semplicemente del banale empirismo, e viene a giudicarlo dal suo fatto
_pubblico di letteratura_, e lo accorge arrestarsi a metà della sua
vita, può ripetere, errando come Benedetto Croce in sulla _Critica_
(Fascicolo VI del 1905) lo parole che il Guerrazzi dedicò a Tomaso
Grossi: «aveva ricevuto da natura una bottiglina di olio finissimo; e
presto l'ebbe tutto versato.» Ma a chi fu dato da Carlo Dossi l'onore e
la massima confidenza di saperlo intiero e schietto come un cristallo;
a me, cui si espose in ogni positura d'animo, confidò ogni segreto,
ogni piega più oscura, distese davanti tutte le pagine dalle composte
alle interrotte e sospese; a me, è pur anche concesso di dire, con
una sua frase che ribatte all'altra del critico hegeliano di Napoli;
«Nella mia vita di scrittore, tutti non hanno potuto non rilevare delle
interruzioni; queste non sono che apparenti. L'energia intellettuale,
in me, non fu mai sospesa, ma si trasformò solamente nei vari campi
pei quali passò, sotto l'invito delle circostanze, e dove sempre ha
lasciato una traccia letteraria.» Egli ha veduto con pupilla di artista
anche la menzognera diplomazia cui fece schiettezza e generosità, come
la polverosa e barocca archeologia, cui infuse di vita ed espose, a
simiglianza di una poetica, giovane ed in azione, nel paese classico
delli antiquati fegatosi e tabacconi, avari, ma rimpolpettati di
superbia e d'ignoranza. Però che _Minerva_ li nutre, li protegge, li
addotta; in fine, li crea Ministri della nostra miseranda pubblica
istruzione, in cui tenzonano la tirchieria e l'analfabetismo con bel
seguito di pellagra e di delinquenza esemplare, veramente italiana.
III.
GENIALE EBEFRENIA
Codesta precocità lo invasa ed instaura, senz'altro, a nostro
predecessore morale; codesto nuovo attributo, ch'egli assegnava al
_libro, libro-vita, libro-carità, libro-dolore_, per cui la carta
agisce per sè, si riproduce solidamente ricostruita di voce e di
volontà, battaglia, o schermo alle nostre soferenze, lo aveva reso,
senza che egli lo accorgesse, precursore di Mallarmé: «_Il Libro,
espansione totale delle lettere, è un tacito concerto morale; è la
persona stessa del poeta, se insiste sopra di un suo dolore, di una sua
gioja, di una sua malinconia, di un suo disinganno._»
Ora, chi discese da Mallarmé? Chi discende da Carlo Dossi? Noi; un
_Alberto Pisani_ ci aveva preannunciati, uscito da un Guido Etelredi
suo _avatar_ di _L'Altrieri_; si continuerebbe nell'Impenitente, che,
dopo _La Desinenza in A_, dedicherà alla _Geniale la confessione piena
ed intera di Amori_: Carlo Dossi, iperemico di genio, ipertrofico
di coltura, s'ammalava d'ideale e di belle lettere italiane. Egli
era in pubertà; pubesceva con lui la città che abitava, Milano;
adolesceva la Patria; era pur logico tutti patissero, senza avvisarli,
passaggi inquieti d'ebefrenia; l'epoca li richiedeva. Sia per la
collettività di un eletta di popolo, _romanticismo_, sia per l'elezione
di un individuo, _simbolismo_, le cellule prime, o l'aggregato di
cellule, rispondono a dei dolori vaghi ed innominati che li vanno
martoriando senza lasciarsi attutile e vincere, perchè ne nascondono,
misteriosamente, le ragioni. Sono i dolori innominati, non forti, ma
insistenti, non decisi, ma continui, che vanno perseguitandoci senza
localizzarsi, che formano, vagamente ma realmente, il nostro malessere,
_uncassines_ li chiama Locke i _senza causa_; ciò che ne accenna
l'_avvertenza morale di sofrire la vita_.
Epoca ibrida e dolorosa; vi si aspetta qualche grande avvenimento; il
giovanetto attende l'amore; l'estetica fa allora eccesso e non difetto;
vi si conoscono le ipertrofie sentimentali a profitto del culto del
bello; si pretende e ci si crede qualche cosa di più e di diverso
di quanto siamo; interviene il _bovarysmo_. Giornalmente, vengono a
ferirci, con temprati bisturi sapienti, la noja, l'umiliazione, il
dispetto, sensazioni morali male definite e peggio conosciute, che
si fondono nel _tædium_, non quello latino e stoico per cui Petronio
elegge la morte alla vita, ma quello di Leopardi, di Hartmann, di
Schopenhaurer, che, pur lamentando di vivere, non si lasciano morire.
Vi si cerca qualche cosa di più che l'ordine di natura non può, per
ora, concederci; ed intanto, la crescita normale accelera il suo
processo febrilmente. La crisi, nell'esistenza maschile, si riassume
una volta per sempre nello spazio di un lustro; qui convengono a
svampare i vapori periodici e catameniali che tormentano le feminilità
puberi, le involgono e le rivolgono, sempre che li patiscano, al
desiderio smodato, all'isterismo, all'amare l'amore, ed alla poesia:
in fine, pubertà. Se intercorre tra i quindici e i vent'anni; se non
ritarda con processo postumo — e ne diventa una malattia morale, che
può dare dei frutti d'arte saporosissimi, ma artificiali ed esigenti
di una passione un poco sadica; — se una buona costituzione mentale
rifiorisce, si incomincia armoniosamente la prima tappa per la
esperienza; si va alla conquista della coscienza delineatasi sul bene e
sul male; si risolve in versi; i più forti la deviano a profitto della
prosa.
In alcuni organismi privilegiati, e per ciò dolorosi d'esserlo, questo
stato di continuo malessere, questo _stato in divenire_, perdura;
li accompagna, fedele tormento e carnefice. — Pietro Verri nota, nel
_Discorso sull'indole del piacere e del dolore_, che tutti li uomini
che coltivano le scienze e le arti con buon successo, furono spinti
dalla infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che
hanno battuto: ed a loro, così, vien concesso, per tale esuberanza,
una valvola di sicurezza, per cui esce, in armonia ed in equilibrio, il
troppo pieno della loro commozione. — Arte, rifugio, arte, romitaggio
tranquillo, ma donde si espandono, donde non hanno più paura, nè di
sè, nè delli altri, nè delle cose del mondo: — arte, che li rispecchia
e perciò giudica li altri. L'arte li arma e li protegge, li avvalora;
dai termini ambigui, dai dolori innominati e dal malessere, costoro,
favoriti e cruciati insieme, si riverseranno _nel libro_; non nel libro
del giorno, ma nell'opera dell'epoca; questo, che non si disperde, nè
si dimette come un capellino alla moda, ma resta; ed è necessario che
lo conosca, a riflesso del tempo, l'uomo civile.
La letteratura universale se ne avvantaggiò, ne conta i capolavori,
siano _La Vita Nova_, o _La Vita di Alberto Pisani_ siano _L'Education
sentimentale_ di Flaubert, o _La Saison en Enfer_ di Rimbaud; precoce
e restio, pei secoli, ciascuno, come Rousseau, ama dettare _Les
Confessions_ di fatti accaduti, o di fatti sentiti e per ciò più
veri; e, l'uomo conservando il tono del proprio tempo, riesce oltre a
dire la semplice personalità dell'uomo di natura. Romanticismo, se il
tempo e le costituzioni saranno militari e reazionarie; simbolismo, se
l'assetto della nazione volgerà alle industrie, il tono dell'anima al
cinismo utilitario.
Lasciano il modo freddo e sereno del classico, in cui il ragionamento
si distende, in cui la _realtà_ ha un culto maggiore della _verità_,
e, per tutti, un valore uguale e circoscritto: su cui non si sente il
bisogno di ritornare alla ricerca delle essenze, dei nuclei costitutivi
le idee, le emozioni, le credenze, i fatti sociali; in cui l'uomo
saggio è calmo, riposa tra quattro spunti, o ruderi fondamentali di
cognizioni, e, sopra a queste quattro sicurezze imparate dai maestri,
si adagia, pago che rappresentino tutto il suo bagaglio scientifico e
religioso. — Romanticismo, simbolismo, l'inquietudine,
«che col dar volta al suo dolore scherma;»
il mare in tempesta; il vento che ulula e sradica; il lago che
schiumeggia crestato e livido; la foresta che si discapiglia; tutti
nervi esagitati; la nevrastenia alla porta della ragione; la confusione
tra i diritti, i doveri che non sono più e molti diritti che permangono
privilegi; il cervello che fermenta ed estua; la rivoluzione imminente
sulle piazze; provvidenziale e dolorosa, l'arte. È la secchia d'oro,
scolpita ed aggemminata, uscita da mani pie e squisite, che discende
e s'immerge al drenaggio dell'anima ripiena d'ogni liquore prezioso e
va svuotandola senza interruzione sulle pagine; le quali si coprono
di scrittura nera, ma cantano i sogni biondi e rosei andati a male,
l'ostilità del tempo inclemente, i desiderii senza soddisfazione:
liquore, che è il frutto della cooperazione di natura se, dalla
mente, imbriglia l'ebefrenia e rappresenta il sopra più dell'ideale.
— Crepuscolo, ora _dei nervi_. «Il giorno fondesi nella notte. È la
più stanca ora per tutti e la più insidiosa per quelli, in cui i nervi
tiranneggiano i muscoli. Già l'uomo cede alla donna, la riflessione
alla spontaneità. Tutti quei sentimenti, sepolti lo stolto giorno in un
tenore di vita odiata e nel sospettoso contatto coi nostri _così-detti
fratelli_, risorgono; ciò che vi ha in noi di gentile parla. Nè le
carezze di quest'ora tristissima son sconosciute ad alcuno, perchè
tutti hanno in sè qualche cosa di buono, e ne hanno, perchè a nessuno
è negato di amare»[10].
Crepuscolare in fatti, coll'_Alberto Pisani_, Carlo Dossi si dichiara e
si intorbida insieme; ed è tuttora un grande mistero fisiologico, direi
quasi mostruoso, il vederlo in una vita più chiusa dalla comunemente
esercitata da tutti, quindi senza un vasto campo d'osservazione
a portata delle sue esperienze, indovinare gesti e fatti della
vita altrui nelle più intime esercitazioni, farsene il critico e
l'humorista. Suol dire per ciò: «[11]Ho cominciato a pensare a cinque
anni, — a scrivere a sette — a sedici anni stampava. Ho sofferto
una specie di purgatorio matrimoniale dai ventinove ai trentasei,
a trentasette ero già entrato in vecchiaja, con disturbi visivi,
essicamento di pelle, ateroma. La sola facoltà genetica mi si risvegliò
tardi poichè non conobbi donna che ai ventisette anni»; e la conobbe
allora dal lato pessimo se gli ha fatto produrre _La Desinenza in A_.
Onde, chi fu precocemente appassionato del sentimento d'amore per
riflesso di letteratura e per schiva funzionalità biologica — che del
resto lo difende e lo copre dalla repulsa feminile — sente tardi il
senso genetico. Si prolunga per lui questo suo stato speciale, come
lo accolse anticipato, fattore delle sue migliori rappresentazioni
estetiche; non viene assolto in tre anni, come normalmente impiega a
nascere, svilupparsi, determinarsi in virilità; ma perdura tre lustri,
irretizzandogli le cerebrazioni in modo acuto, donandogli, in oltre,
le facoltà necessarie di costanza, coraggio e volontà per te quali ha
sentito il bisogno di essere originale e similmente sincero.
Egli soferse e gioì quella età[12] «che in alcuno confondasi colla
infantile», ed io aggiungo, in Carlo Dossi, colla maturità — «in cui
l'anima anelante di congiungersi ad altra e non trovando chi incontro
le venga, dona parte di sè perfino ad oggetti della natura organica;
i quali sotto il suo soffio si fanno quasi sensibili: non potendo
raddoppiarsi si divide».
Ed ecco, che i maschi, per eccesso di virilità non ancora razionalmente
impiegata, si feminizzano; ed ecco, che, sorpreso Apollo da Dionyso,
Cristo predica e Leonardo da Vinci vede errare, e ritrae, quel sorriso
unico ed ineffabile sulle labra adolescenti di San Giovanni — Bacco,
di Gioconda — Melusina; e tutte le parole proferite hanno un senso
oscuro e conturbato che ricercano luce e speranza. Turgido di linfe,
che fremitano nell'impeto seminale e ribollono, l'adolescente, nascosto
e pur offerto alla pubblicità della letteratura, si appresta, colle
grazie pudiche, spavalde, originali, corrotte, ciniche, in una sincera
confusione che lo fa amare.
Egli coltiva la sua crisi; è la sua malattia e la sua gioja, gode della
sua innocente perversità come una fanciulla, al primo apparire di sua
luna rossa: avete letto _Claudine à l'école_ di Villy? — Parlando
di sè, Carlo Dossi attesta il buon lievito di una sua _cattiveria
e mattia_. Ed allora si amano, tra le malinconie, le rumorosità
dei giuochi strani e crudeli. Avvisano, quelle vergini di difficili
mesi, nella incipienza delle virtù generative, anche le altre della
distruzione: Shiwa ne è il mito nella trimurti. L'ebefrenismo si
balocca sulli scrupoli religiosi ed il sadismo morale. L'organo è
in floglosi e sitisce; la perversità gli porta requie e torna ad
abruciarlo insieme: cupidigie d'amplessi, pazzie di amori angelici;
sboccia la donna che sa concepire. Ad assaporare questo frutto, che
palpita ed aspetta, ecco, un Don Juan di metafisica. Un distruttore
di metafisiche. Carlo Dossi, è qui invece il paziente: egli sa che i
due eccessi non si completano, ma si esasperano; sa che _Le lettere di
amore di una Monaca Portoghese_ equivalgono a _Faublas_, che Imperia
è classicamente sana ed equilibrata, e che le ascetiche si appajano
alle ammalate di ninfomania. Indovina le femine e le persegue; sembra
del medesimo sesso: un medico illustre, infatti, discorrendo della
costituzione fisica di Carlo Dossi, scherzando, amò sostenere, che,
fattone il più tardi possibile la necroscopia, si sarebbe trovato,
localizzato dentro di lui, un embrione di femina in arresto di
sviluppo: e Primo Levi, che ha pur vissuto i suoi anni giovanili
coll'autore di _Alberto Pisani_, non solo lo crede, ma lo torna a
scrivere persuaso dall'opera letteraria dell'amico.
Chi poteva essere, adunque, la creatura ambigua, che dall'aspetto si
definisce male? Malinconia; è chi va cercando e patisce un difetto per
un eccesso[13]. «Or che c'entrava mai; tomo senza compagno, tomo _de
subtilitate_, tra quei tomi di amori appajati?» Cerca, e, se non trova,
imagina e plasma a sua imagine; e si confida alla carta, al mezzo più
semplice e più sicuro; e sa che egli non si tradisce; ma alcuno saprà
rievocare la voce viva, il suo canto, come, seguendo le note nere, la
mano del musicista sprigiona dalla cassa armonica, quando ne prema i
tasti, un mondo nuovo d'armonie.
Certo, dall'altra parte, rispondono: il libro non è inerte mai; al tomo
_de subtilitate_ corrisponde l'anima lontana, ignota che si affaccia,
tra i fumi e le nubi e diventa _La Geniale_. «_A lei che verrà_» dedica
un esemplare della _Vita di Alberto Pisani_ il 30 novembre 1870: ed
il 23 settembre 1883 «... _e non venne ancora_» ed il 15 maggio 1889
«_ne è ancor venuta_» ed il 16 luglio 1891 «.... _e forse non verrà
più_» ed il 1 dicembre 1893 «_A lei finalmente apparsa!_» Non per
altra ragione, Alberto Pisani aveva scritto, nella casina del Mago,
davanti alla finestra spalancata sopra la prospettiva del cimitero
intimo e breve, _Le due morali_: egli le aveva destinate in mente ed
in cuore, a quella sola Donna Claudia Salis, per cui sofriva; tutti
li altri che potevano per avventura, leggerle non gli importavano.
Era a codesta innocente Salomè di gioconda prestanza lombarda, ch'egli
offriva, sopra il piatto cesellato e d'oro della sua sottile eloquenza,
il viscere rosso e sanguinoso ancora palpitante che l'arte sua aveva
saputo svellergli dal petto senza farlo morire, ed inchinava, in
omaggio per l'amore ed il mistero, come Sordello il cuor dell'Eroe
pel coraggio e la gloria, a quella desiderata _sua già mai_. — Libro;
invito: è il gorgheggio del rossignolo inconscio e necessario; è il
doveroso nitrito del polledro a primavera. «Come il giovane che, per
pura esuberanza di vita, si avventura senza contar quanto ha e che può,
in qualsiasi impresa o viaggio, compreso il più rischioso di tutto,
il matrimoniale; le prime volte entusiasticamente scriviamo, non per
pompa di arte, non per mire di gloria, ma solo perchè non potremmo non
scrivere. La gola dell'usignuolo si è empiuta di note e deve cantare:
Venere intellettuale s'è eretta e vuole uno sfogo. È l'epoca, questa,
dei lavori sinceri, dei libri fusi e squillanti come campane, non dei
connessi a mosaico e muti quali parete di carcere[14]».
È allora che Carlo Dossi rinfrange la propria anima nel prisma
dell'arte sua e proietta sullo schermo delle pagine bianche le semplici
diversità dei proprii sentimenti, ciascun de' quali si impersona in
un eroe, come ciascuna astrazione dell'iride si individualizza in
un _colore unito_ e categorico. Eccolo tramutato ne' suoi giovanotti
pudichi ed irresoluti; si rivede in costoro, che aspirano dalla pelle
e si riempiono di germinazione; sente le seduzioni che li turbano, che
si riversano tumide, incomplete coi loro gesti seminudi ed interrotti
di donna, col loro fruscio di vesti sganciate e cadenti, o di veli
che affrettatamente ricoprono, coi bagliori di un seno intravvisto,
collo schiocchio di un bacio improvviso, il succio del bacio reso,
livida orma impressa. Li spiriti si liberano, si fondono; la creatura
sopporta il suo doppio destino; l'erma quadrifronte del quadrivio
riassume, nel passaggio delle età, dalla culla alla tomba; non variano
che i lenocinii, i fronzoli di parata, le vesti decorative; _Ciascuno è
Tutti_, nudo; dall'imperatore di genio alla lacera canaglia miserabile.
Carlo Dossi continua la pubertà per lunghi anni operosi di letteratura;
vi funziona in questo stato che richiede l'estetica del simbolismo,
perchè appaja concreto, a sua imagine e somiglianza, il _suo fatto_
d'arte. «La malinconia[15] lo aveva preso per mano e lo aveva condotto
ad almanaccare, scoprendogli, una strana regione di spiriti che egli
non aveva prima sospettato, un regno, se non di difficile entrata,
d'impossibile uscita. — E ciò aveva scosso fortemente i suoi nervi,
— sotto al chiarore del fantastico mondo, le cose del materiale
gli si colorirono al doppio». Egli s'illumina interiormente; _Les
illuminations interieures_ avrebbero trovato, poco dopo, i simbolisti
francesi; l'equivalenza si determina. Donde venivano: _Gìa_ imbrunata
di morte e pargoleggiante, col sorriso pallido e pur lieto; e _Donna
Claudia Salis_, che si sostituisce alla Provvidenza e conduce al
suicidio, dopo d'esser riuccisa, d'Alberto; e la _Cassierina_, che
sciupata dalla golosità di un libertino, non si affretta ad evadere
e va consumandosi; e _Donna Ines_, spagnolesca, cerea, ardente in
cuore, che odia la luna piena ed odia e ama il fratello, apparsole
già come un Arcangelo di fuoco e di maledetta soavità? Donde le figure
feminili, circonfuse di un'aura strana, che non si possono definire,
perchè sfuggono alla assidua nostra attenzione, trepide, in movimento,
rapide a scomporsi ed a ricomporsi in ogni istante la fisionomia, ad
illuderci, ad apparirci svelate e ricoperte di nuvole, di garze opache,
lune rincorse e seguite dai cirri di una notte estiva, sotto cui
scompaiono ed, avvolte, inargentano e sfrangiano di porpore sbiadite
e di ori vecchi smunti? — I critici del tempo parlarono di Sterne, di
Thakeray, di Gian Paolo Richter; è a me lecito di aggiungervi George
Meredith: la morte apre le postierle alla pubblicità, come un bel
delitto: — la morte, soleva dire Meredith, io non l'ho mai paventata ed
è l'altra fronte della stessa porta. — E voglio ricordarvi le creature
del suo spirito che guarda altrove — _my mind looks elsewhere_ — amate,
dopo trent'anni che già nacquero, dai giovani della letteratura di
Francia come loro creature (curioso motivo di similitudine con Carlo
Dossi): — e quelle vengono dalla _Istoria di Cloe_, ed altre da _Diana
dei Crossways_.
Nel coro s'intona _Forestina_: dalle selve vergini della sua novissima
patria di castigo e d'immeritata relegazione, dal crepuscolo di una
civiltà primordiale e sovvenuta, nelli sforzi dell'amore, della fede,
ella si porge a _Mario_, il regressivo violento, gli dona amore,
soavità, purezza ingenua ed incosciente, lo nobilita e lo riammette
nelli uffici e nella utilità del consorzio umano: _Forestina_, nome
fragrante di eriche e di timi silvestri; nome, anche, di crestaina
milanese, sbocciata al fomento de' romanzi di Tarchetti e di Tronconi,
per la polvere dei balli dei _Filobaccanti_, di cui, corega e maestro
di casa eroico, si istituiva Bizzoni; _Forestina_, ripresa e sciupata
dalla penna or mai stanca di Cletto Arrighi, se ne descrive li _Amori_;
quella che parve, immeritamente, a Settembrini sorella spuria di
Esmeralda, quando giudica victorhughiana _La Colonia felice_; come
altri, per troppa presunzione, la rimettono, ed errano, pedissequa al
romanticismo dei _Masnadieri_ di Schiller.
Ed anche ritornino dai _Cieli_, che imparadisano li _Amori_, le
imagini, le statuine, i ritratti; e _Ricciarda_ giovanetta dipinta
e conservata immune dall'oltraggio de' secoli in pinacoteca; ed il
bell'albero snello e schietto dalle foglie cangianti nel seguirsi
delle stagioni, la _Tillia_; ed _Elvira_, alla cui morte pianse
_lagrime innamorate_: e dalla _Terra_ risorgano, per baci oscuri
ma saporitissimi, _Ester_ e _Lisa_ ed _Adele_, la fraterna amica
dell'amico ed _Antonietta_, intossicata d'amore: e, dal libro suo
ancora, una diletta creata da lui, come per ideale incesto angelico,
_Gìa_. Queste non suscitano nessun richiamo, nessun esempio nel cielo
delle lettere nostre. Foscolo le aveva appena intravedute nella sua
traduzione del _Viaggio sentimentale_ e nel _Gazzettino del Bel Mondo_;
Tarchetti le sorprese, in parte ma come Ninfe astute e maliziose
s'erano rimbucate tra le frasche, nascoste, vivide e capziose nelle
profondità di un panteismo illuminato da un raggio fantastico e
cristiano; Manzoni le aveva ignorate; Victor Hugo rese enormi sino al
grottesco. Queste del Dossi erano fuori ed oltre il classicismo ed il
romanticismo. Poco prima, Aloysius Bertrand le aveva indicate dalle
sue _Fantaisies de Gaspard de la Nuit_; meglio Baudelaire ne' _Paradis
artificiels_; più lontano, Stendhal, allora sconosciuto ai più, fattosi
Docteur Sansfin, gibboso e sperimentalista _sulla natura viva_, le
aveva vedute balenare interrottamente. Sicuramente, l'ultimo aveva
sorpassato la consuetudine e non aveva perduto il merito di continuare
Rovani, come questo aveva continuato Manzoni; ma in modo diverso, _nel
suo modo_.
Per intanto, oggi, auspicati, gli porgo davanti, a parallelo, un _Poil
de Carotte_, un _Livre de Monelle_, le _Moralités Legendaires_: Jules
Renard, Marcel Schwob, Jules Laforgue, dovrebbero essere, ignorandolo,
scolari del Dossi. La ragione rimane nello stesso momento morale:
«Come[16] se non bastasse una vita astiosamente calma, or si trovava
essicato quel sentimento che, a volte, a minuti, gliela faceva parere
tal quale ei avrebbe voluto, senza pensare, che, spento il mezzo
creatore d'ogni illusione, era pur spento quella per non ne sentir la
mancanza». — Così, a dispetto della vita, che gli si rifiuta, viene la
letteratura grande e pessima virtù d'ogni amarezza; non per questo,
conoscendola, rinuncia, elegge il suo piacere doloroso e terribile,
come l'ammalato d'amore torna ad amare per morirne; come l'intossicato
dall'oppio e di morfina non dimette quei veleni della gioia amara
che lo imparadisano e lo consumano. Che altro doveva fare il giovane
Alberto se non scrivere sè stesso, sognare:
«_Des casques, des rouets, des livres, des épées,_
_Des cierges, des bijoux, des billes, des poupées?_»
E la sua _Principessa di Pimpirimpara_, risponde a _Lohengrin fils de
Parsifal_, alla _Salomè_ del Laforgue.
Per lui tutto è storia, tutto è realtà; quel poco di _avvenimenti
veri_, che entrano nel suo racconto, basta ad innerbare la favola;
e li uni e l'altra diventano leggenda, cioè una verità personale
e passionale, per cui il valore massimo sta nell'averla sentita e
vissuta. E che di più? Sognando non ha creduto di vivere? E la vita
reale non equivale la visione del sogno? Sopra un'altra colonna del
suo Dosso, egli fece incidere, sotto un nome di donna a lui cara, ma
che non conobbe se non di udita: «_perchè nulla vi è di più vero del
sogno_».