Il crack.
A Roma frattanto il vento spirava alla burrasca.
Lo scandalo francese del Panama aveva il suo contraccolpo in Italia.
Per una di quelle fatalità che farebbero credere davvero al dito
di Dio, e confermando il proverbio popolare che il diavolo fa le
pentole senza coperchio, fra i mille documenti compromettenti uomini
politici di Francia, alcuni riferivansi ad un uomo di Stato italiano,
per la vendita di una decorazione ad un affarista semita, fra i più
compromessi nel colossale scandalo parigino, e gli scandali sono come
le ciliegie; ne tiri una, ne vengono cinquanta fra di esse intrecciate.
Come le idee per associazione, un’accusa si collegava all’altra, a
guisa de’ complici nelle requisitorie del fisco.
Il Senato non volle accogliere nel suo seno il celebre direttore
dell’Istituto Romano, lacerando la firma reale della nomina. Le ragioni
che in Senato non si eran dette, si susurravano nei pubblici convegni,
negli ufficî dei giornali, nei circoli politici, negli ambulatorî di
Montecitorio, nella farmacia della Camera in ebollizione. Si additavano
gli uomini politici debitori dell’Istituto, si mormorava di corruzioni
incredibili, di compromissioni altissime, di doppie emissioni di
biglietti e perfino di biglietti falsificati per diecine di milioni.
Nella sala dei giornalisti al telegrafo si facevano nomi, mettendo a
fascio galantuomini e disonesti, colpevoli ed innocenti.
Per la indeterminatezza delle accuse il sospetto ingigantiva, e
Giuliano nell’incoscienza del sonnambulismo, fra il suo amore delirante
per la marchesa Giulia e le angosciose emozioni della borsa, esaurito
il conto corrente firmava cambiali ad ogni richiesta di Ferretti, che
le barattava coi biglietti doppî e falsi del grande Istituto.
Degli sconti il neo senatore non chiedeva in compenso che l’appoggio
del voto nelle leggi di proroga del privilegio di emissione alla sua
banca, proroga che avrebbe ritardata per anni ed anni la inevitabile
catastrofe.
Garantita, coll’ipoteca voluta dal notajo Invernizzi, la dote di Adele,
Giuliano si sentiva più tranquillo. Nella propria rovina non sarebbe
stata coinvolta la famiglia sua... Ma alla rovina non poteva credere...
Ad ogni disinganno delle liquidazioni disgraziate, rinasceva la
speranza nelle liquidazioni future.
Pochi punti di rialzo, rialzo accertato, garantito da Ferretti cogli
argomenti più attendibili, rialzo inevitabile, e le perdite sarebbero
state riparate con larghi profitti.
Ma la stella di Ferretti si era eclissata, ed ormai, colpito dalla
fatalità, tutto ciò ch’egli toccava doveva rovinare.
*
* *
In quella sera la farmacia della Camera era più popolata del consueto;
si vociferava d’una interpellanza presentata alla presidenza sulle
voci di gravi irregolarità nella gestione degli Istituti d’emissione,
tutti egualmente accusati. Le accuse sarebbero state documentate dalle
relazioni di un’inchiesta avvenuta qualche anno innanzi. Relazioni
soffocate nel silenzio dai diversi ministeri che si erano succeduti, al
silenzio interessati.
Le indicazioni vaghe prendevano forme determinate, le vociferazioni
incerte ormai si riferivano a fatti precisati... Correvano liste di
nomi di deputati, senatori e ministri debitori delle banche per somme
ingenti, di commissioni parlamentari corrotte, per l’approvazione di
leggi favorevoli all’Istituto Romano, e si facevano nomi.
— È strano, diceva l’onorevole Lastri, come in un’assemblea, nella sua
grande maggioranza composta di galantuomini, certi scandali possano
verificarsi, possano avvenire abusi mostruosi quali quelli che oggi si
denunziano.
— Tutte calunnie, soggiungeva il duca di Sant’Alessio. Gli odî
politici le fomentano, la manìa di demolizione... La foja dei partiti
d’opposizione di afferrare il potere.
— Sarà, rispondeva un altro deputato; ma in questo caso le accuse si
basano su d’un documento officiale, l’inchiesta del defunto senatore
Risi.
— E chi l’ha visto il documento? Deve essere falso...
— No, di falso non vi sarebbero che i biglietti della banca.
— Ma è possibile che tanti ministri onesti, chè ammetterai ve ne
siano...
— Qualcuno, lo ammetto...
— Ebbene, che tanti uomini di Stato onesti abbiano taciuto per sì lungo
tempo, se i fatti fossero veri, se il documento esistesse?
— Onesti per conto loro, lo credo; ma altro è l’onestà del privato,
altra l’onestà politico, ripresa Lastri. Buoni padri di famiglia, probi
amministratori, eccellenti guardie nazionali, se la guardia nazionale
non fosse abolita con uno strappo di pessimo augurio alla intangibilità
dello Statuto... L’onestà non c’entra in questo caso. Se il documento
esiste realmente, se la sua gravità è quale si afferma, sarebbe un
imbarazzo scottante per qualunque governo. Prima la confessione di
non aver sorvegliato; poi la necessità di colpire deputati di tutti i
partiti: in maggioranza, si capisce, quelli della maggioranza; poi,
per alcuni ministri, di rivelare le proprie magagne; poi le ignote
conseguenze dello scandalo, che ricadono sempre sul Governo.
«Più che l’onestà, manca il coraggio.
— Sì, ma vi sono ministri compromessi personalmente, scattò a dire un
deputato di Estrema Sinistra... Tutti hanno pescato nelle casse della
banca per proprio conto o per conto della propria politica. Vedrete che
l’interpellanza del deputato Collani andrà a vuoto come l’inchiesta del
senatore Risi.
«Si fanno i nomi di una cinquantina di compromessi, un rinforzo di voti
pel Governo che non vorrà farne nulla...
— I nomi! Fuori i nomi!...
— Li diremo alla Camera... Lo diranno le liste di sofferenza della
banca, se pure potranno parlare.
In quel mentre entrava nel salotto della maldicenza l’onorevole Sicuri.
Fra i convenuti, un mormorìo; poi il silenzio e come un movimento di
curiosità.
Si avvide Giuliano d’essere stato causa dell’interruzione delle
conversazioni?
Evidentemente era fra i sospettati. Lo sapesse o no, egli presentiva la
scandalo e si sentiva perduto.
Pallido come l’eroe romantico di una leggenda tedesca, pareva uscisse
da lunga malattia... Un bisbiglio, qualche sorriso maligno, gli fe’
sospettare si parlasse di lui. Gogna insopportabile... Finse di cercare
qualcuno o qualche cosa, e in aria distratta traversò rapidamente
la farmacia, per recarsi nel salone di scrittura. Lustri lo seguì
frettolosamente.
— Che hai, Sicuri? Passi e non saluti. Cosa è avvenuto? Si direbbe che
sei malato.
— Infatti, sono indisposto... Non hai veduto Ruggeri? Ho bisogno di lui.
E si lasciò cadere su d’una seggiola in atto di supremo sconforto.
— Ruggeri? È partito stamani per Miralto. Ti ha cercato onde
prevenirti. Sarà di ritorno domattina.
— Domattina! Aspettare fino a domani! Ebbene, aspetterò. Ma che è
andato a fare a Miralto?
— Non lo so davvero!... Disse per affari, chiamatovi dal notajo...
— Per affari? Quali affari può avere?
— Sicuri, riprese Lastri a bassa voce... Ruggeri ti è amico...
Certamente non si tratta di affari suoi; ma de’ tuoi.
«Bisogna riparare subito alle tue follìe, prima che scoppii lo scandalo.
Giuliano arrossì... Sorgendo da sedere stese la mano a Lastri e
scrollando il capo, come per dire: «È troppo tardi!» uscì evitando
di ripassare dalla farmacia... Non osava sostenere lo sguardo de’
colleghi.
Nelle sue follìe, come le aveva chiamate l’onorevole Lastri, Giuliano
non aveva mai pensato alle responsabilità politiche che un giorno gli
si sarebbero potute rinfacciare. Aveva bensì intraveduta la propria
rovina finanziaria, ma non quella del proprio onore. Colpevole verso la
sua famiglia, per le centinaja di mila lire dilapidate, non credeva di
avere in alcun modo derogato alla dignità politica di deputato. La dote
della moglie era reintegrata per l’ipoteca, le duecentomila lire dovute
alla banca le avrebbe quanto prima saldate sul suo patrimonio, o,
un’ultima illusione restava, illusione da giocatore, colla ripresa dei
valori che già si accentuava, promettente una liquidazione trionfale...
Aveva speso del proprio, e del proprio avrebbe pagato.
Quale indegnità politica per ciò? Pure sarebbe stato messo a fascio
coi corrotti, coi venditori di voti, coi colpevoli di imbrogli, coi
miserabili che avevan fatto della deputazione un lucroso mestiere,
della politica una speculazione.
Ritirare le cambiali...
— Ma, ritirate o no, io mi troverò pur sempre nelle liste degli
indelicati, degli imbroglioni...
Non avendo trovato Ruggeri, pensò al commendatore Cerasi. A lui avrebbe
chiesto il consiglio che non aveva osato domandare all’onorevole
Lastri.
Diede ordine al cocchiere di condurlo al Palazzo Braschi, il regno
occulto dell’ex sottoprefetto.
Il commendatore era uscito avvertendo, in caso d’urgenza, di chiamarlo
per telefono al villino Marcellin, ove avrebbe passata la serata.
— Stasera vi sarà anche Giulia, perchè è venerdì, giorno di
ricevimento, mormorò Giuliano.
Il primo pensiero fu di recarsi a casa per indossare la giubba... Vi
rinunziò, all’idea che vi sarebbe folla, e forse anche là avrebbe
dovuto subire le curiosità maligne, i silenzî ironici, i segni
d’intelligenza che aveva creduto provocare al suo ingresso nella
farmacia della Camera... Non sentendo il coraggio di rincasare
a quell’ora, impaurito dalla solitudine, licenziò la carrozza, e
ricordandosi di non aver pranzato, entrò in una trattoria di modesta
apparenza, sicuro di non trovarvi persone di conoscenza, nè di essere
riconosciuto.
L’ora grigia del ravvedimento forzato era scoccata. Non la temuta
bancarotta finanziaria, ma qualche cosa di peggio, la minaccia del
fallimento morale e politico.
— Banca d’emissione! Perchè a un deputato non sarà permesso di
concludere affari con una banca qualunque, di emissione o no, purchè
gli affari suoi siano onesti? All’Istituto Romano ho portato più di
mezzo milione del mio, devo somme che posso pagare... e pagherò quanto
prima, e dovrò essere messo a fascio coi _panamisti_, come li chiamava
lo _Svegliarino_ stamani! Oh, se avessi ascoltato Ruggeri!
«Ruggeri è partito per Miralto... Per che fare? Forse chiamato da
Adele! A Miralto si sa già ogni cosa, e chissà in quali ansie è la
povera donna! Maledetto il giorno nefasto in cui Cerasi mi offerse la
candidatura; maledetta l’ora nella quale conobbi Ferretti, maledetta la
raccomandazione del commendatore per la contessa Marcellin!
Il tavoleggiante stava ritto impalato davanti a Giuliano aspettando
gli ordini, e non sapendo come richiamare dalla distrazione lo strano
avventore, eccessivamente elegante per quella modesta osteria, gli
presentò, ponendogliela sotto al naso, la minuta del giorno.
— Datemi quello che avete di pronto, e del vino, del migliore...
— Deve essere innamorato quel signore, disse il cameriere ad un
avventore, mentre si recava in cucina... Parla tra sè come un matto!
Ad un tavolo di faccia, un crocchio di bevitori discutevano ad alta
voce gli avvenimenti del giorno. Uno fra di essi, che sembrava avere
maggiore autorità, spropositava notizie e commentava un articolo del
_Parlamentare_ che, ferocemente ministeriale, si scagliava contro i
giornalisti che volevano la luce.
— Tutti ladri! sclamò un secondo, una Camera di affamati. A lasciarli
fare, divorerebbero l’Italia in ventiquattro ore...
— Mezza l’hanno già mangiata!
Giuliano istintivamente si abbottonò per nascondere la medaglia di
deputato, distintivo del quale era stato tanto superbo e che ora gli
sembrava un marchio d’infamia.
— Non si tratta soltanto dell’Istituto Romano; si parla della banca
Michelini, la quale distribuiva somme e somme per comprare il silenzio
sulla falsificazione dei biglietti... Il più bello si è che i complici
venivano comprati col corpo di reato.... Coi biglietti falsi.
— Biglietti falsi! Se fossero falsi si riconoscerebbero.
— Falsi propriamente no. Sono identici agli altri; di falsificato non
vi sono che le firme. Come riconoscerli? Quando avevano bisogno di
denaro giravano la manovella del torchio e li fabbricavano come se si
fosse trattato di stampare dei biglietti da visita. Cento all’ora!
— Finiranno in galera.
— Ma che galera! Se sono tutti d’accordo! Al direttore erigeranno
monumenti come per Guttenberg! Se il Senato lo ha respinto, è
probabilmente perchè in quel giorno il torchio s’era guastato; lascia
che la manovella si rimetta a girare, e te lo faranno anche ministro
delle finanze.
L’ingresso nell’osteria di un nuovo venuto fu salutato con un grido
unanime di soddisfazione.
— Oh! ecco Cesare, che ci porterà notizie autentiche.
— Che c’è di nuovo nel baraccone?
— C’è del grosso... Burrasca. Nei corridoî e nelle sale non si parla
che dell’Istituto Romano... Noi uscieri dobbiamo sempre aver l’aria di
non comprendere.
Giuliano aveva riconosciuto il nuovo arrivato; un usciere della Camera
infatti; ma questi non l’aveva veduto, nè lo poteva vedere, volgendogli
le spalle...
— Si dice che vi sono quaranta deputati accusati... Uno solo
per più d’un milione. L’onorevole De Respi è indicato come il
più compromesso... I milioni sarebbero parecchî... Lo ricordo. È
venuto dieci anni fa alla Camera povero come Giobbe; ora ha ville e
villini, tien cavalli e corte bandita... Ci sono anche ministri...
Domani l’interpellanza... Chissà che baccano... Il deputato Collani
dell’Estrema parlerà. Ha i documenti. Li ho visti in un plico di carte
che pesa due chili... Si dice di un altro deputato, un novellino che
è alla Camera da soli sei mesi, il quale si sarebbe pappate più di
seicentomila lire.
— Bono! Centomila lire al mese. Non c’è male! Una bella lista civile!
Giuliano non resse più. Pagò lo scotto e se n’andò, non senza aver
attirata l’attenzione dell’usciere, il quale riconoscendolo allibì.
— Sono perduto! sclamò quando Giuliano rinchiuse dalla strada la porta
vetrata... Sono perduto!... L’onorevole Sicuri! Deve aver tutto udito.
È di lui che parlavo...
E il poveruomo nella costernazione si picchiava la fronte ripetendo:
— Sono perduto! Sono perduto!
La scena divenne tragica; i bevitori facevan circolo al disgraziato,
tentando rassicurarlo: questi, inconsolabile, si scaraventava contro le
più terribili imprecazioni.
— Se è fra i colpevoli, avrà ben altro da pensare che a far rapporto
contro di te.
— Io l’avevo preso per pazzo, disse il cameriere; parlava fra sè,
proprio come un mentecatto.
— Giuro che non ha sentito nulla.
Giuliano era annichilito da quella scena... Si era riconosciuto nel
deputato novellino... La leggenda era a rovescio del vero, fraintesa
dall’usciere in farmacia, quando, partito Giuliano, l’onorevole Lastri
ne aveva prese le difese.
— Mi pare, aveva detto un deputato all’onorevole Lastri quando questi
ritornò in farmacia dopo aver salutato Giuliano; mi pare che il tuo
giovine protetto sia annoverato nella lista dei pescatori nel torbido.
— Il conte Sicuri, rispose Lastri ad alta voce per essere inteso da
tutti, non ha pescato; ma fu pescato dal più abile accalappiatore di
pesci che vi sia mai stato dopo san Pietro.
«Sapete a chi voglio alludere...
— A chi? A chi? chiesero più voci in coro... La curiosità, in quei
giorni di sospetti e di accuse, era talmente eccitata, che alla
speranza di una nuova rivelazione tutti gli onorevoli radunati in
farmacia fecero religioso silenzio, silenzio invano domandato dal
campanello del presidente nelle sedute pubbliche della Camera.
— Alludo, riprese Lastri, all’eroe del _Romanzo copiato dal vero_
del nostro collega poeta, il Quevedo y Villegas moderno d’Italia,
Lieto Destrieri, la cui _Storia sorprendente_ può fare raffronto
all’_Historia y vida del gran tacaño llamado Buscon_...
— Ferretti! Ferretti! sclamarono dieci voci.
— Per l’appunto! soggiunse Lastri.
«Ebbene, il mio pesciolino, il mio protetto, un provinciale ingenuo,
cascò nelle reti del gran tacaño del nostro Quevedo e trovò modo in
sei mesi di mangiarsi o di farsi mangiare 600 mila lire, dico lire
seicentomila in stampatello, col gusto di vedersi inscritto nelle liste
di proscrizione che circolano clandestinamente.
— Non è possibile, saltò su a dire il deputato Boemi, celebre per la
onorata miseria, per la onesta parsimonia e per la trascuranza poco
pulita ed ancor meno olezzante dell’abbigliamento... Seicentomila lire
in sei mesi... Sei patrimonî!
— Alla tua stregua potrebbero essere dodici ed anche più...
L’assemblea rise considerando la barba incolta e la deplorevole toletta
dell’interlocutore. Rise anch’egli pensando che infatti il dodicesimo
di quella somma, per lui, avrebbe rappresentato l’opulenza.
— A Roma non vi è nulla di impossibile, caro Boemi. Il duca di
Piombo, cascato in mano del banchiere Michelini, trovò modo di
perdere sei milioni oro sonante in un giorno solo, e lo zampino di
Ferretti c’era... Ove non c’è lo zampino di Ferretti? Perfino nei
falsi perpetrati per frodare la finanza... Così dice la _Storia
sorprendente_. Così è. E il mio protetto, mezzo rovinato... se si farà
la nuova inchiesta parlamentare alle banche, arrischierà di vedersi
accusato di corruzione. Così va il mondo.
— È il caso del collega Capolini che è nella lista degli indiziati,
avendo accordato per più di trecentomila lire di avalli ai suoi grandi
elettori, i quali in omaggio al suffragio universale non trovarono
di meglio del mangiarsi vivo il loro eletto, disse un deputato
meridionale.
— Il cannibalismo applicato al sistema rappresentativo, riprese Lastri.
«Fatto è che la Camera rappresenta davvero l’intiera società; tutte
le gradazioni di intelligenza, di abilità, di furberia, di ingenuità,
di ipocrisia, di sincerità, di coraggio di viltà, di avvedutezza, di
prudenza, di galantomismo e di marioleria. Sfruttatori o sfruttati
anche qui; lupi ed agnelli, come nel Parlamento degli _Animali
parlanti_ del Casti. Ma fuori di qui l’atmosfera è ampia ed aerata;
noi, invece, in un ambiente ristretto e viziato da pochi, siamo tutti
affetti di febbre miasmatica. Malaria! E nei fremiti degli accessi
febbrili non abbiamo più la nozione del bene e del male.
«In politica, come nel resto.
«Negli accessi malarici, continuava Lastri, anche i migliori scambiano
la Camera per il paese, le istituzioni per la patria, confondono gli
uomini coi principî...
«L’opportunismo solo programma politico, i capi partito sola bandiera,
il Governo sola meta; tutto, compresa la coscienza, subordinato alla
rielezione, tramite necessario alla potenza, alla fortuna, agli onori
vagheggiati.
«I più modesti, fra i quali mi imbranco, senza aspirare precisamente
ai portafogli, spenti gli ideali che rendevano bella e gloriosa la loro
opera di legislatori, rimangono, vogliono rimanere per vanità.
«L’idea di dover rinunziare alla deputazione ci fa allibire...
Ritornare spontaneamente semplici cittadini è da pochi; i Silla sono
rari come le mosche bianche... E poi, è proprio certo che Silla abbia
abdicato per volontà propria?
«La malattia di cui morì mi fa supporre che avesse troppi fastidî in
famiglia, per trovar tempo e modo di occuparsi degli affari di Stato.
Le campane di Montecitorio, ritornate dopo il discorso della Corona
al loro modesto ufficio cronometrico, annunziarono la mezzanotte.
Ora canonica. La farmacia si spopolò, i deputati all’avvertimento
dei sereni di bronzo si sparpagliarono, i morigerati per rincasare, i
nottambuli per rovesciarsi nel caffè Aragno, ove rifriggere tutte le
dicerie ed i pettegolezzi del giorno, cucinati in farmacia, portando
messe di notizie, di raccomandazioni, di fervorini e _réclames_ ai
corrispondenti telegrafici in agguato.
Quella sera i fili elettrici erano ingombrati di particolari della
prossima interpellanza bancaria, di iniziali di deputati compromessi o
sospettati.
Il monogramma _G. S._ era già stato segnalato a Miralto, ove lo si
commentava con indignazione.