CAPITOLO XVII.

Il crack.

A Roma frattanto il vento spirava alla burrasca.

Lo scandalo francese del Panama aveva il suo contraccolpo in Italia.

Per una di quelle fatalità che farebbero credere davvero al dito

di Dio, e confermando il proverbio popolare che il diavolo fa le

pentole senza coperchio, fra i mille documenti compromettenti uomini

politici di Francia, alcuni riferivansi ad un uomo di Stato italiano,

per la vendita di una decorazione ad un affarista semita, fra i più

compromessi nel colossale scandalo parigino, e gli scandali sono come

le ciliegie; ne tiri una, ne vengono cinquanta fra di esse intrecciate.

Come le idee per associazione, un’accusa si collegava all’altra, a

guisa de’ complici nelle requisitorie del fisco.

Il Senato non volle accogliere nel suo seno il celebre direttore

dell’Istituto Romano, lacerando la firma reale della nomina. Le ragioni

che in Senato non si eran dette, si susurravano nei pubblici convegni,

negli ufficî dei giornali, nei circoli politici, negli ambulatorî di

Montecitorio, nella farmacia della Camera in ebollizione. Si additavano

gli uomini politici debitori dell’Istituto, si mormorava di corruzioni

incredibili, di compromissioni altissime, di doppie emissioni di

biglietti e perfino di biglietti falsificati per diecine di milioni.

Nella sala dei giornalisti al telegrafo si facevano nomi, mettendo a

fascio galantuomini e disonesti, colpevoli ed innocenti.

Per la indeterminatezza delle accuse il sospetto ingigantiva, e

Giuliano nell’incoscienza del sonnambulismo, fra il suo amore delirante

per la marchesa Giulia e le angosciose emozioni della borsa, esaurito

il conto corrente firmava cambiali ad ogni richiesta di Ferretti, che

le barattava coi biglietti doppî e falsi del grande Istituto.

Degli sconti il neo senatore non chiedeva in compenso che l’appoggio

del voto nelle leggi di proroga del privilegio di emissione alla sua

banca, proroga che avrebbe ritardata per anni ed anni la inevitabile

catastrofe.

Garantita, coll’ipoteca voluta dal notajo Invernizzi, la dote di Adele,

Giuliano si sentiva più tranquillo. Nella propria rovina non sarebbe

stata coinvolta la famiglia sua... Ma alla rovina non poteva credere...

Ad ogni disinganno delle liquidazioni disgraziate, rinasceva la

speranza nelle liquidazioni future.

Pochi punti di rialzo, rialzo accertato, garantito da Ferretti cogli

argomenti più attendibili, rialzo inevitabile, e le perdite sarebbero

state riparate con larghi profitti.

Ma la stella di Ferretti si era eclissata, ed ormai, colpito dalla

fatalità, tutto ciò ch’egli toccava doveva rovinare.

*

* *

In quella sera la farmacia della Camera era più popolata del consueto;

si vociferava d’una interpellanza presentata alla presidenza sulle

voci di gravi irregolarità nella gestione degli Istituti d’emissione,

tutti egualmente accusati. Le accuse sarebbero state documentate dalle

relazioni di un’inchiesta avvenuta qualche anno innanzi. Relazioni

soffocate nel silenzio dai diversi ministeri che si erano succeduti, al

silenzio interessati.

Le indicazioni vaghe prendevano forme determinate, le vociferazioni

incerte ormai si riferivano a fatti precisati... Correvano liste di

nomi di deputati, senatori e ministri debitori delle banche per somme

ingenti, di commissioni parlamentari corrotte, per l’approvazione di

leggi favorevoli all’Istituto Romano, e si facevano nomi.

— È strano, diceva l’onorevole Lastri, come in un’assemblea, nella sua

grande maggioranza composta di galantuomini, certi scandali possano

verificarsi, possano avvenire abusi mostruosi quali quelli che oggi si

denunziano.

— Tutte calunnie, soggiungeva il duca di Sant’Alessio. Gli odî

politici le fomentano, la manìa di demolizione... La foja dei partiti

d’opposizione di afferrare il potere.

— Sarà, rispondeva un altro deputato; ma in questo caso le accuse si

basano su d’un documento officiale, l’inchiesta del defunto senatore

Risi.

— E chi l’ha visto il documento? Deve essere falso...

— No, di falso non vi sarebbero che i biglietti della banca.

— Ma è possibile che tanti ministri onesti, chè ammetterai ve ne

siano...

— Qualcuno, lo ammetto...

— Ebbene, che tanti uomini di Stato onesti abbiano taciuto per sì lungo

tempo, se i fatti fossero veri, se il documento esistesse?

— Onesti per conto loro, lo credo; ma altro è l’onestà del privato,

altra l’onestà politico, ripresa Lastri. Buoni padri di famiglia, probi

amministratori, eccellenti guardie nazionali, se la guardia nazionale

non fosse abolita con uno strappo di pessimo augurio alla intangibilità

dello Statuto... L’onestà non c’entra in questo caso. Se il documento

esiste realmente, se la sua gravità è quale si afferma, sarebbe un

imbarazzo scottante per qualunque governo. Prima la confessione di

non aver sorvegliato; poi la necessità di colpire deputati di tutti i

partiti: in maggioranza, si capisce, quelli della maggioranza; poi,

per alcuni ministri, di rivelare le proprie magagne; poi le ignote

conseguenze dello scandalo, che ricadono sempre sul Governo.

«Più che l’onestà, manca il coraggio.

— Sì, ma vi sono ministri compromessi personalmente, scattò a dire un

deputato di Estrema Sinistra... Tutti hanno pescato nelle casse della

banca per proprio conto o per conto della propria politica. Vedrete che

l’interpellanza del deputato Collani andrà a vuoto come l’inchiesta del

senatore Risi.

«Si fanno i nomi di una cinquantina di compromessi, un rinforzo di voti

pel Governo che non vorrà farne nulla...

— I nomi! Fuori i nomi!...

— Li diremo alla Camera... Lo diranno le liste di sofferenza della

banca, se pure potranno parlare.

In quel mentre entrava nel salotto della maldicenza l’onorevole Sicuri.

Fra i convenuti, un mormorìo; poi il silenzio e come un movimento di

curiosità.

Si avvide Giuliano d’essere stato causa dell’interruzione delle

conversazioni?

Evidentemente era fra i sospettati. Lo sapesse o no, egli presentiva la

scandalo e si sentiva perduto.

Pallido come l’eroe romantico di una leggenda tedesca, pareva uscisse

da lunga malattia... Un bisbiglio, qualche sorriso maligno, gli fe’

sospettare si parlasse di lui. Gogna insopportabile... Finse di cercare

qualcuno o qualche cosa, e in aria distratta traversò rapidamente

la farmacia, per recarsi nel salone di scrittura. Lustri lo seguì

frettolosamente.

— Che hai, Sicuri? Passi e non saluti. Cosa è avvenuto? Si direbbe che

sei malato.

— Infatti, sono indisposto... Non hai veduto Ruggeri? Ho bisogno di lui.

E si lasciò cadere su d’una seggiola in atto di supremo sconforto.

— Ruggeri? È partito stamani per Miralto. Ti ha cercato onde

prevenirti. Sarà di ritorno domattina.

— Domattina! Aspettare fino a domani! Ebbene, aspetterò. Ma che è

andato a fare a Miralto?

— Non lo so davvero!... Disse per affari, chiamatovi dal notajo...

— Per affari? Quali affari può avere?

— Sicuri, riprese Lastri a bassa voce... Ruggeri ti è amico...

Certamente non si tratta di affari suoi; ma de’ tuoi.

«Bisogna riparare subito alle tue follìe, prima che scoppii lo scandalo.

Giuliano arrossì... Sorgendo da sedere stese la mano a Lastri e

scrollando il capo, come per dire: «È troppo tardi!» uscì evitando

di ripassare dalla farmacia... Non osava sostenere lo sguardo de’

colleghi.

Nelle sue follìe, come le aveva chiamate l’onorevole Lastri, Giuliano

non aveva mai pensato alle responsabilità politiche che un giorno gli

si sarebbero potute rinfacciare. Aveva bensì intraveduta la propria

rovina finanziaria, ma non quella del proprio onore. Colpevole verso la

sua famiglia, per le centinaja di mila lire dilapidate, non credeva di

avere in alcun modo derogato alla dignità politica di deputato. La dote

della moglie era reintegrata per l’ipoteca, le duecentomila lire dovute

alla banca le avrebbe quanto prima saldate sul suo patrimonio, o,

un’ultima illusione restava, illusione da giocatore, colla ripresa dei

valori che già si accentuava, promettente una liquidazione trionfale...

Aveva speso del proprio, e del proprio avrebbe pagato.

Quale indegnità politica per ciò? Pure sarebbe stato messo a fascio

coi corrotti, coi venditori di voti, coi colpevoli di imbrogli, coi

miserabili che avevan fatto della deputazione un lucroso mestiere,

della politica una speculazione.

Ritirare le cambiali...

— Ma, ritirate o no, io mi troverò pur sempre nelle liste degli

indelicati, degli imbroglioni...

Non avendo trovato Ruggeri, pensò al commendatore Cerasi. A lui avrebbe

chiesto il consiglio che non aveva osato domandare all’onorevole

Lastri.

Diede ordine al cocchiere di condurlo al Palazzo Braschi, il regno

occulto dell’ex sottoprefetto.

Il commendatore era uscito avvertendo, in caso d’urgenza, di chiamarlo

per telefono al villino Marcellin, ove avrebbe passata la serata.

— Stasera vi sarà anche Giulia, perchè è venerdì, giorno di

ricevimento, mormorò Giuliano.

Il primo pensiero fu di recarsi a casa per indossare la giubba... Vi

rinunziò, all’idea che vi sarebbe folla, e forse anche là avrebbe

dovuto subire le curiosità maligne, i silenzî ironici, i segni

d’intelligenza che aveva creduto provocare al suo ingresso nella

farmacia della Camera... Non sentendo il coraggio di rincasare

a quell’ora, impaurito dalla solitudine, licenziò la carrozza, e

ricordandosi di non aver pranzato, entrò in una trattoria di modesta

apparenza, sicuro di non trovarvi persone di conoscenza, nè di essere

riconosciuto.

L’ora grigia del ravvedimento forzato era scoccata. Non la temuta

bancarotta finanziaria, ma qualche cosa di peggio, la minaccia del

fallimento morale e politico.

— Banca d’emissione! Perchè a un deputato non sarà permesso di

concludere affari con una banca qualunque, di emissione o no, purchè

gli affari suoi siano onesti? All’Istituto Romano ho portato più di

mezzo milione del mio, devo somme che posso pagare... e pagherò quanto

prima, e dovrò essere messo a fascio coi _panamisti_, come li chiamava

lo _Svegliarino_ stamani! Oh, se avessi ascoltato Ruggeri!

«Ruggeri è partito per Miralto... Per che fare? Forse chiamato da

Adele! A Miralto si sa già ogni cosa, e chissà in quali ansie è la

povera donna! Maledetto il giorno nefasto in cui Cerasi mi offerse la

candidatura; maledetta l’ora nella quale conobbi Ferretti, maledetta la

raccomandazione del commendatore per la contessa Marcellin!

Il tavoleggiante stava ritto impalato davanti a Giuliano aspettando

gli ordini, e non sapendo come richiamare dalla distrazione lo strano

avventore, eccessivamente elegante per quella modesta osteria, gli

presentò, ponendogliela sotto al naso, la minuta del giorno.

— Datemi quello che avete di pronto, e del vino, del migliore...

— Deve essere innamorato quel signore, disse il cameriere ad un

avventore, mentre si recava in cucina... Parla tra sè come un matto!

Ad un tavolo di faccia, un crocchio di bevitori discutevano ad alta

voce gli avvenimenti del giorno. Uno fra di essi, che sembrava avere

maggiore autorità, spropositava notizie e commentava un articolo del

_Parlamentare_ che, ferocemente ministeriale, si scagliava contro i

giornalisti che volevano la luce.

— Tutti ladri! sclamò un secondo, una Camera di affamati. A lasciarli

fare, divorerebbero l’Italia in ventiquattro ore...

— Mezza l’hanno già mangiata!

Giuliano istintivamente si abbottonò per nascondere la medaglia di

deputato, distintivo del quale era stato tanto superbo e che ora gli

sembrava un marchio d’infamia.

— Non si tratta soltanto dell’Istituto Romano; si parla della banca

Michelini, la quale distribuiva somme e somme per comprare il silenzio

sulla falsificazione dei biglietti... Il più bello si è che i complici

venivano comprati col corpo di reato.... Coi biglietti falsi.

— Biglietti falsi! Se fossero falsi si riconoscerebbero.

— Falsi propriamente no. Sono identici agli altri; di falsificato non

vi sono che le firme. Come riconoscerli? Quando avevano bisogno di

denaro giravano la manovella del torchio e li fabbricavano come se si

fosse trattato di stampare dei biglietti da visita. Cento all’ora!

— Finiranno in galera.

— Ma che galera! Se sono tutti d’accordo! Al direttore erigeranno

monumenti come per Guttenberg! Se il Senato lo ha respinto, è

probabilmente perchè in quel giorno il torchio s’era guastato; lascia

che la manovella si rimetta a girare, e te lo faranno anche ministro

delle finanze.

L’ingresso nell’osteria di un nuovo venuto fu salutato con un grido

unanime di soddisfazione.

— Oh! ecco Cesare, che ci porterà notizie autentiche.

— Che c’è di nuovo nel baraccone?

— C’è del grosso... Burrasca. Nei corridoî e nelle sale non si parla

che dell’Istituto Romano... Noi uscieri dobbiamo sempre aver l’aria di

non comprendere.

Giuliano aveva riconosciuto il nuovo arrivato; un usciere della Camera

infatti; ma questi non l’aveva veduto, nè lo poteva vedere, volgendogli

le spalle...

— Si dice che vi sono quaranta deputati accusati... Uno solo

per più d’un milione. L’onorevole De Respi è indicato come il

più compromesso... I milioni sarebbero parecchî... Lo ricordo. È

venuto dieci anni fa alla Camera povero come Giobbe; ora ha ville e

villini, tien cavalli e corte bandita... Ci sono anche ministri...

Domani l’interpellanza... Chissà che baccano... Il deputato Collani

dell’Estrema parlerà. Ha i documenti. Li ho visti in un plico di carte

che pesa due chili... Si dice di un altro deputato, un novellino che

è alla Camera da soli sei mesi, il quale si sarebbe pappate più di

seicentomila lire.

— Bono! Centomila lire al mese. Non c’è male! Una bella lista civile!

Giuliano non resse più. Pagò lo scotto e se n’andò, non senza aver

attirata l’attenzione dell’usciere, il quale riconoscendolo allibì.

— Sono perduto! sclamò quando Giuliano rinchiuse dalla strada la porta

vetrata... Sono perduto!... L’onorevole Sicuri! Deve aver tutto udito.

È di lui che parlavo...

E il poveruomo nella costernazione si picchiava la fronte ripetendo:

— Sono perduto! Sono perduto!

La scena divenne tragica; i bevitori facevan circolo al disgraziato,

tentando rassicurarlo: questi, inconsolabile, si scaraventava contro le

più terribili imprecazioni.

— Se è fra i colpevoli, avrà ben altro da pensare che a far rapporto

contro di te.

— Io l’avevo preso per pazzo, disse il cameriere; parlava fra sè,

proprio come un mentecatto.

— Giuro che non ha sentito nulla.

Giuliano era annichilito da quella scena... Si era riconosciuto nel

deputato novellino... La leggenda era a rovescio del vero, fraintesa

dall’usciere in farmacia, quando, partito Giuliano, l’onorevole Lastri

ne aveva prese le difese.

— Mi pare, aveva detto un deputato all’onorevole Lastri quando questi

ritornò in farmacia dopo aver salutato Giuliano; mi pare che il tuo

giovine protetto sia annoverato nella lista dei pescatori nel torbido.

— Il conte Sicuri, rispose Lastri ad alta voce per essere inteso da

tutti, non ha pescato; ma fu pescato dal più abile accalappiatore di

pesci che vi sia mai stato dopo san Pietro.

«Sapete a chi voglio alludere...

— A chi? A chi? chiesero più voci in coro... La curiosità, in quei

giorni di sospetti e di accuse, era talmente eccitata, che alla

speranza di una nuova rivelazione tutti gli onorevoli radunati in

farmacia fecero religioso silenzio, silenzio invano domandato dal

campanello del presidente nelle sedute pubbliche della Camera.

— Alludo, riprese Lastri, all’eroe del _Romanzo copiato dal vero_

del nostro collega poeta, il Quevedo y Villegas moderno d’Italia,

Lieto Destrieri, la cui _Storia sorprendente_ può fare raffronto

all’_Historia y vida del gran tacaño llamado Buscon_...

— Ferretti! Ferretti! sclamarono dieci voci.

— Per l’appunto! soggiunse Lastri.

«Ebbene, il mio pesciolino, il mio protetto, un provinciale ingenuo,

cascò nelle reti del gran tacaño del nostro Quevedo e trovò modo in

sei mesi di mangiarsi o di farsi mangiare 600 mila lire, dico lire

seicentomila in stampatello, col gusto di vedersi inscritto nelle liste

di proscrizione che circolano clandestinamente.

— Non è possibile, saltò su a dire il deputato Boemi, celebre per la

onorata miseria, per la onesta parsimonia e per la trascuranza poco

pulita ed ancor meno olezzante dell’abbigliamento... Seicentomila lire

in sei mesi... Sei patrimonî!

— Alla tua stregua potrebbero essere dodici ed anche più...

L’assemblea rise considerando la barba incolta e la deplorevole toletta

dell’interlocutore. Rise anch’egli pensando che infatti il dodicesimo

di quella somma, per lui, avrebbe rappresentato l’opulenza.

— A Roma non vi è nulla di impossibile, caro Boemi. Il duca di

Piombo, cascato in mano del banchiere Michelini, trovò modo di

perdere sei milioni oro sonante in un giorno solo, e lo zampino di

Ferretti c’era... Ove non c’è lo zampino di Ferretti? Perfino nei

falsi perpetrati per frodare la finanza... Così dice la _Storia

sorprendente_. Così è. E il mio protetto, mezzo rovinato... se si farà

la nuova inchiesta parlamentare alle banche, arrischierà di vedersi

accusato di corruzione. Così va il mondo.

— È il caso del collega Capolini che è nella lista degli indiziati,

avendo accordato per più di trecentomila lire di avalli ai suoi grandi

elettori, i quali in omaggio al suffragio universale non trovarono

di meglio del mangiarsi vivo il loro eletto, disse un deputato

meridionale.

— Il cannibalismo applicato al sistema rappresentativo, riprese Lastri.

«Fatto è che la Camera rappresenta davvero l’intiera società; tutte

le gradazioni di intelligenza, di abilità, di furberia, di ingenuità,

di ipocrisia, di sincerità, di coraggio di viltà, di avvedutezza, di

prudenza, di galantomismo e di marioleria. Sfruttatori o sfruttati

anche qui; lupi ed agnelli, come nel Parlamento degli _Animali

parlanti_ del Casti. Ma fuori di qui l’atmosfera è ampia ed aerata;

noi, invece, in un ambiente ristretto e viziato da pochi, siamo tutti

affetti di febbre miasmatica. Malaria! E nei fremiti degli accessi

febbrili non abbiamo più la nozione del bene e del male.

«In politica, come nel resto.

«Negli accessi malarici, continuava Lastri, anche i migliori scambiano

la Camera per il paese, le istituzioni per la patria, confondono gli

uomini coi principî...

«L’opportunismo solo programma politico, i capi partito sola bandiera,

il Governo sola meta; tutto, compresa la coscienza, subordinato alla

rielezione, tramite necessario alla potenza, alla fortuna, agli onori

vagheggiati.

«I più modesti, fra i quali mi imbranco, senza aspirare precisamente

ai portafogli, spenti gli ideali che rendevano bella e gloriosa la loro

opera di legislatori, rimangono, vogliono rimanere per vanità.

«L’idea di dover rinunziare alla deputazione ci fa allibire...

Ritornare spontaneamente semplici cittadini è da pochi; i Silla sono

rari come le mosche bianche... E poi, è proprio certo che Silla abbia

abdicato per volontà propria?

«La malattia di cui morì mi fa supporre che avesse troppi fastidî in

famiglia, per trovar tempo e modo di occuparsi degli affari di Stato.

Le campane di Montecitorio, ritornate dopo il discorso della Corona

al loro modesto ufficio cronometrico, annunziarono la mezzanotte.

Ora canonica. La farmacia si spopolò, i deputati all’avvertimento

dei sereni di bronzo si sparpagliarono, i morigerati per rincasare, i

nottambuli per rovesciarsi nel caffè Aragno, ove rifriggere tutte le

dicerie ed i pettegolezzi del giorno, cucinati in farmacia, portando

messe di notizie, di raccomandazioni, di fervorini e _réclames_ ai

corrispondenti telegrafici in agguato.

Quella sera i fili elettrici erano ingombrati di particolari della

prossima interpellanza bancaria, di iniziali di deputati compromessi o

sospettati.

Il monogramma _G. S._ era già stato segnalato a Miralto, ove lo si

commentava con indignazione.

L'onorevole · 第 30 / 39 题