PER UNA BELLA DONNA

(COMMEMORAZIONE)

Esco in questo momento dalla visita di una salma.

Ho fatto la strada assorto nei più rosei pensieri, e rientrando in

albergo penso ancora serenamente alla mia visita.

È morta una signora che conoscevo da molto tempo e che amavo

fraternamente. Ella è stata precocemente strappata alla vita, voi

penserete; no, noi eravamo amici stante l'enorme differenza di

età che ci separava. Io ho ora giusti ventiquattro anni, essa ne

aveva certamente settantaquattro, cinquanta di più. E stante ciò è

assolutamente necessario ch'io subito vi dichiari che i nostri rapporti

furono solamente quelli di una simpatica fraterna amicizia, e del più

schietto cameratismo.

È per una stranissima combinazione che ho potuto rivederla. Tutti e

due ci trovavamo contemporaneamente di passaggio in questa città senza

saperlo. Ella vi è morta, io, avutane stamani per caso la notizia,

sono corso a visitarla un'ultima volta prima che divenisse possesso del

becchino.

Sono andato. Il segretario dell'albergo mi ha fatto accompagnare

nella camera ch'ella occupava, trasformata in cappella ardente. Il

letto, coperto da una ricca coltre di velluto rosso, era circondato

da altissimi candelabri dorati a moltissime candele elettriche tutte

accese, e sul letto la mia povera amica era distesa. Nella stanza

cinque o sei tipi di estranei, nessuno che la mia memoria potesse

ricordare. Solamente Fanny, la sua cameriera, le stava vicino senza

piangere, ma intenta a vegliare il cadavere scrutandolo da capo a

piedi, come s'ella dasse quella rappresentazione, di mostrarlo alle

facce indifferenti che si trovavano nella camera. Quando sono stato

ai piedi del letto Fanny mi ha riconosciuto e mi ha rivolto un mesto

sorriso.

La mia povera amica non mi ha mai lasciato così sodisfatto di lei

come dopo quest'ultima visita. Mai, altra volta, partendomi da lei, le

ho rivolto così intero il mio pensiero, mai mi è piaciuta tanto come

quest'ultima volta.

Non un fiore intorno, la camera non portava nessun segno eccezionale,

nessun indizio di disordine riparato in fretta, non recipienti che non

fossero quelli dell'uso quotidiano, non bottiglie di farmachi rimaste

qua e là, nulla; tutto in bell'assetto come in ogni altro pomeriggio

quand'ella stava bene. Per tutto un odore fresco di rose.

Di dove è entrata la morte qua dentro? Io mi domandavo guardandomi

attorno.

La mia povera amica dunque giaceva supina, col busto rialzato,

in attitudine molto disinvolta, vestiva una tunica attillata,

semplicissima, di panno nero, senza alcuna guernizione, formata

davanti come a scapolare. Questa tunica, scollata un po' in forma di

rettangolo, lasciava scoperto tutto il collo e la sommità del seno che

apparivano di alabastro invece che di carne. Delle calze nere finissime

trasparenti, e dei meravigliosi scarpini di velluto rosso cupo con

ricche fibbie in oro e strasse. Le maniche, che finivano al gomito,

lasciavano venir fuori le braccia perfette e candide, e due manine

accuratissime, che sembravano di cera, riposavano ai lati del corpo

leggermente, con semplicità.

La testa era un capolavoro di eleganza. L'acconciatura dei suoi

magnifici capelli d'oro con grande cascata di anelli e ricci, sorretti

da un cerchio d'oro lucido, riusciva d'un effetto sorprendente; e

la faccia era preparata con tale insuperabile squisita finezza come

per un ricevimento o un ballo. Sfumate morbidamente le guance di un

roseo caldo, vellutato; le narici, le labbra, toccate di minio con

inarrivabile maestria; e alle orecchie, infiammate, due grosse perle

ai lobuli, tenute a vite. Sul seno, dalla parte del cuore, un gruppo di

rose, rosso cupo, del colore preciso degli stivalini.

Mi sono avvicinato fisso sulle rose, domandandomi se il delizioso odore

che invadeva tutta la stanza fosse emanato da esse, e quando sono stato

per chinarmi ad esaminarle, Fanny, con un gesto molto naturale, mi ha

fatto capire che erano finte.

Ella ha sorriso e ha fatto presso a poco il gesto che avrebbe fatto la

sua padrona se avesse potuto scorgere la mia curiosità.

M'ha assalito un desiderio pazzo di darle un bacio, ma un po' per la

vergogna di quegl'intrusi, un po' anche al pensiero di scomporre quel

volto perfetto, Fanny stessa certo me lo avrebbe impedito, mi sono

detto di non farlo. Ho guardato coloro che erano per la stanza. Ma chi

erano? Fanny non mostrava di curarsene, ella non si occupava che della

sua signora. Ad un tratto ha aggrottato le ciglia in un istante di

ansia, fissando strenuamente la piccola bocca vermiglia della padrona,

poi ha emesso un grande respiro sollevandosi. Di che aveva paura Fanny?

Che cosa poteva ormai succedere più di quello che era successo già?

Ho lasciato quella stanza squadrando in modo diffidente quei tipi,

sorridendo mestamente a Fanny. Ella m'ha sorriso astraendo per due

secondi la sua attenzione dal cadavere, e sono sceso, quasi quasi

preso da una.... da una volontà di fischiettare.... di ballettare....

Ho inchinato il segretario al _bureau_, ho fatto un profondo

ringraziamento al portiere che m'ha aperta la vetrata con premura, sono

rimasto un istante incerto sulla porta, poi mi sono deciso da quale

parte dovevo dirigermi e sono venuto qui, in albergo, a riposarmi un

poco e a pensare alla mia povera amica.

Se ella avesse potuto imaginare che per l'appunto io, di tutti i suoi

amici, doveva vederla oggi! Quale combinazione mi ha riserbato la

sorte! Ella è qui di passaggio, ci si ammala rapidamente, vi muore,

senza che nessuno ne abbia notizia; nello stesso tempo io mi trovo

in questa stessa città, a caso so stamani della sua morte, e giungo

proprio in tempo per rivederla poche ore prima della sua definitiva

scomparsa.... Io sono affondato in questa poltrona e non posso

distogliere il mio pensiero da lei, e forse per molti giorni questa

impressione mi seguirà.

Ma quella gente estranea.... Che fossero delle comparse? Delle persone

messe lì per chi potesse casualmente venire? Nessuno di quelli aveva un

aspetto troppo elevato per esserle amico.... eppoi la loro espressione

era precisamente quella di gente che sta lì pagata, a ore. Si tenevano

tutti indietro, senza nessuna intimità col cadavere.... Ma non era

dunque che una rappresentazione quella alla quale ho assistito? Io

ho avuto questa fortuna di goderla e il ricordo mi seguirà sempre. Ma

com'è che Fanny non è stata più espressiva con me?

Povera amica mia! Se lì mi avessero chiesto di comporre due parole per

la sua sepoltura avrei scritto così: _Qui fu sepolta una bella donna._

Mi sembra che queste poche parole comprendessero tutto. Nella strana

circostanza della sua morte invece non posso far nulla per lei. Se

io fossi ammalato di necrofilia potrei recarmi qualche volta a farle

lunghe visite al cimitero, intravedendola ancora, traverso la pesante

pietra che la ricuoprirà, tale e quale ella era la mia povera amica,

e illudendomi di andare ancora da lei. Se io credessi nell'altra

vita come ce la descrivono i nostri buoni parroci potrei almeno ora

imaginarla fra le turbe degli angioli del paradiso... ed ella dovrebbe

stare così bene vestita da angelo.... Una tunica leggera e volubile

come una nube, rosea, coi suoi bei capelli d'oro fermati dal cerchio

d'oro lucido.... e il fascio di rose sanguigne sul seno, dalla parte

del cuore... e gli stivalini.... Un angelo un po' troppo allegro, se

vogliamo, un po' turbolento, ma che rialzerebbe dimolto il morale di

tutta quella gente così monotona e sbiadita lassù.... Invece io non

posso far nulla; se non penso al suo passato non la vedo più e mi sento

cadere nel vuoto con lei. Chi mi dà la forza di vederla ancora se non

con quella tunica nera, coi ricci d'oro, e il cerchio, e gli stivalini,

e il fascio delle rose?... Io non riesco neppure a separarla da Fanny

che pure vive.

Io non sono che un povero scrittore e non posso che servirmi di questa

mia qualità per renderle un ultimo omaggio: commemorarla. Si fanno

tante commemorazioni per degli orribili uomini che seminarono la terra

della loro bruttezza, si può permettere ad un bravo giovinotto come me

di scrivere qualche parola per una bella donna.

*

* *

Nacque.... ma già, che cosa c'importa di sapere dove nacque una bella

donna? L'importante si è ch'ella nacque. La chiamarono Michelina;

un nome veramente che la rimpiccioliva un poco, ma secondo la

pessima abitudine glie lo avevano esotizzato, e la chiamavano tutti

_Micheline_. Noi per questa volta soltanto sopporteremo lo storpiamento

esotico, visto che nel caso nostro serve almeno a nascondere la

deficenza del brutto nome imposto ad una bella donna.

Tratteremo rapidamente, con molta semplicità, la sua vita,

soffermandoci, senza eccessiva importanza, nei punti più salienti.

Non ebbe una natura precoce, anzi, ebbe la caratteristica assolutamente

opposta. Questo dato è essenziale, noi dobbiamo ricordarlo come

cardine nella descrizione di questa vita. E allora sorvoliamo pure

sulla sua infanzia; ci assicurano che non fu una bella fanciulla ma

un tipo abbastanza comune. E sorvoliamo pure sulla sua adolescenza. A

vent'anni la dettero sposa ad un conte campagnolo piuttosto maturo, e

rimase con lui nella ricca sepoltura di una villa sontuosa per altri

venti. Ella aveva quarantanni quando questo marito morì, e noi dobbiamo

raggiungerla precisamente a questo punto. Come si fa presto non è

vero a scrivere la vita di una bella donna? Eppure credetemi è una

cosa simpaticissima, io la provo per la prima volta e ne sono tutto

entusiasta.

Voi potreste ragionevolmente imaginare che la mia fatica sia pressochè

al termine e mi guardate già con certa aria diffidente. Sento che state

per farmi una domanda molto naturale: era bella allora? Ecco.... non

era certo brutta.... ma non si poteva ancora dire ch'ella fosse già

una vera bella donna. In campagna aveva tenuto una vita più salubre

che elegante, aveva sempre vestito con semplicità eccessiva, quasi

con trascuratezza, non si era mai saputa, dicono, vestire, pettinare;

i suoi capelli erano belli sì, ma di un colore castano scuro poco

appariscente.... la sua bocca poco colorita non risaltava sul pallore

del viso, e gli occhi non vi si aprivano come due baratri infiniti.

La sua figura alta, forse un po' secca, un po' dura.... Da tutti i

dati da me scrupolosamente raccolti risulta insomma ch'ella fosse una

bella donna sì, ma non di quella quasi eccezionale bellezza ch'ella

fu poi. Voi osserverete senza dubbio, come posso io spiegare questo

fenomeno e parlare di albori di bellezza in un individuo all'età di

quarant'anni? Ma ve lo posso spiegare io questo? Sono io addentro

nei segreti della natura? Questo fiore che potevamo considerare già

appassito, prossimo alla seccagione, dobbiamo invece considerarlo un

compattissimo bocciuolo, e assistere meravigliati al suo smagliante

sbocciare. Io credo che tanto la bellezza femminile come la virile

possano eccezionalmente rimanere latenti in un individuo, per

svariatissime ragioni in attesa del loro naturale sviluppo. O natura

forse, questa madre tanto bizzarra, non segnò sul suo libro quel tempo

che certi beniamini sciuparono sulla cattiva strada? In ogni modo non

prenderemo il nostro caso come la regola ma come l'eccezione di essa.

Aggiungerò infine per documento comprovante la fedeltà delle mie parole

che, quelli che la conobbero, assicurano essere rimasta questa donna

quasi invariata dal giorno del suo matrimonio a quello della morte del

marito avvenuta giusti giusti vent'anni dopo.

Non ebbe figli.

_Micheline_ rimasta sola, abbandonò la campagna, venne ad abitare un

bell'appartamento di città. Ah! Giova dire che durante il lungo periodo

del matrimonio, essa fu la moglie più esemplare, la sposa più fedele,

e badate che il marito era tutt'altro che un magnifico signore, e

tutt'altro che una simpatica creatura: un uomo assai brutto, e molto

rozzo.

_Micheline_ diveniva bella bella bella. Qui incomincia il prodigio.

Metteva fuori la sua bellezza giorno per giorno, ogni giorno, nel suo

cammino sereno, sicuro, per andarsi a posare tranquillamente sulla cima

più alta della bellezza femminile. Sembrava che questa donna avesse

avuta la vita non simile ad una corsa tutta in lungo come le altre

misere mortali di questa terra, ma come un viaggio di andata e ritorno,

e che giunta ai quarant'anni dovesse poi contarne trentanove invece di

quarantuno, per uscire nel nulla dalla parte opposta.

I suoi capelli divennero biondi, morbidi, lucenti, ondulati,

voluttuosi; i suoi occhi s'ingrandirono, le narici si colorirono,

e le labbra, e i denti e il sorriso, divennero incanti di fascino e

la persona tutta si arrotondò, incominciò ad agitarsi in movimenti

di bellezza e di seduzione, come se una coscienza, un'anima, si

fossero poco a poco risvegliate dentro di lei. E tutto questo con una

grande infinita semplicità, con un'infantilità innata; diveniva bella

allegramente sempre più gaia, sempre più buona.

I suoi compagni furono i giovani, i giovanissimi, quasi i fanciulli,

amò.... le teste ricciute, immergere le sue dita bianche nei capelli

folti di un bel ragazzo, le labbra appena appena ombreggiate, e gli

occhi vivi, bramosi e inesperti. Fuggì l'uomo fatto, odiò Don Giovanni,

i trucchi, la politica, gli accidenti in amore, i piani fatti, gli

irresistibili.... niente niente di tutto questo. Cercava quello che

c'era di più fresco e di più buono, gioendo di tutte le inesperienze,

di tutte le follìe, ridendone fraternamente. Il piacere non era per

lei che l'ultima fase di un bel giuoco da bimbi che precedeva un sonno

tranquillo.

Ne amò di questi fanciulli? Forse più d'uno. Le ciarle, ahimè non

mancarono: ve lo figurate un po' questo lurido mondo davanti allo

spettacolo di così semplice e sana follìa? Le puntate? Le trovate di

spirito?... Ma non la toccarono mai, il male non aderiva alla pelle

di questa creatura privilegiata. Era un'anima divina. Nessuno come lei

può mai avere compreso ed amato tanto la giovinezza, lei, miracolo di

eterna giovinezza.

Ed eccoci al meglio. Noi dobbiamo ora discutere insieme quello che

chiameremo il capolavoro di questa esistenza, il momento più bello. E

siccome si tratta di un capolavoro sentimentale voi mi potete osservare

che l'età del protagonista deve essere pericolosamente avvantaggiata,

ma questo credetemi, non vuol dir nulla, non vedemmo noi artisti d'ogni

genere produrre la loro opera massima a venti a trent'anni, come a

sessanta o settanta? E non vi infusero i secondi come i primi la stessa

vita? Gli stessi tesori di forza di sentimento di giovinezza come

s'essi avessero generato la loro opera fuori del tempo? _Micheline_

ha, è vero, cinquant'anni, ma il più acuto osservatore, il giudice

più severo non può scuoprirgliene che trenta. Ella scherza, ride, ride

rumorosamente, lunghe, limpide risate zampillanti di giovinezza fra la

giovinezza, ma non ha mai amato davvero, o almeno non ha mai sofferto.

Ha amato tutto e tutti, la vita ecco.

Dalla gaia combriccola che la circonda, dalle proporzioni perfette di

questo quadro, qualche cosa esorbita dinanzi ai nostri occhi, qualche

cosa che richiama più insistentemente, che si illumina di più, troppo;

facendo piano piano oscurare il resto guastandone il divino organismo,

l'armonia.

_Micheline_ voi la vedete ora indugiarsi in lunghi colloqui, quelli

che si chiamano colloqui ma che non sono altro che lunghi silenzi

nei quali le parole smorzano di quando in quando l'ansia del tacere

spasimoso, come riposi del troppo che si dice tacendo. Il suo bel volto

si vela.... e si appanna la sua gaiezza.... Maurizio.... un bel bruno

di venti anni che le si avvince per quella forza di facili sentimenti

giovanili ancora informi mescolati fra loro. Vanità, desiderio, e

ignoto, ignoto sopra tutto. Ma _Micheline_ lo ama, lo ama davvero, si

sente oramai lontana da tutti e vicina solamente a lui. Lo ama colla

freschezza dei vent'anni ma con la forza dei suoi cinquanta. Ella ha

cinquant'anni perchè li deve avere, se andasse dove nessuno la conobbe

mai potrebbe avere la sua vera età. Ma tutti lo sanno attorno a lei,

il tempo è inesorabile, e ne aspettano anelanti il dissolvimento

giorno per giorno, la decadenza. Troppo ha pesato il suo avvallo sulla

perfidia degli altri. Che vuol dire, se in una lotta miracolosa ella

aveva vinto la sua stessa materia?

Una sera, questa strana fanciulla diceva:

— Maurizio, sono ancora bella?

— Tanto — ripeteva il fanciullo — tanto bella.

— Ma sono vecchia. Si vede, dimmi, dimmi profondamente sincero, sono

vecchia?

— No. Te lo giuro. — E il giovane fissava coi suoi grandi occhi il

viso di lei come per cercarvi in fondo quegli anni che non riusciva a

scuoprire.

— E allora perchè lo sono?

— Non lo sei.

— Di', mi potresti amare se fossi vecchia, se fossi brutta?

— No, non ti potrei amare.

— Puoi pensare che io lo sarò domani forse?

— Non ci posso pensare.

— Neanche io sai potrei sopportare il disfacimento, no, sarò bella per

te, per te soltanto, e finchè vorrai te, poi.., poi... più.

— Quanto credi Maurizio ch'io possa rimanere così?

— Sempre.

— No, Maurizio, parla sul serio, quanto credi?

— Molto, molto ancora.

— Ma quanto? Di' senza paura.

Il fanciullo voleva pensare ora a quello che diceva, sentiva senza

comprenderlo che la sua risposta in quel momento era la firma sopra

una cambiale; ma gli occhi di lei che ormai naufragavano nei suoi

lo decisero, e disse meno di quello che pensava ma più di quello che

voleva.

— Dieci anni.

E si sentì prodigo e avaro ad un tempo, generoso e pitocco. _Micheline_

con semplice risolutezza scrisse una data.

*

* *

Diremo subito per acquietare la curiosità del lettore che gli anni

furono veramente dieci, e che questo fu un vero e grande amore. Vero

perchè _Micheline_ innamorata sapeva essere la più ingenua la più

tenera colomba; grande perchè esso viveva la sua vita soprannaturale

nella maniera più naturale di questo mondo.

Poco a noi importa dell'uomo, è la vita della donna che ci piace

sottolineare ed esso ci interessa solo di riflesso.

Maurizio, nel suo amore, che non riusciva ad essere abbastanza sincero

per essere vero, si sentiva teso in un disagio al quale credeva potersi

sottrarre col ragionamento. Quella donna non era vecchia ma lo doveva

essere. Essendo esso il più comune essere di questa terra non sapeva

rimanere sereno di fronte al miracolo ed era necessariamente portato a

turbare l'incanto dei suoi occhi profanando il suo amore, rendendosi

indegno di quello che gli veniva concesso. Nei momenti dolorosi la

fissava tutta affannosamente, come per frugare nel suo corpo dove

nascondesse quei venti anni che le mancavano. Ma non era forse un

errore dello stato civile? A intervalli era riassalito dall'amore,

e dinanzi a lui s'ingigantiva serenamente la bellezza soprannaturale

della donna e della compagna. Eppoi ancora il dubbio si riaffacciava

a torturarlo. Egli dava in faccia a tutti la sua giovinezza ad una

vecchia, portava questo giogo immondo, senza un vincolo vero; per una

fanciullaggine, per un istante romanzesco che ora si doveva calpestare

per salvare la propria dignità, per sottrarsi alla vergogna, ora che si

sentiva di divenire un uomo. Questo era l'uomo.

Nulla sfuggiva a _Micheline_, tutto capiva, sicura di sè andava avanti

con una serenità divina, come quei sublimi artisti, consci del loro

valore, seguono il loro cammino fra l'indifferenza e le ostilità, certi

non di una pur lontana giustizia, ma certi e paghi solo di sè stessi.

Non m'accusate di lirismo o di esagerazione amici, non mi accusate di

volere ad ogni costo fare un simbolo di bellezza con un povero pezzo di

carne. Lettore, io ti supplico, aiutami a dir bene di questa donna, la

mia penna non arriva più dove ormai è la mia anima.

Passarono gli anni, cinque, sei, sette, otto....

L'unione era rimasta invariata, ma l'uomo era ora incatenato dalla

soluzione. Ella doveva uccidersi per lui, per il suo amore, lo aveva

giurato, lo aveva scritto quella sera. Egli aveva mantenuto nobilmente

la sua parola, i dieci anni, ella doveva mantenere la sua. Ma si

uccideva per lui? O piuttosto per non assistere al dissolvimento della

sua bellezza? Non era invece una pazzìa dettata dall'orgoglio folle di

quella donna? Ma intanto egli se ne liberava. Che ne avrebbe dovuto

far più? Essa si avvicinava alla decrepitezza! Dio! Dio! Come aveva

potuto amarla? _Micheline_ che si alzava così presto la mattina, non si

faceva vedere che tardi, mai prima delle dieci, si capiva tanto bene

che non ne poteva più, era finita, si reggeva per virtù di ripieghi,

con interminabili sedute di _toilette_, forse soffriva terribilmente e

nascondeva la sua sofferenza. Come poteva avere ancora voglia di vivere

e di amare a quell'età? Ella manteneva il suo contratto per onore alla

firma ma certo agognava la fine.

E la fine si appressava e Maurizio si sentiva sempre più ostile nei

suoi pensieri, nel suo dubbio. Sì, doveva morire, solamente colla morte

poteva ripagarlo di quello che così impudentemente gli aveva usurpato:

i suoi dieci anni di giovinezza.

Era la fine. Pochi giorni mancavano alla data.

_Micheline_ non aveva cambiato dal primo giorno, era rimasta

paurosamente uguale, il miracolo dava la vertigine del vuoto quando

l'essere comune che vi era dinanzi poteva guardarlo serenamente. Per

quanto la passione fosse morta in Maurizio, sull'ultimo si riaccese.

L'avvicinarsi di quel giorno metteva una certa paura addosso al

giovane, gli faceva sentire una sensazione di freddo. Eppure si doveva

ammazzare, quale orribile canzonatura per lui altrimenti? S'ella fosse

venuta ad implorare?... Se avesse chiesto tempo ancora?... Dio! Dio!

Quella donna gli faceva ribrezzo!

Ma fra loro nulla era apparentemente cambiato e non si parlò mai della

data.

La notte che precedeva il giorno fissato si presentò come ogni altra

notte del tempo vissuto assieme.

L'agitazione di quelle due anime invece di erompere e rivelarsi doveva

quella sera ricevere l'ultimo suggello, e mentre l'uomo non era

riuscito a leggere una sola parola in quella della donna, la donna

quella sera non aveva più una parola da leggere in quella di lui. E

dinanzi a questa grande superiorità come non dobbiamo noi sentirci

ammirati e commossi?

A Maurizio, che non aveva avuto la forza di credere, la notte portò

ore terribili. Si alzava dal letto, gli era impossibile di dormirvi,

guardava dietro la finestra e la persiana la via deserta, silenziosa,

la luce scialba che l'illuminava lo rabbrividiva come si fosse sentito

nudo nella nebbia, orecchiava con terrore, il tremito lo assaliva,

tornava a coricarsi a seppellirsi sotto le coltri, poi si rialzava

ancora, e ancora si ricoricava. Eppure non credeva, quella donna,

secondo lui, non era capace d'uccidersi, ne sbagliava il perchè, ma lo

sentiva, lo sapeva, non si sarebbe uccisa, non credeva ma aveva paura,

come quegli uomini vissuti tutta la vita senza una fede all'ultimo

istante domandano i segni della loro religione. È la paura di un grido,

di un tonfo, di un colpo, è una vile immonda paura questa!

La mattina egli sarebbe andato là.... nella sua stanza.... I brividi lo

riassalivano, si tappava le orecchie colle mani, quasi stesse per udire

un colpo. Attese. Come si sarebbe uccisa? Non sarebbe venuta a morire

alla sua porta? Gli sembrò di udire in basso, all'uscio, raspare. Dio!

No! Ebbe paura ad aprire, ebbe paura a tacere, il silenzio lo faceva

delirare, si stropicciava forte le orecchie colle mani, non voleva

più sentire, più vivere. Forse era lì, già morta! Come? Avvelenata

forse? Si fece forza, tacque, nulla. Si sarebbe forse gettata dalla

finestra? Avrebbe ad un tratto sentito uno schianto nella via....

Gli parve udire il cigolare di una persiana, una finestra che fosse

aperta con cautela. I suoi occhi, naufraghi per la stanza, incontrarono

finalmente la loro tavola di salvezza: il ritratto di _Micheline_, e in

quelli che li guardavano con dolcezza si affidarono immemori un'ultima

volta. Maurizio rimase così fisso. Riposò e si sentì sollevato. Ora

sarebbe andato, no, non doveva uccidersi povera donna no no! Ma dopo?

Che ne avrebbe fatto? Avrebbero pattuito, si sarebbero separati da

buoni amici. Si incominciò a vestire, tremava, tremava, nell'alba

tragica.... che cosa lo aspettava? Andando nel suo appartamento come

l'avrebbe trovata? Morta? Morta come? Come aveva potuto indugiare?

Voleva correre mentre continuava a vestirsi lentamente. Perchè non glie

ne aveva parlato la sera avanti? Essa lo aveva lasciato come ogni altra

sera.... che invece ella dormisse immemore il più pacifico sonno? Che

non ricordasse più la data? Che si fosse sbagliata? Dieci anni erano

passati da quella sera quando fu scritta, chi ne aveva parlato più da

allora? Non poteva star fermo, girava su e giù per la stanza, tutto gli

palpitava dentro, il suo cuore era per scoppiare.

Erano le sette, era appena il primo chiarore dell'alba, la luce grigia

penetrava a suoli dalle gelosie delle persiane chiuse per la stanza.

E _Micheline_ che non apriva la sua porta prima delle dieci! Attese,

attese, poi, trovato l'estremo coraggio uscì. Non seppe dirigersi

risolutamente, entrò nella sala da pranzo ancora tepida e profumata

dalla sera avanti. Sulla tavola erano sparsi avvizziti i petali di una

rosa ch'ella aveva sfogliato ninnolandosi; i mozziconi delle sigarette

erano nel piattino di porcellana insieme colla cenere e i fiammiferi

estinti; e il loro profumo vagava ancora prigioniero; e il profumo

di lei, il suo profumo lieve e fresco come quello delle rose.... Si

diresse alla porta tante volte, ritornò alla tavola, voleva sedersi,

voleva aprire, non voleva.... ma che cosa c'era dentro la sua anima, la

più grande tragedia o la più ridicola farsa?

La porta dello spogliatoio era aperta, il suo cuore si fermò ma ebbe la

forza di entrare, la porta della camera aperta.... entrò.... nulla....

nessuno.... il letto era rifatto, girò, cercò, nulla, più nulla,

non uno scritto, non ebbe fiato di chiamare ma le sue labbra pareva

gridassero: _Micheline! Micheline!_

*

* *

Un bel pomeriggio d'inverno, quasi dieci anni dopo da questo fatto,

Maurizio passeggiava sotto il bel sole napoletano della riviera

di Chiaia. Era divenuto un uomo posato, le sue arie frivole erano

scomparse, aveva quarant'anni oramai e li dimostrava perfettamente.

Non più così accurato ed elegante nell'abito, si era deciso a divenire

uno degli infiniti esseri di questa terra. Gli erano cresciuti

smisuratamente i baffi e gli davano un'aria anche più matura. Gironzava

sotto il delizioso tepore, lungo il mare, quando vide venire avanti

lungo la riva una bella signora alta, bionda, elegante, accompagnata da

un giovinetto men che ventenne, più basso di lei, pure elegantissimo,

tutti e due marciavano di buon passo allegramente. Potevano sembrare la

madre di quaranta col figlio di venti.

— Che bella donna — Pensò istintivamente Maurizio mentre la coppia si

avvicinava.

— Maurizio?

— _Micheline?_

— Tu qui?

— .... sì.... — Maurizio balbettava.

— Come mai?

— Da tre giorni, di passaggio.

— Anche noi! — La signora era franca per quanto commossa. — Anche

noi, sì, partiremo fra due giorni per Palermo, siamo in quattro, una

carovana. Ah! scusa.... il signor.... _tal dei tali_, Maurizio, del

quale abbiamo tante volte parlato — I due si strinsero la mano — Bene,

io spero di poterti rivedere, noi siamo alloggiati qui, all'Hotel

Santa Lucia, vuoi venire a colazione da noi domattina? Maurizio annuì

senza capire quello che facesse — Allora.... a domani — La signora gli

strinse forte la mano, con un sorriso buono e caldo che somigliava

quello del vecchio sole. I due uomini si strinsero la mano con più

espressione stavolta.

Maurizio rimasto a guardar dietro la coppia che si allontanava....

quella bella donna dritta.... con quella magnifica figura.... quella

faccia.... quei capelli.... E quel giovinetto così educato.... pensava:

— Ma quanti anni ha? — Tutto disorientato — Ma quant'anni ho io?... E

quel tipo che c'ha insieme?... Hotel Santa Lucia....

*

* *

Ah! Nella presentazione che Micheline fece dei due signori, io mi sono

servito della vecchia e poco simpatica formula: _tal dei tali_, per il

giovine che l'accompagnava, ma mi era assolutamente impossibile fare

altrimenti; eppoi era anche inutile farlo perchè certo avevate già

capito da voi di chi si trattava.... ecco, bravi.

Il Re bello · 第 11 / 24 题