nel mantello, (un stupor gli sta nel cuore
per la nuova dolcezza del recente
bacio d'amore,
e già lo preme una triste prescienza,)
non meglio forse nella sceda ardita,
Marcuccio il guercio sente Primavera?
O Primavera;
or qui tu sei, qui tutta, e maturanza
ti segue alacre al corso! A che la Vita
e i Secreti indagar sotto le piante
colla tua Bella
e folleggiar tra i nidi e l'erbe nuove,
se tu scompigli i nidi e premi i fiori?
O Primavera, o Vita! Se l'agnelli
richiaman l'agne
e se questo richiamo è da Natura,
quel mormorio di Plebi ancor lontano
e pur tenace, ch'accenna al migliore,
non è Natura?
Dove vanno, a che tendon le Coorti?
Sta, sta, Figura mia forte e gagliarda,
tra il battagliar dell'Ira e dell'Invidia,
miracolosa:
sta, Donna, a cui l'olivo fa corona,
nè scettro o spada brandisce la destra,
Tu sai a che ne guidi e là Tu accenni
vittoriosa.
O sacre idee, o bello entusiasmo
di migliori giornate oltre al tramonto
livido sopra il sangue e sopra il fango:
questa Vittoria
spira qui nelli aromi e nella gloria;
poi ch'erta sta la Donna nel sembiante
fiero e soave, qui nel mio pensiero,
in faccia al Mondo.
ALLE
DAME PLEBEE.
I MADRIGALI ALESSANDRINI.
_Avec les femmes il faut toujours voir plus bas Quand elles disent:
«J'ai mal à la tête.» comprenez: «J'ai mal au coeur» et quand
elles disent: «J'ai mal à l'èstomac» traduisez...._
LOUIS DUMUR.
_Quoi de plus plaisant que de brûler la maison de sa maitresse pour
avoir un prètexte à la conduire chez soi: de la ruiner pour avoir le
plaisir de lui faire du bien? Cela tient à la fois de la gâite
françoise et de la chevalerie espagnole: c'est delicieux!_
_Mon oncle_ THOMAS.
Ma vi direi, però, che mentre ho conosciuto nel mondo certe virtù mi
si riaccende in cuore una tenerezza viva per la canaglia; per coloro
che chiamate canaglia; per questa mia canaglia; poi che noi due
adoperiamo la parola istessa a significare due diverse cose. Questa
mia canaglia adunque, e canaglia feminile, gode alquanto della mia
stima; da che la sincerità la fa veder tale in modo che salva buona
parte di vizio o che rende il vizio più accettabile perchè non
mascherato. E codeste buone ragazze vestite di cencio o di seta non
mancano d'onore alla loro maniera; che, se l'una è menzognera come
un vostro servo, non è falsa e si dà all'incirca per quella che è, e
la si paga per quel che vale; se l'altra non crede nè a Dio nè al
Diavolo non scambierà l'uno per l'altro; se l'altra ancora è ghiotta
come un luccio o pruriginosa e lasciva come una gatta, vogliate
osservare com'essa ami i maschii l'uno dopo l'altro e che il suo
cuore non canti due motivi insieme; e se infine quest'ultima stamane
ha fatto sparir l'orologio dell'avventore, posto sul comodino
durante il mercato e la faccenda, non è mai andata a rubacchiare
sulla felicità altrui e non ha mai scroccato sull'amore destinato ad
altri.
all'Ultimo Sermone della _Lotta per Amare_
L'AUTORE.
I.
Leziosa pastorella incipriata
ch'ama Watteau effigiare alle portiere,
sta la Signora mia nel mio pensiere,
Sorride ella benigna e la dorata
esca dispensa dalle lusinghiere
mani ed invita, col gesto, l'alata
famiglia al cibo: or, candide e leggere,
accorron le colombe alla chiamata.
Tale, alle vostre grazie compiacenti,
colombe dello Ingegno, i Madrigali
volano arditi e ghiotti e, in torneamenti,
flabelli alti sul capo vi fan d'ali;
e Voi così l'udite audaci e intenti
a cantarvi l'omaggi trionfali.
II.
Idolo strano, sotto un padiglione
d'argento d'ametiste e di sciamito,
svolge la Donna mia l'incantagione:
stringe la destra il giglio erto ed ardito,
patera di profumi, ed un leone
s'accovaccia a' suoi piè, mentre un fiorito
ramo di cedro un colombo depone
al suo capo di gloria redimito.
Fumano innanzi a lei sette incensieri,
mentre dicon le sue lodi i Grandarvi.
Ella posa jeratica, i severi
occhi rivolti al cielo. Oh, dal felice
regno del Sogno valga a richiamarvi
la mia voce, divina incantatrice!
III.
I miei Desiri, cupidi sparvieri,
vagavano pel cielo aperte l'ale
e latrando i Peccati, agili e neri
veltri, pel prato fiorito e fatale
tendevano alla magione dei Piaceri.
Ora il volo fermâr all'ospitale
albergo vostro, audaci e guerrieri,
l'uccelli, e i cani van per l'ampie sale.
E poi ch'al vespro usciti a' bei giardini,
salutano li alati all'apparire
della Signora e umilemente fieri,
ecco i cani v'onoran colli inchini.
Voi porgete la man bianca a lambire,
mentre il riso ringrazia alli sparvieri.
IV.
Tenea sotto un broccato a padiglione,
la Donna mia, ritta sul basalto,
la fatal Coppa della incantagione.
Fioriva roseo il loto in sul cobalto
dei rabeschi e caudato erto un dragone
d'oro con stretti nodi ambiva all'alto,
mentre in vago lavor, dentro a un castone
d'argento, ridean l'uve dallo smalto.
Ma poi che un di Madonna capricciosa
espose fuor dalla secreta stanza,
a diletto, la patera preziosa,
e ognun le labra attinse a' suoi liquori,
ogni mago prestigio, ogni possanza
lasciâr la Coppa muta di splendori.
V.
Mitico serpe candido e rosato
cui splendon l'occhi arditi e ingannatori,
muove le spire lascive sul prato,
poi che dall'arbor l'augei cantori,
al muover dell'incanto, in quel fatato
cerchio ch'esprimon l'iridi, sui fiori
scendon ribelli e vinti ad un più grato
gioco tra l'erbe e a più soavi amori.
Ma poi che sono intenti al folleggiare,
sotto la guida della sua malia,
(così svolgon le vostre triste e care
pupille l'esiziale ipocrisia),
non accorgon le fauci aperte e avare,
nè cessano, morendo, l'armonia.
VI.
Stava nel Tempio, dove io solo adoro,
(ahimè, credeva e credo ancor, meschino!)
lo stipo sacro, mirabil lavoro
d'un orafo poeta bisantino,
d'ebano tutto ed a gran fregi d'oro,
e fiori di topazzo e di rubino.
Io vi credea racchiuso il mio tesoro
oltre ai serrami astrusi e adamantini.
Ma poi che un dì mi fu nuova vaghezza
di scoprir la recondita ed arcana
sostanza in lui celata, (la bellezza
vostra così m'inganna a perscrutarla),
«In verità,» io dissi, «questa è vana
fattura e stolto più l'amarla.»
VII.
Penelope moderna, dalle spole
vivaci d'oro e di porpore e miti
di dolci tinte, gelsomini e viole
intessete al bel drappo tra i sciamiti
bizantini: vi stanno, alle mandole
intente, intorno l'ancelle coi diti
presti alle corde e suonan barcarole
per rallegrarvi. Ahimè! Lungi dai liti
patrii vaga il marito, le feroci
Sirti sfidando, o Circe, con secrete
arti, il rattien dal vedovato letto?
Per le sale vi giungono dei Proci
le contese e pur voi sempre intessete:
nè disfate: e la tela è un fazzoletto.
VIII.
Il tappeto su cui, Bella, danzate
(la guzla accorda un languido e moresco
ritmo) figura un cuor, e il calpestate.
Due serpi intorno un lucido arabesco
gli fanno e nelle fibre dilaniate
riscintilla un pugnale. Il zingaresco
ordine della danza continuate,
poi che il portico sta secreto e fresco
là dove voi giuocate; il tamburelllo
maliziosa battete, i piè sereni
sangue attingono e bagnano il guarnello
di rossi fior' così sul bianco lino
crescono a mille e pur v'ornano i seni,
l'occhio ridendo ancor, calmo e divino.
IX.
Coi lucidi guinzagli il buon Valletto
frenava colla destra i levrieri:
ma come per la piana uscir snelletto
videro il biondo cervo a' suoi sentieri,
rompono i cani il dorato colletto
latrando a caccia, e, in corsa, agili e fieri
perseguon l'animal: nè al Giovanetto
valgono voci a richiamar li alteri.
Così frena Ragione e raccomanda
ai sensi, poi che forte li tenzona,
ma se li affoca per sorte il Desio,
grida Ella invano per la verde landa
di vermiglio fiorita e già si dona,
ebra, la mente al suo Piacere Iddio.
X.
Ma poi ch'io diverrò canuto e affranto,
nè il maligno sorriso ad aleggiare
mi verrà sulle labra, nè d'accanto
ritroverò sorrisi e voci care
alla memoria e al cuore, l'occhio stanco,
sul libro miniato, a queste amare
cortesie tornerà, forse col pianto
d'aver distrutto un Fiore ed un Altare.
O Giovinezza, o Scienza, o voli audaci
di Fantasie ed impeti pel forte
battagliar nelle Imprese, o dolci baci
cui l'indagine ammuta! E allor, (s'avanza
vigore e tempo alla vicina Morte),
tenterò flebilmente la Romanza.
A ROMOLO QUAGLINO.
LA CANTATA DELL'ALBA.
_En ce temps de sombres conflits, de douloureuses fins et de
labourieuses genèses, participer au bon combat des naissant
altruismes, des enthousiasmes humanitaìres contre les vieilles
rapacites, contre les persistantes cruautés, est encore, pour tous
ceux qui ont de la justice dans la conscience et de la pitié dans le
coeur, la seule vie qui soit digne d'étre vécue._
B. MALON.
_Paris, 25 Aout 1892._
_Das soll dein Wahrspuck sein;
Machtvoll, still und sein:
Sollst Du dem Menschen Dienste weihn
Und ihn vom Arbeitsfluch befrein!_
PERSONÆ
--_Agunt et cantant_--
--IL PROLOGO.
--IL PAZZO.
--ARCADETLE, poeta.
--MADONNA LIA.
--NAUTIFILE.
--CORO DI GARZONI.
--CORO DI FANCIULLE.
--CORO DI NOCCHIERI.
--LE VOCI.
--LE VOCI DELL'ARIA.
AZIONE.
_Giardini in riva al fiume.--La notte è di maggio._
IL PROLOGO _(esce cantando)_.
Il plenilunio sta, Dame e Messeri,
placido in sulle rive ai lenti fiumi:
dormon le cacciatrici ed i levrieri,
dolcemente nascosti dentro ai dumi
delle selve discrete, ed ai severi
studii il saggio, a vegliar fin che consumi
la vigilante fiamma, a' gran' misteri
dona la mente e il cuore: or van profumi
dai calici socchiusi ed armonie
vagan misteriose pei giardini.
Sciarra ghigna e sorride e guida a frotte
i tristi sogni e i gaj colle malie
e Chimera tormenta l'Indovini
coi mirabil'incanti della notte.
Ma poi che volgeran oltre alle cime
e la Luna e le Stelle e il biondo Sole
risplenderà giovinetto sublime,
fuggiranno le larve dalle ajuole:
morto è dell'Ombre il Regno.
Giunge il giorno al suo segno:
stan le nebbie violette ai monti intorno,
colle nebbie dei Sogni il lieto Fiore:
oh del bel sogno adorno,
e del giocondo amore,
dell'ultima e dolcissima romanza.
Dame e Messer' vedete voi che avanza?
ARCADELTE _(entra cantando)_.
Madonna, a voi la luna
già ricama il guanciale
ed i Genii che aduna
la Notte un madrigale
vi fan dentro le sale.
Sulle lunghe scalee
fioriscon l'azalee
e incensano profumi.
Corre il fiume ch'anela
tra i meandri, al suo mare
coi vapor' che lo vela,
e me il Fior delle care
speranze invita a amare,
perchè dentro ai rosai
fanno i grilli i lor' lai
nel profondo mistero.
O Madonna, scendete
e lasciate il riposo;
già le note secrete
ritenta l'amoroso:
Madonna, amarvi io oso,
e al vostro bacio agogno,
or ch'è il Regno del Sogno
sulla terra assopita.
MADONNA LIA _(cantando dal verone)_.
Dolce uscir tra i misteri
delle notti stellate:
pei fioriti sentieri
sen van le bene amate
e, le destre impalmate,
s'inebriano dei fiori.
ARCADELTE.
Le stelle in ciel, vedete,
si baciano col raggio
silenziose e discrete.
È la notte di Maggio
ch'apre l'anima e il cuore,
MADONNA LIA.
Non v'ha dunque timore,
non insidia nel prato?
ARCADELTE.
Godiam, godiam la vita
cui giovinezza incita:
scintilla arrubinato
già il vermiglio liquore
nel calice incantato
e ciascuno v'attinge.
Or tace umile il vento
tra le rame d'argento
della vostra foresta,
e dolce è il folleggiare.
Ingrata ne sospinge
l'età che non s'arresta:
oh gioconda la testa
vostra s'innalzi e rida!
La notte non è infida
poi che è tempo d'amare.
MADONNA LIA _(scesa ai giardini)_.
Ecco, scendo al tuo canto,
o mio biondo poeta:
la tua cura secreta,
dimmi, ti sforza al pianto?
UNA VOCE.
Bada, Arcadelte, bada:
è questa la malia.
ARCADELTE.
A voi, Madonna Lia,
l'anima mia e la spada.
MADONNA LIA.
O mio biondo Signore
oltre all'occhio lucente
della Donna ridente,
sai tu leggere in cuore?
UNA VOCE.
Arcadelte, non fare:
È l'inganno, è l'inganno.
ARCADELTE.
L'iridi, che mi stanno
più che dentro a un altare
gelose e consacrate
nel profondo del cuore,
non conoscon l'inganno.
MADONNA LIA.
E il singulto d'amore
e li spasimi estremi
tu li credi e non temi?
ARCADELTE.
Non ci affanni il dolore
della scienza terrena:
presto volgono l'ore
che guidano la pena
che il futuro rimena.
Non pensate al domani;
non resiston l'arcani
della Sorte alli amanti.
Nei giardin' delle Fate
viaggiam fermi e sicuri.
Oh ve' laggiù l'acanto
protende i rami oscuri:
e nulla v'impauri
perch'io vi guardo e v'amo.
Ma il bacio sovra umano,
voi mi concederete?
CORO DI GARZONI _(uscendo dal bosco cantando)_.
O belle, udite, udite
il dolce incantamento.
CORO DI FANCIULLE _(uscendogli incontro cantando)_.
Amor fa il suo lamento
nelle valli romite.
IL PAZZO _(esce cantando e ballando)_.
La gioconda brigata
che s'apparecchia a festa
è giovine e sbrigliata
ma non ha sale in testa.
Un Pazzo la molesta
coi cachinni e i sonagli:
non è notte di Maggio?
ARCADELTE _(sotto li acanti lontano)_.
Quai voci tra le rame,
qual rumor sulle rive?
MADONNA LIA _(lontano passeggiando con lui)_.
Son le danze giulive
dei Paggi e delle Dame.
CORO DI GARZONI.
Vogliam ballare a tondo
a torno al Gonfalone:
nulla di più giocondo.
S'inchina il bel garzone
secondo la canzone,
e se vuol la ragazza,
la bacia e si sollazza,
come chi guida impone.
CORO DI FANCIULLE.
Chi condurrà la danza?
CORO DI GARZONI.
La più bella.
CORO DI FANCIULLE.
Il più saggio.
CORO DI GARZONI.
Colui che irride al Maggio
non n'abbia mai speranza.
ARCADELTE.
Volete più lontano?
Questo suono m'irrita.
Ecco, laggiù c'invita
fiorito il melagrano.
UNA VOCE.
L'arbore è avvelenato.
UN GARZONE.
Io so la sirventese
più bella e più cortese
CORO DI GARZONI.
Scendiam dunque sul prato.
MADONNA LIA.
Volgiam, poeta biondo,
a quel cupo viale;
là ci attende giocondo
il talamo ospitale:
stanno i fiori d'opale
ad occhieggiar intorno
ed il gilio più adorno
come un braciere esale.
ARCADELTE.
Non si tema la luna
di questa notte arcana.
IL PAZZO.
Oh mirabil fortuna
alla avventura strana!
MADONNA LIA.
Tra le rame d'argento
delli ampii miei giardini
ben migliore concento
s'udrà; le piante inchini,
ornate di rubini,
fanno al dolce poeta,
poi che l'ombra discreta
ci spinge al molle letto.
ARCADELTE.
Andiam dunque all'incanto.
CORO DI GARZONI.
S'intoni la ballata
più soave a più grata.
UN GARZONE.
Ascoltate il mio canto
IL PAZZO.
Perchè, bruna madonna
voi mi piegate l'erbe?
Sollevate la gonna
colle mani superbe.
La natura non serbe
a voi grazie e splendori?
Non calpestate i fiori,
o contessa gentile.
ARCADELTE.
Scuoti i sonagli e ridi:
tu sei pazzo e buffone.
IL PAZZO.
Ecco il saggio Barone.
CORO DI GARZONI.
Vogliam che il pazzo guidi
l'antistrofe e i cori.
IL PAZZO.
Ben la so, la romanza
di pulita creanza
che ci diletti e incuori.
IL PAZZO _(cantando e suonando)_.
Il vento addormenta la luna sull'acque,
la luna che è pallida al par d'una morte:
così tra le braccia di lei già mi piacque
sfidare al destino, combatter la sorte.
Cavalca alle rive la pia carovana,
galoppa tra l'alberi al suo ministero:
la spinge la Morte, che guida l'alfana:
tre penne le ondeggiano al chiuso cimiero.
L'alfana nitrisce feroce e bizzarra
e tiene a gualdrappa la lunga zimarra,
zimarra sciupata di un bel cavaliere
ucciso dal vino e dal lungo piacere.
E seguono li altri sui neri cavalli,
e van per le piane, per monti e per valli,
e i morti riguardano, appesi alla groppa
coi teschi senz'occhi. La Morte galoppa.
La pia carovana continua il sentiero
che il tragico cielo le inlivida e imbianca;
le recita il vento l'usate preghiere,
galoppa la Morte che mai non si stanca!
Leggiadre fanciulle ch'amate la danza,
venite a vedere di voi che si avanza!
CORO DI FANCIULLE.
Per certo non è questa
la canzone d'amore.
CORO DI GARZONI.
Ben altri vuole il cuore
inni lieti di festa.
IL PAZZO.
Or altri dica meglio:
io son pazzo e buffone.
CORO DI GARZONI.
S'intoni a paragone
da ciascuno al suo meglio.
CORO DI FANCIULLE.
Canteremo a battuta
l'un dopo l'altre ardite:
saran l'ode fiorite
da che l'ingegno aiuta.
CORO DI GARZONI.
Tocchiam la cenamella:
cantiam, dunque, cantiamo:
canti la bella al damo!
CORO DI FANCIULLE.
Canti il damo alla bella!
IL PAZZO.
Cantate: le cicale
cantan pure e le rane
accidiose. Il domane
guida la Morte e assale.
CORO DI FANCIULLE.
Amare è dolce cosa.
CORO DI GARZONI.
È dolce cosa amare.
CORO DI FANCIULLE.
Ama anch'Aurora il Mare.
CORO DI GARZONI.
E al vespro con lui posa.
CORO DI FANCIULLE.
Aman l'arbore e l'erba
e l'insetto vagante.
CORO DI GARZONI.
La stella fiammeggiante
e la luna superba.
CORO DI FANCIULLE.
Amore è l'universo!
CORO DI GARZONI.
Universo è l'amore!
CORO DI FANCIULLE.
Egli è il mitico Fiore,
egli è l'Astro più terso:
e in lui fisa e converso
spiran l'anima e il cuore.
ARCADELTE _(venuto ai cori)_.
Egli è il Dio faretrato
e per l'etra sonante
fere il quadrello alato.
Piega il percosso amante
ridendo nel sembiante:
e saluta al bel Sire
poi chè sente salire
l'Ebrietà del bacio.
CORO DI FANCIULLE.
Amor, dentro ai secreti
boschi, tende e vi agguata
i lacciuoli e le reti.
Ecco, passa spiata
la fanciulla e vien presa.
CORO DI GARZONI.
Vien presa ed il garzone
ratto corre a baciare:
la gentile prigione
non rifiuta le care
labra ai baci, s'è presa.
IL PAZZO.
E amor, fanciulle, occhieggia
malizioso nel folto:
ivi gode e dileggia.
La captiva il bel volto
rubicondo ha rivolto
amante all'amatore....
e prende il cacciatore:
nè la favola è nuova.
Amor, fanciulle, è strano
artefice d'inganno;
amor è disumano
e governa a tiranno.
Questi lai che si fanno
quando sbocciano i fiori
taccion presto ai rigori.
E ben sa chi ben prova.
Amor cavalca avanti
sopra il bianco destriere:
lui precedon tra i canti
Desiderio e Piacere
per il dolce sentiere.
Ma il Piacer ha la coppa
ch'attossica la bocca,
e l'inganno rinnova
È la coppa d'argento
eletto e d'oro fino,
ma un negro incantamento
serra. Così un divino
farmaco Calandrino
credè il fior dell'ortica.
Tal la vicenda intrica,
se pur eterna, nuova.
CORO DI GARZONI.
Sei ben cupo, o buffone.
CORO DI FANCIULLE.
Non vogliamci attristare.
CORO DI GARZONI.
Su, più lieto danzare
e più lieta canzone.
CORO DI FANCIULLE.
Cantiam d'amor, cantiamo.
CORO DI GARZONI.
Belle, cantiam d'amore.
CORO DI FANCIULLE.
Vanno le pecchie al fiore.
CORO DI GARZONI.
E le fanciulle al damo.
CORO DI FANCIULLE.
Si, ma se il damo è saggio.
IL PAZZO.
Mal s'accorda sapienza
con questa folle ardenza
che vi comanda a Maggio.
CORO DI GARZONI.
Sotto ai miti splendori
delle notti serene
sorgono le Sirene
ad intonare i cori.
CORO DI FANCIULLE.
Dentro al calmo giardino
che la rugiada bagna
la vivuola si lagna
e trilla il ribechino.
I DUE CORI.
Scendiam, scendiam al fiume:
colà molli giacigli
ci fan le rose e i gigli:
ivi è propizio il Nume.
IL PAZZO.
È ver, ma nella rosa
si nasconde la spina
e la dama amorosa
ne piange alla mattina.
I DUE CORI.
Scendiam al dolce lido
ove declina il sole.
IL PAZZO.
Sciocchi, Amor troppo vuole,
e cuor di donna è infido.
CORO DI GARZONI.
O belle, udite, udite
voci ch'urgono al vento.
CORO DI FANCIULLE.
È del fiume il lamento
per le valli romite.
CORO DI GARZONI.
Oh ve' laggiù, sen' viene
una gioconda armata.
CORO DI FANCIULLE.
Le navi in sull'aurata
poppa adergon verbene.
I DUE CORI.
E salgono giulive
canzoni e il ribechino
trilla come a festino
sulle fluviali rive.
CORO DI FANCIULLE.
Venite a noi, nocchieri!
Qui siede in signoria
Madonna nostra Lia.
Grate dentro a' verzieri
son le veglie a' nocchieri.
I NOCCHIERI _(dal fiume sulle galee)_.
Voga al gentil paese:
amiche voci udiamo.
Chi non ha il petto gramo
batta forte l'arnese.
NAUTIFILE _(cantando dal fiume sulla galea)_.
Voghiam, che lunga ancora
ne sospinge la strada.
Domani all'aurora
ben migliore contrada
n'aspetta: e nella rada,
dai Sogni desiata,
ove trionfa Aprile
nella gloria dei fiori,
e in cui la fera umile
si piega ai dolci amori,
inalzeremo i cuori.
Oh più larga e più grata
la canzon pel vermiglio
vespero si diffonde
dove nullo è il periglio
e le Dame gioconde!
Or su, per le quiet'onde
alla patria sognata!
CORO DI GARZONI.
Mal ragiona la mente
che si affida al domani.
CORO DI FANCIULLE.
Sciocco è colui che strani
amor persegue ardente.
IL PAZZO.
E quando troverai
la cosa che vorresti?
I Desii son ben presti,
ma il Poter tarda assai.
NAUTIFILE.
Ancora e sempre avanti!
Lontan per l'incantato
fiume invita col canto
il Cigno innamorato:
ecco, ardito e stellato
il Paön si protende:
e poi che già vicina
egli scorge l'armata
la saluta e l'inchina.
Così dall'imperlata
scalea discende e grata
la Dea ci invita e attende.
O preziosi palazzi
che materia il Pensiere
d'agate e di topazzi:
o fonte del Piacere,
ove ciascuno a bere
le labra avide tende!
O beltà che l'artista
Desiderio ridente,
invitante alla vista,
e nuda e compiacente,
e tutta nostra e ardente,
ne plasma entro le tende!
E blandizie ed amori
sulle porpore aurate,
e carezze tra i fiori
delle selve fatate!
Or su, avanti e sperate:
già la luna discende.
IL PAZZO.
È Morgana, è Morgana!
I NOCCHIERI.
È la nostra Signora:
colei che c'innamora
colla bellezza strana.
IL PAZZO.
Io spesso vidi audace
volitare l'insetto
innocente e snelletto
intorno ad una face.
NAUTIFILE.
Udite, per le brume
vengon suoni di lire.
Non s'allenti l'ardire:
alla foce del fiume!
I NOCCHIERI.
Forse ci chiami, o Dea?
Già fremon le verbene.
O soave dolcezza!
CORO DI FANCIULLE.
Ai naviganti a dio!
IL PAZZO.
Doman lungi pel mare;
vogheran le triremi.
Odo sospiri estremi
e bestemie suonare.
Pregate or qui: le amare
acque non dan rifugio,
non ceri e non altare.
Ai naviganti a dio!
I NOCCHIERI.
Voghiam, voghiamo ancora:
così vuole il destino.
CORO DI GARZONI.
O tace il ribechino?
Danziam fino all'aurora.
CORO DI FANCIULLE.
Sospiran le vivuole
nella notte serena:
Arcadelte rimena
la danza sulle ajuole.
UNA VOCE.
Arcadelte, non fare:
non conosci la gioia:
si usan le strofe care
pria che la notte muoja.
ARCADELTE.
Il satirello guata
tre ninfe nude al rio
intorno: or mai l'amata
tutta vagheggia: o grata
vista! Va il mormorio
dell'acque e par sospiro.
CORO DI FANCIULLE.
Se il ruscello sospira
sospira in verso al mare.
CORO DI GARZONI.
E se l'amor delira,
è per fame d'amare.
ARCADELTE.
E il satirel s'asconde
timido e titubante:
o belle membra all'onde
donate, o chiome bionde
capricciose al sembiante!
E il satirel sospira.
MADONNA LIA.
Arcadelte, a che i baci
tralasciar per il canto?
IL PAZZO.
Madonna le procaci
arti sa dell'incanto.
MADONNA LIA.
O Signor, quando Amore
spira egli solo regna.
ARCADELTE.
Certo, ma non disdegna
nè la lira nè il fiore....
IL PAZZO.
A che tornar tra i rivi?...
I DUE CORI.
Le nude ninfe stanno
bagnandosi nei rivi:
ed accrescon l'affanno
al rustico amatore.
MADONNA LIA.
Andiam: dai pergolati
pendon le poma d'oro,
andiam dall'ingemmati
alberi in bel lavoro
pendono molli imprese.
E sul vago paese
la fontana s'aderge
dell'Oblio ed asperge
felicità d'intorno.
Qui poserem, Signore,
nel beato Soggiorno.
CORO DI GARZONI.
Or che avvien per il cielo
che la luna discende?
CORO DI FANCIULLE.
Ohimè! l'azzurro velo
già si svolge e s'accende.
UNA VOCE.
Così passano l'ore.
I DUE CORI.
Ed al fremer novello
della luce ritorna
alla sveglia l'uccello
assueto al dì e s'adorna.
IL PAZZO.
Tal vale all'uom Prudenza;
la notte posa e dorme.
CORO DI GARZONI.
Ve', all'occidente torme
vaghe fuggono: urgenza
nuova spinge le cose.
CORO DI FANCIULLE.
Ve' intorno, son le rose
più rosse: ahimè! già il gelo
ci conquista le membra....
ARCADELTE.
O Madonna, non sembra
or che s'imbianchi il cielo?
CORO DI GARZONI.
Perchè le membra immote
si rifiutano al passo
e il corpo è freddo e lasso?
CORO DI FANCIULLE.
Oh perchè cupe e vuote
noi sentiamo l'occhiaje?
I DUE CORI.
O tormento, o sciagura!
IL PAZZO.
È la Morte sicura
dopo il ballo e le baje.
ARCADELTE.
O Signora, già il labro
ricusa il riso e i baci,
già inlivida il cinabro,
e tremante tu taci.
Dove le belle e audaci
cortesie? Oh secreti
limiti al cuor e inquieti
desiderii oltre al Fine!
IL PAZZO.
Odo voci divine
giunger a me pel vento....
io tutto aspetto e sento
pulsar forte la vita.
UNA VOCE.
In alto! Redimita
di Peana e di Gloria,
già spazia la Vittoria.
CORO DI GARZONI.
Voci dal cielo udiamo?
E per dove il richiamo?
Al festino, alla danza?
IL PAZZO.
La Morte non avanza
membra ai giuochi ed ai suoni.
UNA VOCE.
Lampi per l'etra e tuoni.
UN'ALTRA VOCE.
Qui non regge speranza.
LE VOCI DELL'ARIA.
Araldi usciam dal tempio
del ciel colla rugiada,
colori urgendo e esempio
di luce in sulla strada
che Titania percorre.
Il tempo alacre corre,
seguendo i Precursori,
fermo e senza timori.
I DUE CORI.
È la morte, è la fine!
IL PAZZO.
È il risveglio sublime!