Così, nel _Portico dell'Amicizia_, che, nel suo palazzo del

G. P. LUCINI

L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI,

SAGGIO DI CRITICA INTEGRALE

VARESE

A. NICOLA & C.

1911

L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI

SUONATA DA G. P. LUCINI

ALLA MEMORIA PROTEGGENTE DI LUIGI PERELLI

CHE INSISTE VIVA E FECONDA

E CHE MI RICOLLEGA IN AMICIZIA SOPRA

DUE SECOLI, ULTIMO, AL NOSTRO

CARLO DOSSI

DAL PALAZZO DI BREGLIA,

NEL TIEPIDO AUTUNNO LARIANO DEL 1909

SINTESI EPIGRAFICA

CARLO DOSSI;

È QUI COI SUOI AMICI,

CONTINUANDO ROVANI HA CONTINUATO MANZONI:

OPERÒ TALE RIVOLUZIONE NELLE LETTERE ITALIANE,

NELLA FORMA E NEL PENSIERO,

CHE LE HA INNERBATE PEI SECOLI;

MA NON PERMISE PER SÈ IMITATORI DOZZINALI:

DISCONOSCIUTO,

PROTENDE ALL'EPOCA, CHE GIÀ S'INALBA,

LA SUA VERA GLORIA CONFERMATA,

CHE I COETANEI, TROPPO SORDIDI E SORDI,

DISTRATTAMENTE, NON GLI CONCESSERO.

1849 — 1910

NOTIZIA PRELIMINARE

_Giorno d'oro per le lettere italiane, quando, nel 1873, a cura

di Luigi Perelli, in Milano, usciva il saggio di Giuseppe Rovani:

_La Mente di Alessandro Manzoni_: io ne invidio l'aurora lucente e

porporina e non presumo di emularla con _L'Ora topica di Carlo Dossi_.

Però, le stesse ragioni presiedono per l'una e l'altra; se Carlo Dossi

volle scrivere: «Rovani è il continuatore logico di Manzoni, come

il Dossi di Rovani»; egli ha pur detto rivolgendosi a me; «siamo due

campane fuse nello stesso metallo, ma di diversa capacità; diamo suoni

di ugual valore, ma di diversa nota.»_

_Vorrò io perciò vantarmene e non far parte all'amicizia del di più

che le deve in questo giudizio lusinghiero? Certo: ma oggi concorre

a me, come già fu per Rovani, l'obbligo di una stessa affermazione.

Ed in difetto di editori, i quali confidando in me e nella mia

anomala letteratura come ditta e prodotti commerciali, commerciabili

e reddituarii, mi fabricherebbero, allo spaccio, libretto garbato

e corrente mi sia dato esporre, da queste pagine per me non venali

e bandire, finalmente, il nome di Carlo Dossi, ai giovani della mia

generazione ed ai giovanissimi che mi incalzano, e mi chiedono parole

sempre più nuove con altre ed inedite audacie._

_Anche tu, o Alberto, oggi dolorosamente desiderato dai tuoi che

respirano nella tua memoria e nella tua fama, dalli amici che ti

ammirano, da me che ti piango come fratello, sembra mi conforti

ad esporre l'opera mia, cui, in parte, hai udito leggerti nelli

ultimi tuoi dì: e se turba un poco la tua modestia non condannare

la mia sincerità che non deve mai interrompersi. Che anzi, troverò

commentatori privilegiati di officiosità e di ignoranza che, me la

imputeranno a male come inezie di fisiologia, ciarle sconvenienti,

pettegolezzi indiscreti, sciorinate citazioni per lusso da note inedite

difficilmente controllabili. Hanno ed avranno torto, perchè mi affido

a quanto il nostro autore desidera si faccia in questo caso, come lo

apprendo dalla stessa sua parola: «A scoprire, a rifare il processo su

cui una mente, specie di scrittore, ha voluto produrre date opere; a

rintracciare l'origine del materiale da esso impiegato e trasformato,

a conoscere lo stato d'animo di chi pensava o eseguiva, giova più che

tutto l'esame di quelle intime carte, qualunque sia la sua forma,

nelle quali l'artista ha segnato il suo primo pensiero e consegnò

la memoria dei pensieri ultimi. Simili documenti i quali vanno dal

più laconico aforisma all'epistolario più diffuso, e possono anche

comprendere i conti di cassa e di cucina, sono tanto più preziosi,

inquantochè un artista, come ha raggiunto la designata altezza, si

affretta solitamente a cancellare le tracce della sua via, quasi a dare

ad intendere che ei vi volò, non vi si arrampicò»._

_E, quando allora mi imputeranno, in qualche passo, tono, aggressione,

polemica, siano tutti persuasi, che, col proclamare, ammirando, l'arte

ed il pensiero di Carlo Dossi, tento di difendere e volontieri me

stesso._

G. P. LUCINI

_Dosso Pisani, il XXVIII di Gennaio, CMXI._

I.

IL MOMENTO

La fortuna, che sorresse e si oppose insieme alle opere ed al nome di

Carlo Dossi, fu bizzarra, generosa e maligna nello stesso tempo. Mentre

ne ha protetto l'amore e l'ammirazione tra i migliori suoi coetanei e

lo ha riservato al culto de' giovani, non volle che la rinomea larga e

sparsa, con facilità e tornaconto si divulgasse tra il pubblico grosso,

quello che fa numero, sostiene il valore reale e crea, effimeramente,

le gloriole posticcie; ma senza di cui l'efficacia dell'azione, la

bellezza della letteratura, la verità dell'accusa e la giustizia della

rivendicazione non hanno nerbo, latitudine, determinata vittoria.

Il _clamor gentium_ evangelico contrasta, è vero, coll'_odi profanum

vulgus et arceo_ oraziano; ma l'opera d'arte, composta lungi dalla

frequenza e dall'intemperanza della folla, va pur rovesciata sopra

di lei; e questa, se non vuol disertare, cioè, privarsi di un piacere

tanto più intenso quanto più difficile, deve accoglierla e profittarne.

Non per questo Carlo Dossi vi si accostò; proprio e fondamentale

costume il suo di rimanerne schivo; e lo accompagnò, dai primi istanti

del suo produrre, costantemente, se Antonio Ghislanzoni, volendo

parlare della _Vita di Alberto Pisani_ incominciava: «Ne[1] è autore

Carlo Dossi, un giovane letterato, che pochi conoscono, per la semplice

e perentoria ragione ch'egli studia ogni via per tenersi nell'ombra;

uno scrittore di elettissimo ingegno che si affatica quanto sa e può,

onde apparire un dappoco.» Pochi dunque lo conoscevano; ma quali

pochi? Nelle ultime stagioni di sua vita, Manzoni lo aveva letto e

se ne era compiaciuto; Rovani, definitivamente, lo aveva preso per

mano e condotto fuori, con lui, all'aperto; Carducci, nelli anni

gagliardi, si arrestava insieme a conversare e a definire _La Colonia

felice_ «_la più ampia e vigorosa concezione di romanzo_.» Cesare

Lombroso, che seppe circoscrivere i confini della pazzia ed oltre

pose il genio, malattia gloriosa; che aperse nuove vie alle discipline

italiche e sottrasse al libero arbitrio biblico, che l'incatenava alla

bruttura del peccato originale, come ad una condanna di maledizione,

l'uomo, riducendolo a sè stesso, libero, responsabile finchè sano;

accoglie e favorisce la presentazione di Carlo Dossi per Alberto

Pisani, li riconosce _uno_ e li conserva nella sua _Grafologia_,

indice di genialità. De Amicis impara da lui a sapere i _Cento

anni_, che ignorava; mite, castigatissimo, ultra manzoniano, tutto

sentimentale, sino alla patologia delle lagrime inutili e facili, lo

pregia scrittore d'eccezione _grande_ e _La Desinenza in A un'opera

forte e virile_. Gigi Perelli, visitatore d'anime rare cuore plasmato

all'altruismo, la di cui vita è una serie di continui benefici per

coloro che ama, scopre e protende, lo sorregge con affetto più che

fraterno, paterno, lo difende e lo inalza, gli addomestica le prime

voci della pubblicità, gli va ricercando un pubblico. Paolo Gorini,

con Perelli e con Primo Levi, lo accoglie nella sua intimità; per

loro si dimentica a raccontare la sua _Autobiografia_, insempratore di

cadaveri metalizzati, Prometeo di vulcani, abolitore della putredine

umana col fuoco: e Cremona, al dir del Dossi, gli insegna, dipingendo,

come si debba scrivere e ne perpetua ed infutura la sua effigie.

— Paolo Mantegazza lo chiamò «_il Meissonier della letteratura,

tutto cuore e tutto spirito_». Cesare Correnti gli offerse la sua

squisitissima arguzia; lo ammette tra i più cari, da che Carlo Dossi

ama l'impossibile ed egli è un po' del suo parere «_avendo imparato

in sessant'anni di vita che al mondo non vi è altro di desiderabile

che l'impossibile_». — Crispi, il più grande uomo di Stato, che la

Rivoluzione abbia dato all'Italia e che la paurosa grettezza della

Monarchia e la tirchia meschinità del parlamentarismo piccolo-borghese

abbiano esautorato, lo volle con sè collaboratore. Ed altri ancora,

Grandi, Magni, Robecchi-Brichetti, il padre Tosti, Luca Beltrami,

_Polifilo_ di arguzie politiche, instauratore di un'altra e milanese

scuola di Leonardo, col raccoglierne i cimelii con riproporne le

carte, col rinnovarne i monumenti; il Ranzoni, pittore di rose,

di monache e di garibaldini; il Conconi, acquafortista di notturni

dossiani, descrittore della _Casa del Mago_, e fantastico di bizzarrie

pittoresche; il Troubetskoi, statuario magnifico di imperatori

barbari, zoofilo illustratore di vite e di forme animali, signorile

ritrattista di primavere ricche e feminili; — tutti questi il miglior

fiore dell'ingegno italico contemporaneo, anzi, della genialità, gli si

fecero vicini, donde egli rientrava nella lucida, preziosa e profumata

corona, su cui si adagia, lentamente, la cronaca, colla celebrità,

per produrne, ai maggiori, la gloria, nella storia. E bene; con tutto

questo, a Carlo Dossi mancò e mancherà la rinomea; ma è sicurezza

sua di sopravivere al fiato vagolo e capriccioso delle acclamazioni

troppo facili, poco spontanee, meno comprese e più vane. Egli non se ne

cura, non se ne curò, esercita operosamente la sentenza del saggissimo

antico: «_bene vixit qui bene latuit_:» ma a chi rimase nascosto?

— Mentre, di sulla _Cronaca Grigia_ Cletto Arrighi, scapigliato

irriducibile a trapassare dalla _Canaglia felice_ a _Nana a Milano_,

dal _Teatro Milanese_ al _Carro di Tespi_, si era accorto, primo, di

lui, lo aveva riposto sulli scudi, lo mostrava ovunque, battagliava

in suo onore; Primo Levi lo manifestava in sul bel principio,

schietto, limpido, tutto polpa sana, spoglio d'ogni convenzionalismo,

carattere intiero e specifico di letteratura in — _I libri di Carlo

Dossi, considerazioni biografico-sociali_, additandolo indice di una

mentalità moderna, eretta da ragioni politiche, nel tempo in cui si

rinnovava una nazione, si ritentava un carattere nuovo all'Italia, si

proponevano all'arte, alla filosofia ed alla pratica nuovi quesiti,

altre esperienze, al cittadino, deliberate libertà. — Mentre Eugenio

Camerini lasciava, per lui, la profonda, severa e serena dottrina,

dalla quale riuscivano nette e perspicue le sue prefazioni ai classici

e ripassava, con diversa e moderna intenzione, le vicende letterarie,

ottimo scolaro alle _Lezioni di Eloquenza_ di Ugo Foscolo; — l'acutezza

persuasa, preveggente e generosa di Felice Cameroni lo citava in

ogni sua _Appendice_, in sul _Sole_, _L'Italia del Popolo_, _La

Valtellina_, _Il Tempo_; ne cercava paragoni e paralleli, continuava

a ripeterne il nome e l'opera, sollecitandogli lettori, facendogli

credere ch'egli avesse un pubblico, illudendolo sulle riconosciute

sue virtù, — e chi dice lettori di Carlo Dossi, sottintende subito

amici od ammiratori. — Mentre Luigi Capuana, ne' suoi _Studii

sulla letteratura contemporanea_, con attenzione sagace gli dedica

molte pagine; lo raccomanda fra quelli verso cui Gautier inchinò la

preziosità di _Les Grottesques_, dove occuperebbe il primo posto;

lo rivede _fenomeno e caso letterario_, donde si rivelano qualità

di primo ordine, che, insistendo sul lettore, coll'energico effetto

della realtà, gli porgono un'acuta eccitazione interiore, escludendone

la volgarità, l'impotenza, l'anemia, l'aborto: — alcuni _Magazines_

inglesi lo nominano e se ne interessano. — Se, Pipitone Federico non lo

trascura nei _Saggi di letteratura contemporanea_, non lo confonde coi

settatori del _carnalismo_, per quanto lo giudichi un realista, non lo

impegola nella caterva nova, nata allora dalle lucidature mürgeriane,

dalle risciacquature di Gérard de Nerval, dal fondo di bottiglia

della gazzosa stecchettiana; ma lo fa vindice delli Antinoi-Menecmi

dell'arte, ingualdrappati dalle scorrevoli frasette de' beceri toscani;

humorista, lo pregia sopra a tutto, ruggente come un leone, o guerriero

gallo colla lancia imbevuta del succo dell'aloe acerbo, disturbatore

di pacifiche digestioni, rimprovero vivo ai bottegai scioperoni e

sfacciati della feconda vendita delle candele di sego, dello zucchero,

del pepe e delle loro abilità giornalistiche: — Ferdinando Fontana lo

tramanda nel _Dizionario dei poeti milanesi_ in ottima compagnia. Se

Eduard Rod lo contemplò, colla usata sua competenza, in _Romanciers

italiens_, apparsi su _La Nouvelle Révue_; lo spiegò letterato di

razza, nel senso più raffinato della parola, poliglotta, istitutore

a sè stesso della propria coltura letteraria, autore di libri di una

eccessiva sensibilità, di una ironia acuta, di contorcimenti di stile

e di pensiero, in cui il pessimismo prende il sopravento sopra la

sua fondamentale sentimentalità, e la misantropia cerca di vincere

invano la sua profonda carità umana: — a cura di Elena di Götzendorf,

un _Hausbuch_ tedesco ne stampava la biografia, il ritratto, le

traduzioni; Elena, amica conosciuta per lettera di lontano, non veduta

mai, promessa a fine tragica, compartecipe al suicidio dello sposo

amatissimo, intenta, forte e soave intelligenza feminile. — Meglio

avvisato Vittorio Pica lo riguarda in _All'Avanguardia_, comparandolo

alli autori che il simbolismo francese, allora, suscitava; a Villiers

de l'Isle-Adam, a Mallarmé, a Verlaine, all'Huysmans, alli altri, che

si compiacciono di un ideale d'arte ultra eccezionale ed aristocratica,

e si cercano, per lettori, un numero esiguo di delicatissimi, coi

quali, quasi collaborano per la completa efficacia delle opere loro;

poichè la sapiente suggestione di simili scritti lascia spazio e

margine alla fantasia ed alla sensibilità di quelli, onde li possano

completare personalmente. — Ma, se Benedetto Croce gli sommette un

lungo articolo sulla _Critica_, si confonde nella ricerca della sua

speculazione; non così l'altro giorno, da su _Poesia_, la leva del

_futurismo_ internazionale, quando se ne proclamò il nome a bandiere

spiegate, precursore «assodato di efficacia e sopravivenza; non così

io stesso, se ricorro, a lui per esempii, esperienze e risultati,

col _Verso Libero_: e l'opera del Dossi mi risponde, prova reale ed

operante delle mie affermazioni estetiche attuali.

Dopo ciò, egli può essere ignorato dalla gazzetteria spicciola de'

grandi giornali, dove la critica è facilmente sgomenta, dove non vi

sono caratteri tipografici e carta per nominare queste tempre d'uomini

tutto nervi e coraggio civile, che non temono la verità, che esercitano

l'eroismo pericolosissimo, in questi giorni di maschere condecorate,

della sincerità. Hanno industrializzato l'arte, la scienza, la

politica, l'opinione pubblica; vi concorsero i vermiciattoli della

scribacchiatura venale, i dubii arrivati, li imbecilli arrivisti, i

così-così, in caccia di un ciondolo mallevadore della loro onestà,

che poco persuade. Per costoro, piccolini e mediocri, Carlo Dossi

rimane sempre _colui noto all'epoca della fioritura sommarughiana_,

autore di qualche bizzarria eccentrica e curiosa. In cambio, codesti

fogliaccioni sesquipedali, hanno lunghe articolesse sopra i garretti

e la meritoria pietà cattolica e da veloce scaccino dei Dorando Petri,

sopra la muscolosa trucolenza dei Raicevich, intorno ai voli per l'aria

e le passeggiate sott'acqua, le visite dei Reali ai disastri siciliani,

e di Fregoli al Papa, le scialuppe e li emetici curialeschi e di

Assise, li elettuari fogazzariani, le cantaridi, finalmente ribassate

di prezzo e di valore, d'annunziane, le acque sporche di polveri

virgiliano-romaniche del Pascoli e via via: il costume non si rimutò.

Anche tutt'ora, codesta rivendita di parole stampate ad uso della

borghesia fannullona ed arrivata maschererà, sotto un interessamento

d'imprestito, dovuto al nome formidabile dell'editore letto sopra

la copertina delle recentissime _opere complete dossiane_, la

sua malagrazia e sopra a tutto la sua supponenza spaventata e

melensa davanti alla gratuita sincerità. La paura non è a fatto

tranquillizzata, non le fobie persuase, non l'ignoranza confessa:

tutte queste stigmate morali si ereditano atavicamente; i figli, nuovi

accademici, patiscono le stesse malattie; e, se oggi, per rispetto

umano, o per millantato credito, andranno al richiamo di chi scrisse la

_Desinenza in A_, minimamente la comprendono, nè la lessero.

Avevano i padri trovato già temerari Mantegazza ne' suoi saggi popolari

scientifici, Cremona nella sua pittura, Grandi nel suo _Beccaria_,

Torelli nella dramatica. Il loro gusto aveva applaudito e si era

imparadisato alla nuova e mengoniana. _Galleria Vittorio Emanuele_,

alla statua di Rossini di fresco eretta, nell'atrio della Scala, alla

oleografia della _Stuarda_ del Valaperta, esposta a Brera, all'_Olema_

melopea romantica e spappolata, che furoreggiava dalle ribalte

liriche milanesi. A buon diritto, _La Fidanzata_ russa del Fontana,

il _Mefistofele_ del Boito venivano biasimati. E, l'_utile_, proprio

come oggi, era proposto all'ideale, sogno, utopia, fola. Essi si erano

domandato: «Che pazzia è mai questa del Dossi, di scrivere senza la

falsariga comune e di non curarsi delle vecchie ed autorevoli penne

d'oca della critica?» E molti se lo domandano di bel nuovo.

«Che ci viene a fare quest'uomo, eccesso verbale, scrupolo di onestà

letteraria, che scrive l'opera, non della stagione, ma nel tempo;

cui vediamo armato d'ogni arma, che ci racconta senza rispetto,

«tra[2] gli scrittori abortiti, in professori di belle lettere, tra

gli spulcia codici, i puristi, gli etimologisti», tutta roba seria

e patentata; i quali riguardano con sospetto il _libro nuovo_, senza

pensare che i nascituri, saranno, per esperienza, molto più doviziosi

delle miriadi de' loro antenati?» Tornano a dire i recentissimi, pe'

quali la resurrezione tipografica di Carlo Dossi non sarà sufficiente

a commuovere, nella pigrizia del loro cuore venoso, un palpito più

affrettato di snobismo.

Ma altri si mostreranno col sorrisetto della accoglienza, verso di

lui; altri epigoni di quel giornalismo, di cui sopra, ripassati da un

nuovo strato di biacca, riconfortati sul nero fumo confessionale, sul

roseo sporco del liberal-conservatore; e vorranno, per estemporaneità,

dimenticarsi delle antiche e paterne ingiurie avventate contro di

lui. Pure, la discendenza è diretta: le parole ch'egli raccolse ne'

_Margini_, nelle _Etichette_, nelli _Invii_, preposti alle prime

edizioni a difesa e ad offesa, gli giovano tuttora. Giovano contro

li eredi della cronachetta bonghiana suadente ad ogni mercede, per li

usufruttuari dell'inconfessato livore baseggiano, ai continuatori della

pratica grettezza inelegante e veramente costituzionale della mecanica

giornaliera di un Torelli-Viollier, compilatore di diarii arroganti,

plurireddittuari, in quest'ora bassa, senza ideali di giustizia, per

cui è lecito scrivere senza entusiasmo e libero abbandono; dileggiano

li ultimi scolari di un Verdinois buon anima, anguilla, a sgusciarti

dalle mani.

Furono in allora, e sono anche qui, quelli rimasti in sui confini

delle comode legalità, quelli, che sono sempre responsabili delle loro

azioni, e ne pagarono li eccessi di persona; i sovversivi, insomma,

coloro che fecero e fanno gran caso della personalità letteraria di

Carlo Dossi, sbandierandola dalle loro gazzette: furono essi, che lo

posero all'avanguardia del pensiero civile, foriero di estetica e lo

difesero. Furono i nostri critici di pura tempra repubblicana, come il

Dario Papa, le nostre riviste sbarazzine come _La Farfalla_, insignita

dalla bella testolina sorridente di Tranquillo Cremona, che, contro

tutto e tutti, conservarono alla democrazia l'aristocratico fascino

della cultura umanistica, rappresentanti diretti della italianità

di genio, continuatori del pensiero di Romagnosi, di Cattaneo, di

Mazzini, della poesia di Foscolo; i generosi di sangue, d'audacie e di

sacrifici, quelli che lo presero in sicurtà e che tuttora lo difendono

colla mia penna.

La presente opportunità alli altri, forse, farà loro dimenticare.

Non vorranno accorgersi, che, se Carlo Dossi taglia ancora con buona

lama affilatissima dentro la loro carne viva, non potranno affidarsi

all'aiuto d'Alberto Pisani, uomo ufficiale d'ordine e decorato,

perch'egli ne medichi le piaghe, colla preghiera di scusargli il

fratello irritato ed impulsivo, come dev'essere ogni artista. Ambo,

oggi, hanno moltissime ragioni e diritti per colpire insieme; perchè

grave la doppia ingiuria venuta contro di loro da questa parte, e

la patirono insieme, generosamente in silenzio, ma non ismemorati di

nobile vendetta. Si facciano dunque in là col melenso sorriso della

accoglienza. Il tempo insiste ma non rimuta nelle intelligenze i loro

pensieri atavici. Noi diffidiamo delle loro attestazioni troppo in

ritardo per essere sincere.

Non importa. Attualmente concorre a lui la schiera giovanissima; e,

se il _Cœnubium_ luganese domanda alli intellettuali il titolo dei

quaranti volumi da loro preferiti, Pio Viazzi, esteta e legislatore,

si piace di comprendervi le opere dossiane. Dossi, intorno a sè, sente

il suffragio riverente delli ultimi venuti di sulla letteratura,

di coloro che incominciano: siano Gustavo Botta, umanista di garbo

libero e schietto; o Monneret de Villiars, il cordiale illustratore

del Giorgione; siano Alessandro Casati, patrizio milanese, in cui

vigila il buon ingegno che fu genio in Beccarla; o F. T. Marinetti,

che lo confessa con passione e scandalo di futurista; o Carlo

Linati che rinnova, in _Cristabella, Goccie d'inchiostro_; o il

vecchio Loforte-Randi, spirito inquieto, odiatore della pagliacceria

d'annunziana, indipendenza ardita e geniale da riconnettere Nietzsche

a De Maistre, coraggioso di una sua _Verità_, che contrasta con quella

di molti, che vanno per la maggiore ed hanno maggior tomo, solitario

filosofo in vedetta, che non dimentica, e col quale amo dibattere e

schiettamente ammirare.

Fresche e viride giovinezze d'arte sentono, nell'aria, pungere

l'ossigeno dossiano. Lo stacciano dalla lenta e bassa atmosfera coi

loro alacri polmoni e se ne nutrono. Non conoscono direttamente l'opera

purificatrice e di costanti prerogative, la pompa attiva che erutta

polle sane di fecondità; ma ne presentono, per simpatia, la presenza

d'intorno; vi si orientano ne mandano, araldi e trombetti, proiezioni

di loro stessi, le loro opere adolescenti, in cerca. Sia Cesare Giulio

Viola, che sofre serenamente, e ricompone la lieta e triste espressione

de _L'altro volto che ride_, in cui, la Terra avvicenda le stagioni,

a paragone dell'animo del poeta, col nascere ed il trapassare dei

fiori, mentre i paesaggi cittadini prendono nome, persona e dramatica

umana più grande essendo la pietà del poeta dove maggiore è il peccato

della donna: sia Mario Puccini, che dà a sfogliare, pagina per pagina,

arrugginite, color d'autunno, come le rame delli ontani patullati

dal vento, le foglie della _Canzone della mia Follia_, contro cui

si destreggiano le lancette flebotome dei cruscanti ed imbizzano

le replete e disturbate digestioni dei settuagenarî inostricati

universitaria pedanteria; — Mario Puccini, che se vuol darsi l'aria del

critico dimostra di sentire, ma di mal comprendere il Dossi.

Così, nel _Portico dell'Amicizia_, che, nel suo palazzo del Dosso,

Alberto Pisani volle eretto e consacrato alli amici dell'altro sè

stesso, una colonna si istoria e professa, vicino a quella dedicata

alli _utili nemici_, cento trenta nomi oscuri affatto, annubilati

ambiguamente, o preclari a risplendere _coloro che lasciarono traccia

del loro passaggio sulla terra e nel suo cuore_. Coloro che inviarono,

dalle terre italiane, senza ch'egli celebrasse, come altri minimi,

giubilei, le loro frasi timide, comprese, richiamate e gloriose; dalla

povera maestrina provinciale che si effonde, esclamando, al letterato

in voga; dal filosofo eminente, al viaggiatore illustre; voci di

un popolo affratellato, nel saluto e nella riconoscenza, verso chi

partecipò loro la malinconia di _Alberto Pisani_: l'umana carità di

_Regno dei Cieli_; la filosofia agita, nelle parabole e nelli apologhi

di _Goccie d'inchiostro_; l'utopia di _Colonia Felice_; il sarcasmo

scettico e crudele di _Desinenza in A_; le tenerezze gioconde e tristi

di _Amori_; le amaritudini di _Ritratti umani_; le acute ed ironiche

piacevolezze di _Fricassea critica_; la storia sentimentale, e, per

questo, più vera, di mezzo secolo d'arte, _Rovaniana_.

Gli si confidarono solleciti, li anonimi, li sconosciuti, colle

attestazioni umili che, per la loro indeterminatezza, prendono il

valore simbolico del giudizio collettivo; li altri che sono dubitosi di

sè, impacciati, pudichi de' loro sentimenti e delle loro espressioni;

quelli che, messi sul cammino della confidenza vi rovesciano tutta

l'anima, non terminerebbero più, svuotandosi de' loro più intimi

secreti. E sono accenti feminili: così le accusa la calligrafia minuta,

l'espressione ingenuamente architettata e timorosa di nuocere, il

susurro, il bisbiglio all'orecchio della confessione: «... Perchè i

libri di lei sono veri baci; baci intellettuali al lettore, cominciando

dalla stessa bellezza delle edizioni, che è la più esterna, veste. —

... Io non ti conosco, o autore del _Regno dei Cieli_, dei _Ritratti

umani_, dell'_Alberto Pisani_. — ... Qui parlo col tuo spirito, più

che con te, personalmente, e ti parlo col mio spirito, più che con la

mia voce. Quando ti vedrò, personalmente, ci daremo regolarmente del

Lei, perchè le persone e i corpi dividono li spiriti, perchè ciascun

corpo, nel mondo, vuol posto. Per il che noi ardiamo del desiderio

in un istante, di conoscere una persona, di gettarle le braccia al

collo; e poi ci batte il cuore quando abbiamo messo il piede sulla via

di trovarla, di andare colla nostra persona avanti alla sua; perchè

temiamo di spiacerle. Oh! quanto ci facciamo, spesso, più materiali che

non sia nostra natura! — ... Io, un uomo, o mi piace e lo amo; o non mi

piace: se mi piace e lo amo, mi piace tutto com'è; non conosco difetti;

per me anche i suoi difetti costituiscono il tutto che amo. Così, per

me, un libro: se lo amo, lo amo come un amico, svisceratamente — ...

La _Ines_ è un nuovo ardimento, e non v'è intemperanza... — Per me

amore è santo ovunque sì trovi. Valesse, tal capitolo, a fermar la

mano di un solo suicida, Caino d'amore, non sarebbe intanto scritto

invano. — ... Con in mano il _Regno dei Cieli_ dico io, sarebbero già

stati risolti anche tutti quei problemi. — ... E tutto ciò sia un segno

dei tanti ringraziamenti che il mio cuore fece a lei, nel leggerlo; è

un tenuissimo scambio del piacere a me fatto dai suoi libri...» Chi

scrive? Perchè scrive? Bisogno, necessità: innominata voce del coro

greco, non impersonata mai «_perchè le persone ed i corpi dividono

li spiriti, e noi ci facciamo spesso più materiali che non sia nostra

natura!_» Angiolo lontano: Carlo Dossi rimette a suoi nemici, per il

suffragio tuo, tutti i dolori di cui l'abbeverarono!

Or dunque; se l'opera di Carlo Dossi è all'apogeo e completa, tutta

risplenda, come fa il sole a giugno che si svuota di luce sopra li

oggetti e li determina colle brevi ombre sottili e lineari, oscura e

necessaria apposizione; essa è attuale, in azione; risponde al nostro

sentimento ed al nostro bisogno; è l'anello necessario che ricongiunge

la letteratura di Alessandro Manzoni con quella che verrà; è una maglia

essenziale nella catena della evoluzione psichica ed estetica, la cui

ignoranza e mancanza produrrebbero uno squilibrio ed un vuoto; per cui

la presenza è richiesta, logicamente effettiva, par ragioni fisiche e

filosofiche, perchè non intercorrano soluzioni di continuità, ferite

slabranti, sanguinose e dolorose, disaccordi inarmonici; perchè,

un'altra volta,, si ripresentino vittoriosi i cardini d'ogni legge

fisica e morale; πάντα ῥεῖ: — _Natura abhorret a vacuo_.»

II.

COME È NATO

Carlo Dossi non ci viene da lontano; la sua nascita coincide con una

grave e dolorosa sconfitta italiana, anzi ne fu sollecitata, come a

noi insegnò a volere, con maggior tenacia e fortuna, l'indipendenza

nostra: egli soferse, insieme alla sua crescita, quella della patria

e ne espresse l'adolescenza ebefrenica. Mentre la miseranda cannonata

d'Agogna contro Novara aveva condotto un giovane principe a Vignale,

davanti ad un maresciallo austriaco imbaldanzito arbitro di guerra e di

pace, e tornava a boccheggiare la patria nel sangue sparso a Milano, a

Brescia, a Vicenza, a Venezia ed a Roma; egli nasceva il 27 di Marzo

1849 a Zenevredo, un borgo sulli Appennini dell'_Oltrepò pavese_, in

vedetta della battaglia, risparmiato a pena dall'incendio, anzi, per un

prossimo incendio, spaventata la giovane madre, settimino.

Ed egli fu precoce autore: (suol dire e distinguere: «De Amicis,

Fogazzaro, Barrili, Rovetta ed altri non sono autori; cioè nulla

aggiungono al patrimonio letterario italiano, ma semplici scrittori»).

E subito il Demone lo richiese e se lo imprigionò. Egli non se ne

pentirà mai: «[3]Tredici anni sono passati da allora, la mia esperienza

è, più che matura, già marcia, e, non solo non sento rimorso alcuno di

quel mio adolescente peccato, ma lo ristampo. — Resti dunque a dormire,

nel suo sepolcro di versi, il consiglio del cisposo Orazio. — Per conto

mio son ben contento di essermi alzato ai primi albori per cominciare

questo viaggio, non breve, di una vita letteraria».

Bimbo, ama già il libro; precorre coll'imaginazione le pagine che

va leggendo, le quali gli servono per altri più belli, personali e

meravigliosi motivi. Ricama di tutta sua fattura sulli spunti di un

verso, di una frase; compie a suo modo l'avventura già scritta. Tal

quale il mimmo vede, nella _Casetta di Gigio_, un mondo scoprirsi

a lui nel buio fantastico di sotto le coltri; al Dossi furono dati

voli eccelsi per le nuvole e le stelle e gesta ipogee; donde la sua

ebrietà di imagini, che sorprendono la brava gente astemia e sobria

di entusiasmo: s'egli ha immerso, come il Silfo di Pope, le ali

nell'arcobaleno, come Guymplaine risorge anche dalli inferni.

Il libro-passione, spesso, gli acquetò e gli spense la passione-amore.

Carezza con mano innamorata le pagine, come il suo sguardo si posa,

con ogni delicatezza, sopra il profilo delle bellezze desiderate ed

ottenute. Ma possedere significa produrre; anzi, massimo possesso

ed esclusivo, veder viva, materiata la cosa sua, erotta da sè, aver

raggiunto alcun che di più a quanto già esiste, dirsi autore, poeta.

Testè, mentre si correggevano insieme le ultime bozze dell'ultima

edizione, che ce lo porge intiero, nei pomeriggi freschi e lariani

del Dosso, tra le raccolte del suo archivio, che lo completano, tra

le leggende scritte sopra le pareti di marmo e di cemento, che, come

fogli perenni, dicono la sua storia con quella di coloro che ha amato

e lo amarono; — gli tremava la mano che reggeva la pagina, la voce

che leggeva le righe; lo vidi lagrimare silenziosamente sopra la

sua creatura. Fresca, intatta, vergine gli usciva dopo quarant'anni;

sonoro, giovanile l'accento persuasivo e malinconico; l'adolescenza,

la maturità tornavano dentro il volume a parlargli: nulla si era

perduto nell'aspettare, nessuna grazia avvizzita, non una bellezza

sciupata; quanto caduco il corpo del padre, ma come vigile e costante

il nato dalla sua intelligenza! Carlo Dossi non accoglieva al ritorno

il Figliuol prodigo, ma Cordelia la più cara, la più devota, la più

dolorosa delle figlie di re Lear: ed il bacio, che lo estasiava, lo

faceva sofrire insieme.

Perchè il Demone gli diede occhi, mani, orecchi, membra e sentimenti

specialissimi onde potesse rievocare il mondo diversamente: e tutti se

ne meravigliarono e gli imputarono, i più, a posa menzognera la sua

schiettezza, se ebbe il coraggio della massima sincerità; mirabile

impostura del luogo comune! Egli se ne era allontanato, con quello

disprezzando la gente comune, costituendo una vera rivoluzione in

estetica contro i romantici, i classici, i cruscanti, i naturalisti, li

idealisti; e fu sè stesso. — Ed il Demone gli dettò dentro le parole

semplici naturali, e perciò misteriose; e lo credettero involuto,

astruso, difficile: e il Demone gli porse in mano una penna temprata

come uno stile, acuta, incisiva, incorruttibile, elastica, inossidabile

qualunque fosse l'inchiostro dentro cui s'inzuppasse, acqua, lagrime,

sangue, mota, cielo, coscienza umana, egoismo, folgore di ribellione e

paradisiache bontà umiliate; ed egli ne usò, bambino gazzettiere, per

giuoco, adolescente, per la malinconia dell'inquieto crescere, giovane,

per i dolori e le crudeltà dell'amore, uomo, per le memorie e per

l'istoria.

Sì che egli lo confessa ne' suoi _Amori_: «Amai i libri ancor prima che

li sapessi leggere... parmi di aver davanti una folla di amici... li

palpo sul dorso come generosi destrieri e li bacio anche, e sedendomi,

qualche volta, sullo sporto della libreria, appoggio la mia testa

contr'essi e lì rimango beato come sulle spalle di una donna cara,

quasi assorbendo — feconda pioggia — il lor genio, quasi sentendo il

mio ferro, al contatto della loro magnete, farsi magnete».

Primaticcio in tutto, per consentire alla sua nascita, sembra indovini

le cose che la sua fanciullezza gli impedisce di conoscere; come d'un

serbatoio d'esperienze altrui e di scienza atavica, elabora idee,

concetti cui l'età giovanissima non gli concederebbe. I Quinterio, per

parte di madre, gli avevano legato un fondamento di virtù pratiche e

disinteressate; i Pisani l'avventuroso ritentare, il coraggio delle

battaglie aperte, il piacere delle cose difficili e delle congiure

— Don Carlo il nonno, tipico e romantico stipite de' _Federati_ —:

d'ambo i lati amore e culto per la patria. Carlo Dossi, al fomento di

questa genealogia, presumeva ed indovinava giustamente; appartato dalla

vita, la sapeva meglio di chi, in mezzo al suo estuare frenetico, la

eserciti, ma non ne racconti le fasi.

Fanciullo undicenne, nel 1861, gli balena nella vergine fantasia un

_Don Chisciotte della Mancia; epigrammi, canzoni d'occasione, versi_

sciorina; milanesi quelli: «_In occasion d'on invit a festa de ball_».

_La Caduta di Milano_ (1862) sfoggia l'ottava rima; per le teste di

legno del suo teatrino da marionette, annoda l'intrigo della _Cacciata

dei Re_, recitata a viva voce da lui e Guido, fratello minore; nel

1865, pubblica rappresentazione di una comedia: _Lodovico Ariosto_,

collaboratore, per la prima volta, Gigi Perelli, vestiarista di genio,

Tranquillo Cremona, che disegna i figurini de' costumi indossati per la

recita dai bimbi dell'asilo, cui Claudia Antona-Traversi, parente de'

Pisani, istituì a Sannazzaro de' Burgondi.

Poco dopo, si dà al giornalismo e spaccia l'infantile _La Trombetta_,

due o tre numeri, cinquanta centesimi la copia manoscritta in redazione

con Guido: — trasformata in _Giornale delle Famiglie_, numero unico,

a contenere nientemeno che _La Convenzione (di settembre), Lumi

sull'antica scrittura egizia, seguiti da una gramatica, Progetto

d'imposta lucrosissima allo Stato_, ed il resto. Ma _L'Aurora_ sorge

ed assorbe il _Giornale_; ebdomadaria, poligrafata, tenera, porporina

si completa nell'azzurro di un altro mattino raggiante, dopo quattro

numeri di vita (1864-65). _La Palestra letteraria_.

Intanto, scolaro ginnasiale, Carlo Dossi aveva perduto appetito,

salute, sonno dietro una nuova e geniale interpretazione dei

geroglifici figurativi d'Egitto, e ne aveva, come vedemmo, proposta la

grammatica, forse più logica delle altre molte, che, oggi, i dotti, nei

loro dizionarii empirici, mandano a torno per riempire le teste e li

scaffali delle librerie. Poi, sedendo sulle panche liceali, appunta la

critica contro la così detta pubblica istruzione; la dimostra seminario

e semenzajo di coscienze già bacate, sopra le quali si deposita la

patina del clericalume. Il primo racconto che si legge in: «_Giannetto

pregò un dì la mamma che il lasciasse andare a scuola..._» — ed il

titolo stesso è già per sè una acuta ironia, per quanto evidentemente

ispirato dai capitoli del _Lorenzo Benoni_ di Giovanni Ruffini —

descrive costumi sacerdotali ed educativi, ha il medesimo significato

morale; termina colla morte dell'innocente, col trionfo delle

canaglie, precisamente, come nella vita. A riscontro, Luigi Perelli gli

poneva _Istruzione secolare_», perchè la _pedanteria laica_, vale il

_gesuitismo bigotto_; e l'equilibrio si ristabilisce così, ottimamente,

in Italia. — L'anno dopo, da solo, Carlo Dossi ritenta la pubblicità,

nel breve cerchio dell'ambito famigliare: «_Per me si va tra la perduta

gente_». Spunto iniziale de' _Ritratti umani_; grotteschi, schizzati a

volo, della _Gente-per-Bene_, caricature di scombiccheratori illustri,

patentati, academici di tele e di carta; punge l'amaro assenzio tra

le verbene e le violette profumate del sentimentalismo, tra le rosate

vainiglie, elettuari delle speranze. Beppe Marini, il protagonista,

sofre e si riconsola; contempla fantasime di fede e di speranza, ritto

al capezzale della sposa seminuda, angelicamente, sognando, mentre la

luna la inalba.

Di quel tempo, sorse la _Società del Pensiero_; il Dossi ne divenne

l'anima, il segretario perpetuo; mentre Luigi Perelli, organizzatore

nato, la attuava funzionalmente. Fondata un 14 Marzo del 1865, visse

due anni; ragunata intima e precoce, «che doveva, poi, in breve,

trasformarsi nella _Palestra Letteraria_. La sola idea di questa

gara geniale ch'ei promoveva, altruista anche in questo, tra i

nuovi ingegni italiani, lo poneva in rapporto con quanto vi era di

grande in Italia»[4]. Sette furono i soci giovanetti della Academia

novissima: e vi andavano a leggere, senza catedra e senza inamidata

e cinica grettezza, o: _Una discussione tra il sole e la Luna udita

da quei famosi astronomi Perelli e Pisani_, o: _Un viaggio alla

ricerca delle origini di un filo di ferro_, o: _Le osservazioni

sopra due vasi antichi_, o: _La pena di morte_, o: _Delle origini

delli stuzzicadenti_, o: _Le osservazioni contro il cristian uso

della inumazione dei cadaveri_. — Sfoggi di ironia, di erudizione,

di bizzarrie aforismatiche, di compromissioni, tra la serietà e la

scienza, dileggio, funambolica imaginazione; contenevano, in germe,

l'arte e l'atteggiamento della prosa completa di Carlo Dossi. Questi

ne sottoscriveva un _Album scientifico letterario_, espressione

stampata ed ufficiale della _Società_, il quale ebbe due numeri soli,

il primo del 27 Marzo 1866, l'altro del 30 Aprile, essendosene sospese

le pubblicazioni «stante le attuali eventualità di guerra» — Bella

prova di letteratura, che correva a trasformarsi in azione armata, che

abbandonava la penna per la carabina! Sì che le ragioni della patria,

dopo i campi cruenti, venivano a manifestarsi in altre pacifiche

battaglie, non diversamente proficue e nobili per la integrazione

d'Italia; e da quelle unite riplasmavasi il nostro moderno carattere

nazionale, auspice _La Palestra letteraria_.

Si diffuse, e durò tre anni, da una specie di sottoscala ampio e

basso di _Via Monte Napoleone_ 26, — _Casa Padulli_ —, immesso tra

la portineria e l'appartamento de' Pisani, in ragione verticale, dove

pochi gradini più in su, si aprivano a due battenti le porte di quella

abitazione[5] «a quanti buoni e geniali vi faceva convenire fortuna, da

Tranquillo Cremona, ancor tutto elegante come la sua prima _maniera_,

a quel mingherlino e pallido Primetto, _milanese_ ancor di _Ferrara_,

che, sotto la materna carezza di donna Ida, la mamma del Dossi,

scioglieva spesso in lagrime dolci la naturale mestizia».

Quello stanzino ingombro riboccava di carte, di mobili, di idee: vi

giungeva Gigi Perelli pieno della conversazione con Rovani, da cui

aveva immagazzinato ingegno per una settimana[6], «epigrammatici

lampi, frasi degne, or di scatolino e di bambagia, ora di bronzo,

un subbisso di imagini e tutte nuove fiammanti, comiche antitesi e

osservazioni soavissime si rincorrevano senza riposo sulle sue labbra».

Ma, a riordinar l'estetico guazzabuglio, concorreva Primo Levi; le

sue mani venivano a visitare la confusione, col sole, che ciarlava

col suo raggio più alto in mezzo al solfeggio della conversazione

giovanile; perchè, qui, conveniva a sfoggiare la propria ed alacre

primavera quella gazzetteria garrula, spregiudicata, intensa, cordiale,

coraggiosa, tumida di molte virtù, che ai tempi grigi della borghesia

arrivata, appajono, se non delitti, riprovevoli esuberanze.

Si lesse il primo numero della _Palestra_ nel dicembre 1867; bandiva

un programma di continua fragranza: «Offrire alla gioventù, che ama

muovere i primi passi nella letteratura, un campo vergine, esclusivo ad

essa, dove provare le proprie forze:» proclamava: «tutta la gioventù

italiana è chiamata a far parte della società.» Si era istituita una

commissione esaminatrice dei lavori da pubblicarsi; i più bei nomi vi

facevan parte; oggi, li vantiamo glorie nelle scienze e nelle arti.

Un Luigi Cremona; un Paolo Ferrari, indicato dai recenti trionfi di

sulla ribalta comica; un Leopoldo Marengo, che faceva lagrimare i

belli occhioni lombardi sopra la patetica di _Celeste_; un Vincenzo

Masserotti fisico e medico di tono italianissimo, allievo di Scarpa e

di Borda; un Giuseppe Pellegrini, filosofo del diritto di alta dottrina

vichiana, istitutore privato, più tosto che piegarsi alle imposizioni

dell'I. R. governo austriaco; Giuseppe Rovani; Giovanni Schiapparelli,

illustratore del cielo e della terra; Bersezio, Dall'Ongaro

repubblicano poeta di stornelli per l'indipendenza; Guerrazzi; Mauri,

che allevava l'infanzia con tenerezza di nonna e perdonava ai capricci

dei giovanetti con bonomia manzoniana; Settembrini, che spumeggiava

anticlericalismo e repubblica insieme e demoliva i _Promessi Sposi_;

Tommaseo; Correnti; Cibrario, storico d'alto garbo guicciardinesco,

più amico della verità che di Cavour, di Garibaldi e di re Vittorio;

Mamiani filologo e diplomatico; Mantegazza; Gabriel Rossa; Carducci di

fresco assunto ad una catedra bolognese, dopo di avere, per il primo,

cantato il tricolore in Piazza della Signoria nel '59, e, per il primo,

bestemiato d'Italia dopo Mentana, coincisa in sull'anno rattazzino;

Arnaldo Fusinato, _Fra Fusina_, delle satire e delle lepidezze

politiche e patriottiche. — Per tre volumi completi la pubblicazione si

avvicendò; ora introvabili, eccitano la cupidigia del bibliofilo; se li

leggete rappresentano, in breve, aureo anello, le più belle ragioni,

le più ricche e rosee illusioni, lo sforzo nativo e sincero verso il

divenire di una generazione, verso l'assettarsi di una patria. _La

Palestra Letteraria_, come _La Diceria_, come _La Giunta alla Derrata_,

proposta da Giosuè Carducci per rintuzzare le burle, le invettive, le

caricature, che dai cruscanti academici e dai frigidi fanulloni delle

lettere andava buscandosi lo spirito innovatore, si riportava contro

il catedrante, li uomini del falso buon gusto, i fossilizzatori della

vita e dell'arte, perchè le temono e si affidano solamente alla storia

togata, perchè le ha mummificate. Il catedrante, l'uomo che ha la

bigoncia al posto del cuore e del cervello, che stranisce all'incontro

di un punto e virgola, cui non avrebbe messo lì, che professa, a

tavola, al caffè, in letto colla stessa moglie, il suo piccolo omuncolo

tozzo, pigro, disgraziato, feroce Torquemada delle Università, Calvino

dei Consigli municipali, Tsar nel Consiglio superiore della così detta

Pubblica Istruzione; rudere dovunque senza genitali, e perciò crudele,

com'ogni essere mal riuscito, salito a dominare, sopra una pattuglia,

quattro panche di scuola, un bidello, un diploma cartapecorino.

Carlo Dossi, giovinetto di sedici anni, si battesimava dentro

quest'acqua fervida e ghiacciata, lustrale, di continuativa e

preservativa efficacia: sulla _Palestra_ deponeva la sua prima e

pubblica offerta. Uno dopo l'altro, apparivano i bozzetti brevi di

mole, ma già preziosi: _Valichi di Montagne_, _Viaggio di Nozze_,

_Tesoretta_, _Istinto_, _Balocchi_, _La Casetta di Gigio_. Allora

«la[7] curiosità del pubblico, stomacata dalle ultime risciacquature

neo-cattoliche, e dalla meschina fioritura di romanzacci patriottici

e meneghini, onde fu straricca la produzione letteraria del periodo

immediatamente seguito al ciclo eroico del 1848-60;» gli si era

rivolta benigna. «Ed in[8] mezzo ad una moltitudine dalle faccie

uniformi, dalla apparenza antiquata, dalle vesti disusate; fra tutte

queste voci, che cantano all'unisono un coro di metro e di ritmo

pallidamente cinquantenne, ecco apparire, miracolo nuovo, il Dossi;

ecco, sorgere la voce di questo giovanetto, che osa torsi dalla

nojosa e pedestre eufonia delle voci comuni, per inalzarsi a regioni

sconosciute, ricca di tutti i tesori che la giovanezza, l'amore santo

del bello, una intelligenza eletta, una delicatezza femminea quasi,

tanto è fine ed aerea, possono fornire.» — Esso è qui, dai primi

passi, fatto e completo; presenta una sua formola semplice, non si

dimostra in divenire, ma nella attualità; li anni nulla hanno aggiunto

o tolto al suo modo di vedere, mentalmente, e di rispondere alle

sensazioni letterariamente; i suoi pregi ed i suoi difetti sono li

stessi e nei primissimi _Valichi di Montagne_ e nelli ultimi _Amori_.

«Probabilmente[9] il Dossi» intuiva con rapida critica il Capuana,

«non cercherà più di emendarsi e di correggersi; temerà di perdere

qualcosa della sua fiera individualità e ostinerassi a rimanere qual'è.

Ha torto? Chi lo sa? Potrebbe darsi che no.» — Certo no, sono le sue

virtù; rimangono e rimarranno la sua forza.

Giuseppe Rovani s'era tolto in mano il manoscritto di _Valichi di

Montagne_, di _L'Altrieri_; colloquio breve intenso, saporito, con

quest'anima adolescente, che gli veniva davanti per la prima volta,

spoglia, perchè vestita di quella sua giusta letteratura; ed egli la

sentì sotto i suoi occhi e sotto le sue mani nuda, fragrante, fremente,

Luigi Perelli scriveva all'amico:

«Ti scrivo su di una busta, che mi trovo per caso in tasca, queste

parole di Rovani: «ho lett pocc pagin de quell'_affari_; ghe assicuri

che l'è de publicass;... ghe intuizion molto pronunciaa d'artista e

della bonna voeuja de fa della lingua. Sta nott leggi el rest; e se

domenica el ven a trovamm, ghe dirò quel che incoeu pos no dì».

Tornò Luigi Perelli, di sera tarda, all'illustre e definiva:

«Rovani si svegliò ieri notte alle 11. Mi guardò, mi sorrise, mi stese

la mano; strinse la mia, poi mi disse: «Che le publica quel lavor; quel

giovin che l'ha scritt l'è artista, el pittura ben;... l'è propri un

bel sagg de gener descritiv; in somma (ridendo ed atteggiandosi) — Ne

consiglio la pubblicazione — Ecco el me giudizi! Il lavoro parlerà da

se quando sarà stampato. — Dixi» Addio di cuore tutto tuo; Perelli, 23

aprile 1868».

Provvisto di questo sicuro viatico, amministratogli da Giuseppe Rovani,

che avrebbe rassicurato qualunque novello autore per le climateriche

avventure della letteratura, dopo _Valichi di Montagne_, valicava il

Rubicone della pubblicità, infossato ed insidioso, tra li scogli della

disconoscenza, dell'ambizione delusa, del livore, dell'odio mascherato

da consigliere e da emascolatore, _L'Altrieri_, un volumetto di

centotrentanove pagine, stampato dal tipografo Lombardi di Milano in

cento esemplari; opera rarissima oggi a ritrovarsi. Il Demone l'aveva

preso definitivamente in signoria, e Carlo Dossi vi si era impersonato;

per più di vent'anni visse esclusivamente in lui; poi, voltosi per

altro campo, le sue distintive qualità non lo abbandonarono e parve

tacere; più secreta e più preziosa, l'onda continuava a zampillare, dai

mille giuochi ipogei della vena turgida.

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 1 / 17 段