VIII.

All’alba di quella notte Tommaso duca di Fagnano, Commissario civile

per S. M. il Re Giuseppe Bonaparte spirò fra le braccia di suo figlio.

Sedato il tumulto per la fuga di Vittoria, che non era stata raggiunta

dai soldati, i quali si eran messi sulle sue tracce, la calma era

tornata nel castello, avendo ognuno rispetto pel dolore di quell’uomo

che era tornato presso al letto di suo padre pure essendo certo di

cadere in mano dei suoi nemici. Il maggiore e gli altri ufficiali

che a lungo avevano commentato l’accaduto conchiudendo col dire che

ogni loro responsabilità era salva finchè vivesse il Commissario, si

erano ritirati nelle loro stanze, financo lieti della fuga di quella

donna che li toglieva d’imbarazzo. Invero sarebbe stato ingiusto che

ella fosse tratta in carcere mentre libero rimaneva colui che a quel

pericolo l’aveva esposta.

Tutta la notte Riccardo aveva vegliato al letto del moribondo, di cui

le tante svariate emozioni avevano affrettato la fine. Impotente a

profferir parola, rantolando sul suo letto di morte, stringeva di tanto

in tanto la mano del figliuolo, al quale volgeva gli occhi stanchi, che

però esprimevano una gioia profonda. Il vecchio Carmine se ne era stato

in disparte, rispettando quel silenzio solenne, nel quale però le anime

del padre e del figlio si intendevano, nel quale quella separazione di

trent’anni era compensata dall’intensità appassionata di quell’ora.

Il morente era affissato in un sol pensiero, che suo figlio era là,

che il destino glielo aveva ridonato, e a lui pareva che gli avesse

ridonato anche quella poveretta che da trenta anni lo aveva atteso nel

buio e nel silenzio della fossa. Era lo sguardo di lei che ritrovava

negli occhi del figlio, era la mano di lei che si sentiva nella sua!

Non era stato mai così felice come in quell’ora che ben comprendeva

esser l’ultima della sua vita e nella quale sentiva finalmente in

tutta la sua pienezza la gioia dell’anima tranquilla e soddisfatta. Non

pensava punto all’avvenire di quel figlio: qualunque fosse, egli era

certo che Riccardo avrebbe mantenuto integro il nome dei suoi padri, al

quale forse avrebbe accresciuto lustro e decoro. Gli bastava di sentir

là il figlio suo, di vederlo presso al letto dopo aver disperato, dopo

aver creduto che sarebbe morto solo ed abbandonato nel castello dei

suoi padri fra gli stranieri freddi ed indifferenti che ve lo avevano

ricondotto; gli bastava intendere il muto linguaggio della mano di

lui che premeva la sua, degli occhi di lui che cercavano i suoi, e di

leggere in quegli occhi con l’angoscia profonda l’amore che gli si era

destato, amore di figlio nuovo per lui, pur parendogli come se da gran

tempo l’avesse a sua insaputa portato nel cuore.

Fluttuava intanto per l’anima di Riccardo un contrasto di sentimenti

che nulla toglieva al suo dolore di figlio e nulla al suo amore per

quel vecchio che fra poco sarebbe disceso nel sepolcro. Egli sarebbe

rimasto di nuovo solo al mondo; quantunque il nome ed il titolo che

era suo diritto e suo dovere di assumere potessero aprirgli la via

ad un felice avvenire, pure non un solo istante egli aveva obbliato

gl’impegni che aveva assunto allorchè era un povero avventuriero.

Doveva rinunciare a tali impegni? Doveva rinunciare ad esser capitan

Riccardo e ricominciare un’altra vita col pomposo titolo di duca di

Fagnano? No, no, finchè capitan Riccardo non avesse mantenuto le sue

promesse, finchè non avesse adempiuto il suo dovere. Bene ora avrebbe

potuto alzar fieramente il capo innanzi a colei che aveva vagheggiato

fin da fanciullo, ma non voleva farlo, non l’avrebbe fatto perchè

disdegnava d’ottenere come duca di Fagnano ciò che ella avrebbe creduto

una viltà, fors’anco un’infamia di concedere a capitan Riccardo. Non

voleva farlo anche per un dubbio che gli era sorto nell’animo. Ella

così fiera, ella così sdegnosa, avrebbe accettato da lui ciò che

egli, assumendo il nome ed il titolo di duca di Fagnano e facendo

riconoscere i suoi diritti anche della Corte di Sicilia, avrebbe tolto

all’usurpatore de’ suoi beni, e per conseguenza a lei?

E mentre questi pensieri si alternavano pur senza distrarlo dal pietoso

ufficio di confortare l’agonia del padre suo, l’immagine di Vittoria

gli si delineava dinanzi, di Vittoria che forse non avrebbe mai più

riveduta; però aveva tratto un gran sospiro di sollievo allorchè alcune

parole dei reduci dal vano inseguimento gli avevan fatto comprendere

che ella si era posta in salvo con Pietro il Toro. Ma dove, con quel

compagno della sua vita, devoto fino ad arrischiar la vita per lui,

dove si era rifugiata, e quale ne sarebbe il destino?

Carmine, seduto all’altra sponda del letto fissava il giovane e

vedendolo così sprofondato nei suoi pensieri tentennava il capo

compassionandolo. Non sapeva persuadersi come il giovane da se stesso

si fosse indotto a promettere che sarebbe passato in Sicilia. E dunque

inutile era stata la sua rivelazione; non solo inutile, ma anche

dannosa per quel vecchio specialmente, che moriva per le conseguenze

d’aver ritrovato il figliuolo? Se avesse taciuto, Riccardo sarebbe

evaso lo stesso ed il padre non sarebbe stato colpito dal dolore di

dover perdere il figlio appena ritrovato. Era dunque lui la causa di un

tanto infortunio, lui che non aveva saputo resistere all’incitamento

di Geltrude! E quali pericoli non avrebbe corso in Sicilia se ivi

fosse giunta notizia dell’accaduto, quale pericolo per Riccardo, nel

quale lo zio che era di tutto capace e che era assai potente, avrebbe

visto un rivendicatore dei diritti usurpati? Se avesse taciuto, forse

in Sicilia Riccardo sarebbe giunto a farsi uno stato, protetto com’era

dalla Regina; ma con quel nemico non ci era da temere che ricorresse al

tradimento per liberarsi del nepote? E chi avrebbe vegliato su lui, ora

che i fidati amici Pietro il Toro, il Ghiro, il Magaro eran dispersi;

chi avrebbe vegliato su lui, così generoso, così leale, così incurante

dei pericoli?

Verso l’alba il giacente, che finallora era stato assopito, si ridestò

di un tratto; la mano che per un pezzo era stata inerte strinse

quella del figliuolo e lo trasse a sè, mentre gli occhi già velati si

volgevano lentamente verso il giovane.

— Riccardo — mormorò il morente — Riccardo, figlio mio!

— Padre! — disse lui chinandosi sul vecchio.

— Sento che muoio... muoio benedicendoti perchè debbo a te l’unica

ora di gioia della mia vita... Ah, con quale esultanza avrei invocato

la morte se avessi saputo che mi sarebbe stata apportatrice di un tal

bene!

— Voi non morrete, padre mio, voi non morrete!...

— No, no, sento che già le ombre si addensano, e nell’ombra ben

discerno una immagine luminosa che mi sorride... quella della madre

tua... che fu l’unico grande amore della mia vita. Carmine — disse poi,

voltosi al vecchio — grazie e che Dio ti rimuneri. Fosti tu l’angelo

tutelare di mio figlio, tu cui debbo questa gioia suprema...

Tacque un istante; poi, come se vedesse a se dinanzi cosa che

irresistibilmente l’attirasse, si sollevò col capo, fissando in alto lo

sguardo che aveva una espressione di gioia profonda.

— Sì, sì... disse con un grido di esultanza — eccomi... eccomi...

Rachele.... Figlio mio!... Eccomi!...

E ricadde pesantemente sui guanciali; pur gli occhi rimasero immoti e

fissi nell’alto, mentre la luce in essi era spenta; immoti e fissi come

se continuassero a contemplare un’immagine radiosa.

— Morto! — esclamò Riccardo quando intese che il cuore non batteva più.

— Morto! — esclamò Carmine mentre cadeva in ginocchio.

Il giovane aveva ripiegato il capo presso al capo del padre, ed era

stato per un gran pezzo immobile.

La nuova si sparse rapidamente, e la stanza si riempì d’ufficiali,

alcuni dei quali erano deputati dal maggiore a quel che occorreva pei

funerali che esser dovevano solenni. Riccardo non si era mosso dalla

sponda del letto su cui giaceva il cadavere di suo padre. Non piangeva,

ma si sentiva in preda a un dolore profondo che il simile non aveva mai

inteso in vita sua. Gli pareva come se avesse sempre amato quell’uomo

a cui doveva la vita e che per lui era morto; l’affetto si era di un

tratto rivelato in lui con tutta la profonda tenerezza di un sentimento

per lunghi anni custodito nel cuore.

Una mano che si era posata sulla sua spalla lo scosse. Alzò gli occhi

e vide a se dinanzi il maggiore che gli disse con un accento che aveva

l’impronta della severità e insieme della deferenza.

— Sarebbe meglio che ella si traesse in disparte. La stranezza del

caso, ora che tutta la responsabilità è a me dovuta, impone una certa

riserva che intenderà. Con ciò non intendo impedirle che ella compia i

suoi doveri di figlio.

— Ha ragione — rispose Riccardo che si alzò. Volse un lungo sguardo

al cadavere del padre che già i valletti si accingevano a vestire e si

ritrasse nella stanza attigua, seguito dal mormorio degli ufficiali che

commentavano l’accaduto di quella notte.

Era la stanza dalla cui finestra, alta dal suolo parecchi metri,

Vittoria aveva spiccato un salto per raggiungere Pietro il Toro. Il

ricordo di lei si fece strada nel suo dolore. Che ne sarebbe avvenuto?

E se fosse stata ripresa, avrebbe dovuto lui abbandonarla, lui che

ella aveva fatto evadere? Questo si chiedeva, turbato da una parte dai

tanti inciampi che il destino metteva al suo proposito di passare in

Sicilia per attenere la promessa che aveva fatta alla Regina, ma anche

per rivedere Alma, la quale in tutte le strane avventure della sua

vita era il pensiero dolce e malinconico, quasi il fiore dell’anima

sua; dall’altra la devozione di Vittoria che gli aveva fatto olocausto

della sua fierezza, del suo orgoglio, e che lo aveva seguito umile e

sommessa, pur sapendo che nulla egli in compenso poteva offrirle, lo

inteneriva profondamente. E quale sarebbe stata la sorte di quella

donna che lo amava con tanta abnegazione e tanto disinteresse? Quale

sarebbe stata la sorte di Pietro il Toro che per tanti anni gli aveva

fatto da padre?

Li avrebbe mai più riveduti?

Ed egli sentiva che distaccato da essi incominciava per lui un nuovo

periodo della vita. Che gli serbava l’avvenire? Quali altri avvenimenti

lo aspettavano, quali altri dolori se non quali altre gioie?

La giovinezza si era chiusa con la morte di suo padre: capitan Riccardo

moriva per rivivere col nome e col titolo di duca di Fagnano. Fra

poco avrebbe lasciato quei monti che l’avevano visto venir su come un

libero e audace lupacchiotto, e dei quali era stato padrone e signore

a capo della sua banda. Dalla aperta finestra li contemplava con senso

di tenerezza profonda: tutta la sua vita gli si spiegava dinanzi, e

l’anima sua si avventava per così dire a quella solitudine della quale

riconosceva ogni ruga ed ogni macchia. Quante volte, giovine ancora,

quasi fanciullo, aveva dormito all’ombra di un roveto sognando quel

sogno della sua vita che era l’ineffabile sentimento onde aveva pieno

il cuore per Alma, per Alma, il cui fascino arcano perdurava così in

lui che non osava dirla sua cugina. Sua cugina, lei! Lei dell’istesso

suo sangue, lei per giunta che usufruiva delle ricchezze e del titolo

che a lui solo spettavano? Ed era per questo pensiero, oltraggioso

per quella creatura la quale era stata finallora la sua religione e

l’unico suo culto, che pur essendo stato solennemente proclamato da suo

padre, la notte innanzi, per erede legittimo di quel titolo e di quelle

ricchezze, egli non sapeva risolversi a crederli suoi!

Quanto stette così perduto nei sogni del passato, mentre nella stanza

attigua si ergeva il catafalco per suo padre, mentre già innanzi allo

spiazzo la folla dei contadini si mesceva a quella dei soldati? Molte,

molte ore eran passate. Verso il tardi sentì un rumorio pel castello,

vide sullo spiazzo allinearsi i soldati ed infine muovere il corteo

che si dirigeva verso il paesello, certo per deporre nella chiesa

parrocchiale, ove era la tomba dei duchi di Fagnano, il cadavere di suo

padre ed ove, come Carmine gli aveva detto, era anche sepolta la povera

madre sua. E nessuno lo aveva avvisato; nessuno, prima di deporre nella

bara il cadavere lo aveva invitato a rendergli l’ultimo tributo?

Intanto era scesa la notte e sul castello tutto incombeva lugubre

il silenzio. Il giovane si scosse, tratto da quello intontimento da

un pensiero: prima di abbandonar forse per sempre quei luoghi voleva

baciar la fossa che racchiudeva sua madre, riveder le sembianze del

padre suo. Poi... poi di nuovo in balìa del destino che lo sospingeva

verso l’isola fatale in cui era atteso da una Regina e in cui avrebbe

rivisto fredda e bianca la giovanetta del suo pensiero.

Uscì dal castello senza incontrar nessuno, neanche il vecchio Carmine,

e si diresse verso il paesello per un sentiero che usciva nei pressi

della chiesa parrocchiale. Vide da lungi che il corteo ne tornava, onde

si affrettò temendo di trovar chiusa la porta della chiesa. La chiesa

era anch’essa deserta, ma la porta ne era socchiusa. Egli entrò. Nel

mezzo della navata fra quattro ceri avevan deposto la bara di suo padre

il cui coperchio era sollevato.

Si avvicinò e stette per un pezzo immobile a contemplare il cadavere

che aveva nel viso bianco una grande serenità. Come lieta esser doveva

la donna che era stata di quell’uomo l’unico amore e che per trent’anni

lo aveva atteso in una fossa di quella chiesa; come era lieta l’anima

della madre sua che finalmente vedeva raccolti a sè dappresso l’uomo

del suo cuore e il figlio delle sue viscere! E lui sarebbe andato

lontano, lui li avrebbe lasciati in quella quiete, in quel silenzio,

in quell’ombra, in quella pace, per affrontar nuovi dolori, per

correre nuove avventure, per servire all’ambizione di una regina e per

vagheggiare un suo sogno? E lui li avrebbe lasciati per morire chi sa

dove, dopo nuove stragi e fors’anche nuovi delitti! E valeva la pena,

checchè offrir gli potesse la vita, lasciar soli in quel buio, in quel

silenzio, in quella pace coloro cui doveva la vita, quella donna le cui

ossa in quell’istante tremavano d’amore nella fossa mentre l’anima gli

aleggiava d’intorno, e quel vecchio che forse nel regno degli spiriti

godeva nell’amore di lei di quella gioia che aveva invano chiesto alla

terra?

In questo intese un rumore a sè vicino; si rivolse e vide Carmine,

il vecchio Carmine, che non osando di distoglierlo dal raccoglimento

in cui lo aveva visto, si teneva immobile aspettando che egli si

rivolgesse.

— Carmine, tu? — esclamò il giovane.

— Ho compreso che sareste venuto qui prima di lasciar forse per sempre

questi luoghi — rispose il vecchio che aveva gli occhi gonfi di lacrime

e la cui voce tremava.

— Grazie — rispose il giovane, commosso profondamente anche lui. — Non

sarei partito senza prender commiato da te a cui debbo tanto.

— Lo so... ne ero certo, ma non si tratta di questo. Il maggiore mi ha

chiamato e mi ha detto, in verità con modi assai benigni, che fa d’uopo

partiate al più presto, stasera istessa. Egli s’impegna di non farvi

molestare finchè non v’imbarcate per la Sicilia. Dice che solo questo

può far per voi e in omaggio alla memoria del povero vostro padre.

— È giusto — mormorò Riccardo — è giusto. Ma bisogna pure che mi

provvegga...

— Il signor maggiore ha pensato a tutto, a tutto. Fuori troverete uno

dei cavalli che portaste da Napoli e che erano caduti in potere dei

soldati, con la valigia, quella valigia nella quale ci è anche un po’

di danaro, delle vesti, della biancheria, insomma tutto ciò che ci era

quando i Francesi se ne impadronirono. In quanto alle armi, ha detto

che ne siete ben fornito e quindi...

— Mi si manda via, mi si scaccia — fece il giovane con voce amara — ma

fu questo il patto e devo essere grato al maggiore del cavallo e della

valigia. E tu, povero Carmine, tu...

— Io resterò nel castello come custode. È una concessione del maggiore

a cui, pare, io vado a verso.

— Hai sollevato di un gran peso l’anima mia, e dì al maggiore che lo

ringrazio non solo di quel che ha fatto per me osservando il patto e

restituendomi la mia roba e uno dei miei cavalli, ma anche della bontà

che ha per te. Ed ora aspettami fuori, buon Carmine, che io sarò presto

pronto a partire.

S’inginocchiò presso alla bara di suo padre, ne prese la mano fredda ed

inerte e mormorò con voce lenta e solenne:

— Addio, padre mio. Riposa in pace nella fossa dei tuoi avi ove forse

invano aspetterai che ti raggiunga, ma sta sicuro che io, qualunque

siano le vicissitudini della mia nuova vita, saprò custodire intatto

l’onore del nostro nome. Riposa in pace e prega per me, padre mio,

prega per me con la poveretta la cui anima ti accolse nel regno degli

spiriti.

Baciò la mano inerte e gelida che stringeva fra le sue, baciò il volto

bianco e sereno di suo padre, e dopo avergli rivolto un ultimo sguardo

uscì dalla chiesa.

Carmine l’aspettava tenendo per la briglia il cavallo insellato che

aveva in groppa la valigia.

— Carmine, mio buon Carmine! — esclamò il giovane aprendo le braccia

nelle quali il vecchio si precipitò.

Stettero un pezzo così abbracciati, poi Riccardo si disciolse, si

raddrizzò nella persona come per ripigliare possesso di sè e con un

salto balzò in sella.

— Addio — disse volgendosi al vecchio — addio!

E spronò il cavallo disparendo in breve fra gli alberi folti del bosco

vicino.

Capitan Riccardo · 第 18 / 20 题