Il molino di Geltrude era posto in fondo alla valle, giù per la quale
scorreva un torrentello. In esso viveva solitaria la vecchietta che
in altri tempi era stata fra le più belle della borgata e aveva fatto
molto parlare di sè. Pure curiosa com’era, sapeva tutto quel che
accadeva nel dintorno che a lei riferivano coloro i quali portavano a
molire il grano, il granone, le castagne, pagando così parte del loro
tributo. La sera in sull’imbrunire la vecchietta stornava l’acqua del
torrentello, si asserragliava nella stanzuccia in cui dormiva e non
avrebbe aperto a chicchessia per cosa al mondo.
La sera di quel giorno, ella che da quando i Francesi s’erano
impossessati del castello era divenuta più guardinga e più prudente,
quando ancora il sole era sull’alto dei monti lontani dopo i quali si
stende il Tirreno azzurreggiante, aveva annodato il sacco di farina
contenuto nella tramoggia, e chiusa e sprangata la porta del molino era
risalita nella sua stanzuccia.
Gli avvenimenti che si erano succeduti l’avevano sbalordita, nè sapeva
spiegarseli per quanto vi arzigogolasse sopra. Le pareva tanto naturale
che appena il padre avesse riconosciuto il figlio, questi dovesse di
un tratto prendere il nome e il posto che gli eran dovuti! Intanto
Riccardo era fuggito, il duca colpito da apoplessia tra la vita e la
morte, anzi in quel mattino era corsa voce che fosse spirato, la quale
notizia era stata poi smentita. Nè ella sapeva a chi rivolgersi per
appurare la verità vera; sapeva soltanto, che Carmine aveva libero
ingresso nel castello e che non si dipartiva dal capezzale del malato;
neanche Carmine dunque poteva appagare la sua ardente curiosità, nella
quale ci era anche un grande interessamento per la sorte di Riccardo.
Intanto era scesa la notte ed ella accudiva svogliatamente alle
faccenduole della sua casetta, trasalendo ad ogni scampanio della
lontana parrocchia nel quale le pareva di riconoscere il suono della
campana a morto.
— Gesù, Gesù — diceva la poveretta — quando il destino ci prende di
mira! E che ne è di quel povero giovane che non avrebbe più bisogno ora
di esporre la vita randagia per questi monti con tante ricchezze sotto
l’occhio del sole?
In questo un picchio alla porta del molino le fece gelare il sangue
nelle vene. Rimase immobile, con le orecchie tese, sperando che un
tal rumore fosse accidentale. Ma un altro picchio la fece trabalzare.
Questa volta non ci era da ingannarsi; proprio alla porta del molino si
picchiava.
— Che sia Giovanni, venuto pel sacco di farina? Se è Giovanni gliene
vorrò dire di tutti i colori. È ora questa di andare a rompere le
scatole alla gente?
Però il dubbio che non fosse Giovanni le stringeva il cuore di paura.
Aprì pian pianino l’imposta della finestretta e sporse il capo.
— Chi è? — chiese tutta tremante.
Aveva visto due ombre rassomiglianti a due monaci questuanti.
— Aprite, Geltrude — disse una voce che le parve di riconoscere.
— Io sono una povera donna e non ho niente da darvi. Se volete un po’
di farina tornate domani.
— Sono io — continuò la voce sommessamente — io, Riccardo.
Rimase sbalordita, che non poteva dubitarne avendo ora ben riconosciuta
la voce. Riccardo in casa sua, Riccardo che era evaso in quella notte,
Riccardo che i Francesi cercavano a morte!
Non rispose ma si precipitò per le scale, spaventata da una parte; ma
dall’altra non le pareva vero che ella finalmente entrasse per qualche
cosa nelle avventure di quel giovane pel quale aveva inteso sempre un
grande affetto. Ma giunta innanzi alla porta sostò. E se non fosse lui?
E se fosse un malvivente camuffato da monaco questuante, uno dei tanti
sbandati che ad onta della sorveglianza dei Francesi infestavano quelle
campagne? E chi era l’altro? Non Pietro il Toro, non il Magaro, non
il Ghiro, compagni inseparabili di Riccardo, che altrimenti avrebbero
fatto sentire la loro voce!
Aperse uno sportellino nel mezzo della porta e guardò. Era proprio lui,
proprio lui: ne vide il viso maschio e fiero attraverso i lembi del
cappuccio, quantunque smagrito e sofferente. Non indugiò più oltre ed
aprì la porticina.
— Voi signor Duca — gli disse facendosi da parte. — Che onore, che
onore per me! Vi siete ricordato che questa è casa vostra e più che mai
ora, perchè sapete bene che il molino io l’ho in fitto...
— Buona Geltrude — rispose lui entrando — io non sono che Riccardo, vi
ricordate? Riccardo che più di una volta ebbe da voi riempite le tasche
di pane e di castagne.
— Sia comunque, avete fatto bene a venire da me.
— Badate però che mi si insegue, mi si ricerca, e se mi colgono da
voi...
— Speriamo che non vi colgano — fece lei pur non potendo dissimulare
la sua esitanza ridestata dalle parole del giovane. — Ma lasciate che
chiuda.
In ciò dire sprangò la porticina, prese il lume e salì la scaletta
seguita dai due.
— E cotesto vostro compagno chi è? — chiese lei, chè la curiosità
vinceva nell’anima sua ogni altra apprensione.
Il compagno di Riccardo non aveva sollevato il cappuccio che gli
scendeva fin sulla fronte, lasciando all’ombra il resto del viso.
Nella tonaca monacale, appariva di membra snelle, con certe linee che
svegliarono i sospetti di Geltrude, la quale l’andava esaminando con
evidente interesse.
— È un amico che ha rischiato più volte la vita per me e che vuol
dividere la mia sorte, buona o cattiva che debba essere.
— Ah! un amico! — disse fra i denti Geltrude non lasciando di squadrare
il compagno di Riccardo con uno sguardo inquisitore.
— Ebbene no — disse Vittoria facendo cadere il cappuccio — non un
amico: un’amica, invece, cara comare, ma che vale quanto un uomo se
non di più, se mai avete inteso discorrere di Vittoria che difese il
castello.
— San Francesco di Paola! — esclamò la vecchia giungendo le mani e con
una viva espressione di spavento e insieme di ammirazione. — Voi, voi
che dicono così terribile, che bevete il sangue di nemici, che uccidete
un uomo come io tiro il capo ad un pollastro, voi che siete così bella!
Ah, se i Francesi sapessero che siete in casa mia! E dire che siete
tanto vicina ad essi che stamane han mandato tutta una compagnia per
ricercarvi!
— Non perdiamoci in parole, buona Geltrude — disse Riccardo, il quale
aveva visto che alle parole della vecchia, Vittoria era divenuta cupa
in volto. — Noi abbiamo dato appuntamento qui a Pietro il Toro che è
andato alla ricerca di Carmine.
— Carmine è al castello — rispose Geltrude che non rimuoveva gli occhi
dalla giovane donna, la quale pareva assai seccata dalla curiosità che
destava.
— Lo so: so che il povero duca, quantunque riavutosi, lotta ancora tra
la vita e la morte, e che il suo stato è disperato. L’ho appreso da
alcuni carbonai. Io son qui per compiere un debito sacro: quello di
rivedere mio pa... quello di rivedere il duca.
— L’avete già visto dunque, se volete rivederlo! E come avete avuto il
cuore di lasciarlo? Non vi ha detto Carmine chi voi siete, che cosa è
per voi quel povero vecchio? Fui io, fui io che lo indussi ad andare
al castello per compiere la missione che la povera madre vostra gli
aveva affidato. Egli tentennava adducendo tante stupide ragioni...
Sapete come è Carmine! Un bravo uomo, un cuor d’oro, che vi ama come
un figlio, ma si affoga in un bicchier d’acqua; e se non fosse stato
per me, voi ancora ignorereste la vostra nascita. Come dunque vi ha
fatto il cuore di fuggire, di lasciar vostro padre, quel magnifico
castello, tante richezze ed anche... perchè no? oramai si può ben dire,
la certezza di un matrimonio pel quale non c’è più bisogno di divenir
generale? Vi ricordate quel che vi dissi un giorno, quando mi accorsi
che diventavate pallido in viso a vedere una certa bella creatura,
quando vi sorpresi che la guardavate con l’anima negli occhi, cacciando
dal petto certi sospiri... Non ho ragione, non ho ragione? ditelo voi.
Queste ultime parole erano state dirette a Vittoria che se ne stava
immobile e in silenzio. Alla dimanda della vecchia si scosse e con tono
brusco rispose:
— Che ne so io, che ne so?
E per nascondere il turbamento si avvicinò alla finestretta. Non voleva
confessare a se stessa di essere scontenta di sè, di sentirsi umiliata
dal fascino di quel giovane, fascino che a lui la teneva avvinta senza
potersene staccare. Che aveva fatto di lei quella passione scoppiata
di un tratto come un incendio in una foresta inaridita dalla lunga
canicola! Perchè non era andata via anche lei con gli altri? Perchè
non aveva ripreso la vita d’un tempo in cui ella era padrona di sè e
libera come lo sparviero? A che ostinarsi a seguir quell’uomo che era
stato ben leale con lei e le aveva tolto ogni speranza? Ah, i tempi
in cui, come Riccardo aveva ben detto, ad un semplice corrugar del
ciglio vedeva impallidire i più feroci: quando ella a capo della sua
banda passava come furia devastatrice pei villaggi presi di assalto:
quando vedeva sgomenti ed avviliti a sè dinanzi i catturati in una
scorreria che imploravano pietà!... A che l’aveva ridotta quell’amore
che la umiliava pur non potendo ad esso sottrarsi? E non poteva neanche
maledir quell’uomo che senza volerlo l’aveva così sconvolta; non poteva
nulla rimproverare a quell’uomo che fin dal primo istante le aveva
aperto l’animo suo! Ah, se avesse potuto odiarlo per come l’amava,
avrebbe trovato nell’odio, nella vendetta, un rimedio a’ suoi mali! Che
era avvenuto dunque in lei, che era avvenuto? Un’altra anima dunque
si era sostituita alla sua, un’anima nata per essere schiava, nata
per godere della catena onde era avvinta, nata per inebbriarsi nella
voluttà del dolore?
E un tale spasimo non avrebbe avuto mai fine, mai fine, chè ella
ben sentiva ornai infranta la sua vita. Della donna di un tempo solo
restava in lei la fierezza. No, se anche egli fosse venuto meno ai suoi
impegni, al suo dovere, all’amore della sua vita, e le avesse aperto
le braccia per darsi a lei, ella oramai si sarebbe rifiutata, pure
agonizzando di acuto desiderio. Le parole della vecchia Geltrude erano
state delle spine velenose che ad una ad una le si erano conficcate nel
cuore; pure sentiva che se egli per lei avesse a tutto rinunciato, ella
non l’avrebbe voluto.
Ed intanto era là con lui: ed intanto lo seguiva come trascinata dietro
a lui da una fatalità tremenda! E fin dove, fin dove l’avrebbe seguito
riluttante, sdegnata, avvilita, fin dove?
Era questa la domanda che si rivolgeva. L’avrebbe seguito financo in
Sicilia, ove l’aspettava una Regina, e dove egli col nome superbo
dei suoi padri avrebbe potuto fissar quella creatura che finallora
era stata così in alto per lui quanto una stella per una lucciola? Si
sarebbe rassegnata a vedersi reietta, trascurata, o peggio, compatita
come un meschino essere, sol degno di pietà? Ebbene sì, rispondeva a
sè stessa, sì; sentivasi vile a tal segno, sentivasi a tal segno nel
dominio di quel fascino strano!
Che era dunque avvenuto nella sua compagine, nel suo cuore, nelle sue
viscere?
— Giungono — disse Riccardo che attraverso i vetri della finestretta
aveva visto due ombre scendere pel sentiero che metteva al molino —
giungono! Dio sia ringraziato!
Non potevano essere a quell’ora che Pietro e il vecchio Carmine.
Invero, poco dopo fu picchiato alla porta del molino. Geltrude era
corsa ad aprire, spaventata da una parte pel pericolo che correva, ma
assai soddisfatta dall’altra di essere in mezzo a quell’avventura.
— Salite, salite — disse sottovoce ed aprendo la porticina tanto da
poter passare un uomo. — Lui vi attende da un pezzo impaziente, povero
giovine!
— Zitto non far chiacchiere — disse bruscamente Pietro il Toro — chè ne
va della vita.
— Temo di essere stati notati, d’essere stati seguiti. I Francesi, che
finora si eran tenuti sicuri, son divenuti assai diffidenti, tanto che
mal veggono la mia assiduità presso il letto del povero duca. Sarebbero
ben contenti di cogliermi in trappola!
E il vecchio Carmine, che era entrato l’ultimo, si mise ad origliare e
a scrutar la campagna che era buia e silenziosa.
— Salite, via, salite — diceva Geltrude — Se vi dico che quel povero
figlio non ne può più dall’ansia! Ma intanto datemi notizie del duca.
Povero signore, quando, dopo tanto aver sofferto, poteva dirsi felice!
— Il duca non giungerà a dimani — rispose Carmine con voce afflitta.
— Ma aspettate un po’ — fece la vecchia sbarrando il passo ai suoi due
amici. — Bisogna che soddisfiate una mia curiosità... nell’interesse
di... via, voglio ancora chiamarlo col nome che gli ho dato sempre...
di Riccardo. È venuto qui travestito da frate questuante e seguito da
un fraticello, che è poi una donna... la famosa Vittoria. Vorrei sapere
mo’ se se la intendono, perchè capite?....
— Va là, vecchia chiacchierona — esclamò Pietro dandole un urto che la
fece venir meno. — Ti par momento questo di rivolgerci tali domande?
Carmine intanto era entrato nella stanzuccia in cui Riccardo
l’aspettava. A vederlo corse a lui con le lagrime agli occhi.
— Riccardo... signor duca — fece il vecchio — siete tornato, posso
ancora vedervi! Ah, che avete fatto, che avete fatto! Vostro padre vi
avrebbe liberato, vostro padre era venuto nella prigione per cercare il
modo di salvarvi, e la trovò vuota, sicchè credette che non vi avrebbe
visto mai più. Che avete fatto, che avete fatto!
— Io voglio veder mio padre, intendi? voglio vederlo, a qualunque costo!
— Dio del Cielo!... certo sarebbe una grande consolazione per lui;
ma come fare, come fare? Sapete che i Francesi non volevano lasciar
entrare neanche me? Il povero duca dopo avermi consegnato mia carta
per voi era caduto in deliquio; io credetti che fosse morto e corsi a
chiedere soccorso. Poi rinvenne ed ordinò che io non mi muovessi dal
suo capezzale, ma mi sono accorto che mi si sorveglia. Ora, come farvi
entrare, come?
— Io voglio veder mio padre a qualunque costo, intendi?
— Capisco, capisco, perchè, scusate la franchezza, dovete sentir
rimorso di quel che avete fatto...
— Trova tu un mezzo. Io son risoluto, se non potrò giungere a lui
di nascosto, son risoluto ad entrar nella sua stanza anche se fosse
custodita da un battaglione di soldati.
— Come si fa, come si fa? — balbettava il vecchio grattandosi la testa
come in cerca di un’idea.
Parve che gliene fosse balenata una perchè alzò il capo col viso di chi
discuta seco stesso un’impresa.
— Si potrebbe — disse con lentezza di chi vada formando a poco a poco
un disegno — far credere che il duca abbia voluto per confessarsi un
monaco del vicino convento e che io sia andato a chiamarlo. I Francesi
non veggono di buon occhio i frati, ma non oseranno opporsi a un
desiderio del Commissario... Non vi par questo un mezzo acconcio?
— Qualunque sia — disse Riccardo. — io l’adotto.
— Ma se vi scoprono?
— Se mi scoprissero e non potessi fuggire approfittando della loro
sorpresa, diranno che la mia è stata una bravata.
— A meno che vostro padre per salvarvi non svelerà l’esser vostro, come
avrebbe fatto se...
— Andiamo dunque — disse Riccardo — andiamo. Se il povero padre mio
deve morire, sappia almeno che suo figlio non è un ingrato e che per
vederlo ha posto in rischio la vita.
— Vengo anche io — disse Vittoria che finallora si era tenuta in
disparte. — Non è solito che i frati vadano a due a due?
— Per me è un dovere l’espormi a tal rischio — rispose Riccardo. —
Perchè vuoi anche tu affrontarlo?
— Vengo anch’io — ripetè lei con tale accento di risolutezza che
Riccardo comprese che non si sarebbe rimossa.
— Ed io — fece Pietro il Toro — vi aspetterò sotto la finestra della
camera attigua a quella del duca. Carmine me l’ha già mostrata, perchè
io preveggo che la cosa non passerà liscia. I Francesi sono in preda
a mille diavoli per la evasione di stanotte. Per deludere la loro
vigilanza e giungere fino a Carmine ho dovuto mettere in giuoco tutta
la mia astuzia. La cosa non passerà liscia, vedrete.
Geltrude li accompagnò fin sull’uscio di strada. Quando li vide andar
via così preoccupati che non le rivolsero la parola, nel chiudere la
porta mormorò indispettita:
— Ed io non saprò nulla, dovrò attendere fino a domani! Non meritavo
d’esser trattata così; neanche una parola, neanche una parola!
Fecero la via silenziosi, chè ognuno era turbato da tristi pensieri.
A che dunque era giovata quella fuga se dovevano di nuovo ricadere in
bocca al lupo? diceva fra sè e sè Pietro il Toro. Ma ineffabile era
il cruccio di Vittoria che vedeva l’opera sua resa del tutto inutile;
eppure ella aveva sperato, vagamente sperato, che quella suprema
prova di devozione avesse influito nell’anima di Riccardo da indurlo
a rinunciare al progetto di andare in Sicilia. Ora aveva compreso che
niente sarebbe valso a rimuoverlo, neanche la vista del padre morente,
quantunque egli per compiere un pietoso ufficio si esponesse ad essere
ripreso. E lei lo seguiva con tanta umile rassegnazione! Ma dove era
andata, dove, la sua fierezza? Non era divenuta peggio di una di quelle
donnicciuole che in tanto disprezzo aveva tenuto fin allora, le quali
vivono schiave di un uomo, nella dedizione non solo del loro cuore, ma
anche della loro volontà?
E giungeva financo a rimproverarsi d’aver sottratto a Pietro quel
documento che provava la legittimità della nascita di Riccardo e che
la superbia del padre di Alma, se mai un giorno Riccardo dichiarasse
l’amor suo, avrebbe creduto indispensabile per assentire alla loro
unione. Quante volte era stata tentata di lacerarlo, ma non aveva
osato, come non aveva osato di restituirlo a Pietro, il quale in tante
vicissitudini non aveva avuto il tempo di accorgersi che il documento,
custodito da lui gelosamente per trenta anni, era andato perduto. Era
giunta a considerare una tale sua colpa così grave da sentirne onta,
lei che aveva vissuto senza leggi per tanti anni, e di violenza e di
rapine. Ma donde erano sbocciati quei sentimenti in lei? Qual veleno
serpeva pel suo sangue da renderla così incerta, così perplessa, così
fluttuante da non aver l’energia d’appigliarsi a un partito e che
la faceva seguire quell’uomo il quale aveva per lei solo una fredda
commiserazione?
Altri pensieri si avvicendevano nell’anima di Riccardo. In lui non
era venuto meno il proposito di attenere il suo impegno con la Regina,
ed inoltre si sentiva spinto da una forza irresistibile verso quella
Sicilia ove era anche Alma, Alma, alla quale, senza quasi averne
coscienza, convergevano i suoi pensieri. Tutte le fortune che finallora
gli avevano sorriso l’avevan lasciato insoddisfatto, scontento, come
se in fondo al suo cuore vi fosse una aspirazione, una sola e che
non sapeva ben definire. Nè il poter risorgere con un nome e uno
stato cospicuo, sol che si fosse piegato alle offerte del duca, lo
incoraggiava a quell’aspirazione che era sempre per lui uno di quei
luminosi sogni nei quali si ha coscienza di sognare. Pure non osava
dire a sè stesso che da quei pochi incontri con Alma poteva trarre
argomento che non le fosse del tutto indifferente, e più d’una volta si
era rimproverato di aver creduto che nella notte dell’assalto Alma si
fosse turbata nel trovarlo in intimo colloquio con la Regina.
Non pertanto al disopra di ogni dovere ci era quello di tornare a quel
povero vecchio che giaceva agonizzante. Se mai avesse dubitato, se mai
avesse creduto un’allucinazione senile l’esser lui figlio del duca,
anche a non prestar fede alle testimonianze di Carmine e di Pietro il
Toro, il letale effetto che su quel vecchio aveva avuto la sua fuga
era tale da farne prova. Era lui che involontariamente l’aveva ucciso;
per colpa sua quella vita trascorsa nei dolori, nell’esilio, nella
solitudine, si chiudeva con un dolore tanto più micidiale in quanto
era stato preceduto da una gioia così intensa, la gioia di un padre
che ritrova suo figlio. Egli non si sentiva colpevole di avere opposto
un rifiuto alle offerte del duca, ma il rimorso ne avrebbe atrocemente
logorato il cuore se non fosse accorso al capezzale di lui anche
sfidando il pericolo d’essere ripreso. Gli doveva una tale riparazione
e un tale compenso: il ritorno di lui già libero, già padrone di sè,
di quale conforto non sarebbe stato pel morente, che avrebbe visto nel
temerario ritorno una prova suprema di amore e di pietà filiale!
Erano giunti intanto al principio dello spiazzo innanzi al castello: il
luogo era deserto, chè da gran tempo i soldati si erano dati al riposo.
— Concertiamo il da fare — disse Carmine sostando.
Gli altri gli si raccolsero intorno aspettando che egli parlasse.
— Certo l’ufficiale di guardia m’interrogherà prima di lasciarci
entrare. Oramai sanno che io sono un confidente del duca e mi lasciano
entrare ed uscire a piacere; ma temo che pei due frati ci vorrà il
permesso del capitano.
— Non credo che possano sospettare di nulla. Un evaso che ritorna da sè
coi suoi complici!...
— È vero ma, ripeto, ora abbondano di precauzioni.
— Se non vi lasceranno passare per la porta — disse Pietro il Toro — ci
è la finestra della camera attigua a quella del duca.
— Non vorrei ricorrere a tali estremi.
— Eppure il diavolo mi dice che a tali estremi bisognerà ricorrere se
non per l’entrata, per l’uscita. Io starò vigile sotto la finestra.
— Siamo intesi — disse Carmine. — Ed ora andiamo, ed il buon Dio ci
aiuti!
E precedendo i due frati si avviò verso la porta del castello che
era socchiusa e presso la quale si teneva immobile un soldato in
sentinella.
— Che gente? — gridò quando vide appressarsi quelle tre ombre.
— Carmine, il confidente del duca — disse Carmine avanzandosi.
— Bene; e quegli altri due?
— L’uno è il reverendo... il reverendo padre Francesco del vicino
convento, l’altro... un fraticello che l’accompagna. Il duca vuole
riconciliarsi con Dio.
— E bisogna che tu ti concilii con l’ufficiale di guardia — disse
il soldato bruscamente. — Cotesti fratacchioni non han mai messo il
piede fra noi. Sergente — disse poi volgendosi allo interno — avvisate
l’ufficiale che due monaci chieggono di essere condotti nella camera di
Sua Eccellenza il Commissario.
Poco dopo un ufficiale, che al certo era stato allora allora svegliato,
apparve sulla porta.
— Cosa c’è? — disse. — Anche i frati adesso?
— Sissignore, signor tenente — rispose con umile voce Carmine. — Ho
fatto tanto, tanto cammino per giungere al loro convento, ed anch’essi
sono stanchi, poveretti, da non poterne più.
— Poveretti! Bisognerebbe dar fuoco ai loro conventi che son
ricettacolo di ladri e di assassini.
— Gesù, che dite mai? Padre Francesco è un santo uomo e il suo
convento una vera casa del Signore; perciò il duca, che in altri tempi
l’aveva assai a caro, l’ha fatto chiamare; povero duca, che al certo
non giungerà al dimani! Sarebbe venuto qui, in bocca al lupo, padre
Francesco, se avesse avuto da rimproverarsi cosa alcuna, lui che è un
vero servo di Dio?
L’ufficiale stette un po’ esitante: invero le parole di Carmine erano
convincenti. Come diffidare di chi spontaneamente chiedeva di entrar
nel castello, e come dubitare che il Commissario avesse fatto chiamare
quel frate, se l’affermava quel vecchio contadino che per tutta la
giornata non si era dipartito dal letto del malato? Inoltre, svegliato
a mezzo il sonno voleva tornare a letto, onde volgendosi con un gesto
d’impazienza a Carmine:
— Conducili tu stesso e non mi si stiano a rompere più le scatole.
E andò via borbottando:
— Un antico convenzionalista, un amico di Marat e di Robespierre sentir
bisogno delle chiacchiere di un fratacchione! Già speriamo che un altro
flusso di sangue ce lo porti via, chè in verità è una vergogna per i
soldati di S. M. l’Imperatore essere sotto agli ordini di un borghese
che non sa neanche come si smonti un fucile!
Carmine esultava, Carmine non capiva nei panni per la gioia, ma si
guardò bene dal mostrarlo. Si rivolse ai due frati che si erano tenuti
in disparte e disse:
— Venite, padre, venite, che questi bravi soldati sanno il rispetto che
si deve ai servi del Signore.
I due frati, che avevano calato sulla fronte il cappuccio, entrarono a
capo chino nell’androne, e seguendo Carmine si diressero verso l’ampia
scala che metteva nell’appartamento del duca, ma non avevano saliti i
primi gradini quando s’incontrarono in un sergente che scendeva e che
si fermò a squadrarli.
— Oh, oh — disse il sergente La Harpe che quella sera era più alticcio
del solito — pare che ci siamo riconciliati col Papa! Dove andate, se è
lecito?
— L’abbiamo detto all’ufficiale di guardia — rispose Carmine, con voce
di cui mal dissimulava il tremore.
La scala era vivamente illuminata da una lanterna, la cui luce cadeva
in pieno sui due frati.
— Capisco, altrimenti trenta giorni di consegna e di pane ed acqua non
mancherebbero al soldato di sentinella che li avesse lasciati passare.
Ma ci sono anche per qualche cosa io che ho la consegna della parte
superiore del castello...
— Il Commissario li ha fatti chiamare...
— Se il Commissario li ha fatti chiamare... Anche i frati adesso! Non
bastavate voi altri che ve la intendete con tutta questa canaglia
di briganti. A me non piacciono coloro che, frati o non frati, non
mostrano il viso e non guardano negli occhi la gente, come deve fare un
buon soldato di S. M. l’Imperatore. Su la testa, scioccone!
E in così dire prese pel mento il più mingherlino dei due monaci e con
rapido atto gli fece sollevare il capo. Ma quello gli rispose con un
urto così formidabile che il sergente sdrucciolò pei gradini, mentre il
frate, cui era caduto il cappuccio, lo rialzava, seguendo in fretta su
per la scala Carmine e l’altro monaco.
Il sergente si era alzato e se ne stava perplesso, confuso, col capo in
alto, come se discutesse seco stesso sulla possibilità di un caso assai
strano.
— Ma non è punto un frate quello lì — diceva con gli occhi sempre in
alto, quantunque Carmine e i due frati fossero spariti — non è punto
un frate! Per mille milioni di cartucce, da quel che ho visto così
come un baleno, mi sembra una femmina, e... e una femmina già vista
altre volte... Sicuro, alla taverna, quella sera in cui mi buscai gli
otto giorni di consegna. M’inganno? Che l’intruglio che ci dànno per
vino mi abbia così offuscato gli occhi? L’ufficiale di guardia li ha
lasciati passare, dunque? Una donna nella camera del Commissario che
è più dell’altro mondo che di questo! Pure ho buoni occhio io! Mi darà
dell’ubbriaccone ma voglio parlarne all’ufficiale di guardia. E l’altro
perchè teneva il capo basso, tanto che appena appena nè ho visto la
punta del mento! Che mistero è questo?
In tal mentre scendeva il maggiore comandante il battaglione che
avendo saputo di alcuni soldati i quali la notte se la svignavano
dai dormitorii per andare a far baldoria nel vicino villaggio, aveva
risoluto di visitare i dormitorii. Alla vista del sergente tuttora col
naso in aria, si fermò sorpreso.
— Sergente la Harpe, che fate qui a quest’ora?
Il sergente la Harpe era un buon soldato, molto stimato dai suoi capi,
i quali gli perdonavano il suo irresistibile amore pel buon vino. Fece
il saluto militare, ma in sulle prime non trovò parole per rispondere.
— Insomma, perchè siete venuto qui? Perchè siete così confuso?
— Capperi, signor maggiore... non so se... con buona pace del signor
ufficiale di guardia... certo ha bene aperto gli occhi prima di lasciar
passare quei due frati che Sua Eccellenza il Commissario ha voluto
presso di sè... Con buona pace dunque del mio superiore, io credo che
uno di quei frati sia... una donna!
— Che imbroglio è questo! — gridò il maggiore. — Una donna qui...
travestita da frate a quel che intendo... nelle stanze del Commissario?
Sergente La Harpe; se il vino vi ha dato le traveggole ne avrete per un
mese di prigione di rigore.
— Lo sapevo, lo sapevo! — borbottò il sergente — e perciò non volevo
dir nulla. Ma quella lì è una donna... ci scommetto i miei galloni
guadagnati alle Piramidi contro un bicchiere di vinello annacquato.
— Svegliate l’ufficiale di guardia. Vediamo un po’ come va questa
faccenda — ordinò il maggiore.
La commozione di Riccardo entrando nella stanza attigua a quella in cui
suo padre agonizzava era profonda; pure la riuscita del suo disegno lo
confortava alquanto. Nessuna forza al mondo ora gli avrebbe impedito
di veder suo padre, nè si dava pensiero di quel che avrebbe potuto
accadergli, da uomo avvezzo alle arrischiate imprese. Vittoria, ancora
indispettita, si sentiva parata a tutto, ben comprendendo anche lei
che un gran pericolo lor sovrastava, specialmente dopo l’incontro col
sergente che al certo aveva dovuto riconoscere in lei una donna, se non
proprio quella che aveva incontrato altra volta nel fondaco di massaro
Cicco. Ella era là per Riccardo, e come l’aveva seguito nel castello
l’avrebbe seguito anche altrove, per quella inesplicabile dedizione
della sua volontà alla volontà di lui.
— Che lo avvisi almeno, che lo avvisi! — disse Carmine, e facendo segno
che si fermassero sulla soglia della camera.
Quando Carmine entrò, i due valletti che dormicchiavano presso al letto
del duca, si scossero.
— Riposa? — chiese loro Carmine.
L’ammalato giaceva supino con gli occhi socchiusi.
— Sì, da un pezzo — risposero sottovoce. — Ha chiesto di voi, e noi gli
abbiamo detto che sareste tornato fra breve.
— Andate dunque a dormire nei vostri letti. Veglierò io.
— Ma il dottore ci ha ordinato di non muoverci...
— Non vi ha imposto il signor duca di ubbidirmi in tutto? Che bisogno
ha della vostra presenza qui se ci sono io? Inoltre, nell’anticamera
vi sono i due frati che in nome suo ho indotto a venir qui, certo per
discorrere di cose assai gravi e segrete.
I due valletti, in verità, avevano protestato solo per isgravio di
coscienza, ben lieti di poter dormire nei loro letti. Si alzarono e
andarono via, mentre Carmine si avvicinava al giacente.
— Carmine! — disse il duca, sollevando pesantemente il capo.
Due candele spandevano un fioco chiarore per la stanza, lasciando
nell’ombra il lettuccio.
— Signor duca, signor duca — disse Carmine piegandosi su lui — siete in
grado di sopportare una nuova che v’inonderà l’anima di gioia?
Il vecchio spalancò gli occhi, il volto gli si accese, fissò Carmine
balbettando senza poter proferire parola. Infine fece uno sforzo.
— Parla — disse borbogliando — parla. Una gioia? E vuol Dio farmi
morire con una gioia nell’anima?
Nello sguardo gli sfavillava il pensiero del figlio, ma non osava
interrogar Carmine, tanto vana gli pareva una tale speranza. Lo fissava
interrogandolo con la muta espressione del viso.
— Sì, il Signore ve la farà questa grazia — rispose Carmine. — Egli
è qui, rischiando di essere ripreso; è qui, avendo saputo del vostro
male. Furono i suoi compagni che ne aprirono la prigione...
Il vecchio parve trasfigurato: lo sguardo fin allora velato gli si era
acceso come se tutta l’anima vi fosse affluita.
— Lui qui, qui, il figlio mio?
— In veste di frate per deludere i sospetti.
Il vecchio soffocava dalla emozione; si levò a sedere agitando le
braccia verso la porta ove era apparsa la figura di un monaco tutto
chiuso nel cappuccio.
— Figlio mio, figlio mio! — rantolò il moribondo.
— Padre, padre mio! — gridò Riccardo, e lasciando cadere il cappuccio
si prostrò al lato del letto, baciando e ribaciando la mano tremante
che il padre gli porgeva.
Col cappuccio sul volto Vittoria si teneva immobile, appoggiata, allo
spigolo della porta.
Per un pezzo non si udirono che i singulti di Riccardo ed il rantolo
del vecchio che lo sforzo e la emozione aveva vieppiù prostrato. Aveva
messo la mano sul capo del figliuolo e con gli occhi in alto, le labbra
tremanti, pareva che pregasse.
— Sei tornato! — disse infine con voce lenta e tra l’uno e l’altro
rantolo. — Non ti aspettavo più, non ti aspettavo più! Perdonami se ho
dubitato di te... Lo so che non potevi amarmi... Fu tua madre, che ti
mandò, perchè la gioia dell’ultima ora compensasse i dolori di tutta la
mia vita. Debbo ad essa se tu ti sei inteso mio figlio quando eri già
fuggito da me! Alzati, che io ti vegga... Che l’immagine tua si chiuda
negli occhi miei. Alzati.
Riccardo si alzò. Con gli occhi ancor gonfi di lacrime contemplava
il padre in preda ad una tenerezza profonda che sentiva prorompere da
tutto l’esser suo. I loro sguardi si confondevano, e le anime in quel
muto linguaggio fondevansi come se cancellar volessero quei trenta anni
nei quali eran vissuti l’uno ignoto all’altro. Nè il padre nè il figlio
pensavano al pericolo che sovrastava in quell’ora solenne per essi.
— Io muoio — continuò il duca — muoio perchè la mia vita trascorsa nel
dolore non può continuare nella gioia; muoio benedicendo il destino
che ha voluto i miei occhi si chiudessero nell’unico raggio di sole
della mia esistenza. Io voglio, intendi? io voglio che tu proclami
il tuo diritto, che tu prenda il mio nome: questo t’impongo, nè
con ciò intendo che tu venga meno al tuo dovere. Carmine ti darà il
mio testamento. Il ceppo della nostra famiglia metterà in te nuovi
rampolli, e se il tuo cuore ha parlato, se, come Carmine mi ha detto,
tu porti nel cuore un amore per la figlia di colui al quale perdono,
tutto tutto perdono, che lassù pregherò anche per lei!
— Padre — rispose il giovane — io non andrò via se prima non vi saprò
guarito.
La commozione, il dolore, gli avevano per così dire tolto il senso
della realtà. Egli aveva obliato che era in mezzo ai nemici, aveva
obliato che già era condannato all’estremo supplizio anche prima che il
Consiglio di guerra si fosse riunito.
— Ah — disse il vecchio, che non poteva farsi illusioni — nello stato
in cui sono io non potrei salvarti se i tuoi nemici ti scoprissero.
Va, fuggi, figlio mio, poichè questo il destino ha voluto. So che ogni
istante della mia gioia è un pericolo mortale per te. Va, e che possa
ben presto rientrare qui, nel castello dei tuoi padri, superbo del tuo
nome e del lustro che a tal nome avrai dato; che vi possa rientrare al
braccio della sposa del tuo cuore, nelle cui vene pure scorre il nostro
sangue.
— Essi vengono, essi vengono! — gridò Vittoria di un tratto, correndo
al giovine e tentando di trascinarlo verso la stanza attigua ove era la
finestra a piè della quale Pietro il Toro aspettava.
Ma il giovine, incurante del pericolo, sordo alla voce di lei, aveva
preso fra le mani il capo canuto del padre e singhiozzando lo copriva
di baci.
In questo la porta della camera si aperse, e il maggiore comparve
sull’uscio seguito da alcuni ufficiali che sostavano, mentre il loro
comandante si avanzava gridando:
— Tradimento, tradimento, signor duca. Questi due frati non sono quel
che voi credete. L’uno di essi è una donna, la famigerata Vittoria che
ha assassinato tanti nostri poveri soldati; l’altro si ha ragione di
credere che sia il prigioniero ieri evaso.
E voltosi all’uscio:
— Sergente La Harpe, sergente de Chantal, avanzatevi: riconoscete voi
in questi due sedicenti frati colui e colei che erano a capo delle orde
che difesero il castello, il prigioniero e la complice della sua fuga?
— Sì, son dessi, son dessi! — gridarono i due sergenti entrati a capo
di un drappello che in men di un baleno aveva circondato i due frati,
i quali si erano ritratti infondo, e che addossati con le spalle alla
porta che si apriva nella camera attigua, non si erano perduti di
animo; avevano slacciato la tonaca gettandola in un canto, e erano
apparsi formidabilmente armati, ma calmi e risoluti.
Ma in quel terribile istante, nel quale tutti comprendevano che
qualcosa di tragico era per accadere, il vecchio si sollevò sul letto,
stese le braccia, e con uno sforzo sovrumano giungendo a dare alla sua
voce un accento imperioso che dominò il tumulto, disse:
— Riconoscete tutti in quel giovane il mio figlio legittimo, Riccardo
duca di Fagnano, marchese di Santa Maria, barone di Montemerlo, unico
signore e padrone, dopo di me, di questo castello, il cui dominio mi fu
riconosciuto da Sua Maestà l’Imperatore... Avanzati, duca di Fagnano,
onde questa gente possa ben vederti in viso.
Il vecchio pareva trasfigurato e nella penombra gli occhi gli lucevano,
accesi di orgoglio e di nobile ardire. Un silenzio di stupore tenne
dietro alle parole del duca, mentre Riccardo si avanzava nel mezzo
della stanza. Era ancora con le vesti brucciacchiate e sbrandellate del
giorno in cui fu assalito il castello, ma nella nobiltà dell’aspetto,
nella fierezza dello sguardo compresero tutti che egli era veramente
quel che il vecchio aveva detto.
Il maggiore era per parlare, quantunque ancora in preda allo stupore
per quel caso così strano del quale non giungeva a darsi conto,
quando il giovane che già si trovava circondato da tutti gli accorsi,
ufficiali e soldati, disse con voce lenta e sicura:
— Io comprendo che voi non vedete in me che un nemico, ancor bagnato
dal sangue francese, ancor con le carni rotte dalle ferite che i vostri
gl’inflissero. Io comprendo il vostro stupore nel sentire che il capo
di quegli audaci che osarono combattere voi conquistatori dell’Europa,
è il figlio di colui che venne qui per punirci di un tal delitto. Ma la
vita ha di questi strani casi, strani per voi come per me che ignoravo
fino a due giorni or sono di essere figlio di un nemico del mio Re,
e del quale io, se la fortuna mi avesse arriso, avrei dovuto essere
giudice e forse carnefice come egli ha l’obbligo se non di essere il
mio carnefice, di essere il mio giudice.
La parola del giovane calma, lenta, improntata ad una profonda
malinconia, nera ma senza tracotanza, aveva accresciuto lo stupore
degli astanti che si scambiavano degli sguardi di meraviglia, nessuno
osando, neanche il maggiore, d’interromperlo.
Il giovane continuò:
— E se sono qui, fra voi, pronto a subire la mia sorte, io che mercè
due amici devoti potei infrangere le sbarre della vostra prigione e
fuggire, gli è che il mio cuore di figlio non seppe più oltre resistere
nel sapere mio padre moribondo per causa mia. E tornai qui fra voi miei
nemici, tornai qui come capitan Riccardo. Ora, proclamato innanzi a voi
da mio padre per duca di Fagnano, son pronto a giurare di non prendere
più le armi contro di voi, di lasciar questi luoghi come avrei fatto se
la triste nuova non fosse giunta al mio orecchio.
— Figlio mio, figlio mio! — mormorava il vecchio che prostrato
dall’immane sforzo era ricaduto sul suo lettuccio.
Il maggiore taceva pensoso, non sapendo a qual partito appigliarsi.
La lealtà del giovane gli aveva destato una grande ammirazione, come
il suo affetto filiale una grande riverenza. Soldato fra i più prodi,
riconosceva di aver dinanzi un valoroso ed era sicuro che il giovane
avrebbe attenuto la promessa. D’altra parte, come sotto gli occhi del
padre morente trarre prigioniero il figlio, che sol per compiere un
sacro dovere, con temerario ardire era tornato fra i suoi nemici?
Volse attorno lo sguardo per leggere nel viso degli altri il loro
pensiero e comprese che essi erano al par di lui commossi ed ammirati.
— Qui non comando io — disse infine il maggiore. — Il signor
Commissario civile ha pieni poteri; tocca a lui dunque di accettare
o respingere il patto che imponete. Il Commissario civile che vi ha
riconosciuto per figlio non vorrà certo vi si faccia violenza.
Parve al maggiore che fosse questo il mezzo di cavarsela senza
compromettersi. Un mormorio di approvazione corse per gli astanti che
continuavano a guardare con curiosità benevola il loro nemico, a cui
accresceva prestigio l’esser figlio di uno dei più nobili signori di
quel Regno e che oramai aveva il diritto di sostituire al suo nome di
guerra quello altamente illustre della sua famiglia.
— Grazie, signor maggiore — rispose il giovane mentre si muoveva per
tornare al letto del padre.
— Beninteso — continuò il maggiore trattenendo il giovane con un
gesto — che un tal patto non riguarda che voi, non i vostri amici e
i vostri dipendenti, quelli che vi furono complici anche nella fuga e
che vi accompagnarono qui; e perciò io ordino che sia arrestato quel
fraticello, il quale se non erro è una vecchia conoscenza di molti di
noi che lo han visto con la carabina impugnata ed il coltellaccio al
fianco.
— Questo non sarà mai! — esclamò Riccardo mentre il maggiore si
rivolgeva ai soldati. — Chiunque sia, è venuto qui con me e con me ne
uscirà, dovessi anche presso al letto di mio padre morente versar tutto
il mio sangue.
E in ciò dire aveva armato una delle pistole che portava alla cintola,
e spianandola verso il gruppo dei soldati e degli ufficiali: —
Brucerò le cervella al primo che si farà innanzi — esclamò con accento
risoluto.
— Grazie, capitan Riccardo... avete saldato ogni debito, grazie, —
disse Vittoria che era balzata nel vano della porta.
Poi voltasi agli astanti rimasti perplessi:
— Sì, sono una vostra vecchia conoscenza... Vi ho inseguiti, ferendovi
alle spalle per tutti i monti e per tutte le vallate; mi avete chiesto
pietà mentre dopo avervi atterrato vi premevo con i ginocchi, e vi ho
visto pallidi e smorti deporre le armi quando capitaste negli agguati
che vi avevo teso. Venite, venite nei boschi ove andrò ad aspettarvi;
venite, vigliacchi...
Ciò detto disparve: si udì il rumore di una finestra che si apriva, poi
un tonfo giù nella via...
— Fuggita, fuggita per la finestra... Si accorra, si accorra — gridava
il maggiore slanciandosi per le scale seguito dagli ufficiali e dai
soldati sconvolti dalla audacia di quella donna.