III.

La prigione in cui avevano rinchiuso capitan Riccardo, o meglio, a

voler tenere in conto il brevetto firmato dal re Ferdinando IV, il

colonnello Riccardo, era una stanzuccia di una delle torri che aveva

dovuto servire di prigione nei tempi in cui i duchi di Fagnano avevano

potere di alta e bassa giustizia nelle loro terre. Era preceduta

da altre due stanze nelle quali un picchetto di soldati montava la

guardia, ma così buie e anguste che si preferiva star fuori, tanto

il prigioniero era ben custodito da una massiccia porta di ferro. Nei

primi giorni la sorveglianza era stata rigida e severa, ma poi a poco

a poco si era rallentata, sia perchè il medico militare aveva detto

che il giovane era incapace di muoversi per le tante ferite riportate,

sia perchè l’angusto pertugio che s’apriva in alto e la porticina di

ferro rassicuravano che ogni tentativo di evasione sarebbe riuscito

infruttuoso. E poichè di quella prigione improvvisata mancavano i

secondini, il sergente o il caporale che vi montava di guardia ne

custodiva le chiavi, e la porta non si apriva che due volte al giorno,

per la visita del medico e per il cibo al prigioniero.

Nessuna delle ferite era mortale, e già la robusta fibra del giovane

incominciava a riaversi dal gran sangue perduto. Eran passati parecchi

giorni e lui era tuttora incerto sulla sorte che gli serbava. Aveva

più volte cercato di appurar qualcosa da coloro che accompagnavano il

medico e che gli portavano il cibo, ma le sue domande erano rimaste

senza risposta, sia perchè forse il suo linguaggio non era compreso,

sia perchè la consegna era di non rispondere; onde passava le lunghe

giornate standosene in sul giaciglio, parato a tutto; chè questa volta

ben comprendeva d’esser finita per lui. Sapeva pur troppo quale pena

gli spettava, e conveniva seco d’averla meritata. Anche essi non davano

quartiere, anche essi fucilavano i Francesi che cadevano prigioni nelle

loro mani, quantunque fossero dei soldati costretti dalla disciplina

e dall’onor militare a combattere, mentre essi volontariamente avevano

preso le armi. Solo si maravigliava e grandemente che ancora fosse in

vita, mentre sapeva che si era andati sempre per le spiccie, e nessuno

mai aveva visto la notte del giorno in cui era caduto in mano a quei

nemici.

— Aspettano che guarisca dalle ferite e che riacquisti le forze, perchè

vada co’ miei piedi a morire — diceva a sè stesso.

Ma le ferite erano quasi rimarginate, il riposo ed il nutrimento

abbondante l’avevano a poco a poco ringagliardito. Che si aspettava

dunque?

In verità, gli rincresceva di morire, di morire proprio sul limitare

di quel mondo che l’amore o il capriccio di una regina gli aveva fatto

intravedere. Se non fosse caduto in quella immane lotta che ricordava

con fierezza, e che aveva destato l’ammirazione anche dei nemici, i

quali ben s’intendevano di valore, un ben altro avvenire gli si sarebbe

schiuso dinanzi: egli avrebbe lasciato quei luoghi, non sarebbe stato

più il capo di una banda, che, se non per l’intento, per le persone

onde era composta e quantunque delle meno feroci, per la rovina che

apportava, più che di partigiani era una banda di masnadieri. Il suo

cuore, la mente, il suo braccio sarebbero consacrati ad un’alta e

nobile impresa che aveva intraveduto nelle parole regali: egli avrebbe

fatto ammenda di tutto il passato del quale la sua coscienza non era

punto soddisfatta.

Cosa strana: l’amore per lui della Regina non entrava per nulla nel

suo rammarico: quantunque il ricordo delle ebbrezze godute dovesse

accendergli il sangue, egli restava freddo a tal ricordo. Se sotto

l’influenza dello sguardo di lei, se a contatto di quella sfolgorante

bellezza cui gli anni invece di attenuarlo ne avevano acuito il

fascino; se le torride carezze che ne facevano un’amante formidabile

lo sconvolgevano, onde quelle due notti di amore erano state per lui un

delirio; lontano da lui, quella donna non era più l’amante, ma era pur

sempre la Regina. Inoltre, se interrogando bene l’anima sua egli doveva

convenire che non sentimento d’amore era il suo, perchè, senza volerlo,

il pensiero vagheggiava un’altra immagine e ci era nel profondo del

suo cuore una tenerezza che gli faceva mormorare un altro nome, pure

sentiva di esser legato indissolubilmente alla sorte di quella augusta

donna, fatta segno a tanto odio, cui si attribuivano tante colpe e

tanti delitti. Non avrebbe saputo dire qual fosse il suo sentimento per

lei, ma se avesse avuto cento vite, cento vite avrebbe dato pel trionfo

di lei. Non per sè gli dispiaceva di morire: infine, aveva vissuto

abbastanza, e povero e miserabile trovatello, aveva un grado datogli

da un re, aveva goduto gioie sovrumane dategli da una regina: non per

quella tenerezza che gli empiva l’animo, talvolta, di malinconia,

perchè se una donna regale aveva avuto per lui baci e carezze, la

giovinetta dell’anima sua era più in alto assai che nel suo pensiero,

ed egli sapeva bene che neanche con lo sguardo giunger poteva a tanta

altitudine. La morte dunque per lui sarebbe stata la fine di un sogno

che non avrebbe potuto divenir mai una realtà. Ma gli doleva di morire

perchè sarebbe venuto meno alla promessa che aveva fatto di esser lui

il cuore fedele, l’anima devota necessaria ai disegni dell’augusta

donna.

Superstizioso come tutte le nature primitive era giunto a convincersi

esser lui indispensabile al trionfo della Regina. Non gliel’aveva detto

che ogni sua speranza era riposta in lui? Non gli aveva fatto giurare

che se fosse uscito vivo dalla mischia l’avrebbe raggiunta in Sicilia,

disposto ad ubbidirle ciecamente? Il cuore fedele, l’anima devota

necessaria al gran disegno era lui, che fra poco sarebbe caduto colpito

a morte come un vile e nefando malfattore! Morto lui, chi, chi mai

l’augusta donna avrebbe trovato disposto a sacrificarlesi?

Era in questi pensieri quando udì un cigolar di catenacci: poco dopo

la porticina di ferro si aprì e un sergente entrò seguito da alcuni

soldati.

— Ho l’ordine di condurvi innanzi al Commissario civile — disse il

sergente.

Egli si era alzato dal suo giaciglio, punto sorpreso dalle parole del

soldato.

— Che vuole da me? — rispose sorridendo — Che io denunci i nomi

dei miei compagni? Che io faccia la spia insomma? Potrebbero ben

risparmiarmi e risparmiarvi tanti fastidi, che io non dirò nulla

neanche se mi facessero a brani.

— Io non so altro — rispose il sergente — che debbo condurvi innanzi al

Commissario coi polsi stretti nei ferri.

In così dire mostrava una catenella.

— Sentite, camerata — disse capitan Riccardo — so bene che voi eseguite

un ordine, ma... guardatemi bene in viso... Sono io capace di dare una

parola e di venir meno alla parola data? Ci è qualcosa che ci accomuna,

ed è il valore: ed un valoroso non è mai un mentitore. Io so come

voi vi battete, voi non ignorate come io mi batto, voi quindi dovete

stimarmi come io vi stimo. Mi inganno forse? Se militassi nelle vostre

file non mi credereste degno di stringermi la mano?

— Non dico di no — rispose il sergente che aveva nel viso una profonda

cicatrice — Non dico di no: vi siete battuto come un soldato francese;

ma io non capisco a che mirano le vostre parole.

— Mirano ad ottenere che quella catena, che mani leali use a maneggiar

la sciabola ed il fucile mal saprebbero maneggiare, non disonorino i

polsi di chi ha combattuto da leale e valoroso soldato. Io vi do la mia

parola d’onore che lungo il tragitto da questa carcere alla dimora del

Commissario civile nulla farò per evadere, soccorso o non soccorso,

come dicevano i cavalieri antichi. Ve ne do la mia parola d’onore,

ripeto.

Il sergente fissò lo sguardo in viso al prigioniero; stette un pezzo

pensoso ed incerto, poi scagliando lungi da sè la catenella esclamò:

— Ebbene, sì. Ne avrò forse per dieci giorni di consegna ma non sia

detto che un soldato francese abbia dubitato della parola d’onore di

un prode, col quale ha scambiato colpi mortali. Perchè fui io che vi

atterrai col calcio del fucile.

— Che mi ha tenuto per tre giorni col capo intronato.

— E che per buona fortuna dei miei camerati vi ho messo fuori

combattimento. Orsù — disse il sergente volto ai suoi soldati — andate

via. Accompagnerò io solo il prigioniero.

— Grazie, sergente — rispose capitan Riccardo — Ed ora vi prego di un

altro servigio: che siate voi a comandare il fuoco quando dovrò essere

fucilato.

— Come il più anziano tocca a me tale incarico. In ogni modo ve lo

prometto.

Il prigioniero si era alzato e attendeva a ricomporsi. Quantunque

le ferite gli dolessero, pure dissimulava il dolore con grande

meraviglia del sergente che pochi giorni prima lo aveva visto col corpo

tagliuzzato e sanguinante disteso su quel giaciglio.

— Che bravi soldati, che bravi soldati sarebbero mai! — mormorò — degni

della vecchia Guardia.

Uscirono entrambi dalla prigione e passarono tra i soldati stupiti,

ma che pure non osavano biasimare il vecchio sergente, che era il

più stimato del reggimento. Il giovane, seguìto dal suo custode, sali

l’ampia scala del castello, finchè giunsero all’anticamera del primo

piano ove era l’alloggio del Commissario civile.

Seduto su una delle panche lungo le pareti, capitan Riccardo vide un

uomo nel quale riconobbe Carmine.

Diedero entrambi un grido di gioia e si slanciarono l’uno nelle braccia

dell’altro.

— Libero, sei tu libero? — diceva Carmine, ingannato dal veder senza

legami il giovane — Lo dicevo io, lo dicevo. Ma come è avvenuto? Dunque

il Commissario civile...

— Ho dato la mia parola d’onore a questo buon sergente — rispose

Riccardo — che non avrei tentato di evadere. Ma è pur troppo vero che

io son prigioniero e che forse... non vedrò il sole discendere dietro

le spalle dei nostri monti. Questa è la guerra, caro Carmine, e bisogna

pur rassegnarsi.

— Tu che dici? Tu che dici? — esclamò il buon uomo — tu lo vedrai

ancora per molti e molti anni non solo morire, ma nascere il nostro

sole. Tu dunque ignori?... Ma già, come puoi saperlo? che cosa

intendevi dire con quelle parole? Che ti fucileranno forse? Fucilar

te? E chi ne dovrebbe dar l’ordine, il Commissario civile? Lui!... Via,

lascia che mi sbellichi dalle risa...

E il vecchio si diede a ridere così sonoramente che il giovane, temendo

avesse dato di volta pel dolore, lo guardava impietosito.

— Tu mi credi pazzo? — disse Carmine quando si riebbe. — Non sono

pazzo, no, e lo vedrai, lo vedrai. Ma, a proposito dimmi che n’è di

Pietro il Toro e dove potrei trovarlo.

— Io, però — disse il sergente — non posso più oltre permettere un tale

colloquio. Se ho assentito a condurre qui il prigioniero senza ceppi...

Il vecchio Carmine lo guardò con un sorriso di compatimento sulle

labbra.

— Voi avete creduto di far cosa biasimevole anche se il vostro cuore

l’approvava — disse voltosi al sergente. — Ma di questa buona azione

voi avrete un premio, ve lo dico io, avrete un premio. Dunque, dove

potrei trovare quella testa matta di Pietro il Toro?

— Che vuoi che ne sappia io? — rispose Riccardo. — Io so che fra

poche ore... povero zio Carmine, sarò in un luogo donde non si fa più

ritorno.

In questo la porta si aprì e un valletto comparve.

— Ci è qui un paesano che ha chiesto un’udienza?

— Sono io — disse Carmine avanzandosi e facendo un segno con la mano a

Riccardo, come se volesse fargli intendere che quell’udienza chiesta ed

ottenuta spiegar doveva il mistero delle sue parole.

— Il Commissario civile vi aspetta — disse il valletto. — Che il

prigioniero attenda qui per esser chiamato.

Riccardo ben sentiva che qualche cosa di grave vi era in quel mistero;

che il vecchio Carmine era lì per lui; che quella sicurezza, quella

gioia nascondevano un mistero che gli sarebbe presto spiegato. Ma

rinunciava a indovinarlo, e quindi sedette per aspettare la sua volta,

come aveva detto l’usciere.

— Ah, mi aspetta, mi aspetta! — esclamò Carmine che pareva fuori di sè

dalla gioia. — Eccomi, eccomi...

Poi voltosi a Riccardo:

— Ce ne andremo insieme a braccetto dopo che anche tu avrai parlato col

Commissario civile che bacierà in terra per ringraziare il Cielo. Ce ne

andremo insieme a braccetto... se però tu... quando saprai, e sarà fra

poco, non sdegnerai la mia compagnia!

Ciò detto si precipitò verso l’uscio, mentre Riccardo, che non aveva

nulla compreso delle parole di Carmine, lo guardava stupito.

— Quel povero vecchio è matto! — disse il sergente sedendo presso il

prigioniero.

Il duca di Fagnano sedeva innanzi un ampio scrittoio e teneva gli occhi

fissi alla porta con una grande curiosità, aspettando che comparisse

colui che gli aveva scritto di aver gravi cose da comunicargli e che si

riferivano al tempo in cui il duca, evaso dalle carceri, era tornato

nel villaggio. Ciò era bastato per fargli sorgere nell’animo una

speranza vaga, strana, alla quale sicuramente avrebbe tenuto dietro una

delusione.

Che cosa aveva fatto lui prima di prendere la via dell’esilio? Era

tornato nel villaggio a rischio di essere ripreso, si era abboccato

con quella povera creatura che era stata svegliata a mezzo della notte

dal noto fischio di lui, aveva ottenuto che ella, nel delirio della

gioia per rivederlo vivo e libero, assentisse a seguirlo di notte nella

chiesa per la celebrazione del matrimonio; aveva pregato il parroco,

si era provvisto di due testimoni. Poi, appena le nozze celebrate,

era andato via, chè già si sapeva cercato dagli uomini del Governo.

Che doveva dirgli dunque colui che gli ricordava quell’epoca della sua

vita? In nome di chi veniva se lei era morta, uccisa dal dolore, morta

col pegno del loro amore che portava nelle viscere?

Carmine entrò pallido e ansante dall’emozione, ma non seppe dir

parola nel trovarsi dinanzi a quel nobile vecchio, nel quale aveva

riconosciuto il giovane mite e pensoso di un tempo. Il vecchio duca lo

guardava, sforzandosi di ricordare, ma pareva che ogni ricordo fosse

dileguato in lui, onde ruppe il silenzio per dirgli:

— Siete voi che avete chiesto un’udienza per ricordarmi cose assai

gravi concernenti un triste periodo della mia vita?

— Non mi riconoscete, Eccellenza, non mi riconoscete? — balbettò

Carmine, il quale aveva sperato che il duca al primo vederlo gli

movesse incontro con le braccia aperte.

— No — rispose il duca continuando a fissarlo.

— Ma io sono Carmine... Carmine, intendete Eccellenza? Colui che quella

notte, con Pietro il Toro vi fece da testimone....

Il duca non lo lasciò proseguire; si alzò di botto, e sopraffatto

dall’emozione si avvicinò al vecchio, gli mise le mani sugli omeri,

e come il ricordo si andava in lui ridestando, il viso esprimeva una

gioia profonda.

— Sì, sì — disse infine con voce soffocata — ti riconosco ora, ti

riconosco!

In così dire gli occhi gli si velarono di lagrime. Non era solo a

ricordare quella poveretta, l’unico dolce e grande amore della sua

vita! Quell’uomo al certo avrebbe potuto parlargli di lei, ne aveva

forse raccolto le ultime parole, veniva forse a compiere l’estremo

volere della moribonda. Quell’uomo lo rannodava al suo amore, ne

rendeva più viva la memoria, e a lui pareva che l’ombra della infelice

Rachele si delineasse innanzi a’ suoi occhi e gli sorridesse.

— Parla, parla — soggiunse. — È lei che ti manda, non è vero, è lei?

Il vecchio assentì col capo non potendo profferir parola.

— Vieni, vieni, siedi qui, presso a me — disse il duca costringendo a

seguirlo. — Credevo che la morte avesse mietuto tutti coloro che avevan

preso parte a quel triste dramma della mia vita. Tu mi dirai dove l’han

sepolta, tu mi dirai quali furono le ultime sue parole, tu mi dirai

come scorsero i tristi giorni di quella martire.

— Io vi dirò — disse Carmine con voce rotta, quantunque si fosse

alquanto riavuto — che ne fu del figlio che ella mise al mondo e che mi

confidò prima di morire.

Il duca di Fagnano a queste parole vacillò come se stesse per venir

meno, e balbettò guardando con occhi smarriti il vecchio Carmine:

— Un figlio?... mio figlio, mio figlio!... Morto anch’esso, non è vero?

morto anch’esso!...

— Ei vive, ei vive! — esclamò Carmine con occhio sfavillante.

— Che hai tu detto, che hai tu detto? — gridò il duca, divenendo

pallido e precipitandosi sul vecchio.

— Ho detto che vostro figlio vive, vive, ed è qui, qui, a pochi passi

da voi.

— Ma non m’inganni tu, non m’inganni? Mio figlio vive ed è a pochi

passi da me, il figlio di Rachele! Dio mio, Dio mio, ma è un sogno

questo, è un sogno?!

— Ecco — continuò il vecchio, porgendo al duca una lettera, la cui

carta giallognola e i caratteri dell’indirizzo sbiaditi attestavano che

da gran tempo era stata scritta — ecco la lettera che ella mi consegnò

col bambino.

Il duca prese con mano tremante la lettera che Carmine gli porgeva,

l’aperse si diede a leggerla, mentre copiose le lagrime gli sgorgavano

dagli occhi.

— Dov’è mio figlio, dov’è mio figlio? — proruppe di un tratto, acceso

in volto da pallido che era, così che Carmine ne fu spaventato. Aveva

compreso di aver commesso una grande imprudenza col rivelargli così di

botto tutta intera la verità, egli che il giorno innanzi aveva avuto

tanti scrupoli.

— Ma — rispose con voce incerta — bisogna che vi narri... bisogna che

sappiate...

— Poi poi mi narrerai ciò che debbo sapere... Adesso voglio veder mio

figlio, intendi? mio figlio!

Soffocava dalla gioia. Tutto un miraggio di felicità domestica gli si

spiegava dinanzi. Un figlio era il premio ineffabile ai tanti dolori da

lui sofferti, era la felicità degli anni che ancora gli restavano da

vivere. Non solo la casa, non solo le terre, non solo il titolo degli

avi aveva ricuperato, ma la provvidenza gli aveva serbato anche una

famiglia il cui ceppo sarebbe stato il figliuol suo. Tutta la sua vita

era stata un isolamento al quale scarso compenso offrivano gl’ideali

politici da lui vagheggiati per la libertà dei popoli. Non era più

solo adesso, e tutta la felicità sognata nella giovinezza allorchè

aveva legato al suo destino una povera creatura, tornava a sorridergli

ineffabilmente.

— Hai detto che è a pochi passi da me... È fuori dunque

nell’anticamera?! — gridò come se di un tratto gli fosse balenato il

vero.

E si precipitò verso l’uscio; con agilità giovanile aperse la porta e

guardò.

— L’ho fatta grossa, l’ho fatta grossa! — mormorava Carmine che era

rimasto come intontito.

All’apparire del Commissario civile il sergente si era alzato e con lui

si era alzato il prigioniero.

Il sergente si avanzò e piantandosi militarmente innanzi al Commissario

che senza badargli volgeva intorno ansioso lo sguardo disse:

— Che Vostra Eccellenza mi perdoni... So di aver contravvenuto alla

consegna nel condurre qui libero e sciolto il capo della banda... ma

egli è un valoroso, come Vostra Eccellenza sa, e mi ha dato la sua

parola d’onore che non tenterà di fuggire. Se ho mancato gli è che non

so fare il carceriere, non avendo fatto in vita mia che il soldato.

— Ma — disse il Commissario che frugava con lo sguardo per gli angoli

dell’anticamera tra sorpreso e deluso per non veder colui che si

aspettava — non era qui con voi anche... un giovane?

— No, nessun altro, fuor di me e del prigioniero che fa onore alla sua

parola, e perciò se ho mancato merito che la pena sia lieve.

Solo allora il Commissario si accorse di capitan Riccardo che si era

tenuto in disparte senza iattanza e senza umiltà. Quantunque lacero

nelle vesti che ancora serbavano le tracce del sangue rappreso,

l’aspetto ne era pur sempre nobile e bello.

— Oh! — fece il duca trasalendo, chè nel viso del prigioniero rivedeva

i tratti di un altro viso, quello di una soave creatura che era stata

l’unico amore della sua vita.

— A prescindere — continuò il vecchio sergente — che gli ho promesso di

essere io, proprio io, a comandare il fuoco allorchè...

Il duca di Fagnano era pallido come un morto. Nello sguardo che figgeva

sul prigioniero ci era tanta densità di pensiero, un così complesso

sentimento di gioia, di trepidanza, di dolore che il giovane se ne

sentì turbato. Non era lo sguardo severo e indagatore del giudice, non

quello ardente d’odio del nemico, non lo sguardo compassionevole di

chi deplora il fatto inesorabile che condanna a morte una giovane vita:

ci era negli occhi di quell’arbitro del destino di lui un complesso di

sentimenti che lo sorprese.

Il duca di Fagnano, senza rispondere al sergente, del quale forse

non aveva compreso le parole, si rivolse al prigioniero e gli disse

facendosi da parte:

— Entrate.

Capitan Riccardo entrò. Sapeva bene che sarebbe uscito da quella stanza

per muovere al luogo dell’estremo supplizio; però il suo contegno,

senza cessare d’esser fiero, era tranquillo e franco. Quando vide

Carmine che dal mezzo della stanza in cui fin allora si era tenuto

immobile aspettando gli eventi, gli moveva incontro con le braccia

aperte, sorrise.

— Coraggio — gli disse con voce sommessa. — Dovevi esserci preparato

alla mia sorte. So bene che mi fucileranno, perchè per dare un

esempio...

— Ma no, ma no! — balbettava il vecchio, quantunque non ben sicuro.

I suoi occhi cercavano quelli del duca di Fagnano che alla sua volta

fissava Carmine come per interrogarlo.

— È lui, proprio lui! — proruppe Carmine rispondendo allo sguardo

interrogativo del duca, il quale con uno sforzo supremo s’impose di

essere calmo.

— Lasciateci soli — disse poi con voce di cui mal dissimulava il

tremore.

Il vecchio si liberò dalle braccia di Riccardo: cercò di sorridere per

rassicurarlo; fece un inchino al duca ed uscì dalla stanza richiudendo

dietro a sè la porta.

Quale tempesta di affetti e di sentimenti si agitasse nel cuore del

duca di Fagnano nessuno avrebbe saputo dire; pure si teneva calmo e

severo, mentre Riccardo dritto in piedi aspettava che gli rivolgesse la

parola.

Il duca sedette innanzi allo scrittoio sforzandosi di assumere un

contegno grave e raccolto, ma suo malgrado non sapeva distoglier gli

occhi dal giovane, il quale non poteva spiegarsi perchè il suo giudice

lo guardasse così senza rivolgergli alcuna dimanda.

La sua natura franca ed espansiva prese il sopravvento e fu lui pel

primo a rompere il silenzio.

— Se Vostra Eccellenza — disse — vuol risparmiare il suo tempo, non

m’interroghi su cose che potrebbero compromettere gli amici che mi

furono larghi di soccorso e di aiuti: io nulla direi perchè ne ho

dimenticati i nomi. Del resto, non tenterò punto di scolparmi, pur

sapendo quale sia la mia sorte. Ho combattuto i Francesi perchè

li reputo nemici non solo del mio Re e della mia Regina, ma anche

della patria mia, e se dovessi sopravvivere, lo dichiaro, tornerei a

combatterli. Dunque è inutile perderci in vane parole. Io fo il mio

dovere tacendo, lei faccia il suo condannando.

Ci era tanta fierezza e tanta nobiltà nelle parole del giovane e nel

suo aspetto maschio e risoluto che il duca ne sussultò di gioia.

— Dunque — disse con voce velata dalla commozione — voi non negate

di avere assoldato della gente, di aver tenuto la campagna, di aver

combattuto contro i soldati di S. M. l’Imperatore, venuti qui per

liberarvi dal giogo dei vostri re e per far di voi un popolo di liberi

e d’indipendenti?

— Lo ripeto, Eccellenza, che io nulla nego. Se ho ucciso ho corso il

rischio d’essere ucciso; se ho ferito, ho corso il rischio d’esser

ferito. Non ho nè rubato, nè assassinato: ho combattuto lealmente,

cuore contro cuore, petto contro petto, i nemici del mio paese.

— Gli amici, volete dire! — rispose il duca.

Ma la voce ne era incerta, l’aspetto preoccupato, e il prigioniero non

sapeva spiegarsi quel contegno che non era punto quello di un giudice.

Si sarebbe detto che il colpevole fosse quel vecchio che tremava

visibilmente e che aveva negli occhi un pensiero che a stenti giungeva

a dissimulare.

— Oh, — rispose il giovane — amici! Li avete visti voi nelle nostre

città nei nostri villaggi, come intendano essi la loro libertà, la loro

fratellanza, li avete visti? Avete visto le donne insidiate, i padri, i

mariti, i fratelli derisi o puniti con la prigionia, con le battiture,

con la morte se osavano opporsi alle turpitudini commesse in nome di

cotesta libertà? Amici! Ma noi non abbiamo mutato che padroni, e vi

assicuro che non si è punto guadagnato nel cambio. Almeno il Re era

un padrone datoci da Dio; questi son padroni impostici dalla forza che

portano la ruina ovunque mettono il piede.

— Siete ben ardito! — mormorò il duca. — Il vostro è un linguaggio

che...

— Il mio è il linguaggio — interruppe il giovane — di colui chè si sa

presso a morire... Ma che avete signore? Voi impallidite... voi venite

meno... Perchè mi guardate così, perchè mi guardate così?

Invero il duca, pur non distaccando gli occhi dal giovane, si era

abbandonato sulla sedia così livido in viso, così tremante, da

giustificare il grido e lo spavento del prigioniero che si era chinato

su lui per sorreggerlo. Pure, con uno sforzo di volontà giunse a

riaversi, si risollevò e con voce commossa, per quanto cercasse di

dissimulare la commozione, gli disse:

— Sedete qui... vicino a me.

Capitan Riccardo lo guardò come trasognato. Non giungeva a spiegarsi

il mistero che intravedeva nello strano contegno di colui che esser

doveva il suo giudice; pure sedette, col viso di chi si attenda una

spiegazione.

— Conoscete da molto tempo il vecchio che era qui quando voi siete

entrato? — gli chiese il duca guardandolo fissamente.

— Carmine! — esclamò il giovane — Carmine, il mio benefattore, colui

che pur essendo poverissimo spezzò con me il suo pane, divise con me

il suo tugurio? Se lo conosco! Ma io, che nulla debbo a chicchessia,

io che fui abbandonato fra gli sterpi d’un bosco da mia madre, io che

forse per un brutale capriccio fui messo al mondo da un uomo senza

cuore, a cui importava poco che il figlio suo divenisse pasto delle

fiere o, perchè nato dal vizio, si desse al vizio per finire sulla

forca o fucilato come sarà fra breve, non ebbi carezze che da quel

vecchio, non ebbi pane, non ebbi vesti, non ebbi buoni consigli che da

quel vecchio, che giunse a vendere i suoi poveri arredi per pagare il

maestro che m’insegnò a leggere, che vendè l’unico ricordo lasciatogli

da sua madre, un anellino d’oro, per pagare le medicine quando fui

malato!

Il duca di Fagnano l’ascoltava visibilmente sopraffatto da emozioni

diverse, quando il giovane s’arrestò, colpito da un triste pensiero.

Perchè il suo giudice lo interrogava sul vecchio Carmine? credeva forse

un complice? Quell’aria inesplicabile che avrebbe potuto dirsi più che

di bontà, di interesse profondo per lui, nascondeva forse un tranello?

Si voleva forse coinvolgere anche il suo benefattore nelle colpe che i

nemici gli attribuivano, e per le quali sapeva bene che sarebbe stato

punito con la morte?

— Però — aggiunse con risoluto accento — non fu lui ad indurmi a

prendere le armi per difendere la causa del diritto e la indipendenza

del mio paese. Egli avrebbe voluto far di me un contadino umile e

tranquillo, pieghevole a tutte le schiavitù, anche a quella che ci

si vuole imporre in nome della libertà e della uguaglianza! Fu il mio

cuore di calabrese che a tanto m’indusse; fu il veder le nostre donne

violate, le nostre chiese profanate, la brutalità soldatesca sbrigliata

a danno della mia gente! E se questo non vi basta, fu il mio ardor

giovanile insofferente d’una vita senz’aria e senza luce; fu l’anima

mia anelante di riparare all’avversità del destino che mi fece nascere

col marchio dell’onta di mia madre e dell’infamia di mio padre sulla

fronte. Lo so, io sono per voi e per i vostri soldati un brigante di

cui bisogna depurare la società offesa; pure, ho sempre combattuto a

viso aperto, petto contro petto, cuore contro cuore, non meno lealmente

e forse non meno valorosamente di coloro che il vostro Bonaparte ha

fatto principi e baroni. Ed ora che v’ho detto ciò, signor Commissario,

ordinate che mi si fucili.

— Figlio, figlio mio! — gridò il vecchio che aveva gli occhi gonfi di

lagrime e gittandosi al collo del giovane.

Il quale era retrocesso come istupidito.

— Che dite, signore, che dite? — balbettava, non sapendo se dovesse

sottrarsi ai baci, alle carezze di quel suo giudice che gli parve

percosso da subita follia.

— Dico — gridava il duca tra i singhiozzi — dico che tu sei mio figlio,

che nelle tue vene scorre il mio sangue, che la tua anima è parte

della mia. Dico che negli occhi tuoi ritrovo la luce degli occhi di

quell’angelo che fu tua madre. Tu non la vedi, ma ben la veggo io

su noi che ci sorride beata perchè essa, essa ci ha ricondotto l’uno

all’altro. Oh sì, sì, Dio, tu esisti, nella Provvidenza, nella Bontà,

nella Misericordia infinita.

— Calmatevi, via — diceva il giovane, sempre più persuaso che il

vecchio avesse dato di volta. — Forse una fortuita rassomiglianza con

un vostro figliuolo vi fa dire parole assai strane. Io, ahimè, non sono

che il capitan Riccardo.... potrei anche dire il colonnello Riccardo,

capo di una delle bande che difesero il castello.... e mia madre... oh,

mia madre avrebbe male scelto il momento di uscir dal sepolcro, se essa

non è ancor viva, per sorridere al figliuolo che dovrà essere fucilato

fra poco!

Il vecchio lo teneva ancora stretto fra le braccia mentre Riccardo

parlava tentando con dolce violenza di liberarsene.

— Come, come dubitarne? — diceva il duca di Fagnano trasfigurato dalla

gioia. — Tanta nobiltà di sentimenti, tanta fierezza di linguaggio,

anco se nel tuo viso non riscontrassi i lineamenti della mia povera

morta, ti direbbero mio figlio, ti direbbero figlio di lei. Tu mi

credi folle, non è vero? Tu non puoi darti conto del mio linguaggio!

Lo comprendo. Ma vedi, vedi le mie lagrime, guardami negli occhi....

È tuo padre, intendi? che ti parla così. Non io ti abbandonai, non lei

povera creatura, ti abbandonò. Non mi credi tu, non mi credi? Ebbene,

dimandane a Carmine, dimandane a un certo Pietro il Toro che devi ben

conoscere. Tu sei mio figlio, mio figlio, capisci?

Riccardo infine comprese che quell’uomo, quel suo giudice volgeva

proprio a lui le parole; lo guardò per un pezzo in silenzio,

contenendosi quantunque sentisse il cervello in tumulto.

— Voi mio padre, voi? — disse infine — Ma chi siete voi, o signore, chi

siete?

— Non te l’han detto? Non ti han detto che io sono il duca di Fagnano,

il vero duca di Fagnano?

— Colui che fuggì in Francia, colui che si disse morto?

— Sì, sì, e che ora è tornato, è tornato, riconosciuto nei suoi dritti

dal nuovo governo, investito del potere supremo.....

Il giovane rimaneva ancora incerto e perplesso. Era così strano quel

che gli accadeva! Si guardava intorno come smemorato. Ricordava le

parole che gli aveva rivolte il vecchio Carmine nell’anticamera, le

quali gli confermavano la verità di quel che aveva inteso. Pure si

credeva in preda ad un sogno, quantunque i suoi sensi testimoniassero

della realtà. Cercò di riordinare le idee: si sciolse dolcemente dalle

braccia che lo tenevano avvinto, e con uno sforzo supremo di volontà

giunse a calmarsi, a riacquistar la padronanza di sè stesso.

— Perdonatemi — disse al duca che lo contemplava con un ineffabile

sorriso di beatitudine, mentre calde lacrime continuavano a scorrergli

dagli occhi. — Capite che.... non ero preparato a tale rivelazione.

Se io sono vostro figlio, come dite, occorre che sappia.... che

mi sia svelato il mistero. Finora ho pensato a mia madre.... a mio

padre, con rammarico, se non con avversione. Non vi nascondo che mi

struggevo dalla vergogna e che ogni donna, ogni uomo del mio paesello,

del quale per l’età avrei potuto esser figlio, mi metteva nel cuore

uno sgomento. Sono essi forse che mi abbandonarono, pensavo: sono

essi che mi negarono il loro nome, che per preservarsi dall’onta o

per sottrarsi ai fastidii della paternità, mi gittarono come un cane

in un bosco, sperando che i lupi e le volpi mi divorassero. Capirete

dunque signor..... signor duca, che mi occorre un po’ di tempo perchè

mi abitui al pensiero che ho anche io un padre, che ebbi anche io una

madre, che ho anche io un nome, io il trovatello, io il miserabile, io

il bandito che fra poche ore avrò il petto forato dalle palle francesi!

— Figlio mio, figlio mio! — gemeva il vecchio, al quale le parole di

Riccardo producevano un ineffabile dolore.

— Sedete, signor duca — disse il giovane con voce calma e severa — e

narratemi la vostra storia, se ci è una storia da narrarmi.

Parve che le parti fossero invertite. Il giudice freddo, inesorabile

era il giovine che sedette sulla seggiola lasciata vuota dal duca.

— Figlio mio, figlio mio, tu mi hai maledetto fin da quando

incominciasti a crederti figlio della colpa; tu forse hai maledetto

tua madre che fu la creatura più nobile come è ora l’angiolo più puro

del cielo; eppure Dio sa, Dio sa se a te che io credevo morto in sul

nascere, volava in ogni istante il mio pensiero, a te che accomunavo

con quella povera santa che morì nel metterti al mondo. Ascoltami

dunque, ascoltami e poi....

— Ma signor duca, prima di narrarmi la vostra storia ditemi se siete

ben sicuro, ben sicuro intendete? che io sia... vostro figlio. Quali

sono le prove che, se han convinto voi, dovranno convincere anche me?

La parola del vecchio Carmine non basta: egli indotto dal suo amore per

me, sapendomi prigioniero e sapendovi arbitro della mia vita e della

mia morte, avrà potuto escogitare una tale menzogna per salvarmi.....

— No, no, cuor generoso, no, anima fiera e leale, il vecchio Carmine

non ha mentito. Se non mel dicesse la tua meravigliosa somiglianza con

tua madre, me lo dice la lettera di lei in cui dopo tanti anni trovo

tutta l’anima sua. Non hai tu una medaglietta che ella nel separarsi da

te ti mise al collo: Questa, sì, questa! — gridò il vecchio vedendo che

Riccardo traeva dal petto la medaglia — questa che era un amuleto di

mia nonna. Non hai tu sul braccio sinistro una voglia di fragola?

— È vero è vero! — mormorò Riccardo nel cui cervello turbinavano i

pensieri.

— Non dubito punto io, non ho dubitato punto al primo vederti —

continuò il duca vieppiù esaltandosi. — E il cuore, il mio cuore di

padre non conta per nulla? Comprendo che il tuo, sdegnoso per tanti

anni di coloro che ti misero al mondo per abbandonarti, non può così di

un tratto accoglierne l’amore, ma il mio ha dato un balzo nel sentirti

mio figlio. Mio figlio! Lascia che m’inebbri di questa parola, lascia

che la ripeta nella esultanza così come l’ho ripetuta per tanti anni

nel dolore!

Riccardo ascoltava, ma come chi fluttui in un’onda di pensieri e di

sentimenti. Più volte innanzi a quel vecchio così ebbro di gioia, che

lo contemplava con tanta profonda tenerezza, aveva inteso salirgli

dalle viscere sulle labbra la parola padre pur essendo del tutto nuova

per lui; e non rispondendo ancora alla sua convinzione non aveva osato

proferirla. Ma le ultime parole di quel vecchio giunsero a commuoverlo;

comprese che aveva bisogno di sentirsi dir padre, che, se anche ei

s’ingannava, per pietà almeno avrebbe dovuto concedergli una tale

gioia, e facendo uno sforzo:

— Padre mio — gli disse — padre mio...

Ma non potè continuare; il vecchio l’aveva preso di nuovo fra le

braccia e l’andava baciando bagnandogli il volto di lagrime.

In questo fu picchiato leggermente alla porta.

Padre e figlio trasalirono. Il duca si drizzò. Il giovane anch’esso si

era alzato e mentre il duca si avvicinava alla porta per aprirla, si

era fatto nel mezzo della stanza, assumendo il contegno umile di chi si

trovi in presenza del suo giudice.

— Che volete?; — disse il duca all’usciere che si vide dinnanzi

nell’aprire la porta.

— Eccellenza, il Consiglio è raccolto da un pezzo... Se Vostra

Eccellenza non ha finito d’interrogare il prigioniero...

— No — rispose il duca impallidendo. — Dite al Consiglio che mi occorre

ancora un prosieguo d’istruzione; si sciolga quindi. Lo convocherò a

suo tempo.

E rinchiuse la porta.

Padre e figlio si guardarono entrambi muti e pensosi.

Il giovane fu il primo a rompere il silenzio.

— Fate il vostro dovere, padre mio — disse con voce tranquilla. — Ero

da gran tempo preparato alla sorte che mi aspetta. Sono un vinto, e

poichè in questa guerra il vinto è già un condannato, son pronto a

subire la morte che ho meritata.

— Morire tu, morire tu — gridò il duca — nel momento in cui ti

ritrovo, nel momento in cui tanta luce sfolgora nell’anima mia? No,

no, tu non morrai: otterrò la tua grazia dal Luogotenente generale,

dall’Imperatore se occorre. Lo so, tu non sei colpevole che di aver

usato le armi contro coloro che credevi nemici del tuo paese; nessun

altro delitto macchia la tua coscienza. Hai combattuto come un soldato,

non come un masnadiere. L’Imperatore ama i valorosi, e tu sei un

valoroso...

Egli ascoltava con le braccia conserte ed un sorriso di dolore sulle

labbra.

— Dimenticate — disse infine — il decreto del Luogotenente che non fa

eccezione alcuna...

— Che importa a me, che importa? I Bonaparte mi debbono pur qualcosa.

Senza di me e dei miei amici la Convenzione avrebbe condannato a morte

colui che è oggi l’Imperatore dei francesi. Vita per vita dunque.

Egli sa che ancor noi possiamo qualcosa, che gli antichi spiriti

repubblicani non sono del tutto spenti. Ti manderò a lui: egli farà

di te un colonnello, per farne poi un generale, un maresciallo di

Francia. Ha buoni occhi, non dubitare. Un duca di Fagnano maresciallo

dell’Impero vale quanto un umile borghesuccio di Ajaccio sovrano

d’Europa. Ma non si parli più di questo: abbiamo tante tante altre cose

da dirci! Non tornerai più nella tua prigione. Ti prenderò sotto la mia

garanzia. Sai tu che io posso quel che voglio e che delle azioni mie

non debbo dar conto che all’Imperatore?

Il vecchio sfavillava di gioia nel dir ciò: sì era avvicinato al

prigioniero e lo veniva carezzando con mano febbrile, sollevandone i

capelli per ammirarne l’ampia fronte, brancolando, per così dire, pel

volto, pel petto, come se non gli bastasse la vista, l’udito, come se

volesse rendersi saturo del figlio suo.

Questi però restava muto e pensoso, quasi la tenerezza in lui fosse

combattuta da un pensiero funesto.

— Otterrò un decreto — disse il duca — col quale sarai riconosciuto per

mio legittimo figlio, erede del mio nome e de’ miei beni.

Il giovane trasalì e scuotendo il capo rispose:

— No, padre mio, no... È troppo tardi!

— Che intendi dire, che intendi dire? — gridò il duca sconvolto da tali

parole.

— Intendo dire, padre mio, che ad ognuno il destino traccia la sua

vita: la mia è già segnata e bisogna che la percorra per intero. Da

quel che ho compreso, fu il fratel vostro che usurpò i vostri beni

e il vostro titolo... Egli ha una figliuola, pia, bella, soave come

un angelo. Io non voglio che ella sia colpita, ella innocente e che

ignora forse le colpe di suo padre. Eppoi, ci è un’altra ragione: io

ho promesso, intendete? ho dato la mia parola d’onore di raggiungere in

Sicilia la mia Regina. Se voi dunque come Commissario civile investito

di pieni poteri, mi farete grazia della vita, io vi lascerò per andare

dove il dovere mi chiama.

— Tu deliri, tu deliri, o io non ho compreso bene — proruppe il duca.

— Andresti in Sicilia a raggiungere la tua Regina? Ma sai tu chi sia

la donna alla quale, come dici, ti lega un giuramento? Sai tu che lei,

lei soltanto è la causa di tanta strage e di tanta rovina? Sai tu che

ha fatto versare torrenti di sangue, che si è macchiata dei più orrendi

delitti, che il suo nome è esecrato e maledetto da tutta Europa? Sai

tu che la ferocia di quella donna infernale non ha risparmiato nè

la grazia e la fralezza femminile facendo condannare al capo Luigia

Sanfelice, nè l’ingegno e la dottrina facendo decapitare Cirillo e

Mario Pagano; sai che lasciò morire sul patibolo un fanciullo Emanuele

de Deo; che in Rossi, Conforti, Ciaia, Vincenzo Russo, Scoti, Logoteta,

uccise la poesia, la storia, la politica; che disonorò per mezzo della

sua turpe amica Emma Lyonna, lord Nelson, costringendolo a tradire

i patti della capitolazione e ad impiccare Francesco Caracciolo? E a

una tal femmina, a un tal mostro hai tu dato la tua parola d’onore,

tu duca di Fagnano, tu che anche reputandoti un povero trovatello hai

combattuto come un cavaliere?

— Ho giurato, padre mio! — rispose Riccardo con voce calma e fredda.

— Hai giurato, dunque, di divenire l’istrumento delle infamie di

quella infernale creatura, di lasciarti travolgere nell’abisso de’ suoi

delitti, tu, il cui animo generoso si ribellava al pensiero di arrecar

danno alla figlia di colui che la natura mi diede per fratello e che

fu il mio Giuda! No, no, non sarà mai! Non ti ho ritrovato per darti a

quella femmina nefanda: non ti ho ritrovato per saperti l’istrumento di

una sozza creatura! Meglio, meglio se ti sapessi con le armi in pugno

contro di me, tuo padre, che imbragato negli intrighi di lei a danno di

un povero popolo per lunghi anni corrotto da’ suoi vizi, smunto dalla

sua ingordigia, svenato dai suoi carnefici.

— Ho giurato! — ripetè il giovane, scuro in viso, con accento

d’inflessibile risoluzione.

— Ebbene sì, hai giurato... Voglio ammettere che per un cieco

sentimento d’onore ti senta legato dal tuo giuramento. Ma chi eri tu

quando giurasti? Un povero soldato di ventura, senza nome, misero,

oscuro, perseguitato dalla legge, colpevole di un delitto di Stato che

si espia con la morte. Ora tu sei figlio del duca di Fagnano, erede

del suo nome, destinato a far rigermogliare l’albero di una delle più

antiche e nobili famiglie del Regno. Può il duca di Fagnano tener conto

del giuramento prestato dal capitano Riccardo, condottiero d’una banda

di ribelli?

Parve al vecchio che un tale argomento fosse inconfutabile; il volto

era tornato a sfavillargli di gioia, e accostatosi al giovane, con

paterna bonomia tra l’imbronciato e il carezzevole gli mise la mano sul

capo.

Il giovane si sottrasse a quella carezza continuando nel contegno

severo e triste.

— Ho inteso dire — rispose poi con un amaro sorriso — che voi altri

repubblicani perseguitate a morte certi frati che si dicono gesuiti,

che fanno professione d’ipocrisia, e che fanno delle restrizioni

mentali e degli arzigogoli curialeschi un istrumento della loro

politica. Io nell’ascoltarvi testè mi domandavo se era un gesuita

che voleva far di me un fedifrago, di me vissuto finora all’aperto

sui monti con la carabina in pugno e il coltello al fianco, pronto a

mostrare il petto al nemico e col petto il cuore franco e leale. Se son

da un’ora duca di Fagnano, sono da trent’anni l’uomo che deve tutto a

sè stesso, e pel quale il suo onore, la sua fede valgono ben più di una

duchea.

— È vero, è vero! — mormorò il duca colpito al cuore da quelle parole.

— Ma fu la fatalità che fece di te un abbandonato e che ti travolse nel

turbine di questa orribile guerra.

Poi, comprendendo che il suo linguaggio era stato troppo aspro, e

che lui infine non poteva avere sull’animo di quel giovane, che poco

innanzi vedeva in esso il suo giudice, autorità di padre; che anzi

parlandogli in nome del suo grado e della sua nascita vieppiù ne acuiva

il rancore, riprese:

— Perdonami, perdonami se parlai a te di cose che non puoi comprendere;

perdonami se volli infrangere le tue illusioni. Non sai che in

quest’ora l’anima mia è corsa a ritroso di trent’anni, e il mio amore

per te è divampato come se per trent’anni lo avessi portato nel cuore!

Rinuncia al tuo progetto: ho troppo, troppo sofferto: fui troppo troppo

solo dal giorno in cui lasciai questi luoghi. Quella donna... no no,

non la oltraggerò più oltre per non ridestare il tuo corruccio...

quella donna, quella regina, troverà altri servi, altri devoti. I cuori

dei potenti dimenticano, e già ti avrà dimenticato. È tuo padre che

ti supplica, è tua madre... tua madre intendi? che sa quanto io ho

sofferto, che ti prega con me. Rinuncia al tuo progetto. Cosa farei

io qui solo, solo, mentre da un’ora mi vo’ immergendo nel dolce sogno

di vederti in alto, in alto col nome, col grado, col lustro che ti

spettano?...

Anche gli occhi del giovane eran velati di lagrime, pure si teneva

immobile, e, come chiaro appariva, incrollabile nella sua risoluzione.

— Padre mio — disse infine — il destino ha tracciato a ciascuno di

noi la sua via. Troppo tardi ci ha ricongiunti e ci ha ricongiunti

per infierire vieppiù su voi, per infierire vieppiù su me. È inutile

ostinarci a mutarlo. Voi... sì, lasciate che vel dica... voi non

riconoscereste in me vostro figlio se io, lusingato da un avvenire di

onori, di grandezza, mi lasciassi indurre a spergiurare. Il vostro, io

lo comprendo, è stato un bel sogno, ma fa duopo rinunciarvi: così vuole

il mio ed il vostro destino.

— Ebbene — gridò il duca esasperato, nascondendo con la collera il

suo dolore nel dover riconoscere che ben giusta e movente da un alto

principio di dignità era la inflessibile risoluzione del figliuolo

— ebbene, io ti impedirò di compiere il tuo disegno. Sono io qui il

giudice supremo: ti farò ricondurre in carcere, duplicherò, triplicherò

le guardie, e finchè non ti piegherai al mio volere ti terrò

prigioniero come il più vile dei malfattori.

— Fate, signor duca — rispose freddamente Riccardo inchinandosi dinanzi

al suo giudice.

Il duca di Fagnano si diresse verso la porta: ivi giunto sostò e con le

labbra tremanti, con gli occhi supplichevoli si rivolse al figliuolo.

Il giovane non pareva punto esitante o commosso. Con le braccia

conserte, il contegno severo e tranquillo aspettava.

Il duca comprese che sarebbe stato inutile lo insistere. Con un impeto

di sdegno aprì la porta e gridò:

— Il sergente di guardia!

Il vecchio sergente si fece innanzi e si piantò, e dietro a lui si

tenevano immobili alcuni soldati armati di fucili.

— Riconducete il prigioniero nel suo carcere — ordinò il duca con voce

d’ira e d’angoscia.

Riccardo fece un passo innanzi, ma retrocedette allorchè vide che il

sergente si apprestava a mettergli i ferri.

— Il capitano, mio camerata — disse il sergente — mi ha inflitto dieci

giorni di carcere duro per aver trasgredito alla consegna. Bisogna

dunque rassegnarsi... Posso solo permettere di non stringere troppo

forte...

Il duca, pallido, sconvolto, si era appoggiato alla parete e pareva

stesse per venir meno. Quando vide che Riccardo, dissimulando il suo

turbamento porgeva i polsi ai ferri gridò:

— Dite al vostro capitano che ho ordinato io che il prigioniero fosse

ricondotto libero e sciolto alla sua carcere.

Il sergente guardò il duca come intontito.

— Quando l’ordina lei — disse poi — posso anche chiedere che mi sia

tolta la punizione che avevo meritato.

E voltosi al giovane:

— Andiamo dunque... e vi giuro che la promessa sarà mantenuta.

Sceglierò io dodici buoni tiratori...

Il giovane mosse fra i soldati per andar via; in questo gli occhi del

padre e del figlio s’incontrarono, ma il giovane si contenne e passò

oltre.

Quando il vecchio duca fu solo, cadde di peso su una sedia e

nascondendosi la testa fra le mani:

— Dio mio, Dio mio, — gemette — non ti erano bastati tanti anni di

esilio, di solitudine, di dolore; non ti era bastata tutta una vita di

strazî e di tormenti!...

Capitan Riccardo · 第 13 / 20 题