sì; un'angiola giovanissima, quando non aveva ancor nove anni, e si

conservò angiola, anche quando non fu più bambina, e “diceano molti, poi

che passata era: — Questa non è femina, anzi è uno de li bellissimi

angeli del cielo — „ (VN. 1 e 26); e fu più angiola che mai, quando nel

cielo tornò, sì che Dante “ricordandosi di lei disegnava uno angelo

sopra certe tavolette„ (VN. 34). Ma quest'angelo e questa maraviglia

celeste aveva un genitore terreno e aveva alcuno, quando il padre morì,

a lei “tanto distretto di sanguinitade... che nullo più presso l'era„ e

si aggirava visibilmente per le vie di Fiorenza con sue amiche visibili,

e si trovava talora non molto discosto da quella monna Vanna, chiamata

Primavera, (VN. 22, 32, 24) con la quale Dante già avrebbe voluto che

fosse nel vascello incantato. E angiola pareva a Dante, non solo per ciò

che a ognuno la donna amata par angiola, ma anche perchè era devota

della Madonna, “di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fu in

grandissima reverenzia ne le parole„ di lei; “di quella reina della

gloria„ di cui ella ascoltava le laudi in chiesa, (VN. 28 e 5); e

l'amatore frattanto in estasi, la sguardava, pauroso d'esser veduto

sguardarla. Ella era una giovanetta pia, che suscitava buoni pensieri

nel cuore di Dante. Egli diveniva nobil cosa nel vederla, e nasceva in

lui ogni dolcezza nel sentirla parlare (VN. 26 e 21), e seguendo gli

occhi giovinetti di lei era “in dritta parte volto„ (Pur. 30, 121).

III.

LA SPERANZA DE' BEATI

E un giorno (VN. 19) “passando _egli_ per un cammino„ lungo un rivo

chiaro molto, venne in volontà di dire, e la sua lingua parlò quasi come

per sè stessa mossa e disse:

Donne ch'avete intelletto d'amore!

Quel giorno fu un gran giorno per Dante, perchè la canzone che egli dopo

“alquanti dì„ cominciò “con quel cominciamento„, è tale che per essa

egli può essere, a suo avviso, designato così: (Pur. 24, 49).

colui che fuore

trasse le nuove rime _cominciando_,

Donne ch'avete intelletto d'amore.

E fu solenne cominciamento davvero, se quella canzone è posta da lui ad

esempio dopo la nobile definizione del genere poetico a cui appartiene,

così (VE. 2, 8, 7): “_Dicimus ergo quod cantio, in quantum per

superexcellentiam dicitur, ut et nos quaerimus, est aequalium stantiarum

sine responsorio ad unam sententiam tragica coniugatio, ut nos

ostendimus cum dicimus_, Donne, che avete intellecto d'amore„. E in

questa medesima opera la reca per esempio anche altrove (2, 12, 3). Di

più: nel libello della Vita Nova, dopo averla divisa per aprirne

l'intendimento, aggiunge: “io temo d'avere a troppi comunicato lo suo

intendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, s'ella avvenisse

che molti lo potessero udire„. Ora di questa canzone, che nacque da uno

spirar subito e che fu cominciata — dopo giorni di studio, e che è

dichiarata dall'autore stesso piena d'un misterioso senso, ch'egli vuole

e non vuole sia aperto; di questa canzone che è, in cotal guisa, la

canzone tipica, la tipica _aequalium stantiarum... tragica coniugatio_,

e che è il cominciamento delle nuove rime che Dante trasse fuori,

scotendo i vecchi rimatori; di questa canzone che è la prima ad aver per

materia la loda della gentilissima (nova materia dilettevole a udire), e

che, come dopo il subito cominciamento volle alquanti giorni di

meditazione, così prima d'esso fu causa di molti dubbi e di poco ardire

e d'una dimora pur “d'alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di

cominciare„ (VN. 17 e 18); di questa canzone bisogna indagare il senso

con tanto studio con quanto l'autore la fece, e con tanta aspettazione

quanta egli ci fa nascere con le sue parole. Perchè in vero il suo

intendimento, ch'egli temeva si fosse comunicato a troppi, pare non si

sia comunicato a nessuno.

Che vuol dire, in verità, la stanza seconda?[32]

Angelo chiama in divino intelletto,

e dice: “Sire, nel mondo si vede

meraviglia ne l'atto, che procede

da un'anima, che fin quassù risplende.„

Lo cielo, che non ha altro difetto

che d'aver lei, al suo Signor la chiede,

e ciascun santo ne grida merzede.

Sola pietà nostra parte difende;

chè parla Dio, che di madonna intende:

“Diletti miei, or sofferite in pace,

che vostra speme sia quanto mi piace

là, dov'è alcun che perder lei s'attende,

e che dirà ne lo inferno a' malnati:

Io vidi la speranza dei beati.

Il nostro pensiero per un minuto non stia pago al solito garrulo buon

senso dei Dantisti, ma si degni di trasportarsi a' tempi di Dante. Ecco:

il nostro pensiero è subito sorpreso da un accoppiamento tra acuto e

stolto di parole, di quelli che fanno maravigliar prima e appagar dopo:

_oxymoron_, che quel solito buon senso non può da sè avvertire.

L'accoppiamento strano è “la speranza de' beati„. Invero “la speranza

non è nei beati„ come “non è nei dannati„.[33] È trita sentenza questa;

onde la frase di Dante, se non a noi, certo ai lettori un po'

addottrinati del suo tempo, faceva l'effetto che dissi, di motto prima

strano e poi ingegnoso. Il qual effetto è accresciuto da quel _vidi_,

poichè quel verbo è nella frase di San Paolo che il Dottore riporta, e

che è il fondamento di tutta quella dottrina della speranza.

La quale dottrina indubbiamente è riflessa in quella stanza. Per vero

sono in essa nominati i due ordini di esseri, ne' quali non può aver

luogo la speranza: i beati del cielo e i malnati dello inferno. È in

essa un chiedere, un gridar merzede, un chiamare che specchia questo

concetto: i beati sperano per gli altri la beatitudine. E vi è una pietà

che difende la parte di qualcuno, la nostra, quella degli uomini; e

questa pietà non è dissimile dall'amor di carità, che si dice dal

Dottore essere la virtù, per la quale i beati sperano la beatitudine per

gli altri. E Dio dice: La vostra speme stia laggiù; ossia non stia nel

cielo. È lo stesso concetto che in Par. 33, 10:

Qui se' a noi meridiana face

di caritade e giuso, intra i mortali,

se' di speranza fontana vivace.

E il Dottore dice che nel cielo non è la speranza e dice che c'è l'amor

di carità; che la carità è sì nel cielo, mentre la speme dimora là,

dove... da noi, insomma, viatori della vita, non in cielo non tra i

beati. E aggiungo, per sommergere ogni dubitare, che il passo di San

Paolo, di cui una frase è citata dal Dottore, suona così nella sua

interezza: “_Spe enim salvi acti sumus._ Spes autem quae videtur, non

est spes: _nam quod videt quis, quid sperat?_„ Nel qual passo si osservi

per ora la locuzione, soltanto la locuzione: “la _speranza_ che si

_vede_, non è speranza„. E Dante dice, al contrario “_io vidi la

speranza!_„.

Ma traduciamo in nostro umile linguaggio il _mito teologico_,[34] quale

da questi raffronti sospettiamo subito che ci sia, come del resto, anche

senza raffronti, ognuno pensava che ci fosse. È un dramma in cielo. Il

Poeta dice: “Donne voglio dirvi in che modo lassù non ci sia la virtù

della speranza. Questa virtù sapete chi è? È madonna. Gli angeli e i

santi la vorrebbero con loro in cielo. Ma l'amor di carità che là

fiammeggia, parla per bocca di Dio, e dice che la speranza ha da rimaner

nel mondo, a ciò che il suo amatore, che è per perder l'una cioè anche

l'altra (poichè la donna è anche la speranza), possa dire nell'inferno

ai dannati: O voi che non avete speranza di bene, io non son come voi:

io vidi la speranza la quale i beati (a cui ella non fa mestieri)

lasciarono in terra...„; e, soggiungo io, PERCIÒ FUI SALVO. Lo aggiungo

io, ma è nel pensier di Dante che aveva in mente il passo di S. Paolo:

_spe... salvi facti sumus_.

Questo mito non ha soltanto un senso particolare rispetto a Dante, ma

generale rispetto a tutti. Il poeta dice: “La virtù della speranza, che

nei beati, in cielo, non può aver luogo, _evacuatur_; rimane, per voler

di Dio pietoso, in terra tra noi, perchè noi possiamo salvarci„. Quanto

a sè, Dante afferma ch'essa speranza è come incarnata nella sua donna,

la quale è duce e via alla sua salvazione. Il che, per Dante e per

tutti, nel senso particolare e generale, è chiaramente espresso nei

versi 41-2:

Ancor l'ha Dio per maggior grazia dato,

che non può mal finir chi l'ha parlato;

cioè _spe salvi facti sumus_: chi ha speranza, non finisce male, non è

malnato; non incorre, cioè, nella finale disperazione; è salvo.[35]

Ma Dante, pur teologizzando, è poeta, e intrecciando miti e ragioni,

riesce con apparente assurdità a quell'effetto della poesia che è la

maraviglia. Qui egli ha nel pensiero due dati: uno, teologico: in cielo

non è la virtù di speranza, ma solo ardor di carità per il quale (e non

per la virtù di speranza) i beati sperano la beatitudine ai viatori di

questo mondo; l'altro, poetico: Dante e la sua donna sono due viatori

(come sovente il Poeta si raffigura in cammino!) di questo mondo, e

Dante in quella donna che ama, vede (cosa assurda, e pur vera!) vede,

sì, la speranza. Co' due dati, che cosa nasce? Gli angeli e i santi, nel

loro ardor di carità, sperano la beatitudine della gentile viatrice; ma

essa viatrice è la speranza della contemplazione di Dio per alcuno; e se

è la speranza, deve rimanere col viatore; anzi coi viatori; che se è la

speranza d'alcuno, è la speranza, dunque è la speranza di tutti; e deve

rimanere in terra appunto per effetto di quell'ardor di carità o pietà,

per il quale gli angeli e i santi sperano che venga in cielo. Come

donna, è aspettata in cielo, come speranza, deve rimanere in terra; e

l'una cosa e l'altra sono parimenti ragionevoli. Onde la maraviglia del

lettore, se intende. Ma intendere è difficile. Sicuro: non lo dice il

Poeta?

E ora qual simbolo è nella Beatrice della Divina Comedia? Beatrice è[36]

“la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e

dilettevole intelligenza di verità„.[37] Non ci par possibile dubitare

che codesta “speranza de' beati„ che dimora in terra, e che è una donna

amata da Dante, non sia qualcosa di simile a quell'altra speranza della

contemplazione di Dio, che anch'essa è una donna, Rachele, amata,

desiderata, portata in cuore, bella, chiara, piena di diletto e gioia e

luce.

Dante ha dunque in questa canzone trasfigurata l'angiola in una speranza

di contemplazione, che non è poi altro che “sapienza„ bella e perfetta,

desiderata e sperata. Bice è propriamente trasfigurata; e il concetto

che una giovinetta pia conduce al bene col suo dolce amore l'amante, non

ispirandogli se non buoni pensieri, si è mutato in un dramma mistico in

cui entrano Dio e Santi e Angeli e dannati; e Dante, che dirà... E Bice

non sarebbe più chiamata, se il Poeta la nominasse qui ne' suoi versi,

se non col suo nome intero, Beatrice; e già più che alla giovinetta

dormente nelle braccia d'Amore, rassomiglia alla Sapienza di cui un

ispirato scrittore, sotto il nome di Salomone, diceva:[38] “Io l'ho

amata e cercata sin dalla mia giovinezza e procacciato di prenderla per

isposa, e son divenuto amatore della sua bellezza„.

IV.

MENTIS EXCESSUS

Ne lo inferno — Dante fa che Dio medesimo pronunzi di lui — dirà ai

malnati quelle parole che suonano: “_Spe salvus factus sum_; per la

speranza, che non occorrendo ai beati, Dio pietosamente lascia in terra,

e che io vidi, sì, vidi incarnata„. Noi corriamo subito col pensiero

alla Comedia. Ivi Dante perde “la speranza„ dell'altezza, dopo che “a

bene sperare„ era stato indotto dall'ora del tempo e dalla stagione; e

va “per loco eterno„ ove al principio udrà “disperate strida„ e vedrà

all'ultimo anime che cantano nel fuoco “perchè sperano„ (Inf. I, 115,

119). Nel qual loco eterno entra da una porta la quale ha al sommo:

“Lasciate ogni speranza!„. Entrato ode un nocchiere eterno che grida

all'anime: “Non isperate!„ Scende nel primo cerchio e ascolta i sospiri

d'infinite turbe che vivono in desio, “senza speme„. Scende nel secondo,

e vede anime in balìa del vento, e “nulla speranza„ mai le conforta.

(Inf. 3, 9, 46, 85; 4, 42; 5, 44 etc.). Insomma partendosi da un punto

in cui anch'esso aveva perduto la speranza, entra ed attraversa il luogo

della disperazione; l'attraversa tutto, e sale per il monte in cui

ultimi vede quelli che pur nel fuoco sperano; ed egli passa per quel

fuoco, che aguzza gli occhi alla visione, e così vede, che cosa? La

“speranza dell'eterna contemplazione„, quella che l'ha mandato a

togliere avanti la fiera che fa perder la speranza, quella che vide in

questo mondo e che rivede nell'altro; quella per cui opera è salvo.

Orbene: con quella stanza e con quella canzone Dante prometteva la

Comedia? Chè tanto s'assomigliano e si riscontrano nel concetto

fondamentale la canzone e la Comedia. Che promettesse la Comedia, non

direi: dico che aveva già in mano le fila principali di quella mirabile

testura, ma non in capo la intenzione di far proprio quella tela.

Un'altra tela, anzi.

Valga il vero. Nella Comedia Dante si trova in una selva che è quasi

morte. Ne esce, morendo, per un passo che in fatto “non lasciò giammai

persona viva„. Trova nel suo cammino tre fiere, da cui, o da quella che

in certa guisa la compendia e nella quale le altre spariscono, è quasi

ucciso. Imprende, per consiglio e con la guida d'un'Ombra, altro

viaggio. In questo, dopo aver traversato un vestibolo di mezza vita e

mezza morte, di quasi morte, di nè morte nè vita (come la selva, tanto

amara che _poco_ è _più_ morte), passa un fiume, morendo; lo passa coi

segni della morte di Gesù, e si trova morto nel regno dei morti.[39]

L'Ombra conduce il morto, e lo conduce a quella che egli ama, a una

donna morta.

Ebbene la canzone seconda della Vita Nova contiene una visione in cui

queste idee di morte si rincorrono e s'intrecciano come in quella più

alta visione della Comedia. (VN. 23, c. 2). Dante era infermo e

“chiamava spesso morte„. Una donna pietosa si mise a piangere. Altre

donne fecero partir via quella, e si diedero a consolar lui, che si

riscuote dalla sua “fantasia„ col nome di Beatrice più nel core che

sulle labbra. E riscosso, narrò alle donne ciò che aveva veduto e udito

in sogno o in delirio. Egli pensava alla brevità della sua vita, quando

Amore gli pianse nel cuore: “ben converrà che la mia donna mora„. Chiuse

gli occhi “vilmente gravati„, e allora delirando vide

visi di donne... crucciati

chè gli dicean pur Morràti, morràti.[40]

Poi vide nel vano imaginare “cose dubitose molte„. Gli parea d'essere

non sapeva “in qual loco„. Nella prosa egli spiega in qual loco gli

pareva d'essere, perchè dice: “M'apparvero certi visi diversi e orribili

a vedere, li quali mi diceano — Tu sei morto! — Così cominciando ad

errare la mia fantasia, venni a quello, che non sapea ov'io mi fossi„.

Io ricordo il viatore oltremondano che dopo aver patita la morte

mistica, _l'alto sonno_, tra il terremoto della redenzione, e il vento e

il lampo battesimale, si riscuote e guarda e riguarda dritto levato “per

conoscer lo loco„ dov'era. Era nella gran tomba.[41] Non anche nella sua

“nova fantasia„ d'infermo? E anche qui sente lagrimare e tragger guai in

foco di tristizia, come là, non appena fu dentro alle segrete cose. E

poi qui vide oscurarsi il sole ed apparire i segni del grande

sconvolgimento, quali sono nell'Apocalissi e in parte alla morte di

Gesù: la terra trema qui, come nel passaggio dell'Acheronte; qui

s'oscura il sole, là buia è la campagna; qui piangono sole e stelle, là

lagrimosa è la terra (nè sole nè stelle sono laggiù). Un “omo„ appare

“scolorito e fioco„ tra quell'oscurarsi, piangere, cadere, tremare; e

non si può non pensare a colui che “per lungo silenzio parea fioco„ e

disse: — Non uomo, uomo già fui — . E quest'“omo„ annunzia la morte

della donna “che era sì bella„, mentre l'altro che uomo non era ma era

stato, ed era pur fioco anch'esso, viene da parte d'una donna beata e

bella, di quella donna medesima ch'era più bella che mai, poichè, sì,

era morta. E qui Dante invero la vede tornar su con gli angeli nella sua

patria celeste:

Levava gli occhi miei bagnati in pianti

e vedea, che parean pioggia di manna,

li angeli che tornavan suso in cielo,

ed una nuvoletta avean davanti,

dopo la qual gridavan tutti — Osanna.

Gli angeli avevano da Dio impetrato ciò che chiamavano. Dante si trovava

(ma nel fantasticare vano d'un delirio) nella condizione prevista da

Dio: egli ha perduto “lei„. Amore in fatti (e chi è quest'Amore se non

quell'_omo scolorito e fioco_?, ma Dante, nella prosa, dice prima

_alcuno amico_ e poi _il cuore ov'era tanto amore_) parla a Dante ed

esclama:

Vieni a veder nostra donna che giace.

E io ricordo che nella Comedia quel non uomo ma che fu uomo, ed è fioco

al suo apparire, conduce Dante a veder la sua donna, che non giace no,

ma trionfa nella sua seconda vita; e che egli lo chiama sì, Virgilio, ma

intende “studio cioè amore„. Nella canzone, Dante va a vedere la donna

morta cui le donne ricoprono d'un velo (non quel medesimo, candido, su

cui era la ghirlanda d'oliva là nella divina foresta?), e sente

desiderio della morte alla quale esso assomiglia nel colore. E solo

rimasto, guarda verso il cielo, ed esclama:

Beato, anima bella, chi ti vede!

Nella qual esclamazione è espressa più fortemente che prima, la bramosia

di morire e di essere di quei beati che vedono quella donna, che è ormai

pura anima, beata e bella.

Dunque Dante è infermo, e invoca la morte e sembra morto, e presentisce

la morte della donna amata; ed ecco si sente dire: Morrai! morrai! e sì,

è morto: è in non sa qual luogo dove ascolta lagrime e guai di

tristizia, e tra segni di morte impara da un uomo scolorito e fioco che

la sua donna è morta; e la vede invero salire al cielo, e poi con Amore

va a vederla morta; e invoca la morte, vuol morire anch'esso per veder

lei ed essere beato.

In questa canzone e c'è il delineamento, quanto si voglia incerto, del

poema sacro, e c'è la continuazione del concetto mistico accennato nella

precedente canzone. Basti invero osservare che in quella gli angeli

vogliono in cielo la terrena maraviglia, e qui in cielo la riconducono,

come una nuvoletta; e in quella si allude a un viaggio di Dante, che

attraversi l'inferno proclamando d'esser salvo per la speranza, in

faccia ai disperati per sempre; e in questa si parla d'un morir non vero

e di cose dubitose molte e di lagrime e di guai e di tristizia e di

segni forieri di sfacelo, cui segue una visione celeste. Sopra tutto, si

scorge il nesso tra le due canzoni, quando si tenga a mente

l'equivalenza della donna che è speme, alla _spes aeternae

contemplationis_ di S. Agostino, la quale è istessamente luminosa

sapienza, di cui ogni piamente studioso è innamorato. Dice d'essa il

santo padre che subito noi vorremmo giungere alle delizie della bella e

perfetta sapienza; “ma ciò non è possibile _in terra morientium_„. Dante

nella canzone seconda, si raffigura moribondo e in atto di chiamare la

sua donna. E dove o quando è possibile vederla? Quando s'è sciolti dal

corpo e dove si sia puri spiriti. Perchè? Perchè (risponde il santo

padre con le parole del libro della Sapienza), perchè “il corpo

corruttibile aggrava l'anima e l'abitar in terra deprime il senso che a

troppe cose ha da pensare„.[42] Morire, dunque, bisogna, se si vuol

vedere la bella e perfetta sapienza. Ma se ella è incarnata in una donna

di quaggiù, come si potrà vederla da morti, se non è morta anche essa?

Questo semplice ragionamento può da sè aver indotto il poeta, s'e'

voleva continuare la figurazione del suo concetto mistico, a sognare

morta la sua donna nel tempo istesso che figura morto sè; ma può

avervelo condotto anche altro. Se la sua donna era per Dante ciò che

Rachele per Giacobbe egli può aver seguito un mistico, Riccardo di San

Vittore, nello imaginarla morta.[43] Invero questi così discorre: “Per

Beniamino propriamente s'intende _l'atto della intelligenza pura_, la

intuizione delle cose che non cadono sotto i sensi, e che sono senza

mistura d'imaginativa. Una mente che arde di questo desiderio, e spera,

sappia che ha già concepito Beniamino; quanto più cresce il suo

desiderio più si approssima al parto. Beniamino nasce e Rachele muore;

imperocchè, come la mente è rapita sopra se stessa, si sorpassano i

limiti d'ogni umana argomentazione, e non appena vede in estasi il lume

divino, la umana ragione soccombe. Questo è il morir di Rachele dando a

vita Beniamino.

Non era forse nell'Apostolo morta Rachele e mancante ogni senso di umana

ragione, quando diceva: _Scio hominem, sive in corpore, sive extra

corpus, nescio, Deus scit, raptum huiusmodi usque ad tertium

caelum!_[44]

... Ma a questo terzo cielo che trascende ogni modo dell'umana ragione,

non possono da sè stessi venire neanche coloro che sanno ascendere a'

cieli e discendere insino agli abissi; ma solo possono dove, per la

partita della mente (_per mentis excessum_), sono rapiti sopra se

stessi„.

Dunque la morte di Rachele è dichiarata come _mentis excessus_. E mentre

tale _mentis excessus_ si può dichiarare come una morte di sè, in quanto

l'anima esce dal corpo per virtù dell'estasi, si vede che fu ravvisato

in figura nella morte di Rachele, della donna bella e amata. E anche

dunque, con questo esempio, noi ci rendiamo ragione come Dante il quale

già nella sua donna aveva veduta “la speranza della contemplazion di

Dio„, ossia la sua Rachele, continuando la canzone _Donne che avete_ con

la canzone _Donna pietosa_, faccia di sognare e che esso muoia e che

muoia Beatrice. Esso esce dalla sua mente, cioè muore; la sua mente esce

e parte, cioè muore la sua donna.

Ma ecco che, tutto sommando, noi dobbiamo concludere, non che scrivendo

la prima canzone Dante pensasse alla Comedia futura, ma che scrivendo la

prima, così augurale come esso dice che è, e continuandola con la

seconda, egli veniva a trattare con quelle lo stesso argomento che

trattò poi con la Comedia. E aggiungiamo, che se Dante, tratto dalla

natura del suo soggetto, ricorreva al complicato mezzo di sognare, in un

delirio d'infermo, morta la sua donna, la cui morte era necessaria alla

sua figurazione; se ricorreva a questo mezzo, e sia pure che avesse

veramente delirato e sognato, poichè certe coincidenze non sono

impossibili anche quando paiono inverosimili; se Dante cantava della sua

donna morta, prima che morisse, è segno indubitabile ch'ella era pur

viva e vera, questa donna, nella quale pur figurava la speranza della

contemplazione e la sapienza bella e perfetta. Se no, e come non avrebbe

finto che ella era morta davvero? Nè si dica che non è gentilezza di

cuore finger così la morte di persona che si ama. La fingeva pur di sè

Dante; e quella della sua donna è, meglio che morte, glorificazione e

ritorno al cielo; e quando egli insisteva sulla pietà e bontà

dell'angiola giovanissima, non era lontano da questo pensiero; che

poteva essere, perchè no? un presentimento; e anche, se monna Bice era

intanto andata a nozze terrene, perchè no? un desiderio non consaputo e

non confessato, ma un desiderio dell'anima. Chi amò invano lo sa.

V.

I SIMULACRI D'AMORE

Dante dunque preparava avanti la morte di Bice una, se non comedia,

divina tragedia in canzoni? Delle quali, due sole fece; e in esse la

donna amata è trasformata già, come nel poema sacro, a significare la

sapienza che è speranza dell'eterna contemplazione, e che fa beato chi

la vede. Ci è a noi lecito entrare talmente nel pensiero di Dante, da

trarne qualche altra notizia di questa “tragedia„ che cominciò e non

finì? Qualche altra notizia, sì forse, studiando quali erano i concetti

e le imagini che passavano a quel tempo per la sua anima.

La canzone _Donne che avete_ fu composta dopo che, come Dante in seguito

scrisse, “quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i

vizii e reina de le virtudi, passando per alcuna parte _gli_ negò lo suo

dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la beatitudine _di lui_„.[45]

Or, poichè gli fu negata tale beatitudine, cadde in grande dolore e si

partì dalle genti e solingo bagnava la terra di lagrime. E si chiuse

nella sua camera e “chiamando misericordia a la donna de la cortesia e

dicendo — Amore, aiuta il tuo fedele — „ s'addormentò “come un

pargoletto battuto lagrimando„. E nel mezzo al suo dormire, gli apparve

seduto lungo lui un giovane vestito di bianchissime vestimenta. E io

ricordo qui subito l'apparizione di quell'Ombra che nella Comedia è

simbolo di studio o amore. Virgilio si mostra a Dante, quando questi ha

perduto “la speranza dell'altezza„. Appena Dante lo vide nel gran

deserto, gridò a lui, _Miserere di me_; come in questa visione

giovanile, dice prima d'addormentarsi, dice in una camera solitaria, ad

Amore: Aiuta il tuo fedele! Prima però di questa esclamazione, egli ne

ha diretta un'altra “a la donna della cortesia„, chiamando misericordia.

E nella Comedia si legge d'una donna gentile che si compiangeva di Dante

smarrito, e chiamava Lucia, di cui Dante era fedele, la qual Lucia si

volgeva a Beatrice, di cui Dante era amico. La donna della cortesia, cui

prima d'addormentarsi il giovine innamorato chiamò misericordia, è forse

Beatrice stessa? o non forse quella Donna Gentile, la cui (Par. 33, 16)

benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al domandar precorre?

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 2 / 42 段