Partenza!
Lo stridìo acuto, irritante, dell’avvisatore elettrico della stazione
di Miralto annunziava imminente l’arrivo del diretto Milano-Roma,
partito in ritardo di venticinque minuti, ritardo annunziato alla
folla dei convenuti dal lungo sottoprefetto, al quale, colla dovuta
ossequiosa deferenza, aveva riferito il capo stazione, che, deplorando
vivamente la cronica inesattezza del servizio ferroviario, gli mostrò
il telegramma del collega della stazione vicina.
La folla, pigiata sotto l’angusta tettoja, era divenuta silenziosa;
ma al segnale stridente, come elettrizzata anch’essa, si rianimò.
Scoppiarono grida unanimi: «Viva il nostro deputato! Viva il deputato
di Miralto!»
Le bandiere delle associazioni politiche ed operaje si agitarono,
galvanizzate esse pure dallo scampanellìo elettrico, la banda intonò
(per modo di dire, perchè era maledettamente stonata) intonò per la
centesima volta la marcia reale, e gli intimi del neo-eletto, i grandi
elettori, le autorità, distinte nella confusione dal burocratico
cappello a tuba, fecero ressa intorno all’onorevole, del quale ognuno
si sentiva con compiacenza autore... protettore, in certo modo padrone.
Non era la loro creatura?
Era tempo che l’entusiasmo riprendesse, perchè durante l’attesa,
prolungata per il ritardo del treno, attesa di pochi minuti che parve
un secolo, come un’atmosfera di ghiaccio erasi addensata su quella
folla. Gli entusiasmi stancano, come ogni altra sovraeccitazione...
Da tre giorni il popolo felice di Miralto non aveva fatto che
entusiasmarsi, attingendo lena nelle osterie, le quali mai più,
dall’ultima elezione, avevano avuto sì numerosi ed assetati clienti...
E poi la giornata era sì funereamente triste! Non un raggio di sole
per diradare il fitto nebbione novembrino... Il sole giova anche a
riscaldare gli entusiasmi politici delle folle.
Il giovane deputato era soffocato dalla ressa; gli augurî, le
felicitazioni, le strette di mano, le acclamazioni si incrociavano, si
sovrapponevano, si confondevano fra il baccano infernale degli evviva
e gli squilli stentorei degli ottoni, nei quali i bandisti, in costume
da ussaro, con ardore degno di meno diabolica esecuzione, soffiavano
accanitamente furibondi, rossi e paffuti come Eolo scatenante la
tempesta. Tra gli evviva, le stonature strazianti, le felicitazioni,
gli augurî, gli addìi, distinto lo stridìo insistente, irritante, del
campanello elettrico, fra la folla distinto il lungo sottoprefetto
trionfante, la cui statura arborea pareva accresciuta dall’alta tuba
torreggiante.
Quasi tutta Miralto era accorsa alla stazione; fra gli intervenuti
molti elettori avversarî, adoratori del successo, passati per
la maggiore; pochi ritrosi eran rimasti alle loro case, sì che
all’entusiasmo dei vincitori si mischiava quello dei vinti... miracolo
non nuovo!
All’allegrezza universale non partecipava con eguale slancio il gruppo
delle signore, mogli, figlie delle principali notabilità del collegio.
L’avreste detto un gruppo di Maddalene confortatrici di una sconsolata
Maria. Mesto contrasto alla gioja universale, Adele Sicuri, la giovine
sposa al deputato, non sapeva nascondere il dolore per la partenza
del suo Giuliano, la prima separazione nei tre anni di matrimonio; non
sapeva dissimulare i tristi presentimenti, irragionevoli, infondati, ne
conveniva, ma più forti della ragione e della volontà, e la gazzarra,
il baccanale politico celebrati in di lui onore, le parevano insulto.
La ridente luna di miele, allietata da un bimbo, pegno desiderato
e adorato del più sereno degli amori, era violentemente turbata da
due terribili rivali: la Politica, e l’Ambizione. Oh, gli orrori
dell’accanita lotta elettorale! Quanti insulti, quante calunnie
rovesciate sul capo del suo Giuliano, quanto fango rimestato e
schizzato infino a lei, dal giornale avversario! Gli affissi insultanti
e calunniatori, e lettere anonime... ricatti... E i terrori per
dimostrazioni ostili o favorevoli... E ancor più doloroso, il mutamento
di contegno di Giuliano, che da quindici giorni la lasciava negletta,
irritandosi fino al furore ad ogni objezione di lei, supplicante in
ginocchio l’abbandono della fatale candidatura.
Certamente essa aveva torto di contrariarlo con tanta ostinazione,
lo ammetteva; d’altronde, non era una nuova prova d’amore? Non eran
prove d’amore le lacrime che nell’ora triste degli addii non sapeva
rattenere?
Giuliano l’aveva brutalmente accusata di egoismo, rimproverandola di
frapporsi ostacolo alla sua carriera. Essa ne conveniva:
— Se l’amore è egoismo, sì, io sono la più egoista delle donne, perchè
ti amo! Ti amo e ti voglio assolutamente mio e con me, sempre!
Quel mattino, rattristato anch’egli all’idea del distacco, era stato
amorevole, ma, al momento di salire in carrozza per recarsi alla
stazione, avvedendosi che Adele, a muta protesta, si era vestita a
bruno, si indignò.
— Sei una sciocca od una pazza!
Quelle le ultime parole che le aveva rivolte, ed essa non voleva
lasciarlo partire così, senza un’affermazione d’affetto, senza una
completa riconciliazione, senza la promessa di un pronto ritorno. Come
fendere la ressa che lo asserragliava? Come dirgli, davanti a tanti
importuni, ciò che le traboccava dal cuore?
Pazza davvero, in quel momento, pazza di dolore, non rendevasi conto di
ciò che avveniva intorno a lei, e fra il baccano dei dimostranti non
udiva che lo stridere dell’avvisatore elettrico annunziante imminente
l’arrivo del treno, imminente la partenza di Giuliano. Agonia dolorosa
quanto quella del condannato a morte negli ultimi istanti della fatale
toletta.
Lo squillo della cornetta del cantoniere, nel frastuono inavvertito da
tutti, giunse distinto all’orecchio di Adele col lontano ruggito della
locomotiva sbuffante. Si decise, ruppe la folla e si slanciò nelle
braccia di Giuliano, commosso e non poco imbarazzato alla pubblica
espansione di amore conjugale.
Non disse parola, chè i singhiozzi la soffocavano, e lui, a sua volta,
ebbe una lacrima. Egli pure l’amava, egli pure nel momento degli addii,
si sentiva infinitamente triste, invaso dal rimpianto delle interrotte
dolci abitudini casalinghe fra i sorrisi del bimbo e l’amore infinito
della sua Adele; punto da rimorso pel dolore che le cagionava, come
da un senso di terrore, inspiratogli dall’ignoto della nuova esistenza
ch’egli stava per affrontare. Non si erano ancor scambiata una parola,
allorchè il diretto entrò in stazione con fragore d’uragano, trascinato
dalla potente locomotiva dal pennacchio di fumo al vento, mastodonte
d’acciajo dal barrito spaventoso, avvolta in una nuvola di vapore
ruggente dalle valvole forzate.
I bandisti, vestiti da ussari, soffiarono con nuova lena negli ottoni
stonati, gli evviva ripresero, dominanti il fracasso degli sportelli
violentemente aperti e rinchiusi, il martellare dei guardafreni
sulle ruote metalliche, sonore come campane. Chiasso disarmonico di
ferramenta, di urla umane, che parevano bestiali, di squilli di trombe
e tromboni, dominato dalla ruggente respirazione della locomotiva
avvolta in nembi di incandescente vapore.
Era l’istante dell’addio supremo. Tre, tre soli minuti di fermata!...
Partenza! Partenza! In treno!
Giuliano, riabbracciata la sposa, scambiate le promesse colle calde,
supplicanti raccomandazioni di lei, baciatala un’ultima volta con
affetto infinito, salì nel _riservato_, per la cortese previdenza del
lungo sottoprefetto, destinatogli. Il conduttore chiuse brutalmente la
portiera, il colpo secco ripercosse dolorosamente nel cuore di Adele,
che si sentiva svenire. Alcuni rintocchi di campana, il fischio del
conduttore, lo squillo della cornetta, l’ululato della locomotiva...
Partenza! E il treno si mosse fragoroso come il carro di Giove; si
mosse e sparì rapido, quasi visione.
Un sogno! Un triste sogno!
*
* *
La stazione divenne come per incanto silenziosa, la folla ammutolita
si dileguò lentamente, il disarmonico plotone di ussari si sciolse,
le bandiere arrotolate, malinconicamente riposte nelle fodere di tela
cerata, rincasarono ognuna per vie diverse, quasi vergognose.
La contessa Adele stava tuttavia sulla piattaforma, sventolando il
candido fazzoletto, ultimo saluto al suo Giuliano, già troppo lungi per
avvertirlo, per poter rispondere.
Il treno scomparso, sprofondato nella fitta nebbia che avvolgeva ogni
cosa, sorretta dall’amica Stella Gabelli, la contessa Adele, come
instupidita, lo sguardo intento, rimaneva immobile, muta.
Le signore le si fecero d’attorno consolatrici; Adele le ringraziò
gentile, con sorriso infinitamente mesto, ed accettato il braccio lungo
dello sperticato e galante sottoprefetto, si avviò verso il piazzale
della stazione, ove l’attendeva la carrozza. E il sottoprefetto a mo’
di conforto e di incoraggiamento:
— Si faccia animo, signora contessa. La separazione non durerà più di
un mese. La Camera si prorogherà per le ferie di Natale... Si faccia
coraggio, ne faremo presto un piccolo sottosegretario di Stato... E
poi, chissà, soggiunse sorridente, col tempo, fors’anche un ministro.
La stoffa c’è del ministro, e nel nécessaire d’ogni moglie di
eccellenza vi è un diploma di collaressa dell’Annunziata... Col tempo,
vedrà!...
Adele, ben poco lusingata dai lieti augurî, ringraziò e salì in
carrozza colla sua amica, scambiando un saluto ed un ringraziamento
banale, di convenienza col galante e lungo rappresentante del governo.
— La scioccherella! pensò il sottoprefetto, quando la carrozza fu
lontana.
— La grulla! aveva susurrato la maggioranza delle dame e damigelle
intervenute alla stazione. Invece di essere felice... E poi, si
rappresentano in pubblico tali scene? C’era da credere che il conte
Giuliano si avviasse al supplizio!
— Tutte moìne... aveva ripreso qualcuna.
— Chi ti accarezza più che non suole... con quel che segue, mormorò
la matura sottoprefettessa nell’orecchio del segretario di suo marito.
Troppe lacrime, per essere sincere.
— Per altro, rispose l’elegante e giovane burocratico, la contessa era
pur bella stamattina! Il nero le si adatta a meraviglia, il pallore
l’assomigliava ad una Madonna, ad una Madonna veramente bella. Perchè
ve ne sono anche di brutte, vi sono tanti pittori di pessimo gusto! I
capelli biondi, l’aureola!
— Quali entusiasmi, signor segretario!
— Ammirazioni! Ammirazioni! Non entusiasmi. La bellezza della contessa
è modesta nel suo splendore mistico. Non colpisce, ma si rivela a poco
a poco, come se, circonfusa da veli, ogni giorno se ne togliesse uno.
Non si può imaginare nulla di più perfettamente bello, ad onta del
contrasto bizzarro, fra l’austerità severa dello sguardo profondo e la
gentilezza, fin troppo infantile, de’ lineamenti.
— E non è entusiasmo, la sua ammirazione espressa con tanto calore?
— Ammirazione, le dico, pura e semplice ammirazione. Ella sa che, se
sono segretario di terza classe, non fu per elezione mia. Dovevo essere
un Tiziano, un Tintoretto, un Giulio Romano, un Raffaello qualunque, da
strapazzo, s’intende, ed invece non sarò che un Codronchi, un Municchi,
un Calenda... se pure la saprò durare fra gli scarabocchî. Così volle
lo zio. Tra la fame, tirocinio dell’arte, e l’assegno mensile dello
zio, mi sono arreso vilmente, vilmente prostituito. Ma, a dispetto
dell’ufficio, l’ammirazione del bello mi è rimasta. I puttini pensosi
della Madonna di Dresda di Raffaello sono meno ammirabili della testina
bionda della contessa, tutta innocenza, sorridente nei lineamenti, con
tanta malinconìa da predestinata nello sguardo. Si direbbe che, come
gli angioli di Raffaello, legga nell’avvenire i giorni tristi della
passione... La settimana santa, il Calvario, la croce. Le assicuro,
signora, che se fossi il conte Giuliano, se avessi le sue sessantamila
lire di rendita e un tesoro come la contessa Adele, aspetterei per
darmi alla politica i sessant’anni sonati... molto sonati...
— Se tutti la pensassero come lei, che cioè fra l’amore e la politica
vi sia incompatibilità, la Camera sarebbe un Senato elettivo.
— No, un Parlamento di scapoli e di male ammogliati. Del resto, le
contesse Sicuri sono tanto rare e così scarsi i fortunati come il conte
Giuliano, che i candidati al Parlamento sarebbero sempre troppi anche
fra i soli ammogliati.
— Le saranno soltanto ammirazioni, signor segretario; ma, ammirazioni
entusiastiche. Del resto, soggiunse la sottoprefettessa, mi pare che
ella esageri decantando la beltà modesta della contessa Adele. Modestia
apparente; la civetteria si rivela fin nella scelta delle amiche. Certe
cose non sfuggono a noi donne. Bionda, predilige la signorina Gabelli,
perchè è bruna. Il contrasto fra i due tipi giova alla bionda, senza
suscitare raffronti pericolosi per la contessa. Ne convenga, signor
Guglielmi.
— Un Beato Angelico ed un Murillo, signora! Il Murillo può essere, anzi
lo è certamente, più perfetto, e sopratutto meno ingenuo nella fattura.
Ma, quanta mistica poesia nelle madonne bionde del buon frate di San
Marco, angelico davvero. Del resto, dice bene lei, signora prefettessa,
i raffronti sono impossibili, due creature divine. Ma, ella lo sa, noi
giovani da ammogliare, mio zio lo vuole, non prediligiamo le signorine.
È una anomalia costante, soggiunse baciando galantemente la mano alla
prefettessa, nel mentre esalava semiserio un sospiro, che voleva essere
una dichiarazione impertinentemente umoristica.
— Ohè! ohè! signor segretario, sclamò ridente il sottoprefetto,
sopraggiunto dopo aver preso commiato dalle alte notabilità, rispettive
consorti e figlie. Mi pare che ella faccia la corte a mia moglie.
— È nelle mie mansioni, signor prefetto.
— Sotto... sottoprefetto, riprese il lungo funzionario.
— Per poco, signor commendatore, dopo le due splendide vittorie
elettorali riportate nei due collegi della sottoprefettura di Miralto,
l’elmo da generale è assicurato.
— Lo crede? chiese il lungo funzionario, lusingato dall’augurio e
porgendo il braccio alla moglie. Lo crede? Sarebbe tempo. Ma, pur
troppo, a battaglia finita nessuno pensa più a noi poveri impiegati,
eternamente allo sbaraglio. Se il ministero avrà la maggioranza, _bene
quidem_; se no, saremo in balìa alle rappresaglie dei successori; in
ogni modo alla berlina delle interrogazioni, delle interpellanze,
degli oppositori. Se poi la giunta delle elezioni ci invalida,
ci si arrischia anche il posto. Il meno che ci possa toccare, una
traslocazione rovinosa ed umiliante. Signor Guglielmi, avrebbe fatto
meglio davvero a seguire la sua vocazione. Meglio dipingere quadri,
che essere in quelli della magistratura amministrativa; meglio creare
personaggi sulla tela, del fabbricare deputati.
Guglielmi, il giovane segretario, assentiva distratto: evidentemente
il suo pensiero batteva la campagna. Gli è che in fondo in fondo della
via Vittorio Emanuele, ove sorge il palazzo della sottoprefettura, al
cui limitare erano giunti, aveva visto arrestarsi la carrozza della
contessa Sicuri e scenderne le due giovani donne: il Beat’Angelico ed
il Murillo.
— A proposito, signor Guglielmi, riprese il sottoprefetto congedandosi,
si ricordi che mia moglie l’ha invitato a pranzo per domani. Dopo la
fiera lotta, checchè avvenga, è doveroso celebrare la vittoria.
Il segretario ringraziò salutando profondamente. La sottoprefettessa
rivolgendosi al marito:
— È innamorato cotto della contessa, e finirà per comprometterla.
Per conto suo Guglielmi pensava:
— Il sottoprefetto ha paura! Fatto è che più scandalosa elezione di
questa credo non vi sia stata mai! Da una mano croci di cavaliere,
dall’altra decreti di destituzione di sindaci e scioglimenti di
Consigli comunali. Con tutt’e due poi un mercimonio indecente di
voti. Ah, non io, nei panni del conte Giuliano, avrei sciupato tanti
quattrini, per dovermi separare poi da quella sublimità di donna...
Il segretario sospirò, sbirciando le finestre del palazzo Sicuri, senza
poter nulla intravedere dietro le cortine delle socchiuse finestre.
— Vero è, pensò ravvedendosi, che altri sono i criterî di un... di
un ammiratore platonico di quelli del marito. Piove!... Giornataccia
uggiosa! Bisogna rincasare.
Preso pretesto dalla pioggia, ripassò sotto le note finestre,
senza sorprendere neppure il fremito di una cortina. Era invero una
ben triste giornata! di quelle che i felici abitanti dell’Italia
meridionale conoscono per eccezione.
Tempo inglese! Un fitto nebbione avvolgeva la valle del Po, dalle
falde delle Alpi a quelle dell’Appennino. Oh, la immensa tristezza
delle lugubri giornate, senza orizzonte, senza un lembo d’azzurro,
senza raggio di sole. Giornate da _spleen_, da sospiri, da lacrime. Gli
abitanti delle grandi città, nel loro lavorìo senza posa, non hanno il
tempo di avvedersi del tempo che fa... Piove? Pigliamo l’ombrello!
Nella farragine degli affari, dei piaceri, se non si tratta di gite
alla campagna, di _garden-party_, di corse, di partite di caccia,
le variazioni atmosferiche non contano... Gli amanti felici si amano
meglio nella penombra nebbiosa che li isola dal mondo esteriore. Felici
col bel tempo e colla pioggia. Il loro cielo, tutto d’azzurro, se lo
portano seco, i loro orizzonti, finchè si amano, sono con tutti i tempi
sereni. I gaudenti anticipano le emozioni della vita notturna nei loro
rovinosi ritrovi. D’altronde, la poesia della nebbia e della pioggia
non l’ha inventata Ossian; essa esiste, è reale, vera. Nulla di più
lieto di certe piovigginose giornate autunnali, passate nell’affettuosa
intimità della famiglia, raccolta intorno all’ampio camino patriarcale,
nel quale arde l’enorme ceppo attizzato dal babbo, che distratto lo
martella insistentemente colle molle, mentre la massaja si dà attorno
affaccendata, instancabile, e la vecchia nonna narra ai bimbi intenti
le tradizionali panzane, e i bracchi stesi a terra dormenti, col muso
fin sugli alari, sognano caccia, abbajando sommessamente dietro una
selvaggina imaginaria, e il grillo stride, rallegrato dalle vampe e dai
tepori del focolare. Nei castelli aristocratici e nell’aristocratico
salotto cittadino della signora, hanno pure il loro fascino quelle
giornate, che per eccezione costringono i fortunati al calmo
raccoglimento domestico.
Ma per chi ha una spina in cuore, per coloro che soffrono
nell’abbandono, per chi trepida nelle incertezze angosciose sul destino
dei cari lontani, pel viaggiatore attristato dall’amarezza degli addìi,
la mestizia è raddoppiata dalle tristezze della natura.
In quella giornata da sospiri e da lacrime, più cupa la desolazione
della contessa Adele, più tormentosi i presentimenti ed i vaghi terrori
del conte Giuliano, il quale, rapido, come travolto dall’uragano,
s’allontanava dalla nativa Miralto, dalla sposa e dal bimbo adorati,
precipitando a tutto vapore nell’ignoto che attendevalo a Roma.