LE DUE FAMIGLIE

Quando la vedova del colonnello usciva per condurre a fare del moto la

sua famiglia, intraprendeva invero una faccenda che a qualunque altra

donna sarebbe riuscita molto difficile per non dire assolutamente

impossibile. Ma questa donna avrebbe saputa sbrigare a dovere quella

e ben altre faccende. Di mastodontica corporatura, bella ancora nella

sua eccessiva robustezza, figlia della forte Romagna, nascondeva sotto

il suo rigoglioso e virile aspetto, sotto la sua apparenza di burbera

e intollerante, un immenso dolcissimo cuore, una grande anima aperta

leale e generosa.

— Miei cari — soleva ripetere ai suoi amici — io vi vorrei vedere

un po' al mio posto, uscire con cinque ragazze di questa specie!

Traversare il centro di una città, passare sotto migliaia di occhi

indiscreti, dinanzi a tutti gl'imbecilli che vi si parano sul cammino.

Se fosse vivo quel brav'uomo del colonnello potremmo almeno dividerci

la razione! E le ragazze hanno bisogno del moto come del pane

quotidiano, hanno bisogno di luce, di aria, questi diavoli! Provate

a tenere fermo il vostro ferro; esso vi farà la ruggine, volete ch'io

lasci arrugginire una stirpe di tale specie?

Non sembra dunque ch'io conduca le puledre sul mercato? Non vi faccio

questo effetto? Mi sembra. Può darsi ch'io equivochi. Pensate ch'io

non posso neppure servirmi di una vettura pubblica, nossignore, per

condurle fuori, via, all'aria aperta, a scavallare un po' queste

bestiole; possono farsi strascicare per le strade sei donne a questo

modo tutte sopra una vettura? Possono, dite voi? Per divenire la favola

della città? Un carro simile? Per le strade della bella Firenze una

biroccia carica di grazia di Dio come questa? Migliaia di imbecilli ci

sventolerebbero i loro fazzoletti; non potendo più farci udire i loro

ridicoli commenti. Fino a poco fa, vedete, la faccenda non era poi così

complicata, ve ne erano delle bambine, ma ora sissignore, Valentina non

ha che dodici anni e mi dà pensiero come le altre, s'ella non mi sembra

già la più provocante di tutte nella sua fanciullezza. Noi marciamo due

per due, sissignore, come le educande di Santa Dorotea.

Questa esuberante donna, facile ad esagerare anche nell'esprimersi,

pure, quando parlava così non si può dire che esagerasse molto.

Aveva cinque figlie la maggiore delle quali, Federica, non aveva

ancora vent'anni; la seconda, Guglielma, diciannove; la terza Guida,

diciassette; la quarta, Pietra, quindici; e l'ultima, Valentina,

dodici.

Le prime quattro si rassomigliavano come gocce d'acqua, quattro belle

creature bionde, rigogliose, dalle figure alte, morbide, slanciate,

dai grandi occhi celesti, e con pronti e franchi sorrisi sulle labbra,

anime aperte, allegre, sincere. L'ultima, Valentina, aveva invece dei

bellissimi capelli neri, e grandi occhi azzurri pensosi, carni brune,

ed era, nella sua candida espressione, un pochino triste, strano

contrasto coll'eterna giovialità delle sorelle.

— S'io non fossi la donna che sono si direbbe che questa bella creatura

non fosse di quel galantuomo. Si è mai visto gatte bianche partorire

gatti neri? Suo padre voleva convincermi ch'essa è il ritratto della

madre sua. Come due animali rossi hanno potuto mettere assieme questa

creatura così nera? Sapreste voi dirmelo?

Questa vedova era stata, si vedeva ancora benchè prossima alla

cinquantina, una magnifica donna, di quelle monumentali, dai lineamenti

regali, dalla superba figura. Un felice impasto di popolo e di reggia.

Il povero colonnello l'aveva conosciuta oramai vicina ai trent'anni

e risoluta a non maritarsi più. In possesso di una grossa fortuna i

pretendenti non le erano mancati; ma per il suo impetuoso carattere

aveva sempre mandato sottosopra ogni cosa. Una volta fu chiesta da un

giovine aristocratico, un po' melenso e timidiccio; mentre ella gli

andava incontro a mano tesa e il giovine brancolava per portarsela alla

bocca e baciargliela, la ragazza sentendo in quel cincischiare la sua

mano prossima alla faccia dell'individuo gli assestò un così solenne

ceffone, tanto istintivo, ch'ella si chiese poi come fosse partito

dalle mani. Alle sue strette bisognava essere prevenuti; voi provavate,

prima, il netto distaccamento del braccio dalla spalla, dipoi,

sentivate come migliaia di formicole circolare al posto del braccio

che non sentivate più. Anche le sue risate erano favolose, altri le

chiamerebbe addirittura sconvenienti, superavano qualunque frastuono,

ed uscivano limpide, metalliche, che rivelavano la sua contentezza, la

serenità del suo cuore.

Col povero colonnello, morto di un colpo apoplettico quando Valentina

aveva appena quattro anni, nei momenti della massima comunione, dopo

avere più o meno amorosamente discusso o parlato, o altercato, di

faccende o di opinioni, finivano con una stretta di mano, ugualmente

mortale da ambo le parti, ma che dimostrava la reciproca stima dei due

focosi esseri. Cosa molto rara fra marito e moglie.

Quando ella, risoluta a non maritarsi più, s'imbattè in quella

buon'anima, allora capitano d'artiglieria, alle prime parole avute

con lui — ecco il mio uomo — disse, si scambiarono la prima di quelle

strette, s'intesero, si amarono.

— Tutti pretendevano un'unione piena di baruffe e senza prole,

sissignori, io e quel valentuomo c'intendevamo come il pane col

formaggio e per la prole eccovi, quale sorta di creature siamo stati

capaci di mettere alla luce del sole! La gente di questo mondo non apre

la bocca che per dire delle bestialità. Il pover'uomo era un santo! Che

anima! Che sangue! Per tutti i diavoli, era un uomo, non s'incontrano

più che degli scarabocchi! Bisogna ricorrere ai tempi antichi! Pure

è morto senza avere la sua sodisfazione. Dio non è giusto, ogni volta

ch'io era per partorire, egli, preparava segretamente un bel nome per

un fanciullo, sissignore, che per cinque volte ha dovuto assestarlo

a delle piscione come queste, oh, egli non si prendeva la bega di

cercarne un altro, in ultimo capì, il baggiano, che c'erano anche le

donne al mondo, per sua disgrazia, che bisognava trovare dei nomi a

doppio uso. Queste ragazze portano dei nomi come i maschi! Oh! povero

galantuomo, ti dò la mia parola, ti avrei dato un novello Garibaldi!

L'infelice mi cadde addosso come un cencio mentre disputavamo da buoni

amici, mi cadde nelle braccia fulminato, era nato per questo, si vedeva

bene, la sua faccia era un vulcano, il sangue gli invadeva la testa di

continuo.

*

* *

Quando la vedova del colonnello ancora giovane e bella, rimase sola,

molti le furono attorno a consigliarle un novello matrimonio. La sua

situazione, per quanto ricchissima, era delle più scabrose, con tante

figlie.

— Volete ch'io ricominci il mio lavoro? E dove troverei ancora una

vena di quel sangue? Credete ch'io potessi vivere con una marmotta

chicchessia? Mi credete incapace a trarmi d'impaccio con queste

piscione? Vedremo se io sono una donna!

Si era levata d'impaccio a meraviglia, l'unico esercizio che le pesava

era quello di condurle a spasso; ella lanciava occhiate furibonde a chi

sottolineava il passaggio o con sguardi troppo indiscreti o con parole

troppo lusinghiere.

— Ti sembrano bocconi per i tuoi denti, pezzo d'imbecille che non sei

altro? — Aveva qualche volta alzato l'ombrello da sole, e da acqua,

sulla testa di qualcuno.

— Io spero che le mie fanciulle non cadranno nelle mani di questi

piccoli fiorentinucci.

*

* *

I bei frutti si maturavano rapidamente e i primi di essi, nella loro

esuberante freschezza nei loro smaglianti colori parevano proprio dire:

«coglieteci, non ci lasciate cadere». E la colonnella era il ricco

ceppo ambulante che li sosteneva.

Era un po' difficile rompere il ghiaccio, non per quelle care e

belle creature, ma per la bollente madre, essa godeva, fra chi non la

conosceva bene, una fama del tutto sbagliata, la si considerava come

una donna terribile, e, qualche volta, un tantino volgare; bastava

conoscerla per convincersi che di terribile in lei non c'erano che le

parole, e che tutto il suo essere si sintetizzava in una sola parola:

salute. Era molto difficile meritare le sue strette ecco, e i suoi

scappellotti, che noi dobbiamo considerare come le carezze di un

affetto impetuoso e sincero.

Due tenenti di artiglieria, forti e bravi giovinotti, fraternamente

e saldamente uniti, impossessatisi a volo dei cuori di Federica e di

Guglielma, tentarono da eroi l'assalto alla fortezza; essa rispose al

primo attacco con mitraglia, ma al bell'aspetto florido e gaio dei due

tipi, e tenuto conto di un debole speciale per quell'arma, la fortezza

si arrese.

— Quest'artiglieria deve essere il Rubicone della mia famiglia! Da

bravi giovinotti! — E picchiando sopra le spalle dei saldi artiglieri

colpi da camerata la colonnella decise la sorte delle sue due figlie

maggiori.

— La mia non è più una casa, è un arsenale! Venite pure a vedere!

Queste bestie di artiglieri mi fanno il finimondo! — Eppoi con un

sorriso pieno di gioia — È pur sempre simpatico il rumore degli

speroni! Gran bella cosa! E questa masnada di donne non poteva durare

di più, io mi sarei data la testa nel muro! Venite a vedere, le mie

piscione si maritano!

Una volta in casa, i fidanzati, messero un ameno scompiglio. Guida e

Pietra si fecero un po' serie, un po' crucciate, sentivano di rimaner

sole e si appartavano malinconiche. Il loro sangue vivace dava loro una

naturale irrequietezza.

— Eccole, tutte in amore le mie gatte! A che cosa pensereste mai, voi,

signore piscione che avete ancora il latte sulle labbra?

Si respirava però un'aria già di matrimonio generale.

— Chi può fare tali proposte onoratamente? Volete ch'io metta le mie

creature nelle mani di un satiro? A quindici anni si debbono maritare

le ragazze? Ma in che mondo viviamo?

Quando Federica e Guglielma furono spose e partirono felici dietro

i loro compagni, non passarono molti mesi che un certo avvocato si

presentò di punto in bianco dalla colonnella e chiese risolutamente

la mano di Guida. La madre ne rimase di sasso, ma la figlia sembrava

prevenuta ed era raggiante nella sicurezza ch'essa non l'avrebbe

ostacolata. Questo avvocato era un bel giovinotto bruno, ricco

possidente palermitano.

— Palermo? Che discorsi mi fate? Andresti dunque fino a Palermo pure di

attaccarti ad un idiota di uomo? E che cosa sono mai questi avvocati

colle loro chiacchiere? Non è certo colle chiacchiere che si viene a

far mercato da me.

— Ma Palermo è una magnifica città, mammina.

— Andare fin laggiù, in quella orribile Sicilia!

— Mammina, ma la Sicilia è un incanto, il paradiso terrestre.

— Cosa ne sai tu che ne senti parlare per la prima volta dal tuo

avvocato?

— Eppoi verremo sempre a Firenze, spesso spesso, a trovarti, e tu

verrai da noi, laggiù, vedrai com'è bello....

— Tu sei esaltata, questo tuo avvocato ti ha confusa la testa colla

sua parlantina. Si capisce, è un incanto, è il paradiso della terra,

naturalmente, si può benissimo andare fino al Messico per correr dietro

a due calzoni! Scellerate! Voi non somigliate vostra madre! Nè a quella

buon'anima del colonnello! Il vostro aspetto si smaschera non appena

siate influenzate da un imbecille chicchessia. Sembrate delle monache

frustate e non avete poi vergogna a mostrarvi furibonde per il primo

idiota coi calzoni.

Ma anche l'avvocato siciliano, che era un bravo e simpatico giovinotto,

ebbe i suoi buoni colpi sulla spalla dalla colonnella e Guida, poco più

che diciottenne, partì beatamente per la sua Sicilia.

Un po' di riposo eppoi doveva essere la volta di Pietra; (che nome

povera piccina, mi pare che almeno questa volta il bravo colonnello

poteva darsi la pena di assestargliene un altro). La madre la teneva

ancora vestita da marinaio come una bimba, ed essa ne era mortificata.

Malgrado i suoi diciassette anni sentiva il gran momento assai più

vicino di quanto non lo pretendesse la madre.

— Ma che cos'hanno nel sangue queste infelici? Sono come delle bestie

in caldo!

Un compagno d'infanzia di Pietra e delle altre, ma che aveva sempre

avuta una particolare tenerezza per lei, benchè avesse quattro anni

di più, aveva or ora finito il suo corso di scienze sociali, e si

preparava a partire per un'ambasciata. La vedova del colonnello

annusava già la fine di questa infantile amicizia e si preparava a

scattare furibonda sopra il giovine che aveva conosciuto dalla nascita.

Una sera, dopo un pranzo dato ad alcuni amici, e al quale era stato

invitato anche il futuro diplomatico, la colonnella li sorprese, lui

e Pietra, in sentimentale colloquio dietro una tenda, nel vano di

una finestra. I colpevoli vennero in faccia a tutti smascherati e

minacciati della frusta.

— Che cosa sono queste tresche? Che cos'è la mia casa, il bordello

universale? Avete tutti congiurato contro di me? Furfanti! Mi lascerete

sola come un cane! Queste creature io le ho dovute precipitare,

assassinare tutte, le ho dovute mettere nelle mani dei primi venuti,

dei loro carnefici; prima che avessero terminato il loro sviluppo

naturale! Dovranno pentirsene! Io allora farò loro l'uscio sul muso!

Credete ch'io voglia essere la rovina delle mie povere creature? Cosa

pretendi tu colle tue ambasciate, di trascinarmi questa vitella al

macello? Nel centro dell'Africa? Fuori della civiltà? Fuori della

mia casa? Io sono furibonda! Non conosco più ragioni! Questa orribile

schiatta di animali mi ha fatto dar di volta al cervello! Rimango sola

come una bestia! Queste rinnegate, una volta via, non scrivono più,

non sanno pensare che ai loro despoti; la mia Federica ha già partorito

il secondo figlio! Ma che diventerà mai questa casa! L'arca di Noè in

persona! Questi insensati si riproducono come i conigli, che sanno?

Non sanno nulla, che sia la vita! Ai miei tempi era ben diverso, ora

tutto diviene caro in una maniera indegna! Si può pensare a maritarsi

con tanta leggerezza? Eppoi gente di questa specie? Che posizione è

mai questa della tua ambasciata? E questa creaturina dovrebbe venirti

dietro alle ambasciate? Mai! Volete farmi venire un colpo apoplettico,

come al colonnello? S'egli fosse vissuto, voi non avreste fatto di

vostra testa, le mie sgualdrinelle, avrei ben saputo farlo rispettare

io, quel povero baggiano! La mia opinione non conta più di una vecchia

ciabatta qua dentro, queste spudorate hanno fatto tutte di loro

capriccio, si sono lasciate tirar nel precipizio a occhi chiusi, io

mi troverò sul lastrico per loro! Che bailamme è divenuto mai questo,

con tutti questi mariti? Così sono fatte le belle ragazzine dei

nostri giorni, a dieci anni non arrossiscono più, agiscono come donne

qualunque, fanno cose da fare arrossire i carabinieri! E i genitori le

trovano nascoste dietro le tende! Questa non è la fiera, fuori, fuori

di casa mia!

Una di esse è a Torino, seguita a partorire figli come una gatta, e non

pensa più a sua madre. Una è a Belluno, capite? a Belluno! Che cos'è

mai questo paese di Zulù? Si può pensare che una delle mie creature

vive a Belluno? Ho io ragione di darmi la testa nel muro? L'altra è a

Palermo, in quell'orribile isola dei cataclismi, di tutti gli accidenti

della terra! Zeppa di briganti! Questa vuoi tu condurmela in capo al

mondo? Dove dunque? Dove? Fra i selvaggi? Io vi ripudio tutte! Io non

ho più famiglia, ho partorito stirpe di serpenti, e ne pago caro il

fio! Prendetevi dunque, andate all'inferno, ch'io non vi veda mai più,

ch'io non senta mai più parlare di voi, assassini che non siete altro!

E così le quattro sirene bionde avevano lasciata la casa ed erano

partite felici cogli amati compagni, accompagnate da molti scappellotti

e grida della colonnella, che ormai era abituata così a carezzare le

persone che amava.

Avvenne però che questa donna così esuberante ed espansiva, che

sentiva bisogno di agitarsi di continuo per vivere, e di mettere a

soqquadro tutto il suo mondo senza interruzione, era rimasta sola con

Valentina che aveva ora giusti sedici anni. Questa ultima figlia, nel

suo magnifico sviluppo era divenuta la più bella di tutte, ma aveva un

carattere tranquillo taciturno a differenza delle altre, sentiva certo

quanto e più di loro, ma non era così vivace ed espansiva quanto loro,

non amava il chiasso e si mostrava affettuosamente rassegnata a quello,

molto, che la madre le faceva dattorno. E la colonnella sbuffava,

incapace di attaccare con questa creatura e di prendere i suoi sfoghi

naturali indispensabili come il pane per la sua esistenza.

— Il mio sangue è tutto partito! È sparso per il mondo! Questa ragazza

non ha il mio sangue nelle vene, io sono un pesce fuor d'acqua con

lei! Dove sono le mie povere creature? Non si può fare un discorso

in regola, che cos'è questa sorniona? È un libro chiuso! È una

disperazione! Le altre erano aperte, si leggeva loro in fondo al

cuore a guardarle! Come ha potuto venir fuori quest'animale dalle

mie viscere? Si direbbe ch'io fossi stata conciata nel sonno. Questa

fanciulla non ha sensi, è un marmo! Chi si può già fidare di certi

tipi? Sono i peggiori! La mia signorina, sembra che voi non ne

vogliate, io non mi fiderei per questo di voi, e mi aspetto sempre che

ne facciate una delle belle!

Tutti questi quotidiani borbottamenti non approdavano a nulla, il

terreno era sfavorevole e il seme del fracasso vi rimaneva sterile, la

bella creatura rispondeva con gentili e buoni sorrisi, con monosillabi

rispettosi e niente più.

Un giorno la colonnella, vicina a sentirsi crepare per mancanza

di sfogo, uscì colla faccia congestionata, borbottando, sbuffando,

gestendo; ne ritornò di lì a poche ore con una bella cagnolina in

braccio, una piccola graziosissima _fox-terrier_.

— Ecco la mia creatura! Io potrò almeno sfogarmi un po' con essa! Si

può continuare a vivere con una sorta di persone come quella? Questa

bastarda è la mia disperazione, mi vedrà schiantare e non darà un

grido, non farà un gesto, la sua freddezza mi assassina!

La robusta vedova si sfogava ora colla bella cagnolina che si chiamava

Burrasca, ed era di una vivacità scandalosa, sembrava avesse il

mercurio nelle vene, proprio quello che ci voleva per lei; e le teneva

discorsi, rimproveri, si abbaruffava con la bestiola, erano insomma due

burrasche che andavano benissimo me per fare un temporale solo.

— Io non ho più che una figlia, la mia burrascuccia, l'anima mia,

s'ella è carina quel demonio! Che avrà in corpo che non si ferma un

minuto? Le mie figlie mi hanno rigettato o mi detestano, queste sono

le nostre vere creature, queste care gioie ci amano davvero; e il loro

amore è assai più disinteressato di quello della gentaccia di questo

mondo! Ella mi salta addosso per darmi la sua anima, non pensa ad

abbandonarmi, mi seguirebbe s'io me ne andassi al diavolo!

Un tenente di artiglieria chiese la mano di Valentina e gli fu concessa

immantinente senza punto sbraitare stavolta.

— È la mia stella, ve l'avevo detto! Venite a sentire; il rumore degli

speroni sulle mie scale! Mi pareva di vivere in un convento, questa

bambinuccia poteva far la monaca senza sentirne sacrifizio.

Per il matrimonio di Valentina erano presenti tutte le sorelle coi

rispettivi mariti e figli.

Rimasta sola la vedova del colonnello, sapete che fece? dispose per

prima cosa di alzare di un piano la sua bella palazzina.

— Come si può alloggiare una tribù di questo genere? — Per le nozze di

Valentina c'era chi aveva dormito per terra e sopra i sofà.

— La mia casa può da un momento all'altro essere ridotta in un ghetto

autentico! Pensate s'essi mi capitano tutti in una volta per un

accidente qualsiasi, dove posso io alloggiare quella banda? Vedete se

quello che mi succede è di nuovo genere! Ora che mi hanno lasciata sola

come un cane debbo alzare di un piano la mia casa.

Poi, rivolta alla sua burraschina che le si lanciava addosso come un

bolide ogni due secondi, osservò che si poteva ben dare un cencio di

marito anche a lei poverina. — Non hanno le bestie lo stesso istinto

nostro? Non ha anche lei questo diritto poverina? E le mie figliole che

sembravano delle sante Caterine unte non si sono nemmeno vergognate a

farsi vedere fuori di sè come tante cialtrone. Oh! Io non sarò certo il

tuo carceriere piccola anima!

E fu introdotto in casa uno sceltissimo campione della razza che si

chiamò Libeccio; e la burraschina di lì a sei mesi partorì due graziose

creaturine.

Spesso spesso la Colonnella si metteva in viaggio, una volta per

l'alta Italia dove erano due delle sue figliole, e si tratteneva

qualche giorno da ognuna. Scappavano fuori dei marmocchi da tutte le

parti! Maschi, femmine! — Che stirpe! — Gridava — Che sangue! Quella

buon'anima del colonnello! — Un'altra volta per la bassa Italia dove

ne aveva altre due, una a Palermo, l'altra a Napoli. I nipoti, erano

bruni come zulù, o biondi, dalle carni di oliva o dalle carni di rosa,

di tutti i colori!

Pietra era andata col suo _attaché_ a Parigi, ma la Colonnella non

aveva ancora saputo decidersi ad andare fin là. — Verranno essi da

me, alla mia età non è più possibile acconciarsi in una città di donne

sudice come quella.

Quando ritornava a Firenze non si poteva dire che ella fosse più sola.

Un'altra famiglia l'attendeva, ed aveva sostituito quella che poco per

volta si era dispersa. E come avrebbe potuto vivere senza un po' di

fracasso d'intorno quel flagello di donna?

La Burraschina e Libeccio avevano avuto due figli: Grandine e Bufera,

questi poi ne avevano avuti a loro volta tra loro fratelli.... e dalla

Burraschina stessa, la qual cosa era stata così straordinaria per la

vedova del colonnello che aveva ricoperta di vituperî la povera ed

innocente Burraschina. E pian pianino di questo passo la famiglia a

Firenze era giunta al numero di ventiquattro componenti. Ventiquattro

esseri che sembravano di gomma elastica e che tutti saltavano con molta

elasticità addosso alla loro amata signora. Dunque: Burrasca, Libeccio,

Grandine, Bufera, Tramontano, Briscola, Scamuzza, Menelich, Lampo,

Balilla, Culinsù, Schizzo, Folletto, Buzzetto, Belzebù, Trottola,

Saetta, Musolino, Monachina, Pandemonio, Bizza, Frizzo, Vituperio,

Terremoto.

— La mia famiglia se l'è portata via il vento, questa è la mia

famiglia! Partorite delle figlie eppoi vedrete. Esse vi abbandoneranno

come un cane rognoso; quando vi rivedono appena vi guardano, vi

considerano quanto uno strofinaccio, e vi accarezzano se occorrono loro

dei denari. Se direte loro una parola torta vi chiameranno carnefice,

si daranno arie da vittime. Per queste invece siete Iddio, siete tutto!

Potete batterle, credete che vi fuggiranno, nossignori, vi ameranno più

che mai!

Due volte all'anno, per il Natale e la Pasqua, la colonnella riunisce

per alcuni giorni, sotto il proprio tetto, al completo, le sue due

famiglie. Verso la metà di dicembre e dopo la metà di quaresima

incominciano a giungere le figlie, coi mariti figli balie bambinaie

cameriere. I nipoti non si contano più, quasi come quelli dei cani!

— La mia Federica già quattro me ne ha scodellati di questi vituperî,

vuol dare le paghe alla sua vecchia! Valentina è al suo primo ma non le

mancherà il tempo.

Solo Pietra e il suo _attaché_ non hanno ancora fruttificato.

— Che cos'è di voi due? Cosa sono queste arie da quaresima che vi

date? Che fate mai in quella maledetta Parigi? È l'aria che vi ha reso

sterili? Che cos'è mai quel pandemonio di città? Tutta rimescolata

questa gente, le grida i salti le risa, un uragano, il finimondo!

Credete che la vedova del colonnello si trovi imbarazzata in mezzo a

tale cataclisma? Ella dispensa sculaccioni, scappellotti, strette di

mano, colpi di spalla, riparando a tutto ed a tutti, presiedendo con

un'energia spaventosa una riunione delle più movimentate. I generi le

figlie i nipoti i cani le saltano addosso da ogni parte; e quando una

delle famiglie, la regolare, è più o meno regolarmente seduta a mensa,

l'altra, l'irregolare, circola irregolarissimamente sotto la tavola,

fra le sedie, le gambe, salta sopra le ginocchia, si rimescola nel

frastuono generale, e sulle onde di quell'oceano in burrasca di tanto

in tanto si fa largo sopra tutti i rumori il varo di una di quelle

belle risate sane e felici della colonnella.

Il Re bello · 第 16 / 24 题