Se una ragazza giunge all'età di vent'anni con una dote abbastanza
vistosa essa ha certamente dovuto allontanare da sè qualche
pretendente. Nessuno fa ressa dove le tasche sono buie, ma dove c'è
qualche cosa che luccica tutti si avvicinano gonfi di curiosità e
di speranza. Sperare è lecito, e vale anche la pena di tornarsene
con un rifiuto. Il quale rifiuto del resto è sempre discreto: chi è
quell'imbecille che va a farsi dire un «no» bello tondo, sul muso? Ci
si avvicina pian pianino a spirale, come fanno i mosconi, stringendo
sempre più il cerchio, si fiuta, ci si posa magari un istante, magari
neanche, ci si allontana pian pianino, a spirale, tranquillamente, con
dignità ed eleganza.
La ragazza fa la schizzinosa, è scorbutica; si vede che ancora non
è venuto il suo momento, e non accetta la corte di quello, si mostra
seccata delle assiduità di quell'altro.... E gli anni passano, venti,
ventuno, ventidue.... la madre il padre i nonni gli zii i fratelli....
quella gran cicala che è il mondo incomincia a cantare. Come mai
questo? Perchè quest'altro? Bisogna proprio prenderlo questo famoso
marito, e la fanciulla piega la testa per il suo «sì» a colui che non
ama e non disprezza.
Una buona dote è anche un gran calmante al cuore e ai sensi di una
fanciulla; tutti le fanno coda ad occhi bene sgranati ed ella intanto
impara a sgranare i suoi, e tutti i ragionamenti che il cervello le
permette di fare in simili intervalli sono tante docce gelate sul suo
sangue vigoroso e bollente.
Colei che non ha dote invece non può permettersi il lusso di tanto
ragionare, il tempo stringe, e la fretta riscalda; attorno a lei i
giovani mosconi ronzano meno e con minore soggezione, fiutano, scrutano
liberamente pesano bene la loro mercanzia con la più grande calma
e pochissimo rispetto, oppure sono pieni, straboccano di amore, di
passione di follìe, di romanticismo, di cose poetiche, e mentre dalla
bene dotata si pensa per primissima cosa ad un buon pezzo di carta da
bollo che ne assicuri il patto matrimoniale, qua il pezzo di carta lo
si vede all'orizzonte lontano, piccino piccino, tanto che chi non abbia
vista più che buona può non vederlo addirittura.
Nel primo caso è il cancello chiuso pel quale si entra direttamente nel
giardino, ammettendo che sia un giardino, nel secondo è la panchina in
fondo ad un viale lungo eterno, di tigli e tutto assiepato di rose.
In quel giardino una volta dentro succederà quello che succederà; a
quella panchina invece non ci si arriva mai è un infinito languore di
passo in passo fino alla consumazione. Ed è una fortuna sapete che
quella panchina sia tanto lontana. Quando gli sposi finalmente, un
tantino sfibrati, vi arrivano si accorgono che è tutta sconquassata....
schiodata.... ci si sta così male.... un Dio ci liberi, e gira e rigira
non giungono mai a trovare la posizione, curiosa perchè da lontano
pareva tanto carina e tanto fatta bene....
E qui chiudiamo pure le nostre oziose considerazioni e incominciamo la
storia di una certa Elena la quale si trovava precisamente nel primo
caso suddetto.
Questa ricca fanciulla aveva dovuto decidersi al matrimonio, come un
dovere, non essendo conveniente rimanere oltre zitella a ventiquattro
anni suonati, dopo avere storta la bocca a qualche dozzina di
aspiranti. Scegli scegli, scelse uno dei tanti, per non dare scandali
scelse uno ricco come lei che non la sposava per il suo denaro, questo
almeno c'era di buono, per il resto vedremo poi.
Il _tran tran_ matrimoniale non andava malaccio, lo sposo buono,
gentile, educato, pareva fatto apposta per essere un bravo padre di
famiglia; la sposa buona, gentile, educata, pareva fatta apposta per
essere una brava madre. L'equilibrio della bilancia sembrava perfetto.
Elena nei primi due anni di matrimonio aveva dato alla luce due
bambine: Anna e Agnese. Esse formavano la tranquilla felicità di quel
padre e il miglior passatempo per quella madre.
Se tutta questa gente avesse seguitato così, e poteva anche darsi, il
nostro racconto minaccerebbe di essere poco interessante davvero.
Ma noi non ci contenteremo di una guardatina superficiale ad un
benessere superficiale, e secondo la cattiva abitudine precederemo
gli avvenimenti ficcando un po' il naso dentro le anime dei nostri
personaggi. E ci accorgiamo senza indugio che mentre uno è ben
piantato sul piatto della bilancia, l'altro non vi è che buttato sopra
provvisoriamente, e da un istante all'altro vedremo i piatti andare a
gambe all'aria e l'equilibrio con essi.
Mentre nell'anima di quell'uomo non era più nulla di esplorabile, nulla
da scuoprire, da svolgere, il suo filo era tutto sdipanato; la donna se
ne sentiva dentro un gomitolo intatto, stretto, compresso, un globo, e
lo sentiva pesare come una pietra dentro l'anima.
Talora le balenava pel cervello: «Se un giorno io troverò il capo di
questo gomitolo?» E il capo lo trovò alla fine, e tutti capite bene
di che capo si trattava: l'uomo, l'amore, l'abbandono, il piacere....
vivere e non più vegetare, come le diceva il suo cervello malleabile,
e, sotto la vernice, il suo brutale istinto.
Da quel giorno la sua faccia non fu più tranquilla, i suoi occhi
si svelarono e sprigionarono bagliori di fiamma, la bocca fiorì,
divenne sensuale, tutto l'essere subì, in ritardo, la sua maturazione
rapidamente, in pochi giorni quella donna cambiò tutta, divenne
un'altra.
Spero che voi non penserete che simile prodigio fosse operato per unica
consolazione e gioia di quel buon uomo ch'era suo marito; gli è che
il gomitolo aveva mostrato il bandolo, l'ora era scoccata, e la donna
afferratolo incominciava la sua corsa.
Voi sapete meglio di me quali possano essere gli indizî, per un marito,
del suo momento critico. Io non pretendo certo di aggiungere una pagina
alla grande _Fisiologia del Matrimonio_ dell'immenso Balzac, egli ha
illuminate abbastanza le teste maritali, perch'io pretenda di volerci
portare il mio moccolino. D'altra parte nel nostro caso non importava
chiedere aiuto al grande scrutatore del matrimonio, questa donna
voleva, risolutamente voleva e trovava giusta e logica la sua condotta.
Era divenuta intollerante cattiva. Rimaneva fuori di casa, quanto e
quando le piaceva, era del suo amore soltanto, non voleva essere che
di lui, sfidava tutto e tutti. Che cosa glie ne importava del marito,
delle figlie, dei parenti tutti? Amava. Non avevano capito che quando
questo istante fosse giunto ella non avrebbe arrestato di un attimo il
suo cammino, e sarebbe andata dritta al suo scopo? Non era un'ipocrita,
non ammetteva di prostituirsi, non si era data per quello che non era,
dovevano averlo capito, colpa loro.
Una sera essa fu, nella sua casa, aspettata lungamente. Un povero uomo
colla testa stretta fra le mani, attese colla pazienza del dolore
più rassegnato, più atroce: attese: due creature gli erano attorno
con occhi che parevano interrogarlo, e ai quali non seppe rispondere,
la vecchia zia, in un angolo, addolorata, muta, vegliava come ad una
salma.
Elena col suo amante era fuggita, via, lontana felice, felice di aver
calpestato tutto, oh! avrebbe voluto gridarglielo a quell'uomo che si
era illuso, a quel povero imbecille; quale era l'amore! Che credeva
egli? Non aveva sentito, piccolo essere, di avere accanto una cosa, ed
era convinto di amare e di essere amato, era convinto che quello fosse
l'amore vero, doveva andare a vedere ora quale era! Egli non ne aveva
mai neanche intraveduto il tacco di uno stivale! Ora sentiva tutta
la forza del suo sangue, della sua vita, la piena del suo cuore da
traboccare tutta in quello dell'amato. Poi non pensò più che alla sua
felicità e per tanto tempo non si ricordò di avere avuto un marito, di
avere partorito delle creature, nulla!
I due amanti vissero fuori, lontani dalla loro città, per tre
bellissimi anni. Come nei primi due anni del suo matrimonio Elena aveva
dato alla luce due bambine, così dalla nuova unione saltarono fuori due
maschietti che furono chiamati Natale e Stefano.
*
* *
Trascorsi questi tre anni, il suo amante non potè dispensarsi, per
urgenti affari dal tornare nella sua città. Elena naturalmente lo
seguì immemore ancora di avere là, in una via di quella città stessa,
abbandonato un giorno un altro uomo e due piccine. Vi ritornava con
questo che amava ancora come il primo giorno, e coi due maschietti
pei quali aveva quelle cure che tutte le madri hanno pei loro figli,
senza però avere ancora sentito neppure per essi il grande trasporto
materno, istinto per il quale una donna può rendersi capace di tutto,
dimenticando sè stessa, rinunziando alla propria vita per quella dei
figli. Ella fu soltanto bestia per il suo uomo, una parola doveva
renderla madre d'un colpo.
Rientrata nella sua città, Elena, viveva nella nuova falsa famiglia,
che secondo lei era la vera, con la più grande naturalezza. Molti dei
vecchi amici, anzi i più, non le rivolsero il saluto e la segnarono del
loro disprezzo. Essa era fuggita, ma chi sa quali e quanti pettegolezzi
avevano seguito la sua fuga! Aveva un'altra famiglia e vi ritornava con
quella indifferenza, era il colmo!
Viveva appartata, usciva poco, di rado. Alcune vecchie amiche però
furono molto liete di rivederla, e come se nulla fosse accaduto,
ghiotte di questo genere di lecconerìe, ficcarono finchè fu loro
possibile il naso nelle sue faccende. C'era anche chi la compativa;
tutte quelle mogli, ad esempio, che avendo incappato in un marito della
più ottima specie potevano permettersi anche il lusso di disprezzarlo;
quelle avevano per lei parole di scusa — Essa non aveva potuto amarlo,
il bestione, una donna d'impulso, di passione, come poteva rimanere
con una marmotta di quella pasta? Troppo aveva pazientato. — Di più,
quelle che si trovavano in posizioni simili alla sua corsero tutte,
divise, divorziate, rimaritate, raccerottate con altri uomini che non
combinavano perfettamente nel loro nome con quello che è scritto allo
stato civile per legittimo compagno, tutte quelle picce insomma non di
primo getto.
Un giorno, una di queste amiche che le davano di solito uno schiaffo
sopra una guancia affrettandosi poi a carezzarle la guancia opposta,
o viceversa, una di queste dunque le diceva: «Sapete mia cara Elena
che quel vostro marito è veramente un imbecille? Voi non potete mai
indovinare che cosa sia andato ad inventare alle vostre creature! Che
voi siete morta». — Morta! — Essa esclamò dando un balzo. Quella fu
la parola che barattò un cuore di amante in quello di madre. Elena
sentì bene il baratto dentro il suo seno — Morta! Vigliacco! — Ella
pensò — «Sicuro mia cara, e le piccole infelici pregano per voi, hanno
fatto presso al loro letto un altare al quale offrono fiori lacrime e
preghiere ogni sera e ogni mattina. Volevano in tutti i modi il vostro
ritratto, non gli è stato concesso, capirete mia buona Elena i vostri
ritratti sono tutti banditi da quella casa, eppoi per quel mezzo le
piccine potrebbero un qualche giorno giungere a riconoscervi; gli hanno
invece dato per il loro altare una fotografia della Vergine Santissima,
che esse dicono la loro madre».
— Morta! — Ella pensava fra sè questa parola come volesse dire: —
smemorata! E Anna? E Agnese? Io le aveva dimenticate. Come saranno?
Forse io le ho incontrate per via senza riconoscerle.... chi sa come
saranno cresciute.... Anna ha ora.... sette anni... e sei Agnese, le
mie bambine....
In quel momento dimenticò il suo amante, non solo, ma Natale e Stefano.
— Morta! Vigliacco! Si è vendicato! Forse.... avrà sofferto,
l'infelice, ed ora si vendica, mi ha uccisa nel cuore delle mie
bambine, che sono mie, perchè le ho fatte io, perchè ho sofferto
nel darle alla luce, ho gridato, è carne strappata dal mio corpo....
vigliacco! — Ella pensava — Vigliacco.... chi sa come avrà sofferto....
forse.... esse domandarono di me.... e lui non seppe che rispondere....
La zia Gilda forse ha detto senza pensare a quello che diceva.... senza
capire di far male.... di far tanto male.... ha fatto molto male quella
vecchia, bisogna riparare! Le mie bambine.... chi sa come saranno
belle.... Anna.... Agnese.... erano rosee.... perchè le ho abbandonate?
Il giorno seguente, là in una via eccentrica, solitaria, una via
fabbricata di piccole case signorili, una signora elegante, velata, con
visibile impazienza percorreva su e giù da un capo all'altro la strada.
Ecco sbucare ad un tratto trotterellando due bambine con una cuffina
nera, e dietro di un passo una vecchia signora: la zia Gilda; le due
bambine belle, fresche, sembravano una pariglia di cavallini neri che
trascinassero il pesante convoglio della vecchia. La zia riconobbe
subito la signora velata, le bimbe non capirono nulla; la signora venne
avanti, rimase a lungo ferma dinanzi alla porta dove esse salterellando
e ridendo erano entrate. La vecchia arrivò su senza fiato. La sera
parlò col nipote dell'apparizione, e piansero insieme. Quella donna era
capace di tutto, di qualunque bassezza, ed erano quasi in diritto di
dubitarlo, di qualunque vendetta, si sarebbe vendicata. La zia raccontò
di averla vista in attitudine imperiosa, crudele, spavalda, di belva
spietata quale era, ed aveva sentite le sue ginocchia piegarsi per le
piccole creature che nulla avevano compreso.
Ora quella signora quasi ogni giorno passava per la via, quando aveva
vedute le bimbe si dileguava. Talvolta era dentro una vettura chiusa,
ferma a pochi passi dalla porta, voleva sentire la loro voce.
Il marito, in preda a crudele agitazione, non usciva più di casa nella
tema d'incontrarsi con lei; la vecchia zia uscendo si raccomandava al
Signore perchè quella donna non giuocasse un brutto tiro alle piccine.
Esse le passavano talora daccanto senza badare, un giorno si fermò
a guardarle dietro, e Anna si voltò insieme con lei ma senza capire
nulla.... che cosa doveva capire povera bimba? Pensava la sua buona
mammina tanto lontana, e non le bastava il fiuto per sentirla invece
tanto vicina. La sera rimanevano lungamente in ginocchio dinanzi
all'altare della mamma «Dove sarai povera mammina nostra? In paradiso
da Gesù». E forse a quell'ora una donna misteriosa alitava attorno alla
casa.
Non si sa come mai alle due fanciulle venne questa idea: «La mamma
è morta, dunque bisogna andare a trovarla al camposanto». E non si
stancarono di chiedere e domandare.
Il povero padre pensava: — queste fanciulle crescono, incominciano
a capire, che sarà di noi? Come si può continuare? Quella donna sarà
spietata, io mi sono vendicato su lei; essa si vendicherà ferocemente
sulle sue creature.
Si dovè trovare un estremo espediente, comperare un posto nel cimitero,
uno di quei posti che si comprano in vita per la morte, porre una
lapide, e scrivere sopra il nome di quella donna. Avrebbe avuto il
coraggio di rovinare questo incanto per le innocenti? Forse si sarebbe
sentita avvilita, vinta, definitivamente, avrebbe ceduto, abbandonata
la preda. E l'uomo, pur lavorando per le sue creature, ebbe un
ultimo rancore di marito calpesto, rialzò la fronte: — sì, bisogna
seppellirla.
Il posto fu comprato e sulla lapide fu scritto: Elena Fascia Tarantini.
La zia ripeteva: «siete troppo piccine per andare al camposanto»; ma
loro tanto insistettero che un giorno bisognò condurvele. Cariche di
rose, le belle faccine salirono sulla vettura che le doveva portare
dalla mamma. Mentre la carrozza si muoveva la solita figura apparve
proprio in quel momento.
— Dove vanno? — Essa pensò — Portano i fiori alla maestra, o alla
Madonna, perchè voglia bene la loro mamma.... belle!.... Sembrano
anch'esse due rose.... invece Natale e Stefano sono così pallidi....
anemici.... Oh! Era naturale, quelle creature concepite negli spasimi
della voluttà, dovevano essere così, essi portavano in fronte la
macchia del piacere illecito, del vizio; le due bimbe invece no, non
furono concepite per il piacere dell'uomo, erano cresciute sane....
belle.... erano state concepite nella purità... Oh! avesse potuto
prenderseli tutti e quattro i suoi piccini e fuggire via con loro! Ma
l'avrebbero amata? Non avrebbero, un giorno, conosciuta la verità,
incominciato a odiarla.... a disprezzarla.... Dio! Che povera donna
infelice era lei! E in fondo che aveva fatto? Aveva amato un uomo, se
quello fosse stato il marito, se non l'avessero spinta al matrimonio
troppo presto, ora sarebbe stata felice, tranquilla.... Ma quei due
uomini perchè non si odiavano? Perchè non si mettevano l'uno di fronte
all'altro con una pistola in mano? Oh! Ella avrebbe voluto vederli
scomparire, e rimanere sola coi suoi bambini, uno non lo aveva amato
mai, l'altro non lo amava più. Amava i suoi figli, e specialmente le
sue bambine che la credevano morta. Morta! Che vigliaccheria! Bisognava
vendicarsi ma senza toccare le piccole, oh! i loro visetti rosei non
dovevano impallidire.
Un giorno, alcune delle solite amiche, le vennero a dire «Mia cara
Elena noi veniamo qui, a casa vostra, e vi troviamo bella e fresca
come un fiore, e quando andiamo in cimitero a pregare per i nostri
poveri defunti ci sentiamo prese dalla voglia di recitare anche per
voi qualche orazione. Le vostre piccine sono lì quasi ogni giorno a
spargere fiori sopra la vostra tomba».
— Oh! Porco! Anche questo! L'aveva seppellita! Non c'era più speranza,
non le rimaneva che farsi mettere viva in quella tomba per amore delle
sue creature! Era troppo! Era troppo! Ecco dove portavano le rose!
Andò al cimitero trovò la sua tomba colla lapide e attorno tante rose,
tanti fiori accomodati da quelle quattro manine....
Quel giorno essa aspettò ma le piccole non vennero. Si recavano là il
giovedì e la domenica, i giorni di vacanza. Ella tornò ancora e ve le
incontrò. Erano inginocchiate.... cogli occhioni belli, pensosi....
— Che succederà — pensò la vecchia zia tremando.
I primi giorni Anna e Agnese avevano domandate centomila cose, un
diluvio di osservazioni che nella loro ingenuità saltavano fuori così
profonde che la vecchia dovè radunare tutta la sua esperienza per
rispondervi senza sbagliare.
Perchè la lapide della mamma non era tutta scritta come quella degli
altri morti? La zia aveva risposto che quando il dolore è vero e grande
non si possono trovare tante parole. — E allora? — Avevano esclamato
le bimbe — tutte quest'altre? — E alla loro tenerissima età avevano
guardato quasi come un vecchio scettico le lunghe filastrocche, ed
erano contente che la mamma fosse così tutta bianca, si riconosceva
bene da lontano, si distingueva dalle altre con quelle tre parole sole
in mezzo.
Quando scelsero la cappina per l'inverno, la vollero nera ad ogni
costo. — La nostra passeggiata è sempre al camposanto, e al camposanto
ci si va vestiti di nero. — Là incontravano tante persone vestite di
nero cogli occhi rossi di pianto....
S'inginocchiavano una accanto all'altra, dicevano una preghiera
tutta loro, una di quelle preghiere vere, che dovrebbero andare di
volo dalle anime all'anima di chi porgesse orecchio ad ascoltarle. È
facile pregare macchinalmente, con vecchie parole, e i monaci possono
rimanere ore e ore ogni giorno biascicando le consuete frasi, ma se
essi dovessero pregare colle parole loro, oh! non durerebbero che pochi
minuti.
La preghiera di queste due bambine era una di quelle piccole cose fatte
apposta per far versare fiumi di lacrime ai cuori teneri; ma che noi
abbrevieremo per raccoglierne minor mèsse che ci sia possibile. Esse
dicevano presso a poco così: «Piccolo Gesù, la signora maestra ci ha
insegnato che tu risuscitasti dopo che eri morto, tu che sei tanto
buono insegna alla nostra mammina che è qui sotto, come hai fatto, e
allora lei ritornerà colle sue bambine». La vecchia zia dietro piangeva
e guardava all'orizzonte sempre temendo di veder comparire la solita
figura.
La signora vi si recava, e da lontano osservava la scena.
— Come sono punita! Quale cuore è più straziato del mio? Le mie
creature sono lì, e piangono e pregano sulla mia tomba, ed io a pochi
passi da loro non posso correre a rialzarle, abbracciarle e farle
felici. E sento che la forza che mi tiene mi abbandonerà, che io non
resisterò e non posso e non debbo andare!... Dio! come sono punita!
Nessun cuore può essere più lacerato di quello colpito nell'amore dei
suoi figli!
Ebbe un impeto di sdegno contro l'uomo che l'aveva sepolta.
— Ah! Tu mi hai uccisa e sepolta! Va bene! Sono morta, ma ancora in
tempo per risuscitare!
La domenica, quando le fanciulle furono allo svolto che recava alla
tomba della mamma, diedero insieme un grido, uno scatto, e una corsa.
Sulla lapide, in piedi, immobile, c'era una bella signora vestita di
nero, pallidissima, tutta coperta da un lungo velo nero.
— La mamma! La mamma! — gridavano — Gesù! Gesù! Le si avvinghiarono ed
ella inginocchiata, se le stringeva, e piangeva e singhiozzava....
La vecchia ebbe un primo impeto sdegnato, e gridò:
— No! No! — Ma poi chinò la testa. E le piccole gridavano che Gesù
aveva fatto come gli avevano detto loro, glie lo avevano detto loro a
Gesù, e appena smessero di gridare le raccontarono.
Intanto due uomini erano giunti, e con due grossi pali di ferro avevano
sollevata la lapide dinanzi alle bambine. La tomba era vuota, bianca,
nuova, pulita. Come era bella la tomba dove era stata la mamma! Non
faceva punta punta paura! La mamma era risuscitata! La fecero salire
nella vettura, essa non voleva, ve la obbligarono, non fu possibile
resistere, la spinsero su tirandosela in mezzo.
Il padre era immerso nei suoi pensieri quando udì le grida e vide
l'apparizione. Rimase fermo senza poter capire.
— Risuscitata! — Gridavano insieme le fanciulle come la cosa più
naturale di questo mondo — Risuscitata! Non ci crede! Non è la mamma?
— Sì. Sì — Disse l'uomo con voce spenta, incapace ancora di
raccapezzarsi.
— E allora?
I due si avvicinarono, si strinsero piegando il capo ad un giogo che le
due creature imponevano colla freschezza di una corona di rose.
— Risuscitata!
*
* *
Ma.... alla morte non si sfugge, mia cara signora, nemmeno quando si ha
la fortuna di poter risuscitare: Lazzaro non è più fra noi.
In quella stessa ora, in un'altra casa di quella stessa città, un uomo
passeggia nervosamente avanti e indietro per una stanza; due fanciulli
pallidi che sembrano gigli sbatacchiati dalla tempesta: — la mamma? la
mamma? — domandano con un filo di voce.
L'uomo si morde il labbro inferiore aggrottando le ciglia, poi con una
mossa rabbiosa, pestando un piede, trita fra i denti una parola secca:
«morta!»