IV.

Oramai si sapeva da tutti che il sergente de Chantel era innamorato

cotto della bella ragazza che da quattro giorni alloggiava nella

tavernola di Cicco. Lo si vedeva dritto, impalato nel mezzo della via

mentre ella si teneva sull’uscio con fare sbadato; non pertanto non

lasciava desiderare le occhiate al giovanotto, che la sera, quando non

era di servizio, passava le ore di libertà concessegli dal regolamento

militare, seduto nella cantina presso alla bellissima gimiglianese.

Quella mattina se ne stava addossato al muricciuolo di un orto che si

estendeva dietro la bettola di massaro Cicco, e con gli occhi in alto

aspettava che comparisse alla finestretta il florido e roseo volto

della giovane donna. La quale infatti apparve, si guardò intorno, e

poi fece un cenno al sergente che sussultò di gioia. Ella intanto si

era ritratta; poco dopo una porticina sottostante alla finestretta si

aperse e la giovane contadina sporse il capo invitando con un cenno il

sergente ad andare a lei.

— Non fate rumore, non fate rumore — gli disse sottovoce — il nonno

veglia. Se ci sorprendesse, sarebbe per voi e per me un grosso guaio.

Il sergente era entrato ed aveva cinto di un braccio la vita della

ragazza che lasciava fare con un sorrisetto sornione tra labbro e

labbro.

— Sapete che dobbiamo andar via! — disse poi con un sospiro. — Il

fondachiere ci ha detto stamane che ha avuto ordine di sfrattarci. Voi

non avete potuto trovarci un ricovero, è vero? non avete potuto?

— Ma sì, ma sì — rispose il sergente — un bugigattolo attiguo al corpo

di guardia che ha due porte; l’una si apre nella campagna, l’altra

nella saletta che precede la prigione.

— Perchè non me lo avete detto prima? — fece lei con ciera imbronciata.

— Perchè solo adesso ho potuto intendermela con un antico servo del

castello che mi ha dato le chiavi dell’una e dell’altra... e se l’è

fatto ben pagare; ma ora eccole, eccole, e non per uno ma per più

giorni potrete star tranquilli e sicuri.

E in così dire mostrava con gioia fanciullesca due chiavi legate

insieme.

Ella gliele strappò di mano con subito atto e le veniva girando e

rigirando.

— Questa qui — disse lui mostrandone una — apre La porticina che

dà sullo spiazzo dietro il castello; quest’altra la porta che dà

nell’antisala della prigione.

L’aveva stretta alla vita e accostava sempre più il viso infiammato al

viso di lei, mormorando:

— Questa notte, quando tuo nonno sarà in preda al sonno, lascerò

aperta la porticina che dà nel corpo di guardia... Io sarò là solo,

chè avrò cura d’ubbriacare i compagni, i quali andranno a dormire

sull’intavolato della camera attigua. Hai compreso?

Già le sue labbra sfioravano quelle di lei che con un urto poderoso si

liberò dal giovane, e guardandolo con occhi infiammati d’ira:

— Sai ch’io son buona a tirarti il collo come si fa ad un pollastro? —

gli gridò.

Il sergentino, sbalordito, rimase senza parola chè non sapeva spiegarsi

i subiti mutamenti di quella ragazza, il cui sguardo talvolta lo

spaventava. Tornò ad accostarsi umile e dimesso, dicendo con voce

piagnucolosa:

— Ma... io credevo... m’era parso... Perchè dunque con tanti stenti mi

son procurato le chiavi? Vorrai essere così cattiva anche questa notte,

quando saremo soli, quando tutti dormiranno, tanto che neanche il

cannone li sveglierebbe?

Ella si era rabbonita; anzi, esagerando il pentimento con le

leziosaggini, lanciò un’occhiata al giovane; poi, sorridendo

maliziosamente, gli domandò:

— Ma il prigioniero... perchè, se ho ben compreso, il prigioniero

è chiuso nella camera attigua..., non sentirà egli le... le nostre

parole?

— Dormirà anche lui... eppoi, avrà ben altro pel capo. Doveva esser

fucilato stamane, ma non so perchè, il Consiglio che si era riunito, si

sciolse, e il prigioniero fu ricondotto in carcere.

— Fucilato! — esclamò lei. — E i suoi compagni che, ho inteso dire,

s’aggirano per questi luoghi, lo avrebbero lasciato fucilare standosene

con le mani in mano? Quanti, quanti di voi sarebbero stati scannati

prima che a quello lì fosse torto un capello!

— Come parli! — disse il sergente sorpreso e guardando fisamente la

giovane donna. — Si direbbe che...

— Si direbbe che io infine son dello stesso sangue di coloro che voi

perseguitate... Si direbbe che se io avessi una carabina ed un pugnale,

dieci di voialtri...

— Ma non furono coloro che noi perseguitiamo, che ti costrinsero a

fuggire dal tuo paese?

— È vero, è vero... furono essi, proprio essi! — fece lei mutando

tono di voce e mordendosi le labbra. — Ma sai, ho lo spirito un

po’ bizzarro, e poi devi pur comprendere che stanotte, mentre noi

due ce la discorreremo, il pensiero che vicino a noi ci è un povero

prigioniero... Ma non pensare a quel che ti ho detto... Ho lo spirito

un po’ bizzarro, ripeto...

— Io penso che ti voglio bene — mormoro lui tornando ad avvicinarsele

e ridivenendo carezzoso e supplichevole — penso che non ho mai amato

una donna così! E non sarai cattiva con me stanotte, non sarai cattiva?

Comprendi a qual rischio mi espongo per te, lo comprendi? Sarei

degradato, sarei fucilato, lo comprendi tu? se si venisse a sapere...

— E le chiavi della prigione chi le custodisce? — domandò lei

sbadatamente.

— Le custodisce il sergente di guardia — rispose il giovane che

aveva preso una mano della donna e l’andava attirando a sè, mentre

ella lasciava fare onde non prestasse attenzione alle sue domande. —

Comprendi perciò quale sia la responsabilità del capo posto.

— Ci è da... temere che il prigioniero possa fuggire? — disse lei,

mentre il sergente le poggiava il capo sul seno con gli occhi accesi

dal desiderio.

Il sergente a queste parole, pure a mezzo della sua ebbrezza sussultò.

— Non sarebbe possibile — disse con accento sicuro guardando in viso la

donna, quasi gli fosse balenato un sospetto. Ma vedendola tranquilla e

serena tornò carezzoso a stringersela addosso, quantunque lei a stento

si contenesse.

Al certo non ne poteva più perchè di un tratto gli disse:

— Va via, va via. Mi è parso di sentire che il nonno si è svegliato.

— Dunque stasera, due ore dopo l’imbrunire ti troverai sullo spiazzo

dietro il castello. Convincerai tuo nonno che quello che vi offro è un

asilo sicuro.

— Sta bene — rispose lei.

— E... non mi dai un bacio, uno solo, in acconto?

Il viso che gli rivolse aveva un’espressione d’ira e di sprezzo. Poi si

spianò.

— Non do acconti io... o tutto, o nulla! — rispose acremente.

— Dunque a stasera?

— A stasera.

Il giovinotto era punto dal desiderio di stringersela fra le braccia;

però si contenne: la guardò e facendo uno sforzo andò via correndo.

— Me la pagherai! — mormorò lei seguendolo con lo sguardo e con accento

di minaccia. — Me la pagherai stanotte, imbecille!

Quando risalì trovò colui che ella chiamava nonno accosciato presso

l’uscio.

— Insomma — le disse — è conchiuso l’affare? Massaro Cicco non può

tenerci più qui, me lo ha detto chiaramente.

— È conchiuso... per stanotte.

— Che il santissimo santo diavolo sia ringraziato! Se stasera non

riusciremo so bene quel che farò domani, perchè or ora ho appurato

una notizia che se te la dicessi ti verrebbero le convulsioni per lo

stupore.

In così dire si era alzato, gettando sulle spalle la pesantissima

bisaccia.

— Le convulsioni a me? — rispose lei.

— A te sì, come a me se non sapessi tutta la storia, se non ne fossi

stato testimone! Entriamo, entriamo che ti dirò tutto e mi consiglierai

sul da farsi.

Ella impensierita lo seguì nel bugigattolo, del quale Pietro il Toro,

chè era lui, chiuse la porta.

— Tu finora — disse Pietro il Toro quando ella sedette sul lettuccio

con gli occhi intenti a lui — tu finora hai creduto che capitan

Riccardo fosse un bel giovane sì, un valoroso capobanda, ma nato come

tutti noi da povera gente. Ebbene, sai tu quali siano il nome, il

titolo, lo stato di colui che chiamiamo capitan Riccardo?

— Dimmelo dunque, dimmelo! — proruppe lei.

— Capitan Riccardo è un gran signore, capitan Riccardo ha il diritto

di stare col cappello in testa innanzi al Re, capitan Riccardo infine

è il figlio legittimo unico e solo del duca di Fagnano, del vero duca

di Fagnano, di colui che chiamano Commissario civile e che è venuto qui

per fucilar tutti noi.

— Che importa a me — rispose lei dopo un istante di silenzio. — Capitan

Riccardo per me... non è che capitan Riccardo.

— Te l’ho detto — continuò Pietro — perchè io mi trovo ora in un grande

imbroglio, ed ho bisogno del tuo avviso. Voialtre donne...

— Io non sono una donna! — disse lei con voce cupa.

— Non sei una donna? Ma se sai far tanto bene la civetta! Dunque

voialtre donne siete assai più furbe del diavolo. Devi sapere che sta

a me, capisci? sta a me il far di lui un duca, il far di lui un gran

signore qual’è.

— Non t’intendo.

— Perchè l’atto matrimoniale, come dicono gli avvocati, tra il duca

di Fagnano, quello che ora, dopo trent’anni, è tornato, e la baronessa

che morì nel mettere al mondo il nostro Riccardo l’ho io qui, in questa

bisaccia, e per trent’anni l’ho portato sempre addosso, sempre.

— E non dicesti mai nulla a capitan Riccardo?

— Ho temuto per lui: impetuoso com’è, avrebbe proclamato il suo diritto

impegnando una lotta contro l’usurpatore dei beni e dei titoli che a

lui spettavano. Attendevo che si facesse uno stato, che acquistasse

amici e aderenti per fornirgli il documento che comprovava il suo

diritto.

— E tu — chiese lei che era divenuta pensosa — come avesti un tal

documento?

— Come l’ebbi? Le vedi queste due dita? Con queste due dita strinsi

così il collo a quel parroco porco che aveva fatto sparire l’atto del

matrimonio tra il duca e la baronessa, celebrato di nascosto e a cui

testimoniammo io e Carmine, un mio vecchio amico, che il parroco, pur

avendolo negato al padre di quella povera signora, al quale anzi disse

che non aveva celebrato matrimonio alcuno non potè fare altrettanto

con me... Gli strinsi dunque così il collo che quando ebbe un palmo

di lingua di fuori trasse dalla tasca una carta tutta gualcita e me la

porse. Era appunto l’atto matrimoniale.

— E lo tenesti occulto per trent’anni?

— Non ne parlavo neanche a me stesso, tanto temevo per la vita di

Riccardo se un tal segreto si fosse propalato. Pure... avevo fatto un

disegno... Ora posso dirlo: e poi so che vuol bene a capitan Riccardo

quasi quanto gliene voglio io. Non ti sei offerta spontaneamente per

tentar di farlo evadere?

— Dimmi dunque il tuo disegno.

— Sappi che capitan Riccardo ama una donna.

— La Regina! — esclamò lei mordendosi le labbra.

Pietro il Toro alzò le spalle.

— Ma che, ma che! La Regina forse... sai che le regine hanno il diritto

di comandare... la Regina forse gli ha comandato di... volerle bene

e lui ha ubbidito. Si tratta di ben altro, di un amore che porta

nell’anima fin da quando era fanciullo.

— Ah! — fece Vittoria impallidendo. — E... e come si chiama la donna

che egli ama?

— Sai tu le canzoni che si cantano sulle nostre montagne, le canzoni

d’amore che descrivono le bellezze della donna amata? Ebbene, per

quella lì bisognerebbe fare una canzone nuova. Quale è la più splendida

stella? Ma la più splendida stella è un focherello di paglia al

confronto.

— Come si chiama? — ripetè lei con voce soffocata.

— Chi mai, chi mai avrebbe ardito di sollevar fino a lei lo sguardo?

Un re di corona si sarebbe tenuto ben superbo se lei lo avesse degnato

di un sorriso. Quando l’incontravo mi veniva la voglia d’inginocchiarmi

e il cuore mi si gonfiava di tenerezza, e sì che ci ho un cuoio io per

cuore.

— Dimmi come si chiama: te l’ho chiesto tre volte... Come si chiama?

Pietro il Toro proseguì senza badarle:

— Quando si dice la voce del sangue! Eppure, quel che forse non avrebbe

osato un re di corona l’osò lui; il povero trovatello osò volgere i

suoi occhi in alto, in alto ove era lei, fredda e bianca, come le cime

del Montenero. È vero che non ne parla mai, ma egli ama sua cugina come

nessuna donna fu mai amata!

— Sua cugina! — esclamò Vittoria.

— Già, la figlia del fratello di suo padre, di colui che ne aveva

usurpato i beni e i titoli. Ora io sai che avevo risoluto? Di

presentarlo al duca, e dirgli, mostrandogli l’atto matrimoniale e le

altre prove che attestano essere Riccardo il figlio legittimo di lui e

che era fuggito in Francia: Maritiamo questi ragazzi e non se ne parli

più!

— E perchè non lo hai fatto?

— Perchè Carmine non l’ha voluto. Carmine è l’altro testimone delle

nozze. Ebbe paura per Riccardo.

Tacquero entrambi per un pezzo. Ella era cogitabonda, cupa in volto,

visibilmente affissata in un pensiero.

Ruppe infine il silenzio e disse con voce sorda:

— Se dunque non riesciremo a farlo evadere che penserai di fare?

— Presentarmi al padre per dirgli che colui che dovrà esser fucilato è

suo figlio. La notizia del ritorno del duca di Fagnano, e che il duca

di Fagnano e il Commissario civile sono una sola persona l’ho saputa

solo un momento fa. Immagina come rimasi! Ci volle del bello e del

buono per capacitarmi che non era una favola.

— E credi tu che una tale rivelazione potrebbe impedire che il

nostro... il nostro amico fosse fucilato?

— Diavolo, un padre non condannerebbe un figlio, ritrovato dopo

trent’anni.

— E la legge? — disse lei. — Credi tu che la legge assolva un colpevole

sol perchè figlio del giudice? «Tutti coloro che saran presi con le

armi in mano saranno fucilati» dice la carta che fu affissa sulla porta

della chiesa. Che potrà dunque fare suo padre?

— Dice proprio così quella carta?

— Proprio così.

— Diavolo! — esclamò Pietro il Toro grattandosi la grossa testa. —

Insomma tu che mi consigli di fare?

— Tentar di farlo evadere ad ogni costo, come si era stabilito.

— Io penso una cosa — disse Pietro. — Avrebbero dovuto fucilarlo

oggi... Si era già riunito il Consiglio di guerra... I nostri amici

eran già raccolti per tentare un colpo di mano. Perchè lo hanno

ricondotto in prigione? Che il padre abbia saputo... che Carmine abbia

parlato?...

— Non l’avrebbero ricondotto in prigione — rispose lei. — O l’avrebbero

liberato, o...

— Hai ragione, sono una bestia. Dunque tu dici che bisogna star fermi

nel primo proposito?

— Io questo dico. Tutto ci va a seconda. Hai procurato l’abito da

monaco?

— Massaro Cicco me l’ha dato or ora: l’ho nella bisaccia con le armi.

— Le armi per noi, ma per lui?

— È vero. Bisogna che massaro Cicco ne procuri delle altre.

— Vai a dirglielo, vai. Ora lo troverai solo. Sai che non vuole gli si

parli quando ci è gente nella taverna...

— Vado — disse Pietro avviandosi verso la porta.

— Lascia qui cotesta bisaccia. È un’imprudenza farti vedere con essa

sempre addosso. Si potrebbe sospettare che tu vi nasconda chi sa che

cosa.

— È vero. Pure vi sono tante cosucce mie dalle quali non mi sono mai

distaccato.

— Che temi tu, che temi? — esclamò lei stornando gli occhi da quelli di

Pietro, quasi temesse ch’egli le leggesse nell’anima.

— Nulla temo. A prescindere che ti so leale, che ne faresti tu delle

cosucce mie?

— Ecco: che ne farei?

— Con gli altri non l’avrei tanta fiducia. Sperando di trovarvi del

denaro, non mancherebbero di frugarvi dentro.

— Vai dunque che è tardi.

Egli depose la bisaccia ed uscì richiudendo dietro di sè la porta.

Vittoria non si mosse dal lettuccio su cui sedeva. La rivelazione

della nascita e del vero nome di Riccardo non l’aveva sorpresa. Nata

anch’essa da famiglia cospicua non subiva il fascino dei titoli e della

nobiltà, e più volte aveva pensato che al certo figlio di signori

esser doveva quel giovane di modi e di aspetto così diversi dagli

altri capibanda. Ma il sapere che egli covava nell’anima un amore

che era un’idealità più che una passione di quelle le quali torturano

le carni e sconvolgono il cervello, le aveva prodotto nel cuore una

ferita che le dava un dolore non mai provato. Quantunque non avesse mai

amato e non fosse stata amata mai così come sentiva confusamente che

Riccardo amava la figlia del duca, appunto per questo più viva era la

sua angoscia. La passione che in essa era divampata per Riccardo fin

dal primo giorno che in lui si era incontrata, si era andata a poco a

poco epurando fino a divenire un sentimento profondo di devozione pel

quale ella volentieri avrebbe dato la vita; ma le viscere le ardevano

pur sempre di desiderio, ma le notti insonni eran pur sempre agitate da

torride voglie. Pure sapendo i rapporti di lui con la Regina era giunta

a non esserne gelosa, convinta che Riccardo non l’amasse d’amore, e che

il fascino della regalità imperava unicamente su lui. Onde non aveva

disperato di avvincerlo a sè quando con ferrea costanza gli avesse dato

prova dell’amor suo, che aveva rivelato un altro essere in lei.

Un altro essere che non aveva nulla della guerrigliera feroce. La

passione fin allora per lei era stata impeto prepotente del sangue,

fremito convulso delle viscere, un furore come quello che nella

mischia la rendeva implacabile: la gelosia era stata superbia offesa.

Dell’amore non aveva mai inteso le malinconie, gli sconforti, le vaghe

aspirazioni; era stata una febbre della carne, alla quale rimanevano

estranei così lo spirito come il cuore. Nè aveva mai creduto che

si potesse amare altrimenti, che si potesse amare con umiltà, con

abnegazione, aspirando con tutta se stessa a divenire la schiava

dell’uomo. Fin da quando era fuggita da casa sua, dopo consumata

l’orrenda tragedia, aveva imperato financo sull’amante col coraggio,

con l’audacia, ed era stata anche nelle carezze feroce e prepotente.

Ella non sapeva gli abbandoni come non sapeva gli struggimenti dei

desideri insoddisfatti. Era stata un uomo nell’amore come era stata

un uomo in quella terribile lotta in cui uccideva sicura che presto o

tardi sarebbe stata uccisa.

Lo sguardo di Riccardo aveva fatto nascere in lei quell’essere nuovo,

la donna, da prima senza che ella il sentisse, poi man mano si era

andato formando, ed ora ella incominciava ad averne coscienza. L’aver

vissuto lontano da quel giovane aveva favorito in lei la nascita di un

tale essere che per nulla toglieva all’altro di forza, di risoluzione,

di ardimento. Al pensiero di lui si sentiva in preda ad una fralezza sì

spirituale che fisica; ella, così gelosa dell’assoluto potere che aveva

conquisato sui suoi, così aborrente da ogni dominio, vagheggiava come

una voluttà ineffabile il pensiero di darsi a lui in piena balìa. Non

già che le due personalità non lottassero in lei, ma ciò che vi era in

essa di ferocia, di prepotenza, di volontà inflessibile era vinto dai

nuovi sentimenti che quell’amore aveva fatto sorgere.

E perciò la rivelazione di Pietro il Toro le aveva messo l’inferno

nell’anima. Ella era sicura di vincere con l’amor suo il cuore di

Riccardo se di ogni altro affetto fosse stato sgombro. Il capriccio per

lui della Regina non sarebbe durato a lungo, e forse non si sarebbero

mai più incontrati; ma come vincere un amore che era divenuto parte

integrante della vita di lui, un amore che aveva potuto vivere per

tanti anni non sostenuto da speranza alcuna e non alimentato da nessuna

dolcezza?

Ahimè, ella un tempo non l’avrebbe compreso un tale amore; le sarebbe

parso folle, assurdo, indegno di un cuore maschio e saldo; ma ora lo

comprendeva bene, ora che appunto simile a un tale amore era il suo,

del quale sentiva tutte le amarezze e tutte le pene.

A ciò pensando fissava la bisaccia che Pietro aveva lasciato sul

lettuccio. Dunque in quel sordido panno era il documento che avrebbe

ridato a Riccardo un gran nome e una grande ricchezza? Il disegno

del vecchio scorridore dei boschi era semplice e di sicura riuscita.

Bastava che Riccardo presentasse quel documento con le prove d’esser

lui l’erede legittimo dei duchi di Fagnano perchè colui che ne aveva

usurpato il titolo per comporre le cose nel modo più utile per lui gli

desse la figlia in isposa! Quale speranza sarebbe rimasta più a lei se

Riccardo, appena evaso dalle carceri, fosse corso in Sicilia?

Non l’ambizione, ma l’amore, quell’amore senza speranza, poichè egli

avrebbe visto di un tratto sfavillare tutto un avvenire di felicità

sovrumana, lo avrebbe indotto a giovarsi di quel documento. Bisognava

dunque sottrarlo, sottrarlo per impedire che a lei fosse tolta ogni

speranza perocchè quantunque la rivelazione di Pietro il Toro le avesse

aperta una profonda ferita nel cuore, pure l’animo umano è così fatto

che anche nelle tenebre più fitte spera in un imminente raggio di luce.

È vero però che un’altro pericolo la minacciava: se Pietro il Toro

avesse narrato a lui, come di sicuro avrebbe fatto, ciò che a lei aveva

narrato, non ci era da temere che il giovane si facesse riconoscere

dal padre? Ma ella respinse un tal pensiero come ingiurioso per

Riccardo. No, egli non avrebbe cercato con un tal mezzo la impunità;

no, mentre i suoi compagni erano perseguitati a morte, e già alcuni di

essi eran caduti trafitti dalle palle francesi, egli non li avrebbe

vigliaccamente rinnegati. Era tranquilla da questa parte, chè bene

intuiva quanto nobile e generoso fosse il cuore dell’uomo che ella

amava.

A ciò pensando, giocherellava con la corda della bisaccia che si

sciolse: ella vide degli abiti, delle armi, e ficcando la mano in fondo

ne trasse un portafoglio unto e bisunto che aprì. Ne tolse una carta,

fatta giallognola dal tempo, la spiegò e la lesse.

— L’atto matrimoniale in piena regola! — mormorò scrollando il capo.

Era per riporla nel portafoglio quando sentì un rumore di passi.

Si turbò spaventata come sorpresa in flagranza di un delitto, ella

che finallora aveva affrontato imperterrita l’ira degli uomini e di

Dio. Annodò le corde della bisaccia, dimenticando di rinchiudervi il

portafoglio. I passi si avvicinavano; sentiva lo scricchiolio della

scaletta di legno; era certo Pietro il Toro che tornava. In quel punto

si accorse del portafoglio che con rapidità nascose in seno.

— A stenti ho potuto procurare due pistole ed un pugnale — disse Pietro

entrando.

Ella confusa non seppe trovar parole. Come, come era mutata da quella

di un tempo! Lei che non aveva mai riconosciuto altra volontà che la

sua, lei che di nulla aveva avuto mai scrupolo, lei che di nulla aveva

avuto mai rimorso!

— Bisogna uscire prima che la taverna si riempia di soldati — disse

Pietro.

— Io son pronta — rispose Vittoria.

— Ma in somma quale è il tuo piano una volta penetrati nell’ambito

della prigione?

Ella a poco a poco s’era rasserenata. Appressandosi il momento di agire

ritrovava in sè la sicurezza e l’audacia che ne avevano fatto uno de’

più arditi capobanda. Scosse il capo come per mandar via la fralezza

femminile, si stirò nelle membra, quasi volesse accingersi alla lotta,

e traendo dal corpetto la lama di un pugnale lo brandì e diede un colpo

alla parete nella quale il pugnale s’infisse.

— La mano è ancor salda — disse — e la lama robusta... Mi chiedi il mio

piano? Tu fingerai di essere stanco e di dormire; quando avrò le chiavi

lo prenderò per la gola, lo terrò fermo, e tu accorrerai. Il resto,

secondo le circostanze.

— E... non gli farai alcun male al sergente?

— Chi sa! — rispose lei che ebbe come un sanguigno baleno negli occhi.

— Dipenderà da lui. Se il sangue mi va alla testa non garantisco.

— No, ecco — disse Pietro il Toro pensoso — sarebbe sempre un

tradimento.

— Ma se lui grida, se non sta fermo?

— Insomma — borbottò Pietro — è cosa che ti riguarda. Agirai come la

prudenza ti detterà. Io sarò tutto orecchi, pur facendo risuonare il

castello dei miei russi sonori, e se anche si dovessero infrangere

sbarre e catenacci, non per nulla son detto Pietro il Toro.

Era già da un pezzo calata la notte, una notte senza stelle. Le trombe

avevano suonato il silenzio ed il castello pareva immerso nel sonno.

Anche la taverna di massaro Cicco era chiusa.

Per lo spazio dietro il castello si aggiravano due ombre, tenendosi per

prudenza in fondo, presso i sentieri che conducevano al bosco.

— Se il sergente è impedito? Se non può venire? — disse Pietro il Toro.

— Non ci resta che raccogliere gli amici che vagano per questi dintorni

aspettando il nostro segnale, e piombare sui Francesi quando lo

trarranno dal carcere per...

— Oppure presentarmi al duca con Carmine, del quale andrò in cerca, per

dirgli che il prigioniero è suo figlio.

Vittoria non rispose; guardava intanto col cuore negli occhi il

castello. Avrebbe dato tutta la sua vita per vederne uscire il

sergente.

— Zitto — esclamò d’un tratto afferrando pel braccio il compagno — mi è

parso di sentire il cigolar d’una porta.

Stettero entrambi con le orecchie tese. Poco dopo ad uno degli angoli

del castello videro un lumicino che rapido si spense.

— È lui, è lui.... Avviciniamoci.

— Immagino la fregola di quell’imbecille! — disse Pietro il Toro

soffocando uno scoppio di riso.

Si erano avvicinati presso alle mura: un’ombra nera si teneva immobile

nel vano di una porta. Si udì un sibilo sottile; poi come i due vieppiù

si appressarono, una voce sommessa disse:

— Siete voi?

— Sì, noi — rispose Vittoria.

— Entrate, ma non fate rumore. Ho fatto portar del vino ai soldati,

permettendo loro di sdraiarsi sul tavolaccio.

Pietro il Toro e Vittoria erano entrati nel buio di una delle tante

stanze del castello che si aprivano sullo spiazzo.

— Ho durato una fatica del diavolo — disse il sergente — per aprir

questa porta, chiusa da chi sa quanti anni. Mi dispiace non potervi

offrire alloggio migliore. Troverete là in fondo un tavolaccio.

— A me non occorre altro — disse, anzi gemette Pietro il Toro. — Non

ne posso più... non mi reggo in piedi... Credo sia giunta l’ultima

mia ora... Figlia mia, sorreggimi e.... e ringrazia per me questo buon

giovane che è per noi una vera provvidenza.

Si era lasciato cadere sul tavolaccio emettendo un sospiro di sollievo.

Il sergente intanto aveva preso pel braccio la giovane donna e le si

era chinato all’orecchio susurrando:

— Fra mezz’ora... la porticina è là in fondo... vedrai la luce tra le

fessure.

— Dormi anche tu, figlia mia — diceva Pietro — Anche tu hai bisogno di

riposo.

— Sì, nonno, sì — rispose Vittoria.

— Va, buona notte — mormorò il sergente — Riposate tranquilli. Domani

penseremo al da farsi.

E intanto stringeva il braccio di Vittoria come per rammentarle la

promessa.

— Andate, andate — fece Pietro, con la voce smozzicata di chi stia per

addormirsi — e che il buon Dio ve ne rimuneri.

Il sergente aprì la porticina in fondo che si rinchiuse cigolando sui

cardini.

Vittoria e Pietro il Toro compresero di esser soli.

— Tu non dovrai punto gridare, intendi? non dovrai punto gridare —

diceva Pietro con voce soffocata, attirando a sè la donna che gli si

era seduta vicino — Io origlierò alla porta e sopraggiungerò in tempo,

non dubitare.

— Taci ora, taci — rispose lei.

Come si appressava il momento solenne, Vittoria sentiva rinascere

l’ardimento e l’energia. Di supremo interesse era per lei, per

quell’amore onde era tutta pervasa, la liberazione di Riccardo a cui

dava così una prova di ciò che ella era capace per lui. E se anche

venisse a sapere di chi fosse figlio, quale nome, quale titolo, quale

stato, fosse il suo, vieppiù l’abnegazione di lei avrebbe acquistato

valore agli occhi del giovane. Ella era lieta di quella audace impresa

non solo perchè compiaceva alla sua indole avventurosa, ma anche

perchè la riabilitava della sottrazione che poco anzi aveva commessa.

La riabilitava, sentendone un gran rimorso, ella che non aveva

riconosciuto finallora nè la legge di Dio nè quella degli uomini, ella

che forse nella lotta che avrebbe impegnato fra poco col sergente che

per amore di lei tradiva il suo dovere di soldato, lo avrebbe ucciso

freddamente.

Certi sentimenti nuovi, certe delicatezze ignote fin allora l’avevano

da prima indispettita, quasi la menomassero, quasi fossero indegni

di lei; poi si era lasciata vincere, e come un tempo aveva anelato ad

emergere per coraggio e per ferocia, volendo esser considerata uomo fra

gli uomini, ora avrebbe voluto per Riccardo, aver tutte le virtù, tutte

le bontà, tutte le delicatezze della donna!

Pure non avrebbe saputo dire quale fosse la sua meta, quale il suo

scopo; sapeva soltanto che amava quell’uomo così come se tutta la sua

vita avesse avuto un tale scopo, una tale meta. Profondo come il buio

di quella stanza era il buio di quel suo cuore, e in quelle tenebre un

solo punto luminoso, nel quale si affissava il suo pensiero: lui.

Dalla stanza intanto dopo quella attigua al luogo in cui il sergente

li aveva fatti entrare, venivano voci e canti di soldati che a poco a

poco però si andavano affievolendo. Infine, un gran silenzio regnò pel

castello.

— Credo sia fatta l’ora — mormorò Pietro il Toro.

— Lo credo anche io.

— A proposito, non hai altra arma che il pugnale?

— Basterà — rispose lei con voce sorda.

Capitan Riccardo · 第 14 / 20 题