Cunizza nulla rispose: il suo sguardo stava fiso sull’acqua

lucida-tremolante della marmorea vasca nella quale si ripetevano i

colori del cielo, su cui degradandosi le accese tinte dell’occaso

davano luogo ad un crepuscolo d’amore. Essa era nella piu graziosa

attitudine, e sì perfettamente immobile, che poteva rassomigliarsi alla

Castellana incantata in riva alla fonte di Mondoro com’è descritta

in uno de’ più leggiadri racconti delle Fate — Ma la sua mente ove

vagava? con quali esseri stava in consorzio? che immagini seducenti le

presentava la fantasia? — I suoi occhi, rivolti troppo intensamente

sopra un punto solo, annunziavano il rapimento de’ suoi pensieri, nè

bastavano certo ad incatenarli quivi sì a lungo i variati accidenti di

luce offerti con successione continua dai mobili cerchii dell’onda.

Contemplò Reginaldo la sua bella moglie in quel meditativo

atteggiamento, e non potè reprimere un secreto sospiro, poichè fu

compreso ad un tempo da un soave sentimento d’affetto e da una vaga

inquietudine. Le si appressò ancor di più e con dolce, espressiva

favella guardandola amorosamente le disse: — «Sento con maggior forza

in questo istante, come non dubito lo sentirà il vostro cuore, che

intorno a noi v’ha una dolorosa mancanza. Noi non fummo benedetti di

prole. Ah! se la Provvidenza ci avesse concesso un frutto della nostra

unione tutto obblierei sulla terra, e sarei felice. Per ottenere

un sì prezioso dono non v’ha sagrificio o voto ch’io non offrirei

all’anime celesti! Qual consolazione per me se potessi chiamarvi madre

di un mio figliuolo!... e potessi rimovere dalla mente il tristissimo

pensiero che la nobile mia stirpe deve perire con me! Se voi già non

possedeste tutto l’amor mio parmi che s’addoppierebbe a tale sospirato

avvenimento.

La marchesa Cunizza fu scossa da questi accenti; guardò il marito con

un languente sorriso, e passando un braccio nel suo vi si abbandonò

mollemente. Essi entrarono così uniti nel viale sotto l’opaca volta

delle verdi frondi.

Una lurida cenciosa Vecchia apparve in quel punto dalla strada presso

il cancello del giardino. Dopo avere guardato per entro a più riprese

traverso i rabeschi di ferro, sollevò pian piano la bandella e cominciò

ad aprire il rastrello. Al cigolìo quantunque lento de’ cardini il

mastino, ch’era quivi d’appresso, si diede ad abbajare a tutta gola. La

Vecchia impaurita s’arrestò un istante; ma poscia vedendolo incatenato

sì che non era ad esso possibile di slanciarsi sino a lei, penetrò

francamente nei giardino. Raddoppiarono allora i latrati del fiero

molosso che ardente negli occhi ed irto il pelo scuoteva inferocito

la catena; ma la lacera vecchiarda non punto sgomentata da quell’ira

impotente, disse con ischerno rivolta all’incollerito animale — «Tu

non mi vuoi; no eh! non vuoi la povera Zarlatona, ma io a tuo dispetto

ci son venuta e ci tornerò; v’è qualcuno qui che comanda più di te e

che... cosa sai tu brutto cagnaccio?... sì brutto... abbaja pure, ma

quand’ella verrà tacerai subito come un poltrone... ah, ah, ah!» e la

Vecchia sogghignando volse altrove il capo ad osservare. Aveva costei

una fisonomia che appalesava la malignità, l’accortezza più vigile e

raffinata; era grinza e gialliccia la pelle del suo volto, i pomelli

sporgenti delle sue guancie mostravansi pezzati di colore violaceo;

aveva gli occhi piccioli incavati e chiari, ed i capelli colore della

cenere: nè gli anni mostravano d’avere consunto o istupidito alcuno de’

suoi sensi.

Essa poste le braccia sotto una falda di sdruscito e rattoppato

traliccio, che portava per grembiale sopra la gammurra, e raccolte così

le mani al petto si pose a recitare ad alta voce un’orazione, come

usano i pitocchi presso gli usci per avvertire di loro presenza chi

fosse disposto a porgere ad essi l’elemosina.

Il cane continuava a latrare rumorosamente, ed i suoi urli divennero

più forti e iterati quando senti la voce sgridante del padrone, ed

una pedata avvicinarsi frettolosa. Il marchese Reginaldo sdegnato per

l’importunità e l’audacia di quella femmina miserabile, chiamava i

servi onde ne la scacciassero, e rimproverava acremente perchè non

fosse stato chiuso con diligenza il cancello; nello stesso mentre

Cunizza veniva colà ispeditamente come per ispiare chi vi fosse. La

questuante non cessò dalla sua cantilena sin che non la vide giunta

vicino, allora vi fu tra essa e la Marchesa uno scambio lestissimo di

parole sommesse, e nell’istante che la Vecchia s’allontanava a passo

celere uscendo dal giardino, Cunizza faceva atto di riporre alcun che

nel seno tra le pieghe della veste.

Venne quivi correndo nello stesso momento un servo, munito di grosso

bastone, seguito dal giardiniere da guatteri e da mozzi, ma non yedendo

che la sola Marchesa, la quale stava accarezzando il cane già caduto

in bonaccia, chiuse il cancello rivolgendo a doppio giro nella toppa

la chiave e tutti si ritirarono. Sopraggiunse il Marchese; s’appressò

esso pure a palpeggiare il collo e il muso al suo tigro, il mastino,

che festoso dimenando la coda lambiva la mano ora all’uno ora all’altro

de’ padroni, i quali poscia si ricondussero passo passo nella casa,

cominciando allora a luccicare nell’azzurro le prime stelle.

Il dì seguente fu dato in Milano il torneo nella casa del governatore

d’Amboise siccom era stato annunziato; ed il giovine duca di Nemours,

Gastone di Foix, che n’era il tenitore, contro di cui si provarono

alla spada ed alla lancia i combattitori più valenti, ricoprissi

di gloria, tutti di gran lunga eclissandoli colla sua prodezza. I

nobili spettatori lo applaudirono ed acclamarono a gara, e le belle

ammiratrici unendo spontanee i loro omaggi a quelli che rendevansi

all’eroe del torneo, fecero rimarco ch’ei non s’aveva nel bel sembiante

improntato alcun segno di letizia, nè manifestava la vivacità e

cortesia, che sapevansi essere proprie di sì gentile e distinto

cavaliero.

Il marchese Reginaldo Buoso partito pel suo castello di Cassano non fu

reduce colla consorte che dopo alquanti giorni.

Nè trascorse lungo spazio di tempo che Cunizza cominciò a mostrarsi

fuor dell’usato moderatissima verso le ancelle ed i servi della casa,

ma d’un umore affatto solitario e restìo. Reginaldo benchè sorpreso

dal cangiamento che avveniva in lei, essendo persuaso che avrebbe

tosto riprese le primitive consuetudini, la lasciò tranquilla.

Però s’avvedendo indi a non molto ch’ella aveva preso costume

all’avvicinarsi della sera di recarsi tutta sola in giardino, nè

rientrava nel palazzo che dopo gran tempo, gli nacque curiosità di

sapere che mai quivi facesse.

Un bel dì appostatosi in sito opportuno, quando venne l’ora consueta

la mirò discendere dalla gradinata nelle ajuole, arrestarsi colà

per qualche istante di fiore in fiore come se attendesse a rialzarne

i calici, poi condursi lentamente verso le piante, e appena giunta

dietro i cespugli correre lesta lesta al cancello, aprirlo, uscirne,

chiuderlo di nuovo e sparire. Egli allora recandosi da un’altra porta

frettolosamente sulle di lei traccie potè osservarla nel momento che

volgeva i passi ad una contrada appartata dal lato di Porta Nuova.

Maravigliato la vide accostarsi alla porta d’una casa d’antico aspetto

che sembrava disabitata, ed ivi sospendere i passi e leggiermente

percuotere l’imposta. Ei s’arrestò e stette in agguato osservandone

ogni moto senza quasi trarre il respiro; ma allorchè mirò il pesante

battente socchiudersi, ed ella dopo avere girato intorno un rapido

sguardo penetrarvi come di soppiatto, lo stupore fece luogo in esso lui

al sospetto più nero.

Stette un istante immobile, oppresso da atroci pensieri che si

presentarono in folla alla sua mente.... Sola.... in tal’ora.... in

quella casa deserta!... qual scellerato intrigo ve la traeva? — Oh

colpo irreparabile all’onore, alla fede! — Impallidì: grondò sudore

dalla fronte. Trasse la spada, corse a quella porta ne spinse con

gran vigore l’imposta, la quale con sua sorpresa cesse all’impeto

agevolmente. Passò d’un andito ed entrò in un cortile; era questi folto

di sterpi e d’erbe selvatiche che sembravano non essere mai state

calpeste da piede umano; i quattro lati dell’edificio che formavano

parete a quel cortile apparivano in istato di totale deperimento.

Cadenti li stipiti, le grondaje; sfasciati gli ornati e le cornici. Non

ombra, non traccia d’abitatori.

Un’idea più scura, più orribile s’affacciò a Reginaldo a quella

vista! Si rammentò che quelle erano mura maledette, abbominate,

asilo d’empietà e di vituperio su cui pesava un secolo d’esecrazione,

poichè quivi era stato il luogo de’ secreti convegni de’ proseliti di

Guglielma, l’eretica Boema, l’amante del Saramita, maestra di nefande

dottrine cui arsero per venti anni i cerei nel tempio, e poscia ne

furono l’ossa tratte dal sepolcro e combuste sul rogo[13].

Dal dì che vennero inceneriti i resti dell’empia donna nessuno aveva

osato prendere dimora colà, ed era destinato quell’edifizio a divenire

per la sola forza del tempo un mucchio di macerie.

Mentre il Marchese coll’animo inorridito e in tempesta volgeva torbido

l’occhio onde scoprire in qual parte potesse essersi ricettata Cunizza,

ode in una delle camere terrene calpestìo di piedi. Sta in aspetto,

e vede entro l’uscio di fronte lo svolazzo delle vesti d’una persona

passante: si precipita in quella stanza e tosto ascolta uno strido e

il tramutare di passi accelerati; seguendone il rumore trapassa varie

sale, e penetra in un oscuro e ristretto corritojo, in fondo al quale

s’accorge dal suono delle pedate che la fuggente discende una scala.

Gridando e minacciando s’avanza verso quel lato, trova tasteggiando i

gradini e cala velocemente esso pure.

Assai profonda scendeva la scala, e giuntone al termine s’avvide dal

rimbombo della propria voce d’essere sotto ampie volte ma affatto

tenebrose. S’arrestò, porse l’orecchio e più non udì alcun rumore:

regnava in quel sotterraneo un silenzio di morte. Ritornò allora

alquanto in se stesso, pensò al periglio cui poteva andare incontro fra

que’ ciechi avvolgimenti, onde determinò ritornare sui proprii passi,

affine di poter uscire da quella casa, farla circondare d’armati e

sorprendere così la scellerata che lo tradiva.

Si volse, cercò brancolando la scala, ma dopo avere fatti qua e là

varii passi nel vano, sentì d’essersi accostato all’umido e freddo

sasso della parete: la seguì da destra e da sinistra sempre toccandola

impaziente di rinvenire l’uscita, ma quel muro era per tutto chiuso

e continuo. Si rimise più volte all’opera, ripetè diligentemente le

ricerche, e quando alfine vide riuscire inutile ogni tentativo un

secreto terrore gli ricercò le vene, poichè paventò d’essere disceso

entro cieco fondo che avesse la scala fatta a ribalta, la quale fosse

già stata rialzata, volendo la rea consorte lasciarlo perire colà per

seppellire con esso lui la propria ignominia.

Mentre assorto nell’angoscia disperata di tal pensiero stava immoto

tra quelle tenebre mute e profonde, una voce sconosciuta profferì

il suo nome a breve distanza da lui. Reginaldo sobbalzò a tal suono

inaspettato, poichè non aveva udita in quella quiete sepolcrale

movimento o respirazione che annunziasse la presenza di persona viva.

Ridestato però tostamente l’usato ardire — «Chi sei tu? (esclamò).

Palesati, e se mi conosci t’avvicina. Ho d’uopo d’una mano che mi

guidi perchè son perduto in questa oscurità». — Così dicendo allungò la

destra movendo in giro la spada per trovare ove fosse quei che lo aveva

chiamato onde poterlo afferrare e costringere a liberarlo di là.

Il suo ferro però non potè incontrare corpo alcuno, e un gelo mortale

gli corse per l’ossa, rizzandoglisi sul capo le chiome, quando udì

presso all’orecchio la stessa voce pronunziare in tuon minaccioso le

seguenti parole: — _Reginaldo! tu sei in mio potere. Inesplicabile è

l’arcano che ti circonda; nè tu uscirai da queste nere cave se non

deponi il pensiero della vendetta._ — Per alcuni istanti mancarono

ad esso le forze, onde articolare un solo accento. Era quella forse

la voce dello spirito d’abbominazione che regnava colà ove aveva

presieduto alle orgie infernali degli adepti nel sacrilego dogma

della Boema?... od era ella stessa revocata dal seno degli abissi

ond’essere pronuba del nuovo delitto che si consumava nella chiostra

di sue iniquità? — La di lui mente si turbò, gli si offuscarono

le idee; profferì varii motti che parvero assentire a ciò che gli

andava chiedendo quella voce, la quale poscia allontanandosi da lui

l’invitò a seguirla. Egli si mosse e dopo avere camminato a lungo per

una ristretta via nel tetro bujo, gli venne a ferire lo sguardo un

leggiero bagliore. Avanzandosi con meno incerto passo pervenne ad una

spaziosa Rotonda, nel mezzo alla quale ardeva sopra un’ara una fiamma

azzurrognola. Elittica era la volta di quella camera circolare, lucido

il pavimento e per tutto andava figurata ad emblemi tali da non potersi

descrivere che co’ più impudenti numeri fescennini; compivano un giro

intorno gran numero di porticelle che davano adito forse ad altrettante

camerette. Presso all’ara vedevasi ancora il _moggio_ di ferro, arnese

sacro ai nefarj riti de’ settatori di Guglielma, che quivi avevano

formato l’abside del loro sotterraneo tempio[14].

Benchè il lavoro degli anni avesse guasti con iscrostamenti le

modanature ed i dipinti, pure ne rimaneva ancora più che a sufficienza

per dimostrare che l’opera era stata fatta con tutta la squisitezza

dell’arte che concedevano i tempi. Reginaldo nello stordimento mentale

in cui trovavasi provò maggior ribrezzo e paura alla vista delle strane

oscene figure ch’erano in quel sepolto luogo, le quali alla tremula e

livida luce che spandeva la fosforescente fiamma dell’ara sembravano

moversi ed agitarsi con magico sussulto.

Chiamato dall’incognita voce entro una delle molteplici porticelle

che circondavano la Rotonda, esso vi penetrò e presto trovossi di

nuovo totalmente nell’oscurità. Dopo molto andare, essendo disceso e

salito a più riprese, giunse in luogo ove sentì l’aria rinfrescarsi ed

alleggerirsi; travide un pallidissimo chiarore ed indi a poco pervenne

ad un foro, che s’aveva l’aspetto della bocca d’un antro ingombro di

bronchi e di spini, uscito dal quale si trovò nell’aperta campagna[15].

La luna coperta da bianco velo di nebbie mandava una smorta luce sui

campi circostanti al di là de’ quali vedevansi sorgere le torri della

città. Il Marchese non era più in se stesso, l’ordine delle sue idee

s’era guasto e scomposto del tutto, i suoi pensieri aberravano. Fu

rinvenuto il mattino a poca distanza di là seduto sopra un ammasso di

pietre col sorriso della demenza impresso in volto.

Riconosciuto dalle persone accorse, fu ricondotto in Milano al proprio

palazzo, ove gli si spiegò immediatamente una fierissima malattia

che fece crescere in lui lo stato di delirio. Le sue genti ed i

famigliari, pieni di stupore e di rammarico per sì strano e doloroso

avvenimento, fantasticavano invano onde comprenderne la cagione; nè

mancò tra essi chi lo attribuì ad effetto di malìa, di sortilegio, o

d’altro diabolico potere; alla quale credenza oltre che già inclinavano

con troppa agevolezza le menti in quella età, prestavano assai le

parole che di quando in quando uscivano dalle labbra del Marchese,

le quali palesavano trovarsi il suo spirito in preda al profondo

terrore ed all’angoscia prodotta dalla presenza d’un essere malefico e

formidabile.

Le molteplici cure che gli vennero prestate, scemarono alfine le forze

del morbo, e a capo ad alcuni mesi, ricuperato in parte il vigore

delle membra, cesse in lui la perturbazione dell’intelletto per cui

potè riprendere le assuetudini della vita. Rimaneva però il marchese

Reginaldo di continuo immerso in una grave tristezza; mai gli spuntava

sulle labbra un sorriso, non profferiva quasi parola, nè oltrepassava

la soglia di sua camera se non per recarsi in abito di lutto ad orare

nella chiesa più vicina, ch’era di Monaci obbedienti ad una regola

austera; e qualche rada volta couducevasi a passeggiare nel giardino

d’onde però sembrava sempre rinvenire più oppresso ed afflitto.

Ma ch’era addivenuto mai della marchesa Cunizza? — Una falsa apparenza,

un precipitato giudizio, avevano forse illuso il marito od era essa

veramente colpevole? gioiva delle conseguenze del proprio fallo o

le aveva questo già recati gli amari suoi frutti? Varie correvano le

voci intorno ad essa. Alcuno asseriva ch’ella era stata rapita da un

Cavaliero di Francia e trasportata in estraneo paese; altri pretendeva

che si trovasse tuttavia in Milano, celata gelosamente nella casa d’un

potente signore; e alcuni finalmente dicevano ch’erasi ritirata in

un castello sul Ticino presso i suoi materni parenti. — Infelice! —

Vittima della seduzione e d’un’anima appassionata, pagò il suo errore

con una serie di quelle amare sventure che si concentrano nel cuore,

e lo trascinano sino alla disperazione. La battaglia di Ravenna[16],

gloriosa e fatale ad un tempo, aveva troncato l’ultimo filo di sue

sciagurate speranze.

Riconobbe allora, ahi troppo tardi! i proprii falli. Benchè avesse

facoltà di condurre signorilmente la vita lungi dal teatro delle sue

colpe, ella volle a costo d’affrontare ogni umiliazione rientrare nella

casa maritale, ove chiamavala il pentimento e il dovere.

L’error suo era grave, ma che non possono le lagrime spremute dal più

sincero cordoglio? Il Marchese sentiva ch’egli andava mancando solo,

deserto come pianta isterilita: la compagna de’ suoi giorni lo aveva

abbandonato per sempre! viveva sconsolato senza sperare di rinvenire

sulla terra chi gli recasse un istante di conforto. Quando un giorno la

moglie gli si gettò ai piedi, pallida, estenuata con tutti i segni d’un

lungo accoramento, soffocata da singhiozzi sì che non poteva formar

parola, egli sorpreso, agitato da contrari affetti, stette esitando fra

le smanie della vendetta e la commozione, ma quest’ultima vinse alfine,

ei le stese impietosito le braccia e perdonò.

INDICE

Avvertimento dell’Editore pag. 1

Ingelinda o la Suora Benedettina » 7

Il Bravo e la Dama. Scena Storica » 39

Adelberta Boniprandi. Episodio della Storia Novarese » 59

Macaruffo venturiero o la Corte del

Duca Filippo Maria Visconti » 73

Il Bacio Fatale » 163

Le Nozze al Castello. Scene feudali » 185

Il Sotterraneo di Porta Nuova » 245

_La presente Edizione è sotto la tutela delle Leggi._

NOTE:

[1] Robiallo fu nel secolo XIV interamente distrutto. Veggonsi ancora

su un’eminenza petrosa i ruderi del vasto castello.

[2] Fu nel 16 maggio 1412.

[3] Andrea Baggi e Giovanni Pusterla, nipote di quello sopra

rammentato, erano stati capi della congiura ed uccisori del duca Giovan

Maria.

[4] Si vegga la nota in fine a questo racconto.

[5] Il Carmagnola in premio de’ suoi servigi venne dal Duca nel 1415

creato Conte di Castel Nuovo, essendosene fatta la cerimonia all’altare

maggiore del Duomo. Fu dieci anni dopo che sdegnatosi col Visconte egli

passò allo stipendio della Repubblica di Venezia. Veggasi la rinomata

tragedia di Alessandro Manzoni.

[6] Essa potè chiamarsi ben avventurata tra le Favorite, perchè il Duca

gli si serbò costante, e il popolo soleva pregare per lei nelle chiese.

Ebbe una figlia di nome Bianca Maria, che fu isposata a Francesco

Sforza, il quale per tal matrimonio pretese alla successione dei

Visconti ed ottenne il Ducato.

[7] Il seguente articolo è relativo al personaggio storico rammentato

alla pagina 129.

[8] _Ponteschi_ e _Breneschi_ erano due nemiche fazioni, una Guelfa,

l’altra Ghibellina, che si formarono nell’Ossola verso il 1300,

prendendo nome dai due capi rivali Ponti e Breni. Sussistettero più

d’un secolo pugnando soventi fra loro e mantenendo vivissimi gli odii

non solo fra le diverse valli coll’Ossola confinanti, ma tra le terre

d’una stessa valle e per sino tra famiglia e famiglia. I Ponteschi

portavano per impresa negli abiti e nelle bandiere i colori rosso,

verde e nero; ed i Breneschi il rosso, argentino e bianco.

[9] Gazzaro parola corrotta usata dal volgo per significare _Cattaros_

ossia _Puri_, nome assunto dagli eretici in quell’epoca.

[10] Fra Dolcino famoso eresiarca, capo d’una setta numerosa, stanziò

per lungo tempo nei monti dell’alto Novarese. Egli s’aveva una donna

detta Monaca Margherita che lo seguiva dovunque. Il Vescovo di Vercelli

Rainerio coadiuvato da molti nobili di Novara lo vinse nella battaglia

datagli il Giovedì Santo del 1307 a Zebello; e consegnatolo con

Margherita in potere del frate domenicano Emanuele Testa, inquisitore

generale, questi li condannò entrambi a perire nelle fiamme.

Nel Canto XXVIII dell’Inferno, ove è descritto il modo in cui sono

puniti i seminatori delle eresie, Maometto così parla a Dante di Frate

Dolcino.

_Or dì a Fra Dolcin dunque che s’armi_,

_Tu che forse vedrai il sole in breve_,

_S’egli non vuol qui tosto seguitarmi_;

_Sì di vivanda, che stretta di neve_

_Non rechi la vittoria al Novarese_

_Ch’altrimenti acquistar non sarìa lieve._

[11] Esso era uno de’ più possenti feudatari dell’alto Novarese. Il

dominio feudale nella famiglia Biandrate ebbe principio sino dall’anno

1209 essendo stato alla medesima accordato dall’Imperatore Ottone, col

privilegio di portare nello scudo l’aquila nera in campo d’oro.

[12] Carlo d’Amboise di Chaumont gran Maestro, era in quell’epoca

Governatore di Milano per Luigi XII Re di Francia, il quale dieci

anni prima, cioè nel 1500, aveva tolto il dominio e la libertà al Duca

Lodovico Sforza soprannominato il Moro.

[13] La storia dell’eretica Guglielma o Guglielmina Boema va annoverata

tra le cose patrie più singolari ed importanti, anzi si può dire

l’avvenimento che offre maggior campo all’analisi delle vicende e

de’ pregiudizj dello spirito umano nel decimo terzo e decimoquarto

secolo. Regna però su di esso tuttavia una misteriosa oscurità che

merita d’impegnare il criterio d’alcuno de’ nostri moderni scrittori a

diradarla; nè v’ha a tal uopo scarsezza de’ documenti, imperciocchè ne

parlarono estesamente molti storici, e in particolar modo il Puricelli

ne’ commentarj sul di lei processo.

[14] Sacerdotali ornata amictu ad aram obmurmurat: _In unum co... et

lumen sub_ modio _ponite_. — Trist. Calc. Hist. Patriae.

[15] Flexuosum os informemque aditum habebat spelunca obsita vepribus.

— Ripamon. Hist. Urb. Med. an. 1300.

[16] Il giorno 11 aprile del 1512 fu data contro il Pontefice ed i suoi

collegati la battaglia di Ravenna, in cui la vittoria costò all’armata

di Francia il fiore de’ suoi cavalieri. In essa cadde estinto pugnando

Gastone di Foix, duce delle squadre, fulmine di guerra, che partito tre

mesi prima da Milano aveva sconfitto don Pietro di Navarra, liberata

Bologna, vinti i Veneziani, riconquistate Bergamo e Brescia, e recata

la guerra nella Romagna. Il suo cadavere fu trasportato in questa

città circondato dai conquistati trofei, tra cui v’aveva la spada dello

stesso Giulio II il più guerriero de’ Pontefici. Gastone venne sepolto

nel Duomo alla foggia de’ Duchi, ed essendo stato dagli Svizzeri

distrutto il suo tumolo in quel tempio, al nuovo ritorno de’ Francesi

gli fu eretto un magnifico mausoleo nella chiesa delle Monache di Santa

Marta.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

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