San Celso, rigida osservante
di tutti gli statuti governativi e municipali; l'ospite della domenica
alle mense della ricca società milanese, quando sente affermare, di
colpo, certe teorie che sconvolgono tutte le sue vecchie idee di doveri,
di sommissione, di rassegnazione cristiana e politica, si turba, dà dei
piccoli balzi sulla poltrona, guarda or l'uno or l'altro incerta, quasi
spaventata... Ma vede l'Olivieri approvare lentamente col capo; scorge
nel Roero tanta sincerità, tanta sicurezza!... E quella voce?.... Oh la
voce del giovine lettore così calda, insinuante irresistibile! La
signora Eugenia, a poco a poco, torna a calmarsi, a lasciarsi vincere e
convincere e commossa, accesa in volto, le pupille sfavillanti, s'alza
di colpo e corre dal Roero a stringergli la mano:
-- Bravo!.... Bravo!.... Oh, come adesso mi fa capire che io non sono mai
stata altro che una donnetta! Nient'altro che una piccola donnetta!... --
E in questa spontanea, in quest'umile confessione della propria
inferiorità, è tutta la devozione e anche tutta la viva e profonda
tenerezza del suo cuore. Più tardi, quando ritorna a casa accompagnata
dal Roero, che rimane quasi sempre silenzioso perchè ripensa a ciò che
ha letto ed alle discussioni coll'Olivieri, la signora Eugenia alza gli
occhi, di tanto in tanto, a quel volto che il gran dolore della passione
tradita ha fatto così serio e così grave. Lo guarda fisso traendo un
sospiro dall'anima, timidamente, con rispetto quasi religioso, non
osando dire una parola, temendo di rompere il filo dei pensieri alti,
nobili e generosi.
-- Buona notte!... A domani, presto! -- Le dice il Roero.
-- Buona notte, -- risponde la signora Eugenia, e poi soggiunge mentre
sulla porta si stringono la mano: -- Le raccomando; non si stanchi
troppo!
Francesco Roero, appena è entrato nello studio ed ha liberata da un
mucchio di giornali la solita poltroncina, sulla quale va a sedersi la
signora Eugenia, si rivolge all'Olivieri:
-- Sai di che si tratta, non è vero? Quel poco che è comparso del mio
romanzo ha dato, forse, qualche illusione sul mio _io_, a molta gente
che non mi conosce bene. Mi s'invita, -- continua guardando anche la
signora Eugenia -- ad assumere tutti gli obblighi e i doveri di una
grande organizzazione di classe che si va formando in Milano e ch'io
sono certissimo, fra non molto, avrà soverchiato e spazzato via tutte le
antiche società e confederazioni operaie, così come le ferrovie, «il
bello e orribile mostro,» hanno mandato al diavolo berline e diligenze!
Orbene, vi confesso, a tutta prima l'offerta mi ha sedotto: creare in
piccolo, in Lombardia, ciò che... non saprei, Lassalle e Marx sono
riusciti a fare in Germania, può dare un po' alla testa. E anche dopo
aver meditato io non penso di tirarmi indietro, nè per poltronaggine, nè
per paura. Niente affatto! Penso, invece, che bisogna prima metterci ben
d'accordo con un patto di ferro fra me e coloro che dicono di aver
fiducia in me. E il patto da parte mia è qui, in ciò che ho meditato in
questi giorni e che ho scritto in questa lettera. Senti un po', ma
rifletti bene; e ascolti anche lei, signora Eugenia. È il mio programma
politico, perchè quello che mi si offre e mi si domanda è assai più
grave di una candidatura... della deputazione! E tutto me stesso, è la
mia anima e la mia mente da consacrare ad una grande causa, non soltanto
ad un piccolo partito.
-- Sentiamo! Esclama vivamente l'Olivieri.
La signora Eugenia, gli occhi intenti sulla lettera, non fiata nemmeno.
Milano, 29 aprile 1883.
Amici carissimi;
Grazie d'aver pensato a me. Voi lavorate per ottenere quel
benessere materiale cui avete diritto e nel quale potrete
giungere al miglioramento morale di cui avete il dovere.
Su questa via io posso e voglio essere tutto con voi; lo
sarei se un giorno aveste bisogno anche del mio braccio e
del mio sangue. Ma intendiamoci chiaramente: io non credo
che nella prosperità e neppure nella libertà si riassuma
tutto il bene verso cui l'uomo procede.
Prosperità e libertà sono talvolta una parte di quel vero
bene che si chiama giustizia, e talvolta sono i mezzi per
raggiungerlo.
È soltanto a questo ideale di giustizia ch'io sento di poter
interamente votarmi, perchè nella giustizia è l'essenza
d'ogni sociale equilibrio, perchè un giorno solo
d'ingiustizia ci risospinge di secoli verso l'errore, la
violenza e la barbarie.
Ora le organizzazioni politiche, i partiti, come suol dirsi,
per necessità di vita, per tattica di guerra, per
opportunità di propaganda, talvolta inconsciamente,
tal'altra di proposito, sacrificano il concetto ed anche la
pratica della giustizia.
Se io, dunque, fossi adesso con voi, potrei essere un giorno
contro di voi, milite di quella altissima fede. Nell'idea,
dunque, e nel lavoro, ma fuori del partito, così quale sono,
mente e cuore, operoso, ma libero, se mi volete, son qui.
Comunque, a voi la certezza di una parola franca, a me
l'orgoglio di aver avuto l'occasione di poterle dire, ed
anche la soddisfazione di non aver esitato nel dirla.