All’alba di quella notte Tommaso duca di Fagnano, Commissario civile
per S. M. il Re Giuseppe Bonaparte spirò fra le braccia di suo figlio.
Sedato il tumulto per la fuga di Vittoria, che non era stata raggiunta
dai soldati, i quali si eran messi sulle sue tracce, la calma era
tornata nel castello, avendo ognuno rispetto pel dolore di quell’uomo
che era tornato presso al letto di suo padre pure essendo certo di
cadere in mano dei suoi nemici. Il maggiore e gli altri ufficiali
che a lungo avevano commentato l’accaduto conchiudendo col dire che
ogni loro responsabilità era salva finchè vivesse il Commissario, si
erano ritirati nelle loro stanze, financo lieti della fuga di quella
donna che li toglieva d’imbarazzo. Invero sarebbe stato ingiusto che
ella fosse tratta in carcere mentre libero rimaneva colui che a quel
pericolo l’aveva esposta.
Tutta la notte Riccardo aveva vegliato al letto del moribondo, di cui
le tante svariate emozioni avevano affrettato la fine. Impotente a
profferir parola, rantolando sul suo letto di morte, stringeva di tanto
in tanto la mano del figliuolo, al quale volgeva gli occhi stanchi, che
però esprimevano una gioia profonda. Il vecchio Carmine se ne era stato
in disparte, rispettando quel silenzio solenne, nel quale però le anime
del padre e del figlio si intendevano, nel quale quella separazione di
trent’anni era compensata dall’intensità appassionata di quell’ora.
Il morente era affissato in un sol pensiero, che suo figlio era là,
che il destino glielo aveva ridonato, e a lui pareva che gli avesse
ridonato anche quella poveretta che da trenta anni lo aveva atteso nel
buio e nel silenzio della fossa. Era lo sguardo di lei che ritrovava
negli occhi del figlio, era la mano di lei che si sentiva nella sua!
Non era stato mai così felice come in quell’ora che ben comprendeva
esser l’ultima della sua vita e nella quale sentiva finalmente in
tutta la sua pienezza la gioia dell’anima tranquilla e soddisfatta. Non
pensava punto all’avvenire di quel figlio: qualunque fosse, egli era
certo che Riccardo avrebbe mantenuto integro il nome dei suoi padri, al
quale forse avrebbe accresciuto lustro e decoro. Gli bastava di sentir
là il figlio suo, di vederlo presso al letto dopo aver disperato, dopo
aver creduto che sarebbe morto solo ed abbandonato nel castello dei
suoi padri fra gli stranieri freddi ed indifferenti che ve lo avevano
ricondotto; gli bastava intendere il muto linguaggio della mano di
lui che premeva la sua, degli occhi di lui che cercavano i suoi, e di
leggere in quegli occhi con l’angoscia profonda l’amore che gli si era
destato, amore di figlio nuovo per lui, pur parendogli come se da gran
tempo l’avesse a sua insaputa portato nel cuore.
Fluttuava intanto per l’anima di Riccardo un contrasto di sentimenti
che nulla toglieva al suo dolore di figlio e nulla al suo amore per
quel vecchio che fra poco sarebbe disceso nel sepolcro. Egli sarebbe
rimasto di nuovo solo al mondo; quantunque il nome ed il titolo che
era suo diritto e suo dovere di assumere potessero aprirgli la via
ad un felice avvenire, pure non un solo istante egli aveva obbliato
gl’impegni che aveva assunto allorchè era un povero avventuriero.
Doveva rinunciare a tali impegni? Doveva rinunciare ad esser capitan
Riccardo e ricominciare un’altra vita col pomposo titolo di duca di
Fagnano? No, no, finchè capitan Riccardo non avesse mantenuto le sue
promesse, finchè non avesse adempiuto il suo dovere. Bene ora avrebbe
potuto alzar fieramente il capo innanzi a colei che aveva vagheggiato
fin da fanciullo, ma non voleva farlo, non l’avrebbe fatto perchè
disdegnava d’ottenere come duca di Fagnano ciò che ella avrebbe creduto
una viltà, fors’anco un’infamia di concedere a capitan Riccardo. Non
voleva farlo anche per un dubbio che gli era sorto nell’animo. Ella
così fiera, ella così sdegnosa, avrebbe accettato da lui ciò che
egli, assumendo il nome ed il titolo di duca di Fagnano e facendo
riconoscere i suoi diritti anche della Corte di Sicilia, avrebbe tolto
all’usurpatore de’ suoi beni, e per conseguenza a lei?
E mentre questi pensieri si alternavano pur senza distrarlo dal pietoso
ufficio di confortare l’agonia del padre suo, l’immagine di Vittoria
gli si delineava dinanzi, di Vittoria che forse non avrebbe mai più
riveduta; però aveva tratto un gran sospiro di sollievo allorchè alcune
parole dei reduci dal vano inseguimento gli avevan fatto comprendere
che ella si era posta in salvo con Pietro il Toro. Ma dove, con quel
compagno della sua vita, devoto fino ad arrischiar la vita per lui,
dove si era rifugiata, e quale ne sarebbe il destino?
Carmine, seduto all’altra sponda del letto fissava il giovane e
vedendolo così sprofondato nei suoi pensieri tentennava il capo
compassionandolo. Non sapeva persuadersi come il giovane da se stesso
si fosse indotto a promettere che sarebbe passato in Sicilia. E dunque
inutile era stata la sua rivelazione; non solo inutile, ma anche
dannosa per quel vecchio specialmente, che moriva per le conseguenze
d’aver ritrovato il figliuolo? Se avesse taciuto, Riccardo sarebbe
evaso lo stesso ed il padre non sarebbe stato colpito dal dolore di
dover perdere il figlio appena ritrovato. Era dunque lui la causa di un
tanto infortunio, lui che non aveva saputo resistere all’incitamento
di Geltrude! E quali pericoli non avrebbe corso in Sicilia se ivi
fosse giunta notizia dell’accaduto, quale pericolo per Riccardo, nel
quale lo zio che era di tutto capace e che era assai potente, avrebbe
visto un rivendicatore dei diritti usurpati? Se avesse taciuto, forse
in Sicilia Riccardo sarebbe giunto a farsi uno stato, protetto com’era
dalla Regina; ma con quel nemico non ci era da temere che ricorresse al
tradimento per liberarsi del nepote? E chi avrebbe vegliato su lui, ora
che i fidati amici Pietro il Toro, il Ghiro, il Magaro eran dispersi;
chi avrebbe vegliato su lui, così generoso, così leale, così incurante
dei pericoli?
Verso l’alba il giacente, che finallora era stato assopito, si ridestò
di un tratto; la mano che per un pezzo era stata inerte strinse
quella del figliuolo e lo trasse a sè, mentre gli occhi già velati si
volgevano lentamente verso il giovane.
— Riccardo — mormorò il morente — Riccardo, figlio mio!
— Padre! — disse lui chinandosi sul vecchio.
— Sento che muoio... muoio benedicendoti perchè debbo a te l’unica
ora di gioia della mia vita... Ah, con quale esultanza avrei invocato
la morte se avessi saputo che mi sarebbe stata apportatrice di un tal
bene!
— Voi non morrete, padre mio, voi non morrete!...
— No, no, sento che già le ombre si addensano, e nell’ombra ben
discerno una immagine luminosa che mi sorride... quella della madre
tua... che fu l’unico grande amore della mia vita. Carmine — disse poi,
voltosi al vecchio — grazie e che Dio ti rimuneri. Fosti tu l’angelo
tutelare di mio figlio, tu cui debbo questa gioia suprema...
Tacque un istante; poi, come se vedesse a se dinanzi cosa che
irresistibilmente l’attirasse, si sollevò col capo, fissando in alto lo
sguardo che aveva una espressione di gioia profonda.
— Sì, sì... disse con un grido di esultanza — eccomi... eccomi...
Rachele.... Figlio mio!... Eccomi!...
E ricadde pesantemente sui guanciali; pur gli occhi rimasero immoti e
fissi nell’alto, mentre la luce in essi era spenta; immoti e fissi come
se continuassero a contemplare un’immagine radiosa.
— Morto! — esclamò Riccardo quando intese che il cuore non batteva più.
— Morto! — esclamò Carmine mentre cadeva in ginocchio.
Il giovane aveva ripiegato il capo presso al capo del padre, ed era
stato per un gran pezzo immobile.
La nuova si sparse rapidamente, e la stanza si riempì d’ufficiali,
alcuni dei quali erano deputati dal maggiore a quel che occorreva pei
funerali che esser dovevano solenni. Riccardo non si era mosso dalla
sponda del letto su cui giaceva il cadavere di suo padre. Non piangeva,
ma si sentiva in preda a un dolore profondo che il simile non aveva mai
inteso in vita sua. Gli pareva come se avesse sempre amato quell’uomo
a cui doveva la vita e che per lui era morto; l’affetto si era di un
tratto rivelato in lui con tutta la profonda tenerezza di un sentimento
per lunghi anni custodito nel cuore.
Una mano che si era posata sulla sua spalla lo scosse. Alzò gli occhi
e vide a se dinanzi il maggiore che gli disse con un accento che aveva
l’impronta della severità e insieme della deferenza.
— Sarebbe meglio che ella si traesse in disparte. La stranezza del
caso, ora che tutta la responsabilità è a me dovuta, impone una certa
riserva che intenderà. Con ciò non intendo impedirle che ella compia i
suoi doveri di figlio.
— Ha ragione — rispose Riccardo che si alzò. Volse un lungo sguardo
al cadavere del padre che già i valletti si accingevano a vestire e si
ritrasse nella stanza attigua, seguito dal mormorio degli ufficiali che
commentavano l’accaduto di quella notte.
Era la stanza dalla cui finestra, alta dal suolo parecchi metri,
Vittoria aveva spiccato un salto per raggiungere Pietro il Toro. Il
ricordo di lei si fece strada nel suo dolore. Che ne sarebbe avvenuto?
E se fosse stata ripresa, avrebbe dovuto lui abbandonarla, lui che
ella aveva fatto evadere? Questo si chiedeva, turbato da una parte dai
tanti inciampi che il destino metteva al suo proposito di passare in
Sicilia per attenere la promessa che aveva fatta alla Regina, ma anche
per rivedere Alma, la quale in tutte le strane avventure della sua
vita era il pensiero dolce e malinconico, quasi il fiore dell’anima
sua; dall’altra la devozione di Vittoria che gli aveva fatto olocausto
della sua fierezza, del suo orgoglio, e che lo aveva seguito umile e
sommessa, pur sapendo che nulla egli in compenso poteva offrirle, lo
inteneriva profondamente. E quale sarebbe stata la sorte di quella
donna che lo amava con tanta abnegazione e tanto disinteresse? Quale
sarebbe stata la sorte di Pietro il Toro che per tanti anni gli aveva
fatto da padre?
Li avrebbe mai più riveduti?
Ed egli sentiva che distaccato da essi incominciava per lui un nuovo
periodo della vita. Che gli serbava l’avvenire? Quali altri avvenimenti
lo aspettavano, quali altri dolori se non quali altre gioie?
La giovinezza si era chiusa con la morte di suo padre: capitan Riccardo
moriva per rivivere col nome e col titolo di duca di Fagnano. Fra
poco avrebbe lasciato quei monti che l’avevano visto venir su come un
libero e audace lupacchiotto, e dei quali era stato padrone e signore
a capo della sua banda. Dalla aperta finestra li contemplava con senso
di tenerezza profonda: tutta la sua vita gli si spiegava dinanzi, e
l’anima sua si avventava per così dire a quella solitudine della quale
riconosceva ogni ruga ed ogni macchia. Quante volte, giovine ancora,
quasi fanciullo, aveva dormito all’ombra di un roveto sognando quel
sogno della sua vita che era l’ineffabile sentimento onde aveva pieno
il cuore per Alma, per Alma, il cui fascino arcano perdurava così in
lui che non osava dirla sua cugina. Sua cugina, lei! Lei dell’istesso
suo sangue, lei per giunta che usufruiva delle ricchezze e del titolo
che a lui solo spettavano? Ed era per questo pensiero, oltraggioso
per quella creatura la quale era stata finallora la sua religione e
l’unico suo culto, che pur essendo stato solennemente proclamato da suo
padre, la notte innanzi, per erede legittimo di quel titolo e di quelle
ricchezze, egli non sapeva risolversi a crederli suoi!
Quanto stette così perduto nei sogni del passato, mentre nella stanza
attigua si ergeva il catafalco per suo padre, mentre già innanzi allo
spiazzo la folla dei contadini si mesceva a quella dei soldati? Molte,
molte ore eran passate. Verso il tardi sentì un rumorio pel castello,
vide sullo spiazzo allinearsi i soldati ed infine muovere il corteo
che si dirigeva verso il paesello, certo per deporre nella chiesa
parrocchiale, ove era la tomba dei duchi di Fagnano, il cadavere di suo
padre ed ove, come Carmine gli aveva detto, era anche sepolta la povera
madre sua. E nessuno lo aveva avvisato; nessuno, prima di deporre nella
bara il cadavere lo aveva invitato a rendergli l’ultimo tributo?
Intanto era scesa la notte e sul castello tutto incombeva lugubre
il silenzio. Il giovane si scosse, tratto da quello intontimento da
un pensiero: prima di abbandonar forse per sempre quei luoghi voleva
baciar la fossa che racchiudeva sua madre, riveder le sembianze del
padre suo. Poi... poi di nuovo in balìa del destino che lo sospingeva
verso l’isola fatale in cui era atteso da una Regina e in cui avrebbe
rivisto fredda e bianca la giovanetta del suo pensiero.
Uscì dal castello senza incontrar nessuno, neanche il vecchio Carmine,
e si diresse verso il paesello per un sentiero che usciva nei pressi
della chiesa parrocchiale. Vide da lungi che il corteo ne tornava, onde
si affrettò temendo di trovar chiusa la porta della chiesa. La chiesa
era anch’essa deserta, ma la porta ne era socchiusa. Egli entrò. Nel
mezzo della navata fra quattro ceri avevan deposto la bara di suo padre
il cui coperchio era sollevato.
Si avvicinò e stette per un pezzo immobile a contemplare il cadavere
che aveva nel viso bianco una grande serenità. Come lieta esser doveva
la donna che era stata di quell’uomo l’unico amore e che per trent’anni
lo aveva atteso in una fossa di quella chiesa; come era lieta l’anima
della madre sua che finalmente vedeva raccolti a sè dappresso l’uomo
del suo cuore e il figlio delle sue viscere! E lui sarebbe andato
lontano, lui li avrebbe lasciati in quella quiete, in quel silenzio,
in quell’ombra, in quella pace, per affrontar nuovi dolori, per
correre nuove avventure, per servire all’ambizione di una regina e per
vagheggiare un suo sogno? E lui li avrebbe lasciati per morire chi sa
dove, dopo nuove stragi e fors’anche nuovi delitti! E valeva la pena,
checchè offrir gli potesse la vita, lasciar soli in quel buio, in quel
silenzio, in quella pace coloro cui doveva la vita, quella donna le cui
ossa in quell’istante tremavano d’amore nella fossa mentre l’anima gli
aleggiava d’intorno, e quel vecchio che forse nel regno degli spiriti
godeva nell’amore di lei di quella gioia che aveva invano chiesto alla
terra?
In questo intese un rumore a sè vicino; si rivolse e vide Carmine,
il vecchio Carmine, che non osando di distoglierlo dal raccoglimento
in cui lo aveva visto, si teneva immobile aspettando che egli si
rivolgesse.
— Carmine, tu? — esclamò il giovane.
— Ho compreso che sareste venuto qui prima di lasciar forse per sempre
questi luoghi — rispose il vecchio che aveva gli occhi gonfi di lacrime
e la cui voce tremava.
— Grazie — rispose il giovane, commosso profondamente anche lui. — Non
sarei partito senza prender commiato da te a cui debbo tanto.
— Lo so... ne ero certo, ma non si tratta di questo. Il maggiore mi ha
chiamato e mi ha detto, in verità con modi assai benigni, che fa d’uopo
partiate al più presto, stasera istessa. Egli s’impegna di non farvi
molestare finchè non v’imbarcate per la Sicilia. Dice che solo questo
può far per voi e in omaggio alla memoria del povero vostro padre.
— È giusto — mormorò Riccardo — è giusto. Ma bisogna pure che mi
provvegga...
— Il signor maggiore ha pensato a tutto, a tutto. Fuori troverete uno
dei cavalli che portaste da Napoli e che erano caduti in potere dei
soldati, con la valigia, quella valigia nella quale ci è anche un po’
di danaro, delle vesti, della biancheria, insomma tutto ciò che ci era
quando i Francesi se ne impadronirono. In quanto alle armi, ha detto
che ne siete ben fornito e quindi...
— Mi si manda via, mi si scaccia — fece il giovane con voce amara — ma
fu questo il patto e devo essere grato al maggiore del cavallo e della
valigia. E tu, povero Carmine, tu...
— Io resterò nel castello come custode. È una concessione del maggiore
a cui, pare, io vado a verso.
— Hai sollevato di un gran peso l’anima mia, e dì al maggiore che lo
ringrazio non solo di quel che ha fatto per me osservando il patto e
restituendomi la mia roba e uno dei miei cavalli, ma anche della bontà
che ha per te. Ed ora aspettami fuori, buon Carmine, che io sarò presto
pronto a partire.
S’inginocchiò presso alla bara di suo padre, ne prese la mano fredda ed
inerte e mormorò con voce lenta e solenne:
— Addio, padre mio. Riposa in pace nella fossa dei tuoi avi ove forse
invano aspetterai che ti raggiunga, ma sta sicuro che io, qualunque
siano le vicissitudini della mia nuova vita, saprò custodire intatto
l’onore del nostro nome. Riposa in pace e prega per me, padre mio,
prega per me con la poveretta la cui anima ti accolse nel regno degli
spiriti.
Baciò la mano inerte e gelida che stringeva fra le sue, baciò il volto
bianco e sereno di suo padre, e dopo avergli rivolto un ultimo sguardo
uscì dalla chiesa.
Carmine l’aspettava tenendo per la briglia il cavallo insellato che
aveva in groppa la valigia.
— Carmine, mio buon Carmine! — esclamò il giovane aprendo le braccia
nelle quali il vecchio si precipitò.
Stettero un pezzo così abbracciati, poi Riccardo si disciolse, si
raddrizzò nella persona come per ripigliare possesso di sè e con un
salto balzò in sella.
— Addio — disse volgendosi al vecchio — addio!
E spronò il cavallo disparendo in breve fra gli alberi folti del bosco
vicino.