[17] _John Fiske_: The critical Period of American History 1783-89
(Macmillan and C.^o London), opera notevole su questo periodo veramente
decisivo della sorgente nazione americana.
[18] Sulla psicologia politica del popolo anglo-americano vedi il bel
lavoro di _Émile Boutmy_ (_Éléments d'une Psychologie politique du
peuple américain_ — Paris 1902), cui ho largamente attinto in questo ed
in qualche altro capitolo.
[19] Sulla _Costituzione federale_, di cui in appendice diamo il
testo, vedi sovratutto il cap. VIII della parte I dell'opera classica
di _Alessio di Tocqueville_ (La Democrazia in America; trad. ital. in
_Biblioteca di scienze politiche_, vol. I, Parte II, Torino, Unione
Tipografico-editrice, 1884); il volume II dell'opera pure classica del
_Bryce_ (The American Commonwealth, London 1888), riassunto nell'ottima
recensione analitica del Villari (La Costituzione degli Stati Uniti
d'America, in Saggi storici e critici — Bologna, 1890); gli scritti
speciali dello _Sterne_ (Storia Costituzionale e sviluppo politico
degli Stati Uniti), del _Davis_ (Sviluppo dei rapporti fra i tre poteri
dello Stato nelle Costituzioni americane), del _Boutmy_ (Le origini
e lo sviluppo della Costituzione degli Stati Uniti d'America), del
_Sumner Maine_ (La Costituzione federale degli Stati Uniti d'America),
del _Cooley_ (Principi generali di Diritto Costituzionale negli Stati
Uniti d'America) raccolti tutti sotto veste italiana nella _Biblioteca
di Scienze politiche_, del Brunialti, vol. VI, parte I; la monografia
del _Palma_ (Costituzioni moderne — Gli Stati Uniti d'America [Nuova
Antologia, set.-nov., 1880).]
[20] La _Costituzione di Stato_ è pel singolo Stato quello che
la _Costituzione federale_ per l'intera Unione, la legge cioè
fondamentale generale decretata direttamente dal popolo d'ogni Stato
e revocabile o modificabile solo per opera del popolo, non già dei
corpi rappresentativi dello Stato, le cui deliberazioni o leggi hanno
valore solo finchè siano compatibili con la Costituzione dello Stato.
Queste Costituzioni di Stato sono così i monumenti politici più antichi
del paese, giacchè non sono che la continuazione cronologica e logica
delle carte, privilegi, patenti, statuti, ecc., su cui si basavano i
governi coloniali anteriormente alla Rivoluzione. Nell'evoluzione dei
governi di Stato, quali emanano da queste Costituzioni, si possono
distinguere tre periodi. Il primo abbraccia circa un trentennio,
dal 1776 al 1802, e contiene le prime Costituzioni dei 13 Stati
originari e quelle degli Stati di Kentucky, Vermont, Tennessee
ed Ohio, costituzioni nelle quali, mentre si manifesta chiara la
maggiore diffidenza verso il potere esecutivo e militare, si lasciano
amplissimi poteri all'Assemblea, fatta, a dir così, procuratore
generale del popolo da essa rappresentato: «l'esperienza prova, diceva
il Madison nella Convenzione di Filadelfia del 1787, che vi ha nei
nostri Governi la tendenza di gettare tutti i poteri nel vortice del
potere legislativo. I poteri esecutivi degli Stati sono più che altro
vane parvenze. L'Assemblea legislativa è onnipotente». Il secondo
periodo, che abbraccia la prima metà circa del sec. XIX fino al
giorno cioè in cui l'intensità della lotta pro e contro la schiavitù
interruppe lo svolgimento progressivo dell'Unione, è contrassegnato
da una generale democratizzazione di tutte le istituzioni, dovuta
oltrecchè allo sviluppo naturale dei primi germi all'influenza delle
idee repubblicane di Francia, influenza che venne meno solo dopo il
1815 e cessò affatto con la metà del secolo: è questo il periodo in
cui comincia a prender fondamento e ad applicarsi il principio che
gli istituti politici e giuridici debbono esser opera diretta anzichè
indiretta del popolo sovrano. Questo concetto trionfa sempre più nel
terzo periodo, che comincia circa al tempo della guerra civile, periodo
però nel quale accanto a questa maggior efficacia della sovranità
popolare esercitantesi direttamente a danno bene spesso dell'Assemblea
legislativa, cui vengono tolti molti poteri per darli al popolo, si fa
viva la tendenza a rafforzare i poteri esecutivo e giudiziario.
I tipi poi, cui possono ridursi questi governi di Stato nel corso
del sec. XIX, sono tre: il vecchio tipo coloniale (Nuova Inghilterra
ed antichi Stati centrali), il tipo degli Stati meridionali o già a
schiavi (nel quale è evidente la influenza della prima Costituzione
virginiana) ed il tipo degli Stati nuovi od occidentali. Dopo la guerra
di Secessione però e l'abolizione della schiavitù con la conseguente
trasformazione radicale del Sud nel campo politico non meno che
in quello economico-sociale, gli Stati meridionali si diedero in
generale nuove Costituzioni non molto diverse da quelle degli Stati
nuovi del Nord-Ovest e Pacifico; cosicchè i tipi si ridussero a due,
quello dei vecchi Stati dal potere esecutivo generalmente più forte,
dalle costituzioni meno particolareggiate e quindi meno bisognose di
mutamenti, e quello degli Stati nuovi o rinnovati dai poteri popolari
più ampli, dalle costituzioni più lunghe, più particolareggiate,
più ricche di materia, più soggette sopratutto e per lo stesso
loro carattere minuzioso e per la mobilità e le trasformazioni
economico-sociali molto più rapide nelle nuove che nelle vecchie sedi a
continui mutamenti.
Su queste Costituzioni di Stato vedi in particolare il II volume del
_Bryce_: The American Commonwealth (London, 1888). Quanto al testo
di esse, la miglior raccolta per il tempo fino cui arriva è quella
pubblicata per incarico del Congresso americano da Ben. Perley Poore,
col titolo _Federal and State Constitutions_ (Washington 1878) in
2 volumi. Anche in Italia furono pubblicate parecchie di queste
Costituzioni di Stato nel vol. II della _Raccolta di Costituzioni_
(Torino, 1848). Un ottimo cenno complessivo su esse seguito dal
testo di alcune trovasi nel vol. VI, parte I, della _Biblioteca di
Scienze politiche_ del Brunialti, col titolo «_Le Costituzioni degli
Stati Uniti d'America — Testi e commenti_» (p. 959-1242, Unione
Tipografico-editrice Torinese).
Lineamenti e tendenze della società anglo-americana all'inizio della
vita nazionale.
Il 29 maggio 1790, giorno in cui Rhode Island entrava, completandola,
nell'Unione, costituisce una data memoranda nella storia americana:
benchè il periodo coloniale cessi colla Dichiarazione d'indipendenza
del 4 luglio 1776 od, a più stretto rigore, con la pace di Parigi del
3 settembre 1783; per chi guardi la sostanza più che la forma, col 1790
soltanto cessa in tutto il paese la vita coloniale ed incomincia quella
nazionale della società anglo-americana. Paragonabile al valico di
alpestre catena, cui mettono capo i mille sentieri che salgono su dalle
valli e da cui si dipartono i mille altri dell'opposto versante, è
questo il punto critico, cui fa capo tutta la storia passata, e da cui
sulla trama distesa dall'epoca precedente comincia a svolgersi quella
futura.
Non abitata da popoli vetusti per civiltà da spogliare, priva in
apparenza di metalli nobili, non coperta di piante preziose, la
parte settentrionale dell'America, a differenza di quella centrale e
meridionale, era stata lasciata quasi in disparte nella prima ricerca
affannosa dei popoli colonizzatori dell'Occidente: se ne eccettui
gli Spagnuoli, che vi avevano posto stabile piede all'estremo Sud,
nella Florida, nessun altro popolo aveva fondato in esso stabilimenti
duraturi nel secolo XVI. La vera colonizzazione del continente
nord-americano incomincia nel secolo XVII: la iniziano con successo
i Francesi nella vallata del S. Lorenzo e sulla costa atlantica gli
Inglesi nella Nuova Inghilterra e nella Virginia, centri originari di
colonizzazione tra cui s'incuneano Olandesi e Svedesi. Troppo pochi per
contrastare l'espansione neerlandese, questi ultimi vengono ben presto
assorbiti dagli Olandesi, i quali alla loro volta inferiori per numero
e per energia, sopratutto per istituzioni, più atte ad ostacolare che
a favorire la colonizzazione, a quel vigoroso elemento inglese, che
li serra come in una morsa da nord a sud, terminano coll'essere vinti
ed assorbiti da questo. La colonizzazione inglese si diffonde così
rigogliosa per quanto lenta su tutta la costa atlantica, costretta dal
suo carattere essenzialmente agricolo a spezzare col ferro e col piombo
la resistenza degli Indiani spogliati delle loro terre. Nel secolo
XVIII, occupato ormai il territorio fra l'Atlantico e gli Allegani, i
coloni inglesi s'apprestano a valicare questa catena per entrare nel
cuore del continente; ma vi trovano un ostacolo insormontabile in quei
Francesi, che nel frattempo, oltrepassati i Grandi Laghi canadesi, si
erano spinti sino al golfo del Messico, ed, in grado per il carattere
esclusivamente commerciale della loro colonizzazione di accarezzare
anzichè distruggere la razza indigena, avevano potuto col favore di
questa estendere il loro controllo militare e politico su tutto il
bacino del Mississippi.
Nella lotta per la terra, che necessariamente ne consegue, la
colonizzazione di razza degli Inglesi, sorretta efficacemente dalla
madrepatria, finisce col prevalere su quella ecclesiastico-feudale
dei Francesi, il cui impero nord-americano cade tutto in mano
dell'Inghilterra, se ne eccettui le foci del Mississippi, passate
alla Spagna. Signora di così vasto dominio, la Gran Bretagna vorrebbe
ridurlo tutto quanto sotto il suo impero assoluto; ma se non trova in
ciò difficoltà alcuna nel Canadà, nato e cresciuto sotto il dispotismo
accentratore della Francia, vede sollevarsi le sue antiche colonie, le
quali, sfruttate sino allora nel campo economico ma rispettate fino
ad un certo punto nelle loro autonomie locali e nelle loro libertà
politiche, approfittano dell'occasione favorevole, offerta loro
ciecamente dalla madrepatria, per rivendicare quell'indipendenza cui
le aveva rese mature lo sviluppo prodigioso della vita economica e
sociale.
Al termine dell'epica lotta l'Inghilterra non conserva più del
Nord-America che la parte posta a settentrione dei Grandi Laghi,
vale a dire il Canadà; mentre il resto del continente, diviso fra
gli Anglo-Americani, che si estendono dal Maine alla Georgia e
dall'Atlantico al Mississippi, e gli Spagnuoli, che occupano con la
Florida la costa del Golfo del Messico ed avanzano le loro pretese
sulle terre d'oltre Mississippi, rimane aperto alla colonizzazione
interna dei primi, troppo superiori materialmente e socialmente agli
Spagnuoli ed ai Francesi, che per qualche anno sostituiranno i primi
nella Luigiana, per non soppiantare gli uni e gli altri entro pochi
decenni in tutto l'immenso territorio, parco di caccia, violabile a
piacimento, d'un pugno d'indiani.
Le tredici colonie inglesi non si sono unite insieme però se non per
resistere con più successo al comune nemico; cosicchè, acquistata
l'indipendenza, il particolarismo frutto necessario d'una storia
secolare torna a prevalere nella forma più cruda, minacciando di
travolgere l'opera della Rivoluzione. La nuova costituzione federale,
la quale mentre assicura ai singoli Stati quella completa autonomia,
ch'era sacro retaggio delle vecchie colonie, permette loro di
costituire una sola nazione, arresta il dissolvimento palese della
nuova società e le garantisce nella forma politica federale, l'unica
capace di tener insieme nonchè le vecchie colonie troppo gelose della
propria indipendenza le decine e decine di Stati che sarebbero sorti
accanto ad esse in mezzo un continente, lo svolgimento di quelle
autonomie locali e di quelle libertà individuali in nome delle quali,
sbocciate e fortificate nella serra calda del periodo coloniale,
l'America era sorta a nazione. Il 1790 raccoglie tutte le sparse
collettività all'ombra d'una comune bandiera, sotto l'egida d'una
legge comune di libertà e d'uguaglianza per esse e pei cittadini loro,
inaugurando colla presidenza dell'uomo, al cui valore ed alla cui
saggezza si doveva in parte non piccola l'esito fortunato della guerra
d'indipendenza, Giorgio Washington, eletto l'anno innanzi, la storia
nazionale degli Stati Uniti d'America.
L'Unione americana contava allora una popolazione di 3.929.414
abitanti. Il 95% di essa abitava ancora quella striscia di terra larga
in media un 255 miglia e lunga dai 14 ai 15 gradi, che si estende fra
l'Oceano e gli Allegani, dal Maine alla Florida, ed in cui vivono oggi
pur senza accalcarsi soverchiamente un 25 milioni d'abitanti. Rara
perciò quanto mai la popolazione nelle stesse sedi più antiche, se ne
eccettui la costa del Massachusetts, la parte meridionale della Nuova
Inghilterra e le vicinanze di New York, i punti più densamente abitati:
gli otto noni a dir poco del suolo della Virginia, che pur era la
più popolata delle colonie meridionali, erano inoccupati; il New York
settentrionale ancora pressochè deserto, faceva parte di quello che
allora si chiamava il _Far West_. Oltre i monti poi, nelle nuove sedi,
solo degli arditi pionieri sparsi qua e là nella Virginia occidentale,
sul lago Ontario e presso le riviere ed i laghi suoi tributari;
degli avamposti, come Detroit, Vincennes, Green River ed altri, nel
territorio di Nord-ovest; dei nuclei più solidi di colonizzazione nel
Kentucky settentrionale lungo l'Ohio e nel Tennessee lungo la vallata
del Cumberland, in tutto meno di 200.000 abitanti, avanguardia più che
altro di quella fiumana che allora soltanto cominciava a riversarsi
sull'occidente per le quattro strade del Mohawk ed Ontario, del Potomac
superiore, della Virginia sud-occidentale e della Georgia occidentale.
La vita era ancora dappertutto essenzialmente rurale: salvo i pochi
porti, dove il commercio era fiorente, salvo pochi centri urbani, fra
cui Boston, New York, Philadelphia, Baltimora e Charleston soltanto
oltrepassavano i 10.000 abitanti, la popolazione nella sua quasi
totalità (il 96% ancora al 1800) viveva dispersa per la campagna,
ed il nerbo di essa era dato nel Nord da una classe di agricoltori,
che coltivava con le proprie mani il piccolo _farm_, nel Sud da una
classe di latifondisti che coltivavano coll'opera degli schiavi le
vaste tenute. La vita industriale del paese era rappresentata in gran
parte dalla manifattura domestica: chè l'industria vera e propria, se
ne togli quella navale in alcuni punti della costa, era ancora in sul
nascere, impedita fino allora dalla poca densità della popolazione
e dalla poca accumulazione di capitale più ancora che dal monopolio
industriale e commerciale dell'antica metropoli. Solo allora il
lavoro incominciava gradualmente a cangiare la sua forma, passando
da un complesso di operazioni manuali isolate ad un sistema di lavoro
organizzato, condotto mediante imprese regolari, con vasti capitali,
col sussidio delle nuove macchine inventate in Europa; tanto che ancora
nel 1810 alla manifattura domestica spettavano oltre i 2/3 delle stesse
vesti e dell'intovagliato consumati agli Stati Uniti, quantunque già
dal 1786 degli artigiani scozzesi abbiano cominciato a costruire a
Bridgewater, Mass. le prime macchine da filare sul modello di quella
d'Arkwright, e dal 1790 l'operaio inglese Samuel Slater detto «il
padre delle manifatture americane» abbia fondato a Pawtuchet, R. I. una
grande officina per fabbricarvi tutte le macchine imparate a fabbricare
in Inghilterra. Anche le comunicazioni erano ancora difficili, chè la
stessa navigazione fluviale a vapore, quest'anticipazione della strada
ferrata in un paese solcato da una rete naturale di fiumi e di laghi,
non esisteva può dirsi nella pratica prima degli ardimenti del Fulton
sull'Hudson nel 1807 e sul Mississippi nel 1811, nonostante i tentativi
ripetuti qua e là dal 1763 in poi da William Herny, da John Fitch, da
Oliver Evans, dal Rumsey ed altri.
Nulla insomma era venuto ancora a modificare profondamente nel campo
materiale la vita americana dell'epoca precedente, come nulla era
venuto a sconvolgerla in quello morale ed intellettuale: gli effetti
perturbatori della Rivoluzione non hanno ancora avuto il tempo di
svolgersi; l'immigrazione europea è tuttora così scarsa (10.000
immigranti nel 1790, 4000 soltanto nel 1804 e 1805), che il vecchio
elemento coloniale lungi dall'esserne modificato radicalmente, la
assorbe senza quasi accorgersene. Usi, costumi, idee sono su per giù
quelli dell'età coloniale. Certo in New York, fino al 1790, e poi
in Filadelfia, capitali provvisorie prima del trasporto del governo
nella neonata Washington, avvenuto nel giugno 1800, si svolge una vita
sociale straordinariamente vivace, che nell'_entourage_ del presidente
e nell'ambiente governativo in ispecie assume per dir così un aspetto
nazionale; ma la società americana continua a svilupparsi separatamente
e con caratteri distinti nelle varie sedi della colonizzazione, nella
democratica Nuova Inghilterra dalla semplice vita e dall'alto livello
intellettuale e morale delle popolazioni, nelle grosse colonie centrali
dedite al commercio e dalla tinta cosmopolita, nel Sud aristocratico e
feudale dai vivi contrasti fra la gaia vita della sua classe dominante
dove più dove meno raffinata e quella dolorante dei suoi schiavi;
mentre l'elemento più ardito di queste vecchie sedi, il pioniere
imbevuto di solito dell'idea _yankee_, va a spianare alla futura
immigrazione europea la via del lontano Occidente, dove presto andranno
sorgendo come per incanto nuove città, si apriranno nuove strade
commerciali, si organizzeranno territori, si getteranno insomma le
basi d'un nuovo raggruppamento di Stati, diverso da ciascuno di quelli
del territorio orientale. Sono tante società distinte, diverse, talora
addirittura antagonistiche, al punto da non escludere perfino eventuali
conflitti terribili fra loro, non v'è ancora la nazione; chè per la
diversità delle origini e l'isolamento dello sviluppo, per la mancanza
cioè di una storia comune, manca pure quel sentimento di solidarietà
ereditaria, che lega fra loro i membri d'una stessa generazione
nella comunanza dei ricordi, dei trionfi, dei dolori dei padri:
mentre da parte della popolazione dispersa su vastissimo territorio,
priva di quei veri e propri laboratori di civismo che sono le grandi
agglomerazioni urbane, dotata sopratutto di quella mobilità estrema
di espansione, cui la invita una terra libera praticamente illimitata,
non è ancora cominciato se non in qualche focolare isolato quel moto di
riflessione e concentrazione in se stessa, di cui un forte sentimento
di nazionalità è il risultato immancabile ed il compendio più fedele.
Questa società, che finora s'è limitata a vivere, lottando oscuramente
e moltiplicandosi nel silenzio sotto l'altrui dominazione, fatta
arbitra del proprio destino e dalla raggiunta maturità ad una vita
statale indipendente e dalla virtù dei suoi figli, tutti uomini
nuovi, anch'essi senza passato come il popolo da cui uscivano,
entra nell'arringo della civiltà e della vita internazionale con
una prospettiva ben diversa da quella delle vecchie genti d'Asia e
d'Europa.
Davanti a sè su tutto un continente nient'altro che alcune popolazioni
selvaggie in ritirata ed in via di scomparire, alcune colonie spagnuole
lasciate in deplorevole abbandono, che estendono su territori ben più
vasti le loro pretese ma non hanno la forza di farle valere, un dominio
inglese infine di recente acquisto che ha tutto l'interesse di vivere
in pace coi potenti vicini: alle sue spalle più d'un migliaio di leghe,
che la separano dalle nazioni potenti e prepotenti del vecchio mondo.
Essa è dispensata pertanto dal tenersi in istato di difesa contro
eventuali o, peggio ancora, probabili aggressioni; mentre l'immensità
delle terre messe dalla natura a sua disposizione la dispensano da
cupide brame di rapina, sorgenti di torbida gloria militare.
In luogo d'una visione di campi devastati, di città incendiate, di
turbolenti dominazioni, in luogo di quel sogno di sangue e di fumo,
ch'è retaggio ed incubo del vecchio mondo, la nuova società vede
disegnarsi l'attività futura dei suoi figli su un fondo sereno di
pace e di progresso, su quell'immenso territorio vacante, il quale
non aspetta se non la mano dell'uomo civile per dare le ricchezze
inesauribili che cela nel seno. Occupare questo territorio, dissodarlo,
utilizzarlo, ecco l'appello che la voce stessa delle cose rivolge alla
nuova sociètà, ecco il compito ch'essa si vede assegnato, compito
semplicissimo e modestissimo nella sua forma esteriore ma grandioso
nella sostanza oltrecchè pei risultati per la colossità dell'impresa:
la colonizzazione interna accelerata dall'emigrazione europea diverrà
così la forma naturale d'espansione della società anglo-americana; lo
sfruttamento di questo enorme capitale fondiario diventerà il fine
nazionale per eccellenza di essa, darà l'impronta al suo carattere,
ne costituirà la forza nel mondo, ne darà i vizi ed i pregi,
l'utilitarismo gretto e feroce come lo slancio industriale e civile;
il presentimento ed il vaticinio dell'avvenire terrà luogo nell'anima
collettiva del popolo di quel sentimento di patria, che non può salir
su dai profondi ipogei della storia, dando a lui la stessa ebbrezza
nazionale che l'antico dominatore del mondo sentiva nel ripetersi
_civis romanus_.
La repubblica americana potrà quindi rimanere ancora per secoli
quello, che era prima dell'indipendenza, una società cioè anzitutto
e sopratutto economica, politica solo in via secondaria ed in quanto
i vincoli statali e giuridici sono necessari al raggiungimento degli
stessi fini economici: questi soltanto forniranno la chiave di volta
delle sue istituzioni, come ne spiegheranno i pregiudizi e le idee, i
pregi e i difetti, donde la lucidità meravigliosa della storia e della
psiche americana, simile a massa d'acqua che nella sua limpidezza lasci
scorgere il fondo roccioso, da cui zampilla.
Una società di tal fatta, per nulla guerresca, appena politica,
essenzialmente economica, senza avanzi di famiglie regie, di
caste sacerdotali militari od aristocratiche, senza alcun elemento
insomma monarchico od aristocratico da svolgere ed elaborare, nonchè
abbandonare svilupperà anzi fino alle ultime sue conseguenze col
carattere elettivo di quasi tutte le cariche, con la brevità dei
termini di esse, colla rotazione negli uffici, quella forma di
democrazia egalitaria, che radicata nel passato sino al punto da
divenire seconda natura trova nella legge generale e locale del
paese la sanzione e l'usbergo. Libertà sarà quindi la base della
nuova convivenza politica, uguaglianza la base della nuova convivenza
sociale.
Frutto però dell'assenza assai più che dell'intervento del potere
politico nella vita dell'individuo e della società, fatto naturale
anzichè rivendicazione di un principio di giustizia, questa uguaglianza
sarà ben lungi dal significare livellamento generale di condizioni:
essa sarà semplicemente uguaglianza legale, assenza completa cioè di
disuguaglianze legali. Lungi pertanto dall'impedire o semplicemente
dall'attenuare le disuguaglianze economiche, che all'origine sono
frutto della vittoria nella lotta per la vita, questa democrazia
egalitaria, la quale obbedisce anzitutto e sovratutto alle esigenze di
quell'attività economica che è la sua prima e massima funzione, lascerà
anzi libero il freno alla caccia della ricchezza, alla formazione delle
fortune più colossali, di nulla curandosi più nelle istituzioni come
nelle opinioni che di offrire ai combattenti una parità legalmente
almeno assoluta di condizioni, agli individui un campo il più possibile
livellato nella lotta per la vita. E gli individui alla lor volta,
sapendo di non dover attendere nulla dalla società ma sicuri d'altra
parte di non trovare nelle sue leggi o nei suoi pregiudizi alcun
ostacolo all'estrinsecarsi di tutte le loro energie, sentiranno come
raddoppiato l'innato vigore, donde quell'individualismo potente,
quell'esaltazione della propria personalità e della propria razza,
quello spirito energico di iniziativa che diventeranno caratteristiche
del popolo americano, del popolo che il più superbo e cosciente dei
suoi bardi, Walte Whitman, chiamerà senz'ombra di iattanza «democrazia
di atleti». Il fine supremo di questi atleti non sarà d'altra parte
diverso da quello della società loro, vale a dire la ricchezza.
In una società profondamente livellatrice, egalitaria sino alla
monotonia, antigerarchica per eccellenza, dove un uomo ne vale un
altro, qualunque ne sia la nascita l'educazione l'ingegno il posto
sociale o politico, dove perciò bandita ogni altra superiorità
personale e tanto più trasmissibile non ne rimane che una, personale e
trasmissibile, la ricchezza, questa diventerà il fine supremo di quanti
mirano ad eccellere. La società americana così, sorta per un fine
essenzialmente economico, elaborerà col seme più scelto delle vecchie
stirpi europee ringiovanite come nuovo Anteo al contatto della vergine
terra, una razza quanto mai atta a produrre la ricchezza, innalzerà
sulla sua base territoriale superiore nel complesso a quella d'ogni
altro popolo l'edificio economico e per riflesso politico e civile più
superbo, che la storia umana abbia ancora veduto.