CAPITOLO VIII.

Da Roma a Miralto.

Giuliano rincasava al tocco dopo mezzanotte. Era affranto dalla

giornata faticosissima.

Dopo l’asciolvere di Belvedere, l’ingresso a Montecitorio, le formalità

burocratiche per il suo riconoscimento ufficiale, e finalmente,

senza la scorta di Ruggeri, amatissimo, ma importuno, per le sue

contraddizioni, le eccentricità, il fare tutorio assunto, un banchetto

improvvisato al _Ristorante delle Venete_, fra deputati antichi

e novellini, di ogni età, di partiti diversi e diverso provincie,

contestati o no, ed anche di qualche candidato non proclamato, corso a

Roma per protestare contro la proclamazione del competitore; la nota

funebre fra gli evviva della vittoria; i morti e feriti rimasti sul

campo di battaglia!

Morti ribelli, invocanti dalla futura giunta il miracolo della

risurrezione; feriti incurabili, fidenti nella guarigione. La giunta

delle elezioni, la Madonna di Lourdes parlamentare.

Conforto per Giuliano il _socios habere penantes_, anzi, il trovarsi

in condizioni migliori di altri antichi parlamentari, i quali, non

proclamati eletti dall’assemblea dei presidenti de’ seggi elettorali,

erano condannati al limbo degli ambulatorî della Camera, in attesa d’un

problematico annullamento e nell’incertezza dell’esito d’una seconda

prova alle urne.

Dei novellini, Giuliano ebbe le più cortesi accoglienze. Appena

trent’anni, il più giovane degli eletti, la persona gentile, la

simpatia inspirata dallo sguardo azzurro, dalla dolcezza quasi

infantile, l’eleganza innata, l’abbigliamento inappuntabile senza

pretensioni al dandinismo, il titolo autentico di conte e la fama di

milionario, lo ponevano in una situazione eccezionalmente fortunata,

tutte le cordialità furono per lui, anche quelle de’ pezzi grossi,

più ritrosi e sdegnosi; nella gerarchia parlamentare, colonnelli e

generali, che deducono la loro importanza, il loro grado, dal numero

delle medaglie commemorative ciondolanti pesantemente dalle massiccie

catene d’orologio, come il mazzo di chiavi dalla _châtelaine_ d’una

vecchia marchesa, feudataria massaja, delle commedie di Scribe.

È dei parlamentari come del vino: acquistano valore dal tempo, dal

numero delle legislature; la loro importanza è classificata dall’anno

della prima elezione, come il _cognac_ dagli anni di botte.

I pochi superstiti del Parlamento subalpino sono specialmente

apprezzati.

Per altro vi sono anche de’ giovani influenti ed ascoltati per il loro

ingegno e per la loro abilità nell’intrigo; ma, essi rappresentano, fra

i vecchi marescialli, gli ufficiali di stato maggiore, gli ajutanti

di campo; quelli della maggioranza, in attesa della promozione a

sottosegretarî di Stato; quelli delle opposizioni e sottocapigruppo,

spesso assai più prossimi dei loro avversarî ministeriali al bastone

di maresciallo, il portafogli. È facile a comprendersi; i primi, già

acquisiti al potere, del quale godono giornalmente i piccoli favori,

non occorre comprarli, dirò meglio, convertirli, coi favori grossi.

Tutte le strade menano a Roma, e nella Camera anche i sentieri

topograficamente più opposti, le scorciatoje più disastrose possono

condurre al banco dei ministri.

La coerenza non è ingrediente necessario alla composizione degli uomini

di Stato... Viceversa, ai convinti, agli ostinati, raramente la fortuna

sorride; si premiano le transazioni, non la fermezza nelle convinzioni.

La qualità di legalitario, vale a dire di disponibile, non nuoceva a

Giuliano, lusingato fino all’entusiasmo dalle liete accoglienze.

— Do già del tu a mezza Camera! pensò con soddisfazione infinita,

lasciandosi cadere nella soffice poltrona del salotto numero 11, mentre

il cameriere accendeva la lampada.

Alla Camera italiana vi è fra deputati la democratica abitudine, non so

se invalsa per un residuo di tradizione latina, o se ereditata dalla

rivoluzione francese, di trattarsi confidenzialmente alla seconda

persona singolare, senza tener conto delle differenze d’importanza

parlamentare, di posizione sociale o d’età. I meridionali abbandonarono

il voi spagnuolo e latinamente si _tuteggiano_ come gli antichi

quiriti.

I La terza persona, l’_ella_ ed il _lei_ toscano, non servono che nelle

discussioni pubbliche nell’aula.

Giuliano non aveva indagato le origini di tale consuetudine, ma

inorgogliva della confidenziale intimità accordatagli da celebrità,

che la distanza non aveva impicciolite e da Miralto gli eran sembrate

imponenti. Il duca d’Ermida, il gran capo della Destra e gran signore,

per giunta, presidente del consiglio spodestato, ma indicato per

le prossime combinazioni, non solo gli aveva promesso d’occuparsi

della sua elezione; lo aveva anche invitato alle serate intime... non

politiche.

Si capisce, un neofita legalitario non avrebbe potuto accedere al

tempio della Destra pura, nei giorni di solennità. Era già altissimo

onore il poter fare capolino nella sagrestia.

E Giuliano vaneggiava, richiamato soltanto alla realtà dalle lettere,

dai giornali che ingombravano il tavolino. Tutta la posta della

giornata, la corrispondenza intima da Miralto, che per espresso suo

desiderio non gli era stata spedita alla Camera.

Due lettere voluminosissime della sua Adele; alla soprascritta di una

terza riconobbe la calligrafia del sottoprefetto; i giornali eran pure

di Miralto.

La fisionomia di Giuliano si abbujò e, mentre il cameriere, presso

la porta, in rispettoso atteggiamento di attesa sollecitava le

disposizioni per il mattino seguente, fatto un pacchetto dei giornali

li gettò sul canapè, dicendo a voce alta, credendosi solo:

— Non voglio amareggiarmi; li leggerò domani.

Prese le lettere della sua Adele, e baciandole mormorò:

— Poverina! Due in un giorno! A te risponderò subito.

Il cameriere tossì, per non rimanere più a lungo inavvertito.

— Ah! siete là? Tanto meglio! Portatemi del caffè e del cognac.

Solo, aperse delle due lettere la prima capitatagli, la lesse con

compiacenza infinita... A volta un sorriso, un sospiro, e la lettura

continuava non senza difficoltà, essendo i fogli, non numerati, coperti

di caratterini fitti, tracciati in tutti i sensi ad inferriata.

A lettura finita, nella pupilla di Giuliano brillava una lacrima, una

lacrima di tenerezza, una goccia vivificante di rugiada.

Lesse rapidamente anche la seconda, più breve; la rilesse commosso.

Al cameriere che entrava col vassojo:

— Domattina, inutile svegliarmi... Troverete sul tavolo una lettera

ed un telegramma; bisognerà spedirli subito... Presto, chè la lettera

possa partire col primo treno. Per il caffè chiamerò io.

Il cameriere s’inchinò e sparì discreto come ombra. Giuliano, riletti

alcuni brani delle care lettere, sorseggiato il caffè, centellinato il

cognac, si dispose a scrivere:

«_Adele mia!_

«Così ti desideravo. Le tue lettere mi rendono felice. Anche tu hai

compreso che altri doveri incombono ad ogni cittadino, oltre quelli

della famiglia; altro affetto dobbiamo nutrire, del quale l’amore

non deve, non può essere geloso... l’amore di patria...»

Giuliano sostò; punto soddisfatto dell’esordio, lacerò il foglio,

mormorando:

— La deputazione mi dà sullo stile. Scrivevo ad Adele un proclama

elettorale... La patria c’entra come i cavoli...

Si rimise all’opera:

«_Mia cara Adele._»

Stette colla penna sospesa senza scrivere altro; meditava distratto, il

pensiero batteva la campagna, i fumi di Montecitorio gli ottenebravano

la mente, i personaggi conosciuti nella giornata gli sfilavano innanzi

come se riflessi dalla lente d’una lanterna magica; l’invito del duca

d’Ermida, le promesse, le cortesie degli uni, i progetti di altri, i

brindisi del banchetto...

Quando, una diversione inattesa mutò d’un tratto la corrente de’ suei

pensieri.

Poco lungi dall’albergo, in via Torino, le melodie d’una serenata di

mandolini e chitarra, accompagnanti il canto un po’ gutturale di un

tenorino, delizioso nelle inflessioni delle mezze voci, strazianti

per l’accento di profonda, dolce malinconia. Uno stornello che pareva

lamento: la distanza ammortiva lo stridulo degli strumenti e l’aria

fredda della notte serena vibrava soavemente al canto innamorato.

Giuliano, aperte le imposte, si affacciò per intender meglio. Gemevano

discreti i mandolini; il tenore cantava:

Fiore di spino:

Più furgida tu sei, più d’una stella,

Più candida tu sei d’un girsurmino...

e nel profondo silenzio notturno, l’eco luminosa dei taciti astri; alle

vibrazioni del canto romanesco sposavansi le vibrazioni di luce del

cielo stellato. Un bisbiglio di voci sommesse, il rumore di imposte

chiuse, i passi lenti de’ serenanti che s’allontanavano. Nel lontano,

come ultimo saluto, ancora una nota squillante del tenorino, una nota

prolungata d’addio, poi il silenzio.

Il freddo intenso costrinse Giuliano a ritrarsi dalla finestra. Mezzo

intirizzito si rimise al tavolo:

«_Mia cara Adele_,

«Più furgida tu sei, più d’una stella,

Più candida tu sei di un girsurmino...»

Sostò... Una voglia matta di partire per Miralto, un accesso delirante

di nostalgia innamorata... Gettò la penna:

— Stanotte impossibile scrivere... Domani!

*

* *

Domani! Domani la politica! Domani l’amore! Misero uomo di stato, il

nostro Giuliano!

Accese una candela per ritirarsi nella camera da letto; ebbe un

pentimento:

— Almeno un telegramma, poverina!

Scrisse su d’un modulo telegrafico un saluto eloquente, preannunziando

per il giorno seguente una lettera-volume, promettendo imminente una

gita a Miralto.

Il sonno fu tardo; lo stornello gli martellava il capo, e i sogni

furono per la sua Adele adorata, più candida assai di un _girsurmino_.

. . . . . . .

Il sottoprefetto quella notte era in ribasso.

*

* *

Il mattino seguente, di buonissima ora, Giuliano, avvolto nella veste

da camera, al crepitìo della fiamma avvampante del caminetto, scriveva,

compensando il ritardo a rispondere colla lunghezza della lettera,

fedele racconto delle sue impressioni, dall’arrivo in Roma.

Roma li....

«_Adele mia_,

«Non hai idea del tempo che si perde in questa Roma farraginosa...

Appena se jeri trovai modo di scrivere il telegramma, che avrai

ricevuto stamani. La mia giornata fu tutta assorbita da mille

faccende; ed a sera, rientrando, mi sentivo talmente affaticato che

non seppi rispondere alle tue care lettere, le quali mi attendevano

da parecchie ore, poste in evidenza dalla mano intelligente del

cameriere, sul tavolino, sovrapposte al plico della corrispondenza,

lettere, giornali che non ho peranco aperti.

«Giornata di emozioni quella di jeri; più lietamente non poteva

terminare.

«Le tue affettuose resipiscenze mi colmano di gioja. Credi tu che

ci ameremo meno a Roma?

«Scrivendoti dalle due camerette dell’albergo del Quirinale, ancor

sature de’ dolci ricordi del nostro viaggio di nozze, sono convinto

del contrario. Scorsero tre anni e mesi, eppure, qui, tutto mi

parla di te, del nostro amore. Nulla, nulla è invecchiato, nulla

è mutato, come se cento altri viaggiatori non avessero soggiornato

dopo di noi in queste camere. Sul tappeto del tavolino, dal quale

ti scrivo, scorgo ancora la traccia della goccia d’inchiostro

che lasciasti cadere scrivendo la prima lettera alla tua povera

mamma; la prima, dopo la nostra partenza da Miralto; lettera a

quattro mani, dalla redazione tanto laboriosa, perchè, pur volendo

esprimerla, non osavi dir tutta la nostra felicità, temendo

ingelosire, offendere la buona donna inconsolabile della tua

lontananza... Ricordi? Erano scatti di gioja che traboccavano dalla

tua penna, che, riletti, ti facevano arrossire come offesa al tuo

pudore, ingratitudini, insulto al di lei dolore.

«Quante cancellature e pentimenti e aggiunte in quella brutta

copia... E quanti baci! Ricordi?

«In Roma ti amerò ancor più. Miralto è uno spegnitojo. La nostra

esistenza felice finirebbe per sembrarci monotona. L’eccessiva

tranquillità, turbata ora soltanto e momentaneamente dalle

agitazioni, dalle polemiche elettorali, col tempo ci parrebbe

scipita...

«Ci ameremo ancor più! Tu, dolce, diletta suora di carità, sarai il

mio conforto nelle delusioni, che, pur troppo, prevedo grandi; mi

sarai consiglio.

«La nostra casa sarà l’oasi benedetta, nella quale, nelle

stanchezze delle lotte politiche, troverò riposo all’ombra del tuo

amore... Qui potremo preparare un avvenire a nostro figlio...

«Mi scrivi che a Roma l’idillio sarebbe finito; ebbene,

incominceremo il romanzo; un romanzo sereno, tutto amore; non so se

sarà un romanzo moderno; ma certamente, per noi, un romanzo felice.

«A Roma non passeremo che sei mesi dell’anno; i ritorni a Miralto,

dopo le lunghe assenze, ci faran sembrare più bello il nostro

piccolo palazzo, tanto piccino in confronto dei mastodonti romani,

più amena la veduta dei campi verdi solcati dal limpido fiume, più

ridente il nostro giardino... L’idillio riprenderà a dispetto del

romanzo...

«Ti preoccupi del dispendio... Ma, cara mia, siamo abbastanza

ricchi per poterci accordare il lusso del soggiorno in una grande

città durante i mesi gelidi dell’orribile inverno di Miralto.

D’altronde qui gli affari, onesti s’intende, sono facili e

promettenti per chi voglia, colla dovuta prudenza, cercare impiego

fruttifero ai proprî capitali... Senza rischî, tu potrai facilmente

raddoppiare il reddito della tua dote, ora paurosamente sepolta nei

sotterranei della Cassa di risparmio di Milano. Io stesso potrei

impiegare meglio, convertendo in altri valori, i titoli di rendita

provenienti dall’eredità dello zio Giuseppe. Bisognerà pur rifarci

delle spese di questa benedetta elezione, forse a ragione da te

osteggiata, ma che ora s’impone inesorabile. Tu stessa ne convieni,

retrocedere sarebbe scorno troppo grave.

«Così ti volevo, ragionevole di fronte ad un fatto compiuto,

ineluttabile; dicono i Francesi: _le vin est tiré, il faut le

boire._

«Ed ora, cara mia, eccomi a dar evasione, come direbbe il

sottoprefetto Cerasi, alla pratica che registreremo nella rubrica

_curiosità_.

«Tu vuoi saper tutto, non solo le mie azioni, le mie impressioni,

perfino i miei pensieri. Dalla buona volontà che metterò nel

soddisfare la tua legittima curiosità, dipenderanno, tu dici, le

tue decisioni future.

«Imaginati con quale ardore mi ci metto, e ti giuro che non solo

dirò la verità, ma tutta, tutta la verità. Ora che sei ritornata

ragionevole, sarebbe tradimento nasconderti il minimo incidente

che può interessarti. Non sei tu la mia alleata? Con te e per te!

Questo il mio programma. Ti va?

«Impressione per impressione, comincio dalla fine. Di deputati ve

ne sono sempre troppi in Roma, il numero nuoce alla loro importanza

fuori del sacro recinto della Camera.

«L’aggettivo di _onorevole_ a Roma ha tutt’altro valore che in

provincia. È moneta erosa e non fu senza sorpresa che vidi deputati

e perfino ministri messi dal pubblico a livello della folla.

«Democrazia ammirabile, se la disinvoltura colla quale viene

accolta la nostra presentazione fosse inspirata ad un sentimento di

eguaglianza e non al discredito della carica che copriamo.

«Congratulazioni al nuovo giovane eletto a migliaja; pare, da ciò

che scrivono i giornali, ch’io sia il più giovane deputato della

Camera; congratulazioni al vincitore delle urne contro un radicale

sbracato, non al deputato.

«I cavalieri, i commendatori pullulano a migliaja in Roma,

considerati quanto e più di noi. L’importante è di avere un

qualificativo da far precedere al proprio nome e quello di

onorevole non è il più onorato dal pubblico.

«Ruggeri ad una mia osservazione in proposito rispose: I funzionarî

titolati vengono nominati a vita; i deputati invece sono fenomeni

elettorali momentanei. La condizione di deputato è transitoria e

fuori della Camera non ha valore che per gli elettori postulanti ai

ministeri, ove poi, per compensazione, i commendatori burocratici

sono potenze che trattano da pari a pari coi legislatori.

«La spiegazione di Ruggeri non mi ha appagato, e non ti nego

che il mio amor proprio di neo eletto fu ben poco soddisfatto,

accorgendomi che il mio titolo di conte è assai più apprezzato di

quello di deputato.

«_Nemo propheta in Roma!_ soggiunse Ruggeri, sorridendo allo sfogo

della mia onorevolezza delusa.

«Bisogna convenire, per altro, che in gran parte i deputati

poco fanno per rialzare la dignità della loro carica colle forme

esteriori.

«Se ne togli un centinajo, più o meno accurati nel vestire, i

rimanenti rappresentano troppo fedelmente negli abiti e nei modi

gli elettori dell’articolo 100. E in Italia, dice quel matto

di Ettore, paese artistico per eccellenza, è l’abito soltanto

che fa il monaco. I deputati hanno per sola indennità la libera

percorrenza ferroviaria; ve ne sono di poveri, poverissimi,

costretti, se onesti, all’esistenza degli infimi travetti.

Come vuoi, soggiunge Ruggeri, che la dignità di legislatore sia

rispettata nelle taverne romanesche, fra il puzzo dell’aglio e

delle fritture coll’olio rancido, dai clienti cenciosi, dalle etere

dei trivî?

«Si indicano i martiri della miseria legislativa, nobili vittime

del loro disinteresse.

«Deputati viaggianti ogni notte nei treni diretti per mancanza

d’una soffitta ove dormire, onorevoli periodicamente naviganti

sui piroscafi postali per potersi tratto tratto sfamare alla lauta

mensa della Società di navigazione, che era concessa gratuita agli

onorevoli, ora non più.

«Ruggeri cita un collega che racimolava i resti di candele alla

Camera, per non coricarsi all’oscuro.

«La è storia antica, perchè, ormai, i deputati veramente poveri

sono eccezioni rarissime; eccezioni ancor più rare, quelli disposti

al martirio.

«Le condizioni nuove delle lotte elettorali tengono a distanza

dalle urne i poveri. Per quei pochi, a ciò che dice Ruggeri,

i mezzi di corruzione sono infiniti e difficilmente ponno

sottrarvisi; gli adescati finiscono per soccombere le maggioranze

si fanno sempre più imponenti.

«Vedi, mia dolce Adele, che ti dico tutto. Ma noi, fortunati,

non avremo nulla da chiedere, e, passata la crisi della elezione

contestata, potrò riprendere intiera la indipendenza, la libertà

d’azione.

«Ora sono costretto a certi riguardi, non solo per l’avvenire,

anche per il passato. Parrebbe ingratitudine nera verso il Governo

lo schierarmi oppositore, dopo l’appoggio avuto nella lotta

elettorale.

«Ho già veduto parecchî ministri, quello dei lavori pubblici;

il Grande Elettore, come lo chiamano i giornali avversarî, fu

veramente cortese. Per la recente, strepitosa vittoria elettorale,

a lui attribuita in gran parte, è onnipotente nel gabinetto.

«Mi parlò con interesse del nostro sottoprefetto e convenne che

un funzionario sì devoto ed intelligente, atto a rendere tanti

servigî, non deve rimanere più a lungo nella oscura situazione

nella quale è lasciato da troppi anni. Mi promise di parlarne

al presidente del consiglio, ministro dell’interno, al quale

sarò presentato oggi da un celebre giornalista, più influente,

dicono, degli stessi ministri, presso il quale mi giovò assai la

raccomandazione del sottoprefetto.

«A proposito, le di lui lettere di presentazione non le recapitai

ancor tutte. Il tempo manca, le giornate dovrebbero essere di

quarantotto ore; domani mi recherò certamente da monsignor Arrighi

e dalla contessa Morin.

«Fra tre giorni la grande solennità: l’inaugurazione della

legislatura, colle due Camere riunite nell’aula di Montecitorio e

tutti i poteri dello Stato.

«Il re pronunzierà il discorso inaugurale, presenti tutti i

principi colle loro case civili e militari. Lo spettacolo sarà

imponente... Ti vorrei qui. Ma i tuoi capricci hanno ritardato la

tua venuta in Roma.

«Mi metterò in cerca d’un appartamento, e fra poco avrò la gioja di

venirti a prendere a Miralto. Vedrai, saremo felici anche qui.

«Ho ancora tante cose da dirti; ma l’ora incalza.... Sono aspettato

dal mio presentatore presso il presidente del Consiglio... E

poi, non vorrei perdere il corriere... A stasera, adunque, la

continuazione di questa lettera, già troppo lunga.

«Frattanto, a te mille baci, mille al nostro piccolo Gustavo; alla

signorina Stella, coi miei, i saluti di Ruggeri, che me ne incaricò

tacitamente, per suggestione, l’originale. Di lui ti scriverò;

è ancor più strano; ma, pur sempre affettuoso... Addio! No,

arrivederci presto, fra qualche giorno, a Miralto.

«_Il tuo_ GIULIANO.»

Come il lettore avrà notato, Giuliano scrisse bensì la verità alla

sua Adele, ma non tutta la verità. Aveva taciuto delle diecimila lire

versate in acconto a Ferretti, il cui nome per pudore non aveva osato

scrivere.

Ed accennando alle cause del discredito del titolo di onorevole, aveva

sorvolato su tutto ciò che gli aveva narrato la mala lingua di Ruggeri;

di deputati abbrutiti, scacciati senza formalità dalla Camera; di certo

portafogli sparito per opera d’un collega, dalle tasche del soprabito

di un deputato; di onorevoli giunti poveri a Montecitorio, in pochi

anni milionarî; di debiti strepitosi di alcuni; di quadri spariti

da gallerie fidecommissarie, per infedeltà del deputato titolare; di

deputati arbitri ne’ litigi del Governo, ricchi e straricchi a forza

di benevole transazioni; di medaglie parlamentari ricattate dalla

presidenza in luoghi innominabili; di mezzane da trivio diramanti le

loro circolari erotiche su carta intestata della Camera; di onorevoli

falliti o compromessi nei _cracks_ più clamorosi; di note associazioni

fra deputati ed appaltatori governativi; di ogni specie e notorie

scandalose incompatibilità morali e materiali; di affaristi trafficanti

da una parte la loro influenza politica, dall’altra il loro voto.

E deputati giornalisti venduti, lautamente impinguati coi fondi

segreti, e deputati corruttori, compiacenti mezzani di transazioni

politiche dei colleghi, per conto di ogni gabinetto.

— Ti ho detto, aveva soggiunto Ettore al giovane amico, che

Montecitorio è il _club_ più aggradevole del mondo; ma, pur troppo,

non si possono, come negli altri circoli, vagliare i membri; bisogna

accettarli quali vengono, come il suffragio li manda... Ma se ciò

è a danno del prestigio parlamentare, non lo è per i gentiluomini

onesti, veramente onorevoli, onestamente esercitanti il loro mandato.

Il discredito che colpisce la carica, si muta per essi in un aumento

di stima. L’onestà, che dovrebbe essere obbligo per tutti, è merito

speciale. Vi è il libro d’oro anche alla Camera e, ad onta delle

perenni seduzioni, sono numerosi i migliori di ogni partito che su quel

libro dell’aristocrazia dell’onore hanno diritto d’essere inscritti.

Per pudore, Giuliano, non aveva detto tutto alla sposa, alla nuova

alleata, come l’aveva chiamata. Costretto dalla riconoscenza, direi,

dalla complicità e dalla sua difficile situazione di contestato, a

servire un Governo che cominciava a disistimare, si sentiva menomato

nella propria stima, e preferì sorvolare.

Spedita immediatamente la lettera, Giuliano accingevasi ad aprire

il corriere lasciato intatto la sera precedente, quando la porta del

salotto, senza preavviso, si spalancò violentemente.

Giuliano che, seduto al tavolo, volgeva le spalle all’ingresso, balzò

alla rumorosa irruzione. Riconoscendo Ettore, pallido, immobile

sul limitare, gli corse incontro come per chiedergli ragione di

quell’entrata drammatica; ma non formulò parola, presentendo una

sventura.

— Non sei ancora partito? chiese severamente Ruggeri.

— Partito? E perchè? Per dove?

— Non hai letto? Non hai ricevuto i giornali di Miralto? Nessuno ti ha

telegrafato, ti ha scritto?

— Che è dunque avvenuto? Adele? Mio figlio? In nome di Dio, parla!

E ravvedendosi si slanciò verso il tavolo; afferrato il primo giornale

capitatogli sotto mano, febbrilmente ne lacerava la fascia.

Accorse Ruggeri.

— No! Nessuna disgrazia a’ tuoi... Non dovevo allarmarti così! Ma io

credevo che tu li avessi letti i giornali... Per ciò mi meravigliavo di

vederti qui. Ora sono io che devo chiederti scusa.

— Che è dunque avvenuto? chiese trepidante Giuliano.

— Nulla di irreparabile... Maledetti i nervi... Tutti così voi

altri giovani; noi, peggio, siamo violenti... violenti sino alla

brutalità, scusami. Dammi quel maledetto giornale; lo leggeremo poi,

e ascoltami... Ti dico che nessuna disgrazia è avvenuta ai tuoi...

Dammelo, quel libello infame! riprese Ettore, strappando di mano il

foglio a Giuliano... Siediti e parliamo con calma. Ne abbiamo il tempo.

Ormai, perduto il treno del mattino per l’Alta Italia, non puoi partire

che con quello di Firenze, alle tre. Siediti, ti dico, ed ascoltami.

Quando partisti da Miralto, sapevi che il giorno seguente vi sarebbe

stato un gran pranzo dal sottoprefetto? che tua moglie era invitata

colla sua amica, la signorina... la signorina Stella, riprese dopo

breve pausa, quasi avesse provato difficoltà a pronunciare il nome

della giovinetta.

— Sì, lo sapevo, e non vidi ragione di oppormi. Adele era tanto

addolorata per la mia partenza, ch’io fui liete della distrazione che

le si offriva; fui io ad insistere.

— E di male non ve n’era infatti. Leggi ora che cosa stampa _Il

Ventriloquo_, il giornale tuo avversario...

«Leggi.

Il breve _entrefilet_ del foglio diceva così:

L'onorevole · 第 13 / 39 题