Da Roma a Miralto.
Giuliano rincasava al tocco dopo mezzanotte. Era affranto dalla
giornata faticosissima.
Dopo l’asciolvere di Belvedere, l’ingresso a Montecitorio, le formalità
burocratiche per il suo riconoscimento ufficiale, e finalmente,
senza la scorta di Ruggeri, amatissimo, ma importuno, per le sue
contraddizioni, le eccentricità, il fare tutorio assunto, un banchetto
improvvisato al _Ristorante delle Venete_, fra deputati antichi
e novellini, di ogni età, di partiti diversi e diverso provincie,
contestati o no, ed anche di qualche candidato non proclamato, corso a
Roma per protestare contro la proclamazione del competitore; la nota
funebre fra gli evviva della vittoria; i morti e feriti rimasti sul
campo di battaglia!
Morti ribelli, invocanti dalla futura giunta il miracolo della
risurrezione; feriti incurabili, fidenti nella guarigione. La giunta
delle elezioni, la Madonna di Lourdes parlamentare.
Conforto per Giuliano il _socios habere penantes_, anzi, il trovarsi
in condizioni migliori di altri antichi parlamentari, i quali, non
proclamati eletti dall’assemblea dei presidenti de’ seggi elettorali,
erano condannati al limbo degli ambulatorî della Camera, in attesa d’un
problematico annullamento e nell’incertezza dell’esito d’una seconda
prova alle urne.
Dei novellini, Giuliano ebbe le più cortesi accoglienze. Appena
trent’anni, il più giovane degli eletti, la persona gentile, la
simpatia inspirata dallo sguardo azzurro, dalla dolcezza quasi
infantile, l’eleganza innata, l’abbigliamento inappuntabile senza
pretensioni al dandinismo, il titolo autentico di conte e la fama di
milionario, lo ponevano in una situazione eccezionalmente fortunata,
tutte le cordialità furono per lui, anche quelle de’ pezzi grossi,
più ritrosi e sdegnosi; nella gerarchia parlamentare, colonnelli e
generali, che deducono la loro importanza, il loro grado, dal numero
delle medaglie commemorative ciondolanti pesantemente dalle massiccie
catene d’orologio, come il mazzo di chiavi dalla _châtelaine_ d’una
vecchia marchesa, feudataria massaja, delle commedie di Scribe.
È dei parlamentari come del vino: acquistano valore dal tempo, dal
numero delle legislature; la loro importanza è classificata dall’anno
della prima elezione, come il _cognac_ dagli anni di botte.
I pochi superstiti del Parlamento subalpino sono specialmente
apprezzati.
Per altro vi sono anche de’ giovani influenti ed ascoltati per il loro
ingegno e per la loro abilità nell’intrigo; ma, essi rappresentano, fra
i vecchi marescialli, gli ufficiali di stato maggiore, gli ajutanti
di campo; quelli della maggioranza, in attesa della promozione a
sottosegretarî di Stato; quelli delle opposizioni e sottocapigruppo,
spesso assai più prossimi dei loro avversarî ministeriali al bastone
di maresciallo, il portafogli. È facile a comprendersi; i primi, già
acquisiti al potere, del quale godono giornalmente i piccoli favori,
non occorre comprarli, dirò meglio, convertirli, coi favori grossi.
Tutte le strade menano a Roma, e nella Camera anche i sentieri
topograficamente più opposti, le scorciatoje più disastrose possono
condurre al banco dei ministri.
La coerenza non è ingrediente necessario alla composizione degli uomini
di Stato... Viceversa, ai convinti, agli ostinati, raramente la fortuna
sorride; si premiano le transazioni, non la fermezza nelle convinzioni.
La qualità di legalitario, vale a dire di disponibile, non nuoceva a
Giuliano, lusingato fino all’entusiasmo dalle liete accoglienze.
— Do già del tu a mezza Camera! pensò con soddisfazione infinita,
lasciandosi cadere nella soffice poltrona del salotto numero 11, mentre
il cameriere accendeva la lampada.
Alla Camera italiana vi è fra deputati la democratica abitudine, non so
se invalsa per un residuo di tradizione latina, o se ereditata dalla
rivoluzione francese, di trattarsi confidenzialmente alla seconda
persona singolare, senza tener conto delle differenze d’importanza
parlamentare, di posizione sociale o d’età. I meridionali abbandonarono
il voi spagnuolo e latinamente si _tuteggiano_ come gli antichi
quiriti.
I La terza persona, l’_ella_ ed il _lei_ toscano, non servono che nelle
discussioni pubbliche nell’aula.
Giuliano non aveva indagato le origini di tale consuetudine, ma
inorgogliva della confidenziale intimità accordatagli da celebrità,
che la distanza non aveva impicciolite e da Miralto gli eran sembrate
imponenti. Il duca d’Ermida, il gran capo della Destra e gran signore,
per giunta, presidente del consiglio spodestato, ma indicato per
le prossime combinazioni, non solo gli aveva promesso d’occuparsi
della sua elezione; lo aveva anche invitato alle serate intime... non
politiche.
Si capisce, un neofita legalitario non avrebbe potuto accedere al
tempio della Destra pura, nei giorni di solennità. Era già altissimo
onore il poter fare capolino nella sagrestia.
E Giuliano vaneggiava, richiamato soltanto alla realtà dalle lettere,
dai giornali che ingombravano il tavolino. Tutta la posta della
giornata, la corrispondenza intima da Miralto, che per espresso suo
desiderio non gli era stata spedita alla Camera.
Due lettere voluminosissime della sua Adele; alla soprascritta di una
terza riconobbe la calligrafia del sottoprefetto; i giornali eran pure
di Miralto.
La fisionomia di Giuliano si abbujò e, mentre il cameriere, presso
la porta, in rispettoso atteggiamento di attesa sollecitava le
disposizioni per il mattino seguente, fatto un pacchetto dei giornali
li gettò sul canapè, dicendo a voce alta, credendosi solo:
— Non voglio amareggiarmi; li leggerò domani.
Prese le lettere della sua Adele, e baciandole mormorò:
— Poverina! Due in un giorno! A te risponderò subito.
Il cameriere tossì, per non rimanere più a lungo inavvertito.
— Ah! siete là? Tanto meglio! Portatemi del caffè e del cognac.
Solo, aperse delle due lettere la prima capitatagli, la lesse con
compiacenza infinita... A volta un sorriso, un sospiro, e la lettura
continuava non senza difficoltà, essendo i fogli, non numerati, coperti
di caratterini fitti, tracciati in tutti i sensi ad inferriata.
A lettura finita, nella pupilla di Giuliano brillava una lacrima, una
lacrima di tenerezza, una goccia vivificante di rugiada.
Lesse rapidamente anche la seconda, più breve; la rilesse commosso.
Al cameriere che entrava col vassojo:
— Domattina, inutile svegliarmi... Troverete sul tavolo una lettera
ed un telegramma; bisognerà spedirli subito... Presto, chè la lettera
possa partire col primo treno. Per il caffè chiamerò io.
Il cameriere s’inchinò e sparì discreto come ombra. Giuliano, riletti
alcuni brani delle care lettere, sorseggiato il caffè, centellinato il
cognac, si dispose a scrivere:
«_Adele mia!_
«Così ti desideravo. Le tue lettere mi rendono felice. Anche tu hai
compreso che altri doveri incombono ad ogni cittadino, oltre quelli
della famiglia; altro affetto dobbiamo nutrire, del quale l’amore
non deve, non può essere geloso... l’amore di patria...»
Giuliano sostò; punto soddisfatto dell’esordio, lacerò il foglio,
mormorando:
— La deputazione mi dà sullo stile. Scrivevo ad Adele un proclama
elettorale... La patria c’entra come i cavoli...
Si rimise all’opera:
«_Mia cara Adele._»
Stette colla penna sospesa senza scrivere altro; meditava distratto, il
pensiero batteva la campagna, i fumi di Montecitorio gli ottenebravano
la mente, i personaggi conosciuti nella giornata gli sfilavano innanzi
come se riflessi dalla lente d’una lanterna magica; l’invito del duca
d’Ermida, le promesse, le cortesie degli uni, i progetti di altri, i
brindisi del banchetto...
Quando, una diversione inattesa mutò d’un tratto la corrente de’ suei
pensieri.
Poco lungi dall’albergo, in via Torino, le melodie d’una serenata di
mandolini e chitarra, accompagnanti il canto un po’ gutturale di un
tenorino, delizioso nelle inflessioni delle mezze voci, strazianti
per l’accento di profonda, dolce malinconia. Uno stornello che pareva
lamento: la distanza ammortiva lo stridulo degli strumenti e l’aria
fredda della notte serena vibrava soavemente al canto innamorato.
Giuliano, aperte le imposte, si affacciò per intender meglio. Gemevano
discreti i mandolini; il tenore cantava:
Fiore di spino:
Più furgida tu sei, più d’una stella,
Più candida tu sei d’un girsurmino...
e nel profondo silenzio notturno, l’eco luminosa dei taciti astri; alle
vibrazioni del canto romanesco sposavansi le vibrazioni di luce del
cielo stellato. Un bisbiglio di voci sommesse, il rumore di imposte
chiuse, i passi lenti de’ serenanti che s’allontanavano. Nel lontano,
come ultimo saluto, ancora una nota squillante del tenorino, una nota
prolungata d’addio, poi il silenzio.
Il freddo intenso costrinse Giuliano a ritrarsi dalla finestra. Mezzo
intirizzito si rimise al tavolo:
«_Mia cara Adele_,
«Più furgida tu sei, più d’una stella,
Più candida tu sei di un girsurmino...»
Sostò... Una voglia matta di partire per Miralto, un accesso delirante
di nostalgia innamorata... Gettò la penna:
— Stanotte impossibile scrivere... Domani!
*
* *
Domani! Domani la politica! Domani l’amore! Misero uomo di stato, il
nostro Giuliano!
Accese una candela per ritirarsi nella camera da letto; ebbe un
pentimento:
— Almeno un telegramma, poverina!
Scrisse su d’un modulo telegrafico un saluto eloquente, preannunziando
per il giorno seguente una lettera-volume, promettendo imminente una
gita a Miralto.
Il sonno fu tardo; lo stornello gli martellava il capo, e i sogni
furono per la sua Adele adorata, più candida assai di un _girsurmino_.
. . . . . . .
Il sottoprefetto quella notte era in ribasso.
*
* *
Il mattino seguente, di buonissima ora, Giuliano, avvolto nella veste
da camera, al crepitìo della fiamma avvampante del caminetto, scriveva,
compensando il ritardo a rispondere colla lunghezza della lettera,
fedele racconto delle sue impressioni, dall’arrivo in Roma.
Roma li....
«_Adele mia_,
«Non hai idea del tempo che si perde in questa Roma farraginosa...
Appena se jeri trovai modo di scrivere il telegramma, che avrai
ricevuto stamani. La mia giornata fu tutta assorbita da mille
faccende; ed a sera, rientrando, mi sentivo talmente affaticato che
non seppi rispondere alle tue care lettere, le quali mi attendevano
da parecchie ore, poste in evidenza dalla mano intelligente del
cameriere, sul tavolino, sovrapposte al plico della corrispondenza,
lettere, giornali che non ho peranco aperti.
«Giornata di emozioni quella di jeri; più lietamente non poteva
terminare.
«Le tue affettuose resipiscenze mi colmano di gioja. Credi tu che
ci ameremo meno a Roma?
«Scrivendoti dalle due camerette dell’albergo del Quirinale, ancor
sature de’ dolci ricordi del nostro viaggio di nozze, sono convinto
del contrario. Scorsero tre anni e mesi, eppure, qui, tutto mi
parla di te, del nostro amore. Nulla, nulla è invecchiato, nulla
è mutato, come se cento altri viaggiatori non avessero soggiornato
dopo di noi in queste camere. Sul tappeto del tavolino, dal quale
ti scrivo, scorgo ancora la traccia della goccia d’inchiostro
che lasciasti cadere scrivendo la prima lettera alla tua povera
mamma; la prima, dopo la nostra partenza da Miralto; lettera a
quattro mani, dalla redazione tanto laboriosa, perchè, pur volendo
esprimerla, non osavi dir tutta la nostra felicità, temendo
ingelosire, offendere la buona donna inconsolabile della tua
lontananza... Ricordi? Erano scatti di gioja che traboccavano dalla
tua penna, che, riletti, ti facevano arrossire come offesa al tuo
pudore, ingratitudini, insulto al di lei dolore.
«Quante cancellature e pentimenti e aggiunte in quella brutta
copia... E quanti baci! Ricordi?
«In Roma ti amerò ancor più. Miralto è uno spegnitojo. La nostra
esistenza felice finirebbe per sembrarci monotona. L’eccessiva
tranquillità, turbata ora soltanto e momentaneamente dalle
agitazioni, dalle polemiche elettorali, col tempo ci parrebbe
scipita...
«Ci ameremo ancor più! Tu, dolce, diletta suora di carità, sarai il
mio conforto nelle delusioni, che, pur troppo, prevedo grandi; mi
sarai consiglio.
«La nostra casa sarà l’oasi benedetta, nella quale, nelle
stanchezze delle lotte politiche, troverò riposo all’ombra del tuo
amore... Qui potremo preparare un avvenire a nostro figlio...
«Mi scrivi che a Roma l’idillio sarebbe finito; ebbene,
incominceremo il romanzo; un romanzo sereno, tutto amore; non so se
sarà un romanzo moderno; ma certamente, per noi, un romanzo felice.
«A Roma non passeremo che sei mesi dell’anno; i ritorni a Miralto,
dopo le lunghe assenze, ci faran sembrare più bello il nostro
piccolo palazzo, tanto piccino in confronto dei mastodonti romani,
più amena la veduta dei campi verdi solcati dal limpido fiume, più
ridente il nostro giardino... L’idillio riprenderà a dispetto del
romanzo...
«Ti preoccupi del dispendio... Ma, cara mia, siamo abbastanza
ricchi per poterci accordare il lusso del soggiorno in una grande
città durante i mesi gelidi dell’orribile inverno di Miralto.
D’altronde qui gli affari, onesti s’intende, sono facili e
promettenti per chi voglia, colla dovuta prudenza, cercare impiego
fruttifero ai proprî capitali... Senza rischî, tu potrai facilmente
raddoppiare il reddito della tua dote, ora paurosamente sepolta nei
sotterranei della Cassa di risparmio di Milano. Io stesso potrei
impiegare meglio, convertendo in altri valori, i titoli di rendita
provenienti dall’eredità dello zio Giuseppe. Bisognerà pur rifarci
delle spese di questa benedetta elezione, forse a ragione da te
osteggiata, ma che ora s’impone inesorabile. Tu stessa ne convieni,
retrocedere sarebbe scorno troppo grave.
«Così ti volevo, ragionevole di fronte ad un fatto compiuto,
ineluttabile; dicono i Francesi: _le vin est tiré, il faut le
boire._
«Ed ora, cara mia, eccomi a dar evasione, come direbbe il
sottoprefetto Cerasi, alla pratica che registreremo nella rubrica
_curiosità_.
«Tu vuoi saper tutto, non solo le mie azioni, le mie impressioni,
perfino i miei pensieri. Dalla buona volontà che metterò nel
soddisfare la tua legittima curiosità, dipenderanno, tu dici, le
tue decisioni future.
«Imaginati con quale ardore mi ci metto, e ti giuro che non solo
dirò la verità, ma tutta, tutta la verità. Ora che sei ritornata
ragionevole, sarebbe tradimento nasconderti il minimo incidente
che può interessarti. Non sei tu la mia alleata? Con te e per te!
Questo il mio programma. Ti va?
«Impressione per impressione, comincio dalla fine. Di deputati ve
ne sono sempre troppi in Roma, il numero nuoce alla loro importanza
fuori del sacro recinto della Camera.
«L’aggettivo di _onorevole_ a Roma ha tutt’altro valore che in
provincia. È moneta erosa e non fu senza sorpresa che vidi deputati
e perfino ministri messi dal pubblico a livello della folla.
«Democrazia ammirabile, se la disinvoltura colla quale viene
accolta la nostra presentazione fosse inspirata ad un sentimento di
eguaglianza e non al discredito della carica che copriamo.
«Congratulazioni al nuovo giovane eletto a migliaja; pare, da ciò
che scrivono i giornali, ch’io sia il più giovane deputato della
Camera; congratulazioni al vincitore delle urne contro un radicale
sbracato, non al deputato.
«I cavalieri, i commendatori pullulano a migliaja in Roma,
considerati quanto e più di noi. L’importante è di avere un
qualificativo da far precedere al proprio nome e quello di
onorevole non è il più onorato dal pubblico.
«Ruggeri ad una mia osservazione in proposito rispose: I funzionarî
titolati vengono nominati a vita; i deputati invece sono fenomeni
elettorali momentanei. La condizione di deputato è transitoria e
fuori della Camera non ha valore che per gli elettori postulanti ai
ministeri, ove poi, per compensazione, i commendatori burocratici
sono potenze che trattano da pari a pari coi legislatori.
«La spiegazione di Ruggeri non mi ha appagato, e non ti nego
che il mio amor proprio di neo eletto fu ben poco soddisfatto,
accorgendomi che il mio titolo di conte è assai più apprezzato di
quello di deputato.
«_Nemo propheta in Roma!_ soggiunse Ruggeri, sorridendo allo sfogo
della mia onorevolezza delusa.
«Bisogna convenire, per altro, che in gran parte i deputati
poco fanno per rialzare la dignità della loro carica colle forme
esteriori.
«Se ne togli un centinajo, più o meno accurati nel vestire, i
rimanenti rappresentano troppo fedelmente negli abiti e nei modi
gli elettori dell’articolo 100. E in Italia, dice quel matto
di Ettore, paese artistico per eccellenza, è l’abito soltanto
che fa il monaco. I deputati hanno per sola indennità la libera
percorrenza ferroviaria; ve ne sono di poveri, poverissimi,
costretti, se onesti, all’esistenza degli infimi travetti.
Come vuoi, soggiunge Ruggeri, che la dignità di legislatore sia
rispettata nelle taverne romanesche, fra il puzzo dell’aglio e
delle fritture coll’olio rancido, dai clienti cenciosi, dalle etere
dei trivî?
«Si indicano i martiri della miseria legislativa, nobili vittime
del loro disinteresse.
«Deputati viaggianti ogni notte nei treni diretti per mancanza
d’una soffitta ove dormire, onorevoli periodicamente naviganti
sui piroscafi postali per potersi tratto tratto sfamare alla lauta
mensa della Società di navigazione, che era concessa gratuita agli
onorevoli, ora non più.
«Ruggeri cita un collega che racimolava i resti di candele alla
Camera, per non coricarsi all’oscuro.
«La è storia antica, perchè, ormai, i deputati veramente poveri
sono eccezioni rarissime; eccezioni ancor più rare, quelli disposti
al martirio.
«Le condizioni nuove delle lotte elettorali tengono a distanza
dalle urne i poveri. Per quei pochi, a ciò che dice Ruggeri,
i mezzi di corruzione sono infiniti e difficilmente ponno
sottrarvisi; gli adescati finiscono per soccombere le maggioranze
si fanno sempre più imponenti.
«Vedi, mia dolce Adele, che ti dico tutto. Ma noi, fortunati,
non avremo nulla da chiedere, e, passata la crisi della elezione
contestata, potrò riprendere intiera la indipendenza, la libertà
d’azione.
«Ora sono costretto a certi riguardi, non solo per l’avvenire,
anche per il passato. Parrebbe ingratitudine nera verso il Governo
lo schierarmi oppositore, dopo l’appoggio avuto nella lotta
elettorale.
«Ho già veduto parecchî ministri, quello dei lavori pubblici;
il Grande Elettore, come lo chiamano i giornali avversarî, fu
veramente cortese. Per la recente, strepitosa vittoria elettorale,
a lui attribuita in gran parte, è onnipotente nel gabinetto.
«Mi parlò con interesse del nostro sottoprefetto e convenne che
un funzionario sì devoto ed intelligente, atto a rendere tanti
servigî, non deve rimanere più a lungo nella oscura situazione
nella quale è lasciato da troppi anni. Mi promise di parlarne
al presidente del consiglio, ministro dell’interno, al quale
sarò presentato oggi da un celebre giornalista, più influente,
dicono, degli stessi ministri, presso il quale mi giovò assai la
raccomandazione del sottoprefetto.
«A proposito, le di lui lettere di presentazione non le recapitai
ancor tutte. Il tempo manca, le giornate dovrebbero essere di
quarantotto ore; domani mi recherò certamente da monsignor Arrighi
e dalla contessa Morin.
«Fra tre giorni la grande solennità: l’inaugurazione della
legislatura, colle due Camere riunite nell’aula di Montecitorio e
tutti i poteri dello Stato.
«Il re pronunzierà il discorso inaugurale, presenti tutti i
principi colle loro case civili e militari. Lo spettacolo sarà
imponente... Ti vorrei qui. Ma i tuoi capricci hanno ritardato la
tua venuta in Roma.
«Mi metterò in cerca d’un appartamento, e fra poco avrò la gioja di
venirti a prendere a Miralto. Vedrai, saremo felici anche qui.
«Ho ancora tante cose da dirti; ma l’ora incalza.... Sono aspettato
dal mio presentatore presso il presidente del Consiglio... E
poi, non vorrei perdere il corriere... A stasera, adunque, la
continuazione di questa lettera, già troppo lunga.
«Frattanto, a te mille baci, mille al nostro piccolo Gustavo; alla
signorina Stella, coi miei, i saluti di Ruggeri, che me ne incaricò
tacitamente, per suggestione, l’originale. Di lui ti scriverò;
è ancor più strano; ma, pur sempre affettuoso... Addio! No,
arrivederci presto, fra qualche giorno, a Miralto.
«_Il tuo_ GIULIANO.»
Come il lettore avrà notato, Giuliano scrisse bensì la verità alla
sua Adele, ma non tutta la verità. Aveva taciuto delle diecimila lire
versate in acconto a Ferretti, il cui nome per pudore non aveva osato
scrivere.
Ed accennando alle cause del discredito del titolo di onorevole, aveva
sorvolato su tutto ciò che gli aveva narrato la mala lingua di Ruggeri;
di deputati abbrutiti, scacciati senza formalità dalla Camera; di certo
portafogli sparito per opera d’un collega, dalle tasche del soprabito
di un deputato; di onorevoli giunti poveri a Montecitorio, in pochi
anni milionarî; di debiti strepitosi di alcuni; di quadri spariti
da gallerie fidecommissarie, per infedeltà del deputato titolare; di
deputati arbitri ne’ litigi del Governo, ricchi e straricchi a forza
di benevole transazioni; di medaglie parlamentari ricattate dalla
presidenza in luoghi innominabili; di mezzane da trivio diramanti le
loro circolari erotiche su carta intestata della Camera; di onorevoli
falliti o compromessi nei _cracks_ più clamorosi; di note associazioni
fra deputati ed appaltatori governativi; di ogni specie e notorie
scandalose incompatibilità morali e materiali; di affaristi trafficanti
da una parte la loro influenza politica, dall’altra il loro voto.
E deputati giornalisti venduti, lautamente impinguati coi fondi
segreti, e deputati corruttori, compiacenti mezzani di transazioni
politiche dei colleghi, per conto di ogni gabinetto.
— Ti ho detto, aveva soggiunto Ettore al giovane amico, che
Montecitorio è il _club_ più aggradevole del mondo; ma, pur troppo,
non si possono, come negli altri circoli, vagliare i membri; bisogna
accettarli quali vengono, come il suffragio li manda... Ma se ciò
è a danno del prestigio parlamentare, non lo è per i gentiluomini
onesti, veramente onorevoli, onestamente esercitanti il loro mandato.
Il discredito che colpisce la carica, si muta per essi in un aumento
di stima. L’onestà, che dovrebbe essere obbligo per tutti, è merito
speciale. Vi è il libro d’oro anche alla Camera e, ad onta delle
perenni seduzioni, sono numerosi i migliori di ogni partito che su quel
libro dell’aristocrazia dell’onore hanno diritto d’essere inscritti.
Per pudore, Giuliano, non aveva detto tutto alla sposa, alla nuova
alleata, come l’aveva chiamata. Costretto dalla riconoscenza, direi,
dalla complicità e dalla sua difficile situazione di contestato, a
servire un Governo che cominciava a disistimare, si sentiva menomato
nella propria stima, e preferì sorvolare.
Spedita immediatamente la lettera, Giuliano accingevasi ad aprire
il corriere lasciato intatto la sera precedente, quando la porta del
salotto, senza preavviso, si spalancò violentemente.
Giuliano che, seduto al tavolo, volgeva le spalle all’ingresso, balzò
alla rumorosa irruzione. Riconoscendo Ettore, pallido, immobile
sul limitare, gli corse incontro come per chiedergli ragione di
quell’entrata drammatica; ma non formulò parola, presentendo una
sventura.
— Non sei ancora partito? chiese severamente Ruggeri.
— Partito? E perchè? Per dove?
— Non hai letto? Non hai ricevuto i giornali di Miralto? Nessuno ti ha
telegrafato, ti ha scritto?
— Che è dunque avvenuto? Adele? Mio figlio? In nome di Dio, parla!
E ravvedendosi si slanciò verso il tavolo; afferrato il primo giornale
capitatogli sotto mano, febbrilmente ne lacerava la fascia.
Accorse Ruggeri.
— No! Nessuna disgrazia a’ tuoi... Non dovevo allarmarti così! Ma io
credevo che tu li avessi letti i giornali... Per ciò mi meravigliavo di
vederti qui. Ora sono io che devo chiederti scusa.
— Che è dunque avvenuto? chiese trepidante Giuliano.
— Nulla di irreparabile... Maledetti i nervi... Tutti così voi
altri giovani; noi, peggio, siamo violenti... violenti sino alla
brutalità, scusami. Dammi quel maledetto giornale; lo leggeremo poi,
e ascoltami... Ti dico che nessuna disgrazia è avvenuta ai tuoi...
Dammelo, quel libello infame! riprese Ettore, strappando di mano il
foglio a Giuliano... Siediti e parliamo con calma. Ne abbiamo il tempo.
Ormai, perduto il treno del mattino per l’Alta Italia, non puoi partire
che con quello di Firenze, alle tre. Siediti, ti dico, ed ascoltami.
Quando partisti da Miralto, sapevi che il giorno seguente vi sarebbe
stato un gran pranzo dal sottoprefetto? che tua moglie era invitata
colla sua amica, la signorina... la signorina Stella, riprese dopo
breve pausa, quasi avesse provato difficoltà a pronunciare il nome
della giovinetta.
— Sì, lo sapevo, e non vidi ragione di oppormi. Adele era tanto
addolorata per la mia partenza, ch’io fui liete della distrazione che
le si offriva; fui io ad insistere.
— E di male non ve n’era infatti. Leggi ora che cosa stampa _Il
Ventriloquo_, il giornale tuo avversario...
«Leggi.
Il breve _entrefilet_ del foglio diceva così: