_Ma che discorsi sono codesti? Sì: Dante è un poeta mistico

GIOVANNI PASCOLI

LA

MIRABILE VISIONE

ABBOZZO D'UNA STORIA

DELLA DIVINA COMEDIA

SECONDA EDIZIONE

BOLOGNA

NICOLA ZANICHELLI

EDITORE

L'EDITORE ADEMPIUTI I DOVERI

ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI

Bologna — Tip. Cacciari — VIII — '913

A RAVENNA

PATRIA

DELLA DIVINA COMEDIA

_o Ravenna!_

_o mia città paterna, tu non sai forse nemmeno chi io mi sia; chi sia

questo tuo figlio che t'offre il suo umile libro. È un uomo esso, per

dirtene alcunchè, nè tristo ora nè lieto, nè noto nè ignoto, che soffrì,

nella prima e solo bella parte della vita, molta sventura, la quale ogni

tanto gli si fa sentire tuttavia, come appunto questo vento, avanzato a

una grande tempesta notturna, che, mentre egli scrive, passa a quando a

quando con alcuna sua raffica, e rugge. Chè egli adesso abita qui, di

fronte al lido che primo si chiamò Italia; tra l'Aspromonte e il Peloro,

tra l'Ionio e il Tirreno: ma ti nacque non così lontano, in un castello

di quei Malatesta ai quali tu fornisti una donna da amare e uccidere.

Nacque dunque in quel castello, e soffrì, e s'accomodò a vivere alla

meglio; e ha bell'e finito. Del resto l'uomo è tranquillo nel suo cuore:

non desidera ormai aver dalla fortuna più sorrisi di quelli che ha

avuti, pochi e sforzati; perchè invero non della ventura egli è ormai

amico, sì d'un'altra, dell'altra, di quella che bea ma vuol esser sola._

_A te, città silenziosa, questo libro: al quale che cosa posso e debbo

augurar di meglio, che il sacro silenzio, migliore, non solo delle

contumelie, ma anche, e specialmente, delle acclamazioni? Il libro parla

di Dante fiorentino e della Comedia sua ravennate; di quello spirito e

di quel poema i quali io sento che avrebbero a essere più vivi nella

nostra vita moderna, di quel che consentano coloro che pur li studiano e

cercano col solo grande amore che si ha per le grandi, o anche piccole,

rovine. Io, per esempio, ho imparato dal nostro Poeta, qual sia la

libertà che bisogna impetrare a sè e predicare agli altri, se si vuol

essere veramente ~liberali~: è la libertà del volere, che è inceppato,

per qual ragione si può discordare, ma che e il poema antico e tanti

libri nuovi affermano potersi riavere o avere con lungo e forte

esercizio sopra sè e dentro sè. Sia un'antica colpa, come Dante credeva,

sia la naturale origine, come si crede ai nostri tempi, è, però, in

questo e quel modo, un retaggio selvatico e bestiale, che noi portiamo

in noi. Ora io credo con Dante che dalla selva si possa uscire e che la

bestia si possa vincere._

_Credo io dunque nella mistica luna, bianca nera, che splende e non si

vede, che ci faccia trovare il passo; e nel mistico veltro, che pasce

sapienza e amore e virtù, che ricacci nell'inferno la lupa? Sì: ci

credo. La luna è la Grazia, il veltro è un Augusto;[1] e dunque io credo

alla Grazia e all'Augusto? Questa domanda è vana. Dante credeva a una

Grazia misteriosa, pari a una luna che fosse piena nella nostra notte, e

pur non fosse veduta, la quale faceva uscir l'uomo dal suo fatale

aggrovigliamento vegetativo, risvegliandone, nel suo torpor di pianta,

la volontà. Ora la scienza non ci dichiara, come l'uomo sia diventato

uomo, se non con una parola “evoluzione„, che ripete la domanda e non le

risponde; con una parola misteriosa quanto la Grazia, e con un'imagine

strana quanto la luna, che è tonda e non si vede, e quanto Lucia, che ci

porta in alto mentre dormiamo. Dante spiegava la nostra ~ascensione~

come la spieghiamo noi: ossia non la spiegava, ossia la dichiarava non

spiegabile. Quanto poi all'Augusto o al veltro o al cinquecento dieci

cinque, consideriamo: questo Messo doveva operare sulle coscienze degli

uomini; doveva far sì che gli uomini vincessero le tendenze ad abusar di

sè e degli altri, ossia doveva domare l'incontinenza e cacciare la

cupidità. Noi non riusciamo a comprendere come un Augusto potesse avere

cotesta efficacia, se non ripensiamo con qual mezzo egli doveva averla.

Questo mezzo è la libertà. Ebbene se io non credo all'Augusto, credo

però alla libertà; e credo che Dante abbia pronunziata la parola che, o

negli anni, o nei secoli, o nei secoli de' secoli, sarà l'ultima parola

della scienza e della sapienza. Egli ha detto: “Gli uomini lasciati a sè

stessi, liberi dalla tirannide dei loro simili e pari, limiteranno da

sè, in piena libertà, la libertà di abusare di sè e degli altri, e così

fiorirà la giustizia e regnerà la pace„. Che questo ~giogo soave della

libertà~ cui la cervice non sente, potesse o no imporlo un Augusto, non

monta ragionare: Dante poneva parallelo a questo concetto politico o

sociale, quest'altro concetto morale e psicologico: “L'uomo non sarà

felice se non quando, volendo volere, frenerà le passioni dannose a sè e

ad altrui, e se ne purificherà, e così sarà nel tempo stesso libero e

buono„._

_Ebbene se si fondono i due concetti, si avrà l'ultima parola

dell'umanità, parola così semplice che gli uomini la prendono a sdegno e

cercano affannosamente sistemi nuovi che non sono se non vecchi inganni,

creano fazioni nuove che non sono se non vecchi guai, sognano

illuminazioni nuove che non sono se non vecchi incendi, non mai spenti e

pronti sempre a divampare. Ma la parola, quanto si voglia semplice e

umile e senza raggi e senza scoppi, sarà l'ultima perchè è l'unica.

“L'umanità non sarà felice, nella giustizia e nella pace, se non quando

sarà libera; e l'umanità non sarà libera, se non quando l'uomo si

sentirà libero non facendo se non il bene„. Insomma Dante afferma che

non c'è questione politica o sociale al mondo, ma soltanto morale. E

così credo io. E credo con Dante che solvere la questione, quando che

sia, per questo verso, sia possibile; e non sia possibile se non per

questo verso: credo invero che l'uomo possa uscire dalla selva, tanto è

vero che in parte n'è uscito e ne esce; che possa vincer la bestia,

tanto è vero che l'ha qualche volta vinta e la vince; che possa

ascendere, tanto è vero che, poco o molto, è asceso e ascende. Ascende,

in virtù del suo discendere contemplando. Si fa sempre migliore l'uomo,

considerando con sempre più lucida e perciò più ritrosa e rattristata e

spaventata coscienza, l'abisso oscuro di crudeltà e cecità e infelicità

dal quale sempre più s'allontana ascendendo. Discende con la scienza,

ascende con la volontà. Questa progrediente volontà, nell'uomo,

d'umanarsi, è il fatto più certo che a noi sia visibile; ed è perciò la

base più sicura d'un sistema scientifico diretto a confortare e

consigliare il genere umano nella sua vita._

_Chè certo di conforto e consiglio l'umanità ha bisogno sempre. Gli

uomini sembrano anche oggi nella condizione in cui Dante li vedeva ai

suoi tempi: stanno sulla soglia del carcere e respingono chiunque ne

abbia pietà e voglia liberarli dalla loro prigionia e dalle catene che

ne legano i piedi e le mani.[2] E le menti e i cuori! O stolti, perchè

inceppate la vostra anima in un partito, nel partito di imporre, col

numero dei più o con la violenza dei meno, agli uomini un avvenire

forzato, a cui obbligate voi e loro, mentre per la comune felicità,

ossia per la giustizia e per la pace, non vi si chiede se non la vostra

libertà? Ma a voi si chiede una cosa piccola, e voi ne volete dare una

grande; vi si chiede di riformar voi soli, e voi volete riformar gli

altri, tutti, tutto. Perchè l'umanità sia un'umanità, gli uomini hanno a

essere uomini, cioè liberi; non piante legate dalle radiche, non bestie

assoggettate dal destino. Ecco la selva originaria, coi suoi alberi

quasi uniformi, che tendono tutti presso a poco a un modo i rami, come a

una approvazione o riprovazione uguale e immobile; ed ecco alla parola

soffiata dal vento tutto il fogliame commuoversi e ondeggiare e

plaudire, o tutta la ramaglia fremere e ripugnare e fischiare. Ecco la

bestia primitiva, nella piaggia diserta dell'avvenire, che aspetta al

varco la preda, e vorrà impedire il cammino all'umanità che vuol salire,

e la spegnerà nel sangue o la ripingerà nella selva oscura. Ma ecco

disegnarsi nel crepuscolo il veltro, che è l'Augusto che ognun di noi ha

dentro noi; ~l'impero~ di sè che è quanto dire la sua ~libertà~. Ecco la

selva della vita trasformarsi nella foresta divina, dove è un giudice

~longa cum veste~, il quale non ha nulla a fare, perchè esso è la

libertà nella virtù, la virtù nella libertà; e dove è una bella donna,

che, questa sì ha da fare, perchè è l'operazione; ma giocondamente opera

scaldandosi ai raggi d'amore, perchè è l'Arte pura innocente utile e

bella, perchè unisce l'intelletto all'azione, perchè in sè concilia la

carne e lo spirito, il lavoro e la gioia, la ghirlanda delle sue mani

col canto delle sue labbra. Ella è l'umanità futura, felice libera e

buona: umana! Oh! come è invecchiato questo poeta che presenta alle

nostre menti nuove l'imagine visibile degl'ideali novissimi! come è

vieto questo filosofo che ci dà la formula degli avveniri!_

_Matelda!... Sai tu, o Ravenna, ch'ella fu dal Poeta creata con molta

somiglianza tua? Tu fosti l'ultima sede dell'impero d'occidente, e poi,

quando questo cessò, dopo settant'anni, tornasti all'impero orientale di

Giustiniano. Dante ti sapeva dunque città imperiale per eccellenza, e

l'aquila di Polenta gli ricordava certo l'altra aquila che contra il

corso del cielo dall'espero era stata volta all'aurora. Dante ti sapeva

città imperiale, eppure ti vedeva piena di chiese e ricca di santi e

augusta di tradizioni religiose. L'impero e la chiesa, l'azione e la

contemplazione si conciliavano in te così come nella sua Matelda, che è

l'arte, abito operativo e virtù intellettuale, nel senso allegorico, e

l'impero e la chiesa conciliati insieme, nel senso anagogico. Onde,

forse, il nome interpretato, per il primo aspetto, da ~math-~ scienza o

arte, e ispirato per il secondo aspetto, dalla memoria della contessa

Matelda. La quale, per usare le parole dell'Anonimo comentatore di

Dante, “fu per madre nipote dello imperadore di Costantinopoli„, e nel

tempo stesso “due fiate in soccorso della chiesa potentemente venne„.[3]

Sì. E fu maritata e vergine, e fu Marta e Maria, e fu attiva e

contemplativa, e guerriera e religiosa, e fu insomma la grande ~arte

imperiale~[4] per cui si deve congiungere “la filosofica autorità colla

imperiale, a bene e perfettamente reggere„.[5] E fu figlia di ~Donna

Beatrice~; e nella divina foresta invero è a Beatrice come ancella

rispetto a signora, e come (è così nel Butense, II p. 823) ~“filliuola„~

rispetto a madre. Oh! non credo io che per Dante la giovine e bella

coglitrice di fiori e cantatrice di salmi[6] fosse la vecchia contessa,

più di quello che la sua Beatrice fosse colei che ~quamvis peccatrix est

domna vocata Beatrix~, più di quello ch'essa medesima, la Musa ossia la

propria arte e scienza di Dante, alla quale giunse con lo studio, sia il

~Musaeus~, del quale pur ella tiene il posto. Ella è una creatura

ispirata da questi ricordi etimologici, poetici, storici, che Dante ha

fusi insieme in un sincretismo così spontaneo che sembra miracoloso.

Pensò egli prima alla radice ~math-~ (e forse a ~eld-~ o a ~Eden~), o

alla persona storica di Matelda? Il fatto è che il Poeta volle, per il

~Musaeus~ di Virgilio, una Musa, cioè l'arte, cioè la propria scienza di

ognuno che, guidato dallo studio, arrivasse alla cima; la poesia

specialmente, per lui, perchè vi arrivava esso, poeta; e l'arte di

governare i popoli, specialmente per lui, perchè esso arrivava là, e

sarebbe salito anche più su, e sarebbe tornato, e avrebbe aperto la

bocca, ~in pro' del mondo che mal vive~. Ora vide egli al suo nome di

~Matelda~, arte gioconda, rispondere con tanta consonanza il ricordo

storico di Matelda, figlia appunto (e qui pare il miracolo!) d'una

~domna Beatrix~, e attiva insieme e contemplativa, e nipote d'imperatore

e protettrice della chiesa; o il nome storico della figlia di Beatrice

interpretò egli etimologicamente, in modo da farne il convenevole

appellativo della Musa? Il dubbio è lecito, sebbene più probabile sia

questa seconda vicenda._

_E così è tanto probabile che tu, o Ravenna, imperiale e chiesastica,

entri in qualche modo nella concezione della più geniale creatura di

Dante. “Qui sarai poco tempo silvano„ dice Beatrice a Dante: qui, cioè

nella vita, che è una selva, oscura e paurosa per i più, divina e viva

per Dante o per chi come lui s'è purificato e ha acquistato l'abito

dell'arte gioconda. Nella vita; ma la vita di Dante trascorreva allora,

e davvero per ~poco tempo~, a Ravenna; e la pineta in sul lido di

Chiassi fu il modello di quella divina e viva foresta. Dante fu

~silvano~ di Ravenna prima d'essere ~cive~ di Roma.[7] Nella Roma

celeste era per essere con Beatrice: nella terrena Ravenna era con

Matelda, con la Poesia, col suo poema, con l'~Arte~ o la ~Musa~, la

quale egli a Ravenna udì finalmente cantare ed iscegliere fior da

fiore._

_Chè la Comedia nacque nella tua selva, o Ravenna. La foresta dell'Eden

somiglia, esso dice, alla pineta di Classe. Ebbene la selva con cui

comincia il poema, è quella stessa foresta. L'una e l'altra sono antiche

come il mondo; sono la vita. Dire, come dice Dante, che l'uomo, breve

ora dopo la sua creazione, dalla foresta viva fu cacciato nella selva

morta, equivale a dire che l'uomo, da vivo alla grazia, morì per il

peccato. La sua vita era felice e facile; diventò oscura e paurosa:

l'Eden si trasformò in un bosco selvaggio. Per non saper come spiegare

codesta trasformazione, Dante ricorre all'idea del movimento: dalla

foresta l'uomo venne alla selva; agli antipodi; e l'uomo dalla selva

deve tornare alla foresta: ma si intende che resta sempre, guaggiù,

finchè è silvano, nella medesima selva che è la vita. Ora se Dante

s'ispirò alla tua pineta per descrivere la foresta, si ispirò anche alla

tua pineta per ideare la selva. Chi sa? Forse ci si trovò in quei primi

giorni dell'esilio divenuto allora definitivo, in un momento di

tempesta. Forse vi si indugiò, forse anche vi si smarrì, di notte. Egli

rabbrividì della sua nullità tra quelli enormi pini che squassavano le

nere teste e le mille braccia di giganti sopra il suo capo. La vide poi,

di giorno, un giorno d'autunno, quando le eriche a' piedi dei pini erano

gemmate dei loro bocciolini rosei, e fiorivano i colchici e i dianti e

le radicchielle, i vermigli e i gialli fioretti. E lo scirocco blando e

dolce piegava le fronde dei pini a ponente, ed esprimeva dalle loro

ombrelle un sibilo armonioso di pioggia, e non turbava gli uccelletti

che usavano la loro arte sui rami. E un canale gli toglieva di andar più

oltre, in quella limpida mattinata, ed egli, l'esule, sostava a guardare

le erbe che si stendevano sull'acqua corrente e pareva volessero andare

con lei.[8] E in quell'ombra, tra quel canto, tra quel murmure d'acqua e

di vento, Dante ~si ritrovò:~ trovò la sua Matelda, la sua arte, il suo

poema: il suo poema che va da una selva a una foresta, e dalla foresta

all'empireo; il suo poema di cui è centro quella foresta dove è quella

Matelda, che in sè unisce la vita attiva e contemplativa, mentre il

poema comincia dal concetto della vita attiva impossibile, e si conclude

con la visione del mistero ineffabile per cui la carne si unisce al

Verbo, lo spirito alla materia, il mondo a Dio._

_Ma codesti sarebbero sogni, per quanto non di infermi, se non

soccorressero i dati storici della realtà. E questi dati li fornì per

gran parte un tuo figlio, o Ravenna, degno di te: Corrado Ricci. Ma

egli, come tuo tenero figlio, non osando (mi par di leggere nel suo

cuore) credere a tanta gloria, a tanta fortuna tua, sua, nostra;

sembrando a sè di presumere troppo, se avesse rivendicata a te e alla

forte Romagna, che ha la tomba del Poeta, anche la culla del poema;

moltiplicava ed esagerava al suo limpido ragionamento le obbiezioni, e

ricusava di trarre le conclusioni dalle sue sicure premesse. Il

Boccaccio afferma che Dante dopo la morte di Arrigo si recò senz'altro a

Ravenna. Ebbene, perchè non credergli? Il Ricci stesso conforta la

credibilità del Boccaccio in ben più difficile racconto; in quello degli

ultimi tredici canti che non si trovarono, alla morte di Dante. Ma no:

egli si pone avanti gli occhi, per non vedere, il debole ostacolo della

giunta che fa il Boccaccio alla sua notizia: che Guido Novello era

allora, nel 1313_, signore _di Ravenna, mentre ne fu ~podestà~ solo nel

'15. Eppure il Ricci stesso aveva osservato che l'autorità di Guido

Novello era già preponderante nel 1314![9] Il Ricci stesso ci fornisce

gli argomenti per dimostrare che, se per aver la Romagna parte così

grande nella Comedia, Dante nella Romagna deve aver vissuto e usato a

lungo, dunque Dante nella Romagna si trovava anche quando scriveva

l'episodio di Guido Montefeltrano e di Francesca da Rimini.[10] Il Ricci

stesso ci fornisce la prova che quest'ultimo episodio, che è il più

soave e ardente della divina Comedia, non poteva essere scritto se non

per compiacerne l'ospite.[11] Il Ricci stesso, insistendo sulla vecchia

e sempre indubitabile interpretazione dell'~ovis gratissima~, richiamava

il nostro pensiero a considerare che, se nel 1319 mancavano ancora i

dieci primi canti del paradiso, non era meraviglia che la Comedia fosse

cominciata nel 1313 o anche a principio dell'anno seguente. In vero, a

tacer del resto che si legge in questo volume, l'~ovis gratissima~ che

ha molto latte, e che è molto e facilmente munta dal suo divino pastore,

il quale, così, ~decem vascula~ promette di quel latte al mandriano

bolognese; non può essere la poesia latina o bucolica, il cui primo

latte sarebbe l'~ecloga~ che ne parla; e i ~decem vascula~ non possono

essere dieci ecloghe di tale che appunto allora fa la prima, e dovrebbe

invece averla fatta precedere da tanti altri ~vascula~, da tante altre

ecloghe! E dunque i ~decem vascula~ che voleva mandare (e non mandò

subito, chè l'altro rispose fraintendendo l'offerta), sono i primi dieci

canti del paradiso in cui, a capo del primo, suona, per non dir

altro,[12] appunto il ~peana~ che il Poeta nell'ecloga annunzia, e freme

l'~indignatio~ contro le umane voglie, la quale nell'ecloga lo fa

prorompere in quell'annunzio glorioso._

_E non voglio tacere pur qui che il Boccaccio è, dall'Alighieri stesso,

confermato verace in un'altra delle sue pretese novelle. La prima radice

dell'amore di Paolo e Francesca è quale il Boccaccio racconta. Sì: fu un

inganno, fu una sostituzione di persona, che innamorò e poi perdè

Francesca, come accese e trasse a morte Dido, nella cui schiera è la

seconda e simile Elissa. Come Dido fu, inconsapevole, infiammata da

Amore che aveva prese le sembianze d'un altro, da Amore che prima di

venire a lei si era appeso al collo di Enea, da Amore che condusse lei e

poi anche lui (per le imprecazioni di lei, però) alla morte; così

l'Elissa novella proclama irresistibile l'Amore che prima s'apprese a

lui, l'Amore che poi prese lei, l'Amore che infine perdè tutti e due:

irresistibile a quello stesso modo: per qual ragione se non quella

stessa, d'uno scambio di persona? Chè tutto, nei due fatti, corrisponde:

le due coppie furono vinte da un punto in consimili circostanze: soli,

in una spelonca, i due primi; soli, gli altri due, in luogo appartato.

~Ille dies!~... quel giorno!... Oh!... non fu in una caccia ~la prima

causa della morte e del mal perverso~ per Francesca: la caccia Dante la

serbò per il dramma dell'odio che rassomiglia pur tanto a questo

dell'amore!_[13]

_O Ravenna, è un sublime vanto il tuo! La tua natura, la tua storia, la

tua tradizione, le tue chiese e la tua selva, tra, giova credere, la

delicata ospitalità del tuo signore e, come è certo, la affettuosa

familiarità di tuoi abitanti, indigeni e forestieri, aiutarono (e

sarebbe stato assai non impedire) la grandissima opera. Persino la tua

postura “sulla marina dove il Po discende„ fu precipua nell'ispirazione

del poema. Dante in esso è un ~pius vates~ (sesto del canone del limbo

che diverrà nel gran dì un Elisio), elevato dallo studio all'etere puro,

dove è Matelda, ossia la ~Musa~ invece di ~Musaeus~; è di quei ~pii

vates et Phoebo digna locuti~ (esso afferma d'esser di questo novero,

nel proemio del paradiso), i quali abitano in boschi ombrosi, presso a

ruscelli che rinfrescano l'erba della loro ripa, in una grande boscaglia

che aulisce ~(inter odoratum lauri nemus)~, cantando il peana là dove,

per la selva, ricco di acqua si svolge l'Eridano. E alla foce

dell'Eridano, l'esule cantava il suo peana, sperando che poi egli

l'avrebbe cantato alla fonte (non dello Eridano, ma del battesimo: oh! i

mistici congiungono insieme idee ben più disparate), alla fonte, come

quei grandi, cinto ~nivea... tempora vitta:~[14] “In sul fonte del mio

battesmo prenderò il cappello„._

_La selva odorata in tanto lo circondava. La divina Comedia è là, nella

pineta di Chiassi. È là, ammirabile e venerabile come la tua basilica di

Santo Apollinare in Classe... Ah! che io mi avvedo di aver fatto un

paragone che molta gente noterà con un sogghigno! E dirà: Sappiamo, sì,

che tu riduci la divina Comedia a una basilica bizantina! Ebbene,

rispondo io, voi, dunque, in codeste basiliche non entrate? voi a

Ravenna non ci venite? Poveretti! Voi portate nell'anima un marchio di

quelli che soli restano a molti italiani, della scuola, la quale,

languida e stinta in altri insegnamenti, usa per due o tre parole il

fuoco, e quelle, sì, le imprime: ~Secentismo! Arcadia! Bizantinismo!~

Poveretti! E poichè io trovo e noto in Dante il lume che non è lume ma è

tenebra, e la Speranza che non è in cielo ma in terra, e la morte che è

vita, e la vita che è morte, e simili, voi dite: ~Codesto è

bizantinismo;~ e siete lesti. All'interprete lanciate la ingiuria (che

tale è nel vostro pensiero) o al Poeta? Badate; chè il sasso può passare

sul mio capo e andare a ferire colui che aspetta a Trento!_

_Ma che discorsi sono codesti? Sì: Dante è un poeta mistico e teologico;

sì: Dante è il Poeta del Cristianesimo, e sebbene faccia, anzi perchè fa

capo a S. Paolo, non del Cristianesimo primitivo, sì di quello che

chiamò a sua difesa Aristotile e Plato, e S. Agostino e S. Bernardo e S.

Tomaso. Se voi per questo volete levar di seggio il signifero

dell'italianità, provatevi: non ci riuscirete. Perchè Dante in ciò

appunto è grande e grandissimo, in quanto è l'Omero d'un mondo che fu;

sebbene anch'esso possa insegnare al mondo non più suo, come insegnava

Omero alla Grecia di Platone, alla Roma di Orazio, e ai tempi anche di

Darwin, tante cose, oltre ~quid sit pulcrum, quid turpe, quid utile,

quid non!~ Ma lasciamo quel che Dante possa ancora insegnar di buono:

Dante, io vi dico, in ciò è bello in cui voi lo chiamate (rivolgendovi a

me) bizantino. E voi continuerete per poco, io spero, a passare avanti

S. Vitale e S. Apollinare, senza gittar loro un'occhiata, perchè voi vi

siete figurate quelle basiliche come due Partenoni, e non vi volete

sciupare le linee doriche con le quali ve le siete costrutte; cesserete

voi di dire che tutto al più v'è dentro il tal monogramma che ha una

importanza storica, perchè può stabilire la parte che ebbe nella

costruzione ~Ecclesius episcopus;~ la finirete di ripetere che non c'è

di bello che il musaico di Francesca e d'Ugolino, e i capitelli a foglie

di loto della Squilla serale e della Foresta divina. Il bello di queste

basiliche è l'insieme, è il tutto, è il complesso di oro vecchio e di

legno putre, è il sentor d'umido e di sepolcro, è l'aria di mistero e di

sogno: e di queste basiliche quale è più alta, quale è più profonda,

quale è più misteriosa, quale è più, ricca d'oro mezzo scomparso, di

musaici mezzo rotti, di strani geroglifici, di marmi, di alabastri, di

madreperle d'ogni parte venute, che il Poema Sacro? E sì, tutte quelle

figure, o contorte o estatiche, che un'arte ormai tramontata vi colorì

con pietre varie, urlano e pregano e cantano: il tempio è invaso da un

murmure inestinguibile. È là, nella Pineta di Chiassi, la Basilica del

pensiero scolastico e mistico, presso l'antica selva, che nella notte è

la ~miseria~ indiscrivibile e nel mattino è la ~beatitudine~ ineffabile

della vita umana. C'è: se anche non si vede ancora sorgere, come io

sogno che sorga, di vera pietra, con le pareti istoriate di tutte le

antiche figurazioni della divina Comedia, con incisi nel pavimento, con

dipinti nelle volte tutti i simboli, tutte le sigle, tutti i rabeschi

dell'evo medio._

_Oh! erigilo, Ravenna, il monumento alle ossa di Dante e al suo poema e

al pensiero dei misteriosi secoli di mezzo, là in quella Pineta. Le

genti ti aiuteranno, perchè esse vogliono per certo consacrare, in

qualche unica guisa, la gloria del Poeta universale che in sè riassume

l'evo che per qualche millennio sarà considerato come centrale nella

storia del genere umano; perchè questo non mai tanto cercò d'elevarsi

quanto allora, che più basso era caduto. La barbarie, che aveva dietro

sè il paganesimo elegante e feroce, parve allora disdegnare quella

civiltà, volle, per così dire, oltrepassare d'un salto, anzi d'un volo,

quella umanità, ed essere puro spirito. L'anima degli uomini mise l'ali

in quella età. E perciò gli uomini a quella età guarderanno sempre con

l'amore con cui si guardano i primordi. Così, quando tu avrai edificato

il monumento della divina Comedia, nella selva dov'ella nacque, non ci

sarà uomo pensante che non creda dover suo peregrinare, una volta in sua

vita, al tempio di Dante, ed essere sensibilmente nell'oltremondo del

suo pensiero. I grandi pini col sussurro incessante ripeteranno al nuovo

pellegrino il poema dell'esule; e quand'anche tutto ciò che Dante vide e

pensò e cantò, fosse già scomparso, l'ultima campana che ancora

rimanesse su una torre, da Sant'Apollinare, l'unica ultima squilla,

sonerebbe sulla sera, e inviterebbe quel solitario uomo dell'avvenire a

piangere su tutto ciò che muore, che poi è sempre così bello così buono,

così pieno d'incanto così pieno di rimpianto._

GIOVANNI PASCOLI.

_Messina_

_nel novembre del MCMI_

PROEMIO

Il lettore deve tener presente la dichiarazione mistica delle nozze di

Giacobbe, quale è in Aurelio Agostino, _contra Faustum_, XXII 52-58.[15]

Eccola in breve. Giacobbe _serve_ Laban, che s'interpreta _Dealbatio_.

Così Dante è _fedele_, cioè servo, di Lucia, chiamata appunto Lucia,

perchè “_bianchezza_ è un colore pieno di _luce_...„. (Co. 4,22)

_Dealbatio_ s'interpreta poi _Grazia della remission dei peccati_. Lucia

invero è chiesta dalla Donna gentile, quando Dante è in pericolo, e

Lucia prega Beatrice per la salvezza di lui, e Lucia agevola Dante per

la sua via e lo trasporta nel sonno alla porta del purgatorio. Giacobbe

ama Rachele, che s'interpreta, oltre che in modi analoghi, _sapienza_, e

_speranza dell'eterna contemplazione_. Dante ama Beatrice, che siede con

Rachele. Dante, come attestano gli angeli nell'Eden, (Pur. 30, 83) fu

salvo per la _speranza_, a dirla a un modo, per l'aiuto di Beatrice che

mandò a lui Virgilio, per dirla a un altro.[16] Dunque Beatrice è la

_speranza_, e perciò la _sapienza_. Giacobbe non può impetrar subito le

nozze di Rachele; deve servire sette anni, dopo i quali ha Lia, non

Rachele. Lia si interpreta _laborans_, e ha gli occhi deboli, e

significa la _tolleranza della fatica_, la _giustizia laboriosa_, e

simili. Per aver Rachele, Giacobbe deve servire altri sette anni. Questi

ultimi sette anni s'interpretano per i sette precetti inclusi nelle

sette beatitudini. Ora Dante giunge alla sua Rachele, dopo esser salito

per le sette cornici del purgatorio e aver udita in ognuna di esse una

delle sette beatitudini. Le sette beatitudini sono come opposte ai sette

peccati. Ma codeste figurano i secondi sette anni del servaggio di

Giacobbe a Laban o di Dante a Lucia, la quale porta il suo fedele alla

porta delle sette cornici. I primi sette? Quelli di Giacobbe

s'interpretano come i sette comandamenti di giustizia: Onora tuo padre

etc. Quelli di Dante? Dante nell'inferno ha veduti sette peccati, ai

quali Virgilio riduce tutto l'inferno: lussuria, gola, avarizia, peccato

di color cui vinse l'ira e che portarono accidioso fummo, malizia con

forza o violenza o bestialità, malizia con frode, malizia che trade.

Questi tre ultimi appellativi appartengono a una divisione filosofica

delle reità infernali, in incontinenza e malizia. Ora come

l'incontinenza comprende lussuria, gola, avarizia e quel quarto peccato

detto più sopra, così la malizia comprende, io ho dimostrato, i tre

ultimi dei peccati capitali: ira, invidia e superbia. E quel di mezzo è

l'accidia. Così Dante ha sostituito ai sette precetti di giustizia (che

sono, salvo il primo, divieti di peccare, _Non... Non..._), i sette

peccati capitali che sono contro i dieci comandamenti o precetti, i

sette peccati che ha opposti nel purgatorio alle sette beatitudini.

Queste coincidenze che non possono essere casuali, tra la dichiarazione

Agostiniana e lo schema Dantesco, ci licenziano a ricavare, con le

debite cautele critiche, dal passo di Agostino altri lumi per

l'interpretazione del poema sacro. E così noi, trovando mirabile

concordanza con altre opere del Poeta, Virgilio lo dobbiamo interpretare

come _studium_, cioè _studio_ o _amore_ che con un lungo esercizio

morale (per l'inferno e per il purgatorio, per due settennati), movendo

dalla fede (egli è mandato da tre donne del cielo), conduce Dante avanti

Beatrice, cioè alla sapienza. Così “Dante va con Virgilio a Beatrice„,

significa “Dante diviene e poi è _filosofo_„. Ma prima è addotto a

Matelda. Questa significa _arte_, e andar con Virgilio a Matelda o

all'arte, che per Dante è la poesia, significa, diventare e poi essere

_poeta_.

Ne esce ancora limpidamente il concetto generale della divina Comedia,

che è l'abbandono della vita attiva, provata invano nella piaggia

diserta, e l'adozione della vita contemplativa, le quale consiste prima

in un esercizio di vita attiva che _disponga_ all'altra. Così Dante,

dopo il suo doppio esercizio settennale, è puro, e perciò _disposto_

alla contemplazione.

E sale con Beatrice.

Il lettore non mi creda mai di leggeri, ma nemmeno mi condanni e mi

respinga senza pensarci su, senza rileggere i passi a cui lo rimando, di

Dante o di Virgilio, senza dar sulla voce, se è un _Dantista_,

all'irrequieto amor proprio che vuol sempre ragion lui. Pensi alla

concordia dei singoli dati con l'intiera costruzione. Sopra tutto

rinunzi ai pregiudizi (che spero di mostrare al tutto mal fondati)

estetici, e non dica: Ma così Dante non sarebbe bello! ma così Dante

sarebbe mero teologo! ma queste sono vere sciarade! questi sono propri

indovinelli! Non dica codeste e simili cose. Può darsi, ripeto, che,

quando che sia, trovi (e per un uomo d'intelletto non so qual rammarico

possa esser maggiore) d'aver fatto un gratuito oltraggio non a me, pover

uomo davvero, ma proprio proprio proprio a DANTE ALIGHIERI!

LA MIRABILE VISIONE

I.

LA PRIMA VISIONE

La vita poetica di Dante comincia con un sogno.

Nel mezzo quasi della sua adolescenza, Dante incontrò per una via la

giovinetta che gli era piaciuta bambina, e poi aveva veduta sovente.

Egli stava molto pauroso; ed ella si volse a lui e gli mandò una parola

di saluto. Dante ne fu inebriato e sentì il bisogno di essere solo e di

pensare a lei. E rientrò in casa e si appartò nella sua camera, e

s'addormì e sognò di lei. La sognò involta in un drappo, che dormiva, e

non aveva altra veste che quel drappo (VN. 1-3).[17] Era (come si

dovrebbe credere seguendo il Boccaccio) il primo dì di maggio? e il

sogno dell'adolescente era avvenuto tra quella dolcezza del cielo e tra

quella varietà dei fiori, nella sera d'una festa? Dante, dal suo

deboletto sonno, si svegliò innamorato; ma gli parve, come avviene, che

l'amore fosse cominciato da un pezzo, sin da quando egli conosceva la

gentile persona di che aveva sognato; e che il sogno gli desse soltanto,

di quell'amore che cominciava in quel punto, la consapevolezza dopo

tanto tempo che durava (VN. 4)[18]. Questo io leggo in quel libello che

ognuno ha con sè, e può trovarvi scritte le parole che io vi trovo; e si

chiama il libro dell'anima, e si legge con la memoria. Ricordiamo,

dunque. Che cosa più spesso fu che trasformò d'un subito, nella nostra

anima ancor pura, la fanciulla che ieri ci indugiavamo a guardare,

nell'angiola che oggi non possiamo guardar più senza tremito e rossore?

E quasi fuggiamo per non vederla più quel giorno, quasi vederla fosse

fatica e dolore, e invece è gioia troppo viva, che va goduta a poco a

poco; se no, fa male al cuore. Che cosa fu, se non qualche meteora che

passò senza rumore sulla nostra anima sveglia, mentre il corpo dormiva?

Bisogna, io penso talvolta, che la coscienza del nostro essere sia

assopita, perchè noi concepiamo quella cosa soave e terribile che è

l'amore.

Dante sognò e così amò la fanciulla che sino ad allora gli era piaciuta.

Questa prima visione di Dante fu da lui veramente veduta, fu proprio un

sogno vero, sebbene qualcosa aggiungesse o accomodasse o interpretasse

nel racconto ch'e' ne fece ai fedeli d'amore. Nel fatto è verosimile che

la fanciulla gli apparisse involta in quel drappo solo; e ch'e' ne

sognasse la notte avendola veduta nel giorno. Il sonno era deboletto, e

fu pensamento che si trasmutò in sogno, (Pur. 18, 145) passando per

quella zona intermedia in cui errano, a fior del sonno, le imagini

conduttrici. Dante era in letto per dormire; e la fanciulla gli pareva

che fosse in letto e dormisse. Ed è verosimile che mentre nel giorno gli

s'era mostrata vestita di bianco, nella notte avesse il drappo di colore

_sanguigno leggeramente_ simile all'_umile e onesto sanguigno_ della

veste che aveva nel giorno ormai lontano della prima apparizione; e che

ella fosse nelle braccia d'alcuno; e che ella dormisse, e pur mangiasse.

Sì: che pur mangiasse; se ricordiamo il racconto del Boccaccio; “avvenne

che quivi mescolata tra gli altri della sua etade (de' quali così maschi

come femine erano molti nella casa del festeggiante), _servite le prime

mense_, di ciò che la sua piccola età poteva operare puerilmente, si

diede con gli altri a trastullare„. Come il drappo è del color d'allora,

così ritorna, nel sogno di Dante, anche l'atteggiamento d'allora, della

gentil bocca che si pasce. Ma la gentil bocca si pasce ora di ben altro

cibo; del cuore ardente del suo amatore. E anche questo è verosimile,

date le novelle allora diffuse de' cuori mangiati,[19] e dato il fatto

che, con la fanciulla così involta nel solo drappo e tra le braccia

d'alcuno, il cuore del sognatore batteva forte e diceva d'esserci, e

così chiedeva di entrare nell'inconsapevole costruirsi della visione.

Nei sogni (leggiamo quel nostro libello!), nei sogni ciò che sente la

nostra psiche incosciente si proietta su questa o quell'imagine; ma

tutto torna a lei. È il nostro io che si sdoppia e fa tra sè e sè di

grandi drammi con molte persone. Così chiunque avesse nelle braccia la

fanciulla assopita, e chiunque le desse quel cibo da lei ricevuto con

ispavento, chiunque paresse essere quello che prima era allegro e poi

piangeva, era l'anima di Dante che provava la delizia di quel peso e di

quella stretta, e prima allegria e poi dolore.

E Dante propose di far sentir il suo sogno a tutti i servi d'amore, e

fece un sonetto nel quale raccontava la sua visione. “Salute, o cuori

innamorati, e ditemi il vostro parvente. Erano passate tre ore della

notte stellata, e a me apparve Amore. Rabbrividisco nel ripensare come

era! Era allegro, e teneva il mio cuore in mano, e nelle braccia aveva

la donna che amo, involta in un drappo. E la donna dormiva, e Amore la

destava, e le dava a mangiare questo cuore che ardeva. E poi se ne

andava piangendo„. Il giovinetto poeta introducendo quest'Amore... Ecco,

lasciamo parlar lui. “Potrebbe qui dubitare persona degna da dichiararle

ogni dubitazione, e dubitare potrebbe di ciò ch'io dico d'Amore, come se

fosse una cosa per sè, e non solamente sustanzia intelligente, ma sì

come fosse sustanzia corporale. La qual cosa, secondo la verità, è

falsa; chè Amore non è per sè sì come sustanzia, ma è uno accidente in

sustanzia. E che io dica di lui come se fosse corpo, e ancora sì come

fosse uomo, appare per tre cose che dico di lui. Dico che lo vidi

venire... Dico anche di lui che ridea, ed anche che parlava... e però

appare ch'io ponga lui essere uomo. A cotal cosa dichiarare...„ il poeta

(a proposito del s. XIV, non di questo) dice che ai rimatori è conceduto

di parlare alle “cose inanimate sì come avessero senso o ragione„ e

farle “parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere„

(VN. 25). Ora che Dante vedesse in sogno[20] “uno accidente in

sustanzia„ così come fosse un uomo allegro e poi piangente, non lo

crederei così facilmente. Egli cominciò, col chiamare Amore sè o altra

persona, a interpretare il suo sogno; ma che non ci mettesse, di sè

cosciente, se non questo principio d'interpretazione, riesce chiaro dal

fatto che il sogno non è costruito in modo da prestarsi a una

interpretazione compiuta. Nel fatto che significava per Dante il sogno?

che la fanciulla s'era innamorata di lui, avendo mangiato il suo cuore?

così, dunque, come interpretò Cino, o qual fosse l'autore del sonetto

_Naturalmente chere_? Questi dice:

Allegro si mostrava Amor venendo

a te per darti ciò che 'l cor chiedea,

insieme due coraggi comprendendo;

e l'amorosa pena conoscendo

che nella donna conceputo avea,

per pietà di lei pianse partendo.

Amore si mostrava allegro, perchè concedeva così mercede all'amorosa

pena di Dante, e poi piangeva, perchè la donna avrebbe avuta lei

quest'amorosa pena? Dante dunque si sarebbe poi dinegato a lei? Sarebbe

stata la favola delle due fontane, alle quali si beve, a vicenda,

l'amore e il disamore? Dante avrebbe detto: “Io sarò libero della mia

pena, e quella che sino ad ora è stata — dormente, involta in drappo,

d'ogni pena fuore — la soffrirà lei„? Non è possibile. Il libello non

contiene, nè è impostato per contenere, gli affanni della donna, sì

quelli di Dante. O vogliam dire che a lui fosse manifesto “lo verace

giudicio del detto sogno„ qual fu manifestissimo dopo, che, cioè, esso

preannunziasse la morte della gentilissima? Checchè si voglia dire dei

presentimenti di Dante, è però impossibile ch'egli fabbricasse un sogno

o una visione, e la esponesse in un sonetto, per dire che la sua donna

sarebbe morta; e, di più, che ciò significasse col pianto d'Amore dopo

quel fiero cibo, quasi che l'amor di Dante la uccidesse. Guido

Cavalcanti interpretò meglio il sonetto (se bene interpretiamo lui), e

riuscì non ad altro che a mostrare che il sogno non dà senso

ragionevole, e perciò è vero sogno nel suo fondo.

Di voi lo core ne portò, veggiendo

che vostra donna la morte chedea:

nodrì la d'esto cor di ciò temendo.

Quando t'apparve che sen già dogliendo,

fu dolce sonno ch'allor si compiea,

che 'l su' contraro la venia vincendo.

Il che vuol dire:[21] “Amore prese il tuo cuore, di cui la tua donna

voleva la morte. Le lo diede a mangiare, perchè non lo facesse morire;

ossia ti concedesse mercede, rimeritasse d'amore il tuo cuore, ossia te.

Il dolor d'Amore poi venne dal fatto che la donna si svegliò, appunto

per il ministrare di quel cibo, dal suo dolce sonno, vinta dal contrario

del sonno; e così non avrebbe continuato a pascersi del tuo cuore„.

Ebbene quest'interpretazione non sta, perchè Amore non pasceva qui la

donna addormentata pian piano che non si svegliasse, bensì la svegliava

per pascerla. Guido per dare un giudicio ragionevole faceva forza alla

lettera del sonetto. Interpretava in vero che Amore involontariamente

svegliasse la donna, nel pascerla.

Il sonetto, dunque, contiene un vero sogno di Dante, sogno che appunto

perchè è vero, non si presta a interpretazioni; ma ha inoltre una

circostanza inventata, la quale, ripeto, è un principio di

interpretazione che non poteva essere compiuta. Sembra che Dante volesse

esprimere il comune concetto dell'amore che comincia con canti e suoni e

finisce con lagrime, dell'amore che è gioia e dolore, che è dolce amaro.

Il qual concetto è spesso in lui, come:

di fuor mostro allegranza,

e dentro da lo core struggo e ploro;

(VN. s. 2)

e anche:

altro sperando m'apporta dolzore,

altro pianger mi fa spesse fiate;

(VN. s. 6)

e va dicendo. E c'è, esposto in prosa e in versetti latini, subito nel

primo capitolo dove “lo spirito de la vita„ trema avanti il dio più

forte di lui, e “lo spirito animale„ maraviglia avanti l'apparizion

della beatitudine, e “lo spirito naturale„ comincia a piangere e dice

piangendo: Misero me! Ora perchè tal concetto nel sogno potesse

riferirsi a Dante che aveva sognato, bisognava che il cuore non lo

avesse mangiato la donna, sì esso; o meglio, che la donna non volesse

mangiarlo, sì che Dante restasse innamorato solo, senza speranza di

mercede. Ma sì; lo mangiava, sebbene con qualche ribrezzo, _paventosa_;

e Amore si studiava di vincerne la ritrosia pascendola con atti più

propri di servo, che di signore qual egli è: _umilmente_. Che così mi

par d'intendere. Or dunque Dante giovinetto del suo sogno vero volle

fare, con suoi versi alquanto impacciati, una visione che avesse senso,

e non ci riuscì. Ma se il sogno è vero, vera è anche la donna che

involta in un drappo pasce il cuor di Dante sul bel principio della vita

poetica, quasi in sul mezzo della adolescenza di lui.[22]

II.

L'ANGIOLA

Quella vera donna si chiamava Bice:

Guido, vorrei, che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento,

e messi ad un vascel, ch'ad ogni vento

per mare andasse a voler vostro e mio;

sicchè fortuna od altro tempo rio

non ci potesse dare impedimento,

anzi, vivendo sempre in un talento,

di stare insieme crescesse il disio.

E monna Vanna e monna Bice poi[23]

con quella ch'è sul numero del trenta,

con noi ponesse il buono incantatore;

e quivi ragionar sempre d'amore:

e ciascuna di lor fosse contenta,

siccome io credo che sariamo noi.

(Ca. s. 2)

Con quello cui egli chiamava primo de' suoi amici e che fu risponditore

al primo sonetto, Dante parla di monna Bice; e del caro segreto è

partecipe un terzo gentile rimatore: non altri. L'anima del giovinetto

“era tutta data nel pensare di _quella_ gentilissima„. (VN. 4) Egli

intristiva e “a molti amici pesava de la _sua_ vista, e molti pieni

d'invidia già si procacciavano di sapere di _lui_ quello ch'_e'_ volea

del tutto celare ad altrui„. Del qual tempo è forse il sonetto di Guido

a lui:[24]

I' vegno 'l giorno a te 'nfinite volte.

Leggiamolo in vero interpretando: “Io ti vengo a trovare (senza che tu

mi vegga: v. 11) in ispirito, io penso a te a ogni momento del giorno, e

ti trovo _pensar troppo vilmente_„. O che è questa viltà? Può ben

essere, mi pare, tale, quale Guido altrove[25] dice di sè:

L'anima mia vilment'è sbigottita

dalla battaglia ch'ell'ave dal core,

· · · · · · · · · · · · · ·

Sta come quella che non à valore

ch'è per temenza dallo cor partita:

e chi vedesse com'ell'è fuggita

dirìa per certo: questi non à vita.

Per li occhi venne la battaglia in pria

che ruppe ogni valore...

Può ben, mi pare, riferirsi a quella “sì fraile e debole condizione„ di

che era divenuto Dante in picciol tempo. Continua Guido: “Allora mi

duole della gentil tua mente„ (nel sonetto decimo è: _sì che del colpo

fu structa la mente_), “e d'assai tue vertù, che ti son tolte„; le quali

vertù non son cose troppo differenti dal “valore„ che fu rotto in Guido,

come “distrutto„ appariva Dante dall'amore e dalla sua donna. Nè

pensiamo certo a male quando altrove (VN. 15) Dante stesso dice: “S'io

non perdessi le mie vertudi, e fossi libero tanto ch'io le potessi

rispondere, io le direi...„ Ancora: “Già prima schivavi la moltitudine e

l'_annoiosa gente_; ma di me parlavi con tanto affetto, perchè io aveva

inteso parola per parola il tuo sonetto primo.[26] Ora non ardisco più

mostrare[27] che le tue rime mi piacciano, e ti vengo a trovare solo in

ispirito, con questi rimproveri, con questo sonetto che tu devi leggere

e rileggere per guarire„.

Checchè sia di ciò, a Guido dunque e a Lapo, se non ad altri, rispose

qualcosa di più di ciò che rispondeva a molti amici, quando “si

procacciavano di sapere di _lui_ quello ch'_e'_ volea del tutto celare

ad altrui„. A questi rispondeva “che Amore era quelli che così _l'_avea

governato„; a Guido aveva detto che era monna Bice. Ma per gli altri

questo nome andava confuso in mezzo ai nomi “di sessanta le

più belle donne de la cittade„, nel serventese che Dante compose

“specialmente„[28] in onore della gentile donna dello schermo. Al qual

serventese Dante allude nel sonetto, _Guido, vorrei_. Ora in esso il

nome di Bice era _in sul nove_. Addivenne ciò per deliberato pensiero

del poeta o meravigliosamente, come esso dice? Certo, o fosse caso o

proposito, questo ritrovarsi di Bice in sul nove fu causa o effetto di

quelle considerazioni che Dante aveva fatte o doveva fare sull'età di

lei quando prima gli apparve, e sull'intervallo d'anni tra

quell'apparizione e il saluto, e sull'ora della notte in cui sognò di

lei. Più probabile fosse causa, poichè, quanto alla età, sarebbe stato

per il senso che dal nove traeva Dante, miglior avviamento, che nove

anni avesse Bice, non Dante, e, quanto all'ora, ch'ella fosse l'ora nona

delle dodici notturne, già piccole, se era di Maggio (Co. 3, 6; 4, 23);

sì che le ultime due o tre di poco avrebbero preceduto il tempo

che comincia i tristi lai

la rondinella presso alla mattina,

tempo, “nell'alba che precede il giorno„, proprio al sognar verace. Chi

non sente invero l'impaccio e lo sforzo in quel pensamento sull'ora

quarta della notte? “Trovai che l'ora... era stata la quarta della

notte: sì che appare manifestamente ch'ella fu la prima ora delle nove

ultime ore della notte„. Ma sì il tempo della prima apparizione, sì

l'ora della prima visione, sono veri, e Dante ci si dovè ingegnare

attorno per riconoscervi un qualche segno divino.[29] Invece il

collocamento di Bice in sul nove del serventese, o fosse caso o fosse

proposito, fermò l'attenzione del giovinetto, che o determinò prima o

ravvisò poi in quel nove qualcosa di significativo. E forse tal fantasia

fu suggerita dai nove anni nei quali S. Agostino dice d'aver sedotto ed

essere stato sedotto.[30] A ogni modo, questo nove si sa che è. “Più

sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo numero fu

ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così. Lo numero del

tre è la radice del nove, però che senza numero altro alcuno, per sè

medesimo fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove.

Dunque se 'l tre è fattore per sè medesimo del nove, e così il fattore

de' miracoli è tre, ciò è Padre e Figliolo e Spirito santo, li quali

sono tre ed uno, questa donna fue accompagnata da questo numero del nove

a dare ad intendere, ch'ella era un nove, ciò è uno miracolo, la cui

radice, ciò è del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade„.[31]

Bice era dunque un miracolo di Dio, nè per ciò s'ha a credere ch'ella

fosse per Dante altro da quel ch'ell'era: (VN. 26 s. 7)

una cosa venuta

di cielo in terra a miracol mostrare;

una “pargoletta bella e nuova„ che dice di sè: (Ca. b. 8)

son venuta per mostrarmi a vui

delle bellezze e loco, dond'io fui.

Io fui del cielo e tornerovvi ancora

per dar della mia luce altrui diletto;

e chi mi vede, e non se n'innamora,

d'Amor non averà mai intelletto.

· · · · · · · · · · · · · ·

Le mie bellezze sono al mondo nuove,

perocchè di lassù mi son venute

· · · · · · · · · · · · · ·

Queste parole si leggon nel viso

d'un'Angioletta che ci è apparita;

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 1 / 42 段