Totale, sesterzj 32,480

_Rendita di sette campi_.

Ogni anno sesterzj 6,300

oltre un diecimila marze che ciascun

campo rendeva l'anno, e che vendevansi

tremila sesterzj.

[251]

_Tondet et innumeros gallica Parma greges._

_Velleribus primis Apulia, Parma secundis_

_Nobilis, Altinum tertia laudet ovis._

MARZIALE.

[252] Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla la

plebe; _neque enim populo romano saturo quicquam potest esse lætius_.

VOPISCO, in _Vita_.

[253] È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard a

Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior modo da

Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici facciate in-8ª.

Sono quattrocentrentatre articoli di merci o di manifatture tassati;

ma restano molte lacune. Moreau de Jonnès ne dedusse questa tabella,

ragguagliata alle monete e misure d'oggi:

_Prezzi del lavoro_.

Al bracciante per giornata 25 denari ll. 5. 62

Al muratore » 11. 25

Al manovale che rimesta la calcina » 11. 25

Al marmorino che fa i musaici » 13. 50

Al sarto, per fattura d'un abito » 11. 25

Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj » 33. 75

di _caligæ_, scarpe di artigiani » 27.  —

di soldati e senatori » 22. 50

di donna » 13. 50

di _campagi_, sandali militari » 16. 87

Al barbiere, per uomo » — 45

Al veterinario, per tosare gli animali e

tagliar le unghie » 1. 35

Al maestro architetto, e per ogni ragazzo

al mese » 22. 50

All'avvocato, per un'istanza ai tribunali » — 25

Per una causa » 225.  —

_Prezzo dei vini_.

Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano,

Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro ll. 13. 50

Vino vecchio di prima qualità » 10. 90

Vino rustico » 3. 60

Birra (camum) » 1. 80

Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium) » 13. 50

Vino d'orzo d'Attica » 10. 90

_Carne alla libbra di Francia._

Carne di manzo ll. 2. 40

— d'agnello, capretto, porco » 3. 60

Il lardo migliore » 4. 80

I migliori presciutti di Vestfalia, della

Cerdagna, o del paese dei Marsi » 4. 80

Grasso di porco fresco » 3. 60

Fegato di porco ingrassato con fichi (_ficatum_) » 4. 80

Zampe di porco, ognuna » — 90

Salame di porco fresco (_isicium_) del peso

di un'oncia » — 40

Salame di bue fresco (_isicia_) » 3. 37

— di porco fumicato e condito (_lucanicæ_) » 3. 60

— di bue fumicato » 3. 37

_Selvaggina, prezzo medio per capo._

Un pavone maschio ingrassato ll. 56. 25

— femmina ingrassata » 45.  —

— selvatico maschio » 28. 12

— femmina » 22. 50

Un'oca grassa » 45.  —

— non ingrassata » 22. 50

Un pollo » 13. 50

Una pernice » 6. 75

Un lepre » 33. 75

Un coniglio » 9.  —

_Pesce._

Pesce di mare di prima qualità ll. 5. 40

— di fiume id. » 2. 70

— salato » 1. 35

Ostriche al cento » 22. 50

_Civaje._

Lattuche delle migliori, ogni cinque ll. — 90

Cavoli de' migliori, l'uno » — 90

Cavolifiori de' migliori, ogni cinque » — 99

Barbabietole delle migliori, ogni cinque » — 90

Ramolacci i più grossi » — 90

_Altri comestibili._

Miele ottimo, al litro ll. 18.  —

Olio di prima qualità » 18.  —

_Liquamen_, stimolante per l'appetito » 2.  —

Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per gli

antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni ben

diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale i prezzi sono

determinati colla sigla *, che significa denaro, ma deve significare

il denario _æreus_ di rame, moneta nuova battuta da Diocleziano, che

valea la ventiquattresima parte del pezzo d'argento fino, vale a dire

centotredici milligrammi, che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È

da ricordare che Lattanzio (_De morte persecutorum_, c. 7) dichiara

che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi dal

vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di morte, fu duopo

lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni dunque date da Moreau de

Jonnès ripugnano alla storia, non men che al fatto, il quale porta che

i prezzi delle giornate son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi

a quel che è necessario per vivere.

È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della segala

siano perdute; ma abbiamo il

Miglio pisto al moggio L. 2 50

Intero » » 1 25

Panico » » 1 25

Spelta mondata » » 2 50

Fave non rotte » » 1 50

Lenti » » 2 50

Piselli » » 1 50

Ceci » » 2 50

Avena » » 0 75

Lupino crudo » » 1 50

Fagiuoli secchi » » 2 50

Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30;

di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto 0.50;

di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna 0.05; il burro

0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1; le ulive 0.10; i vini

d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai 75 centesimi; la birra da 5

a 10 centesimi.

Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65; di

muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere 1.25;

marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo, camellajo, bardotto

(_bardonarius_), pastore centesimi 50 col vitto; mulattiere, porta

acqua, curator di condotti con vitto e per l'intera giornata centesimi

65. Al pedagogo, al maestro di leggere e scrivere 1.25; 1.90 al

maestro di calcolo e stenografia; 5 al grammatico greco; 2.50 al

maestro architetto; al garzone del bagno centesimi 5; per le scarpe

da mulattiere e paesano senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50,

da patrizj 3.75, da donna 1.50; il legno di quercia per una misura di

quattordici sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici

cubiti sopra quarantotto dita, 5.

I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a stabilire

che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio del grano,

delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero romano, a un

bel circa quello della Francia odierna.

[254] Digesto, tit. _De publicanis et vectigalibus_.

[255] _Minima computatione, millies centena millia sestertium annis

omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio nostro

adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant._ Nat. hist., XII. 41.

[256] — Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri soldati,

non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella seconda, che i

Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono per orgoglio il

commercio, e non pensarono che ad arricchirsi colle spoglie di tutte

le nazioni; nella terza, che i Romani, schiavi e voluttuosi, con un

commercio passivo e rovinoso, caddero nella povertà e nella barbarie.

MENGOTTI, _Del commercio de' Romani_; memoria premiata dall'Istituto di

Francia.

[257] Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione altro

scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio, III. 4:

_Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,_

_Et freta gemmiferi findere classe maris._

_Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;_

_Tigris et Euphrates sub tua jura fluent._

_Seres et ausoniis venient provincia virgis..._

_Ite agite; expertæ bello date lintea proræ._

[258] OROSIO, VII. 16.

[259] Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, IV. 12, V. 1;

Plinio Cecilio, _Epist_. III. 11; Origene, _contra Celsum,_ III. 66;

san Giustino, _Apolog_. II. 8. — Vedi BURIGNY, _Mémoires de l'Académie

des Inscriptions_, tom. XXXI.

[260] La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di Spira

in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe, ma

tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi pigliasse a restituire

Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga, quanta chi prende

una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio finiscono alla parola

_Hispania quacumque ambitur mari_. Nel 1831, in un manoscritto

di Bamberga, Luigi De Jan professore a Schweinfurt trovò la fine

dell'opera, che dà un quadro comparativo della storia naturale

nei paesi posti sotto zone diverse, loda l'Europa meridionale e

specialmente la Spagna, «ove la dolcezza di un clima temperato dovette,

giusta il dogma dei primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe

umana a spogliare la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece

un'edizione sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: CAJI

PLINII SECUNDI _naturæ historiarum_, lib. XI. XII. XIII. XIV. XV,

_fragmenta edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r _Fridegarius

Mone__.

Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi il gonfio

elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, e il severo

giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire (_Essai

de Zoologie générale_, par. I. I. 5) dicendo: — Passare da Aristotele

a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza che separa l'invenzione

e il genio dalla compilazione fiorita e dal discorso spiritoso...

Plinio è un mero compilatore, forse più elegante, ma altrettanto meno

scrupoloso... Aristotele quattro secoli prima avea ridotte al giusto

valore queste inezie vulgari».

[261] _Nat. hist._, III. 7; VIII. 55; II. 7.

[262] _Nat. hist_., VII. 2. 3. 6. 46; VIII. 66. 67; XXVIII. 2. 3. 4; V.

30.

[263] _Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata.

— Omnes ejus partes medium capescentes nituntur æqualiter_. De nat.

Deorum, II. 39 e 45.

[264] II. 5 e 1.

[265] XXXIII. 1. 3. 4. 13. XIX. 1. 4.

[266] VII. 1. 7; II. 13. 1.

[267] XXX. 4; III. 6. 2.

[268] I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone,

nel _Sogno di Scipione_, mostrossi ben addietro di quel che già si

conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il Tanai.

Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (_Georg_., IV. 293; e vedi

pure Lucano, X. 292). La Bretagna fu appuntino descritta da Giulio

Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse ch'era isola, le

dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e soggiunge che all'oriente

ha la Germania, a mezzodì la Gallia, ad occidente la Spagna, a mezza

strada incontrando l'Irlanda. Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e

comunque raccoglitore appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto

Strabone, osservatore tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo

nella geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo

breve tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo,

Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi, ai Reti,

ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la Dora presso

il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda; dopo le foci del Po

colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando l'Adige; pone

come città mediterranee nei Carni Aquileja e Concordia, e nei Veneti

Altino e Adria che erano a mare; a occidente della Venezia colloca i

Becuni, nome ignoto, che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad

ogni modo di poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima,

e fa due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica

Dicearco d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille

ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime delle Alpi

si elevano fin a cinquantamila passi».

[269]

_... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,_

_Quot sine aqua Parthus millia currat eques._

_Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;_

_Qualis et hæc docti sit positura Dei;_

_Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;_

_Ventus in Italiam qui bene vela ferat._

PROPERZIO, IV. 3.

[270] VARRONE, _De re rustica_, lib. I. c. 2.

[271] PLINIO, _Nat. hist_., III. 3. 14.

[272] Invece di fare questa superficie = _a_/4 √3 (se si chiami _a_

il lato), Columella la suppose = 13_a_/30; il che dà √3 = 26/15, ossia

√675 = 26. Vedi lib. V. c. 2.

[273] PLINIO, _Epist_. IX. 61.

[274] Che scriveva a suo figlio, _jurarunt inter se Barbaros necare

omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et

facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam

alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis._ Ap. PLINIO,

XXIX. 1.

[275] BIANCONI, _Lettere Celsiane_, 1779. Brillanti e false.

[276]

_Inscribas chartæ quod dicitur Abracadabra_

_Sæpius; et subter repetas, sed detrahe summæ;_

_Et magis atque magis desint elementa figuræ_

_Singula quæ semper rapias et cætera figes,_

_Donec in angustum redigatur litera conum._

_His lino nexis collum redimire memento._

[277] PLINIO, _Nat. hist._, XXVI. 1; XXIX. 1. — A Vicenza una

iscrizione ricorda un oculista: Q. CLODIVS o. LIBERTVS NIGER MEDICVS

OCVLARIVS SIBI ET Q. CLODIO Q. L. SALVIO PATRONO.

[278] _Est eloquentia una quædam de summis virtutibus_. CICERONE, De

oratore.

[279] _Jucunda senibus, dulcis secretorum comes_. QUINTILIANO,

Instit. orat. lib. i. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la

quale insegna il modo di scrivere e parlare corretto, secondo la

_ragione_, l'_antichità_, l'_autorità_ e l'_uso_. Da lui attingiamo

queste particolarità sull'educazione, e dal dialogo _De corrupta

eloquentia_, attribuito da chi a Quintiliano, da chi a Tacito, da

nessuno con bastanti ragioni. L'unico riscontro forse che militi per

quest'ultimo, è un certo fare a lui proprio, per esempio quel vezzo di

sinonimia _nova et recentia jura, vetera et antiqua nomina, incensus ac

flagrans animus_, ecc. ricorre in esso dialogo, ove troviamo _memoria

ac recordatione, veteres ac senes, vetera ac antiqua, nova et recentia,

conjungere et copulare_; ma è piuttosto moda del tempo che dell'autore.

[280] Quintiliano (_Instit. orat_., XII) dice: _Si ipsa vox fuerit

surda, rudis, immanis, rigida, vana, præpinguis, aut tenuis, inanis,

acerba, pusilla, mollis, effeminata... Ornata est pronuntiatio, cui

suffragatur vox facilis, magna, beata, flexibilis, firma, dulcis,

durabilis, clara, pura, secans, aerea, et auribus sedens._

[281]

_Et nos ergo manum ferulæ subduximus, et nos

Consilium dedimus Sullæ, privatus ut altum

Dormiret,_

dice Giovenale, _Sat_. I. 15; e non parrà vero che altrettanto abbiam

fatto noi nelle scuole del secolo XIX.

[282] Le abbiamo dedotte dalle _Deliberazioni_ e dalle _Controversie

_di Seneca, e parte da Luciano.

[283] _Satyricon_, cap. I.

[284] _Instit. orat_., X.

[285] _Si antiquum sermonem nostro comparamus, pæne jam quicquid

loquimur figura est_.

[286] _Plerumque nudæ illæ artes, nimia subtilitatis affectatione

frangunt atque concidunt quicquid est in oratione generosius, et omnem

succum ingenii bibunt, et ossa detegunt, quæ ut esse et astringi nervis

suis debent, sic corpore operienda sunt._

[287] _Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui

negotiis districtus, impendi; quod tempus, non tam stylo, quam

inquisitioni instituti operis prope infiniti, et legendis auctoribus

qui sunt innumerabiles, datum est... Usus deinde Horatii consilio, qui

in Arte Poetica suadet ne præcipitetur editio, nonumque prematur in

annum, dabam iis otium, ut refrigerato inventionis amore, diligentius

repetitos tamquam lector perpenderem._

[288] Non pajono sue quelle che ora ne portano il nome.

[289] Abbastanza aveva di che gemere un cuor paterno, buono come

quello di Quintiliano; eppure egli non sa dimenticarsi gli artifizj di

scrittore, se non altro per rinnegarli (_non sum ambitiosus in malis,

nec augere lacrymarum causas valeo_); esce in vane querimonie colla

fortuna, e dopo aver detto così affettuosamente: — Questo fanciullo

era tutto carezze per me, mi preferiva alle nutrici sue, alla nonna che

assisteva alla sua educazione, a quanto piace a quell'età», vi respinge

la lacrima dagli occhi col soggiungere che questo era un lacciuolo

tesogli dal destino per viepiù martoriarlo, e colle esagerate proteste

di non voler più a lungo soffrire la vita. _Illud vero insidiantis, quo

me validius cruciaret, fortunæ fuit, ut ille mihi blandissimus, me suis

nutricibus, me aviæ educanti, me omnibus qui sollicitare illas ætates

solent, anteferret. Tuos-ne ego, o meæ spes inanes, labentes oculos,

tuum fugientem spiritum vidi? Tuum corpus frigidum exsangue complexus,

animam recipere, auramque, communem haurire amplius potui? dignus his

cruciatibus, quos fero, dignus his cogitationibus. Te-ne consulari

nuper adoptione ad omnium spes honorum patris admotum; te avunculo

prætori generum destinatum; te omnium spe atticæ eloquentiæ candidatum,

superstes parens tantum ad pœnas, amisi! Et, si non cupido lucis, certe

patientia vindicet te reliqua mea ætate; nam frustra mala omnia ad

fortunæ crimen relegamus: nemo nisi sua culpa diu dolet_... Introd. ad.

lib. VI.

[290] Eumenio lo dice _eloquentiæ romanæ non secundum, sed alterum

decus._ Vedi indietro, pag. 255.

[291] Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc'Aurelio una lunga

lettera di sfogo, che è tra le scoperte dal Maj. _Me consolatur ætas

mea, prope jam edita et morti proxima. Quæ cum aderit, si noctis, si

lucis id tempus erit, cœlum quidem consalutabo discedens, et quæ mihi

conscius sum protestabor. Nihil in longo vitæ meæ spatio a me admissum,

quod dedecori aut probro aut flagitio foret; nullum in ætate agunda

avarum, nullum perfidum facinus meum exstitisse; contraque multa

liberaliter, multa amice, multa fideliter, multa constanter, sæpe

etiam cum periculo capitis consulta. Cum fratre optimo concordissime

vixi; quem patris vestri bonitate summos honores adeptum gaudeo, vestra

vero amicitia satis quietum et multum securum video. Honores quos ipse

adeptus sum, nunquam improbis rationibus concupivi. Animo potius quam

corpori juvando operam dedi. Studia dottrinæ rei familiari meæ prætuli.

Pauperem me, quam ope cujusquam adjutum, postremo egere me quam poscere

malui. Sumtu nunquam prodigo fui, quæstui interdum necessario. Verum

dixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi negligi quam blandiri,

tacere quam fingere, infrequens amicus esse, quam frequens adsentator.

Pauca petii, non pauca merui. Quod cuique potui, pro copia commodavi.

Merentibus promptius, immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum

gratus quispiam repertus segniorem effecit ad beneficia quæcumque

possem prompte impertienda. Neque ego unquam ingratis offensior fui._

[292] Esprime tal suo pensiero massimamente nel giudicar Cicerone. _Eum

ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis elocutum, et ante omnes

alios oratores ad ea quæ ostentare vellet, ornanda, magnificum fuisse.

Verum is mihi videtur a quærendis scrupulosius verbis abfuisse, vel

magnitudine animi, vel fuga laboris, vel fiducia, non quærenti etiam

sibi, quæ vix aliis quærentibus subvenirent, præsto adfutura. Itaque

videor, ut qui ejus scripta omnia studiosissime lectitaverim, cetera

eum genera verborum copiosissime uberrimeque tractasse, verba propria,

translata, simplicia, composita, et quæ in ejus scriptis amœna;

quam tamen in omnibus ejus orationibus paucissima admodum reperias

insperata atque inopinata verba, quæ nonnisi cum studio atque cura,

atque vigilia, atque veterum carminum memoria indagatum. Insperatum

autem atque inopinatum verbum appello, quod præter spem atque opinionem

audientium aut legentium promitur; ita ut si subtrahas, atque eum qui

legat quærere ipsum jubeas, aut nullum, aut non ita ad significandum

adcommodatum verbum aliud reperiat._

Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva

nell'_Oratore_: _Rerum copia verborum copiam gignit_; e altrove:

_Res atque sententiæ vi sua verba parient, quæ semper satis ornata

mihi quidem videri solent, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa peperisse

videatur._

[293] _Te, domine_ (scrive a Marc'Aurelio), _ita compares, ubi quid

in cætu hominum recitabis, ut scias auribus serviendum: plane non

ubique, nec omni modo... Ubique populus dominatur et præpollet. Igitur

ut populo gratum erit, ita facies atque dices. Hic summa illa virtus

oratoris atque ardua est, ut non magno detrimento rectæ eloquentiæ

auditores oblectet... Vobis præterea, quibus purpura et cocho uti

necessarium est, eodem cultu nonnunquam oratio quoque amicienda

est. Facies istud, et temperabis et moderaberis optimo modo ac

temperamento_.

[294] _Ego hodie a septima in lectulo nonnihil legi: nam εἰκώνας

decem ferme expedivi_. Eppure Frontone avea fama di secco e robusto,

onde Macrobio (_Saturn_., v. 1) scrive: _Quatuor sunt genera dicendi:

copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, in quo Sallustius regnat_ (e

non Tacito?); _siccum, quod Frontoni adscribitur; pingue et floridum,

in quo Plinius Secundus quondam, et nunc nullo veterum minor Symmachus

luxuriatur_.

[295] La prima edizione, fatta in Bologna nel 1498, ne contiene poche;

le altre furono ritrovate in Francia dall'architetto frà Giocondo, e da

Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 1508.

[296] Lib. VII. 20.

[297] Quest'Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa; e gliene

indicano una grande e bella eppur deserta, perchè ogni mezzanotte

vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva un vecchio, scarno,

arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, spirito forte,

compra la casa a poco prezzo, vi si alloggia, mettesi a scrivere; ma

a mezzanotte ecco lo spettro, che gli fa segno col dito. Artemidoro

gli accenna che aspetti, ma l'altro raddoppia il fragore, sicchè il

filosofo si alza, prende la lucerna e segue il fantasma. Era l'ombra

d'uno quivi trucidato, che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali,

Artemidoro godè tranquillamente la sua casa.

Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante

medioevo; e potete leggerla in Plinio, _Epist_. VII. 27.

[298] _Epist_. I. 8.

[299] _Epist._ VII. 30.

[300] Sul lago di Como è ancora una fonte intermittente, alla villa

che appunto da ciò dicesi Pliniana; ma non ha il minimo vestigio di

antichità: mentre la Commedia vorrebbe collocarsi a Lenno, la Tragedia

a Bellagio.

[301] Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo tutore

Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite il

mio medico, io non sono insensibile alle preghiere di mia moglie,

alle lacrime di mia figlia, all'inquietudine dei miei amici, ma non

voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise d'avvertirlo quando

fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente guarì. Rufo, fratello di

Spurina, uomo d'alta ragione, preso dalla gotta, disse a Plinio che

aveva stabilito di lasciarsi morire, nè preghiere di parenti o d'amici

valsero a stornarlo.

[302] Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli

antichi, s'incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani

si fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L'architetto

francese L. P. Hudebourt scrisse, nel 1838, _Le Laurentin, maison de

campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline_;

e può dar idea delle ville romane, per riscontro al _Palais de Scaurus_

(pag. 259, vol. II).

[303] _Epist_. VI. 17.

[304] GIOVENALE, v. 82-93.

[305] _Epist_. VIII. 21.

[306] _Epist_. I. 13.

[307]

_Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello_

_Constabit nummis quatuor emta tibi._

_Quatuor est nimium; poterit constare duobus,_

_Et faciet lucrum bibliopola Triphon._

_Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,_

_Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit._

MARZIALE, XIII. 3.

[308]

_Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis_

_Cum stata laudato caneret quinquennia versu..._

_Sit pronum vicisse domi. Quid achea mereri_

_Præmia, nunc rami Plœbi, nunc germine Lernæ,_

_Nunc Athamantæa protectum tempora pinu?_

Così suo figlio (_Sylv._, v. 3), che non dubita paragonarlo ad Omero e

a Virgilio. Adulava il padre come adulava i tiranni.

[309]

_... Me fulmine in ipso_

_Audivere patres; ego juxta busta profusis_

_Matribus, atque piis cecini solatia natis._

Sylv. II. 1.

[310]

_Psittace, dux volucrum, domini facunda voluptas,_

_Humanæ solers imitator, Psittace, linguæ,_

_Quis tua tam subito præclusit murmura fato?_

Ivi, 4.

[311] _Sylv._ II. 5. Per quel leone Marziale fece dieci epigrammi.

[312] PLINIO, _Epist._ VI. 17.

[313] — Dianzi io pregava Giove a darmi poche migliaja di lire, ed egli

mi rispose: _Te le darà quegli che a me dà i tempj_. Tempj diede egli

a Giove, ma non a me le mille lire; eppure avea letto la mia petizione

così benigno, come quando concede il diadema ai supplichevoli Geti,

e va e torna per le vie del Campidoglio. O Pallade, segretaria del

tonante nostro, dimmi: se egli negando ha tal volto, qual l'avrà nel

concedere? — Così io; ma Pallade rispose: _Stolto! credi tu negato ciò

che non fu concesso ancora? Epigr._ VI. 10.

E nel IV. 92: — Se a cena m'invitassero contemporaneamente Cesare

e Giove, quand'anche le stelle fossero vicine, lontana la reggia,

risponderei ai Numi: _Cercate chi voglia essere convitato dal tonante;

me tiene in terra il Giove mio_.

[314] Lib. IV. 4; VIII. 39.

[315] Vedi il libro XIII, intitolato _Xenia_.

[316]

_Tu sub principe duro,_

_Temporibusque malis, ausus es esse bonus._

Lib. XII. 6.

[317]

_Miratur scythicas virentis auri_

_Flammas Jupiter, et stupet superbi_

_Regis delicias, gravesque luxus._

Ivi, 15.

[318] Delle oscenità scusavasi cogli esempj: _Sic scribit Catullus, sic

Marsus, sic Pedo, sic Getulicus_. Pref. al lib. I.

[319] Lib. X. 47.

[320] _Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura_. Lib. i. 16.

[321] Per rimpatto, Andrea Navagero ogn'anno in determinato giorno

bruciava alcune copie di Marziale, olocausto al buon gusto.

[322]

_Cæsar in arma furens, nullas nisi sanguine fuso_

_Gaudet habere vias._

Lib. II.

[323]

_Immergitque manus oculis..._

_... Et siccæ pallida rodit_

_Excrementa manus; laqueum nodosque recentes_

_Ore suo rumpit; pendentia corpora carpsit._

_... Percussaque viscera nimbis_

_Vulsit..._

_Stillantis tabi saniem..._

_Sustulit, et nervo morsus retinente pependit._

Lib. VI.

[324]

_Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni._

[325]

_Sunt nobis nulla profecto_

_Numina, cum cæco rapiantur sæcula casu._

_Mentimur regnare Jovem..._

_Mortalia nulli_

_Sunt cura Deo._

Lib. VII.

[326]

_Mors utinam pavidos vitæ subducere nolles,_

_Sed virtus te sola daret._

Lib. IV.

[327] Parlando del guerriero resuscitato dalla maga Tessala:

_Ah miser, extremum cui mortis munus iniquæ_

_Eripitur, non posse mori!..._

_Sit tanti vixisse iterum, nec verba, nec herbæ_

_Audebunt longæ somnum tibi rumpere Lethes_

_A me morte data._

Lib. VI.

[328]

_Nam si quid latiis fas est promittere musis_

_Quantum smyrnæi durabunt vatis honores,_

_Venturi me, teque legent_ (Nerone): _Pharsalia nostra_

_Vivet, et a nullo tenebris damnabitur ævo._

Lib. IX.

[329] I primi libri dell'_Argonautica_ furono trovati dal Poggio

fiorentino nel convento di San Gallo; gli altri dappoi. Giambattista

Pio ne fece un'edizione nel 1519, supplendo del suo quel che manca del

libro VIII, e il IX e X.

[330] Il Petrarca tentò poi il soggetto medesimo nella sua _Africa_,

o persuaso che il poema di Silio fosse perduto, o, come altri

malignarono, credendo possederne egli l'unica copia. L'accusa di

plagio, datagli da Lefèbvre de Villebrune nel 1781, fu confutata dal

Baldelli, _Illustrazioni_ ecc., pag. 199, e dal Ginguené, note al vol.

II dell'_Histoire littéraire_. Durante il concilio di Costanza, il

Poggio scoperse il poema intero.

[331] Dopo aver detto nel primo atto delle _Trojane_:

_... Felix Priamus_

_... nunc Elysii_

_Nemoris tutis errat in umbris_

_Interque pias felix animas_

_Hectora quærit;_

nel secondo soggiunge:

_Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil..._

_Quæris quo jaceas post obitum loco?_

_Quo non nata jacent._

[332] In _Tieste_, Atreo imbandisce a questo i figli, e gli dice:

_Expedi amplexus pater;_

_Venere, natos ecquid agnoscis tuos?_

Tieste risponde:

_Agnosco fratrem._

Medea tradita, esce al bel principio furibonda, e fra l'altre cose

esclama:

_Parta jam, parta ultio est;_

_Peperi;_

e quando la nudrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto, non

congiunti, non ricchezze, essa risponde:

_Medea superest._

Nell'_Ippolito_, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover colla

morte espiare; essa risponde:

_Quod vivo._

Il coro di Corintj nella _Medea_ parve profezia del grande ardimento di

Cristoforo Colombo, annunciato così da uno Spagnuolo quattordici secoli

prima che la Spagna lo ajutasse e punisse:

_Venient annis sæcula seris,_

_Quibus oceanus vincula rerum_

_Laxet, et ingens pateat tellus,_

_Tethysque novos detegat orbes,_

_Nec sit terris ultima Thule._

[333] Nella _Satira_ I esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere satire

all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da frenarsi allorchè

incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone riempiuta dalla pingue

sua pancia? E che? tanti vizj non li flagellerò io co' miei versi? Chi

può dormire fra questi padri che corrompono le nuore avare, fra sposi

infami e adulteri giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i

versi alla meglio come li facciamo Cluvieno ed io».

Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone

matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò sul teatro.

Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli di Tèntira per

diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità del misfatto, perchè

le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive sicuro coll'orso; e finisce

col riflettere cosa n'avrebbe detto Pitagora, il quale neppur tutti i

legumi permetteva.

[334]

_Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,_

_Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli._

[335] Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno

all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava assurdo l'uso

della mitologia nei versi?

_Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus_

_Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum_

_Vulcani; quid agant venti, quas agat umbras_

_Æacus etc._

Sat. I.

[336] Vedi la Sat. XIII.

[337]

_... Semita certa_

_Tranquillæ per virtutem patet unica vitæ..._

_Nesciat irasci, cupiat nihil, et potiores_

_Herculis ærumnas credat, sævosque labores_

_Et venere, et cœnis, et pluma Sardanapali._

Sat. X.

[338]

_... Agmine facto,_

_Debuerant olim tenues migrasse Quirites._

Sat. III.

[339]

_Messe tenus propria vive; et granaria, fas est,_

_Emole. Quid metuas? occa, et seges altera in herba est._

Sat. VI.

[340]

_Nil tibi concessit ratio; digitum exsere; peccas;_

_Et quid tam parvum est?_

Sat. V.

[341] Svetonio conservò un buon dato di queste satire. Allorchè Cesare

introduceva molti Galli in senato, cantavasi per le vie:

_Gallos Cæsar in triumphum ducit, idem in curiam;_

_Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt._

E quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega Bibulo:

_Non Bibulo quidquam nuper, sed Cæsare factum est;_

_Nam Bibulo fieri consule nil memini._

Sotto le sue statue si lesse:

_Brutus quia reges ejecit, consul primus factus est;_

_Hic quia consules ejecit, rex postremo factus est._

Allorchè Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiva i vasi corintj,

alla sua statua fu scritto:

Pater argentarius, ego corinthiarius.

E alludendo alla sua smania del giuocare:

_Postquam bis classe victus naves perdidit,_

_Aliquando ut vincat, ludit assidue aleam._

E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partorì Druso:

Τοῖς εὐτυχοὔσι καὶ τρίμενα παιδία, cioè: Ai fortunati nascono sin i

fanciulli di tre mesi.

Quando egli imbandì quel banchetto di lasciva empietà:

_Cum primum istorum conduxit mensa choragum_

_Sexque deos vidit Mallia, sexque deas:_

_Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,_

_Dum nova Divorum cœnat adulteria:_

_Omnia se a terris tunc numina declinarunt,_

_Fugit et auratos Jupiter ipse thoros._

Più violento fu questo contro Tiberio:

_Asper et immitis, breviter vis omnia dicam?_

_Dispeream, si te mater amare potest._

E contro lo stesso:

_Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum;_

_Omnia si quæras, et Rhodos exsilium est._

_Aura mutasti Saturni sæcula, Cæsar:_

_Incolumi nam te, ferrea semper erunt._

_Fastidit vinum, quia jam sitit iste cruorem:_

_Tam bibit hunc avide, quarti bibit ante merum._

_Adspice felicem sibi, non tibi, Romule, Sullam;_

_Et Marium, si vis, adspice, sed reducem;_

_Nec non Antoni, civilia bella moventis,_

_Nec semel infectas adspice cæde manus._

_Et dic, Roma perit, regnabit sanguine multo_

_Ad regnum quisguis venit ab exilio._

Il matrimonio di Nerone ferivano i seguenti:

Νέρον, Ορέστης, Αλκμαίων, μητροκτονοι.

Νεονύμφον Νέρων, ἰδίαν μητέρ ἀπέκτεινεν.

_Quis negat Æneæ magna de stirpe Neronem?_

_Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem._

_Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus,_

_Non erit Pæan, ille_ ἐκατηβελέτης.

Sull'immensa fabbrica del Palazzo aureo:

_Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites,_

_Si non et Vejos occupat ista domus._

Nerone diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo e

null'altro; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sbandì.

Allora fu scritto:

_Cur Otho mentito sit, quæritis, exsul honore?_

_Uxoris mœchus cœperat esse suæ._

Non ho potuto consultare i _Versus ludicri in Romanorum Cæsares

priores olim compositi; collatos, recognitos, illustratos edidit_ G. H.

HEINRICHIUS. Ala 1810.

[342] Medaura era colonia romana; eppure Apulejo, figlio di uno de'

primi magistrati (duumviro), non intendeva parola di latino quando

venne a Roma: così il figliastro suo non parlava che il punico, e

intendeva un po' di greco in grazia della madre tessala; _Loquitur

nunquam nisi punice; et si quid adhuc a matre græcisat: latine enim

neque vult, neque potest._ _Apolog._ Ciò smentisce chi crede il latino

fosse comune in tutte le colonie. Aggiungiamo che ad Apulejo l'imparare

il latino in Roma senza maestro parve fatica portentosa: _Quiritium

indigenum sermonem ærumnabili labore, nullo magistro præeunte,

aggressus excolui._ _Metam._

[343] _Sacris pluribus initiatus, profecto nosti sanctam silentii

fidem._ _Metam._ E nell'_Apolog._: _Sacrorum pleraque initia in

Græcia participavi; eorum quædam, in signa et monumenta tradita mihi

a sacerdotibus, sedulo conservo... Ego multijuga sacra, et plurimos

ritus, et varias cæremonias, studio veri et officio erga deos didici._

[344] _Mihi in incerto judicium est, fato ne res mortalium et

necessitate immutabili, an sorte volvantur._ Annal., VI. 22.

[345] _Cunctas nationes et urbes populus, aut primores, aut singuli

regunt: delecta ex his et consociata reipublicæ forma laudare facilius

quam evenire; vel si evenit, haud diuturna esse potest_. Annal., IV.

53.

[346] JACOBS, _Des Vell. Paterculus röm. Geschichte übersetz von etc_.

Lipsia 1793.

MORGENSTERN, _De fide historica Vell. Paterculi, in primis de

adulatione ei objecta_. Ivi 1800.

[347] In _Agricola_, 30 e 31.

[348] _De moribus Germanorum_, 33.

[349] I. 12; II. 15.

[350] Credo interpolato quel capitoletto ne' manoscritti, e lo stile

l'annunzia posteriore.

[351] _Luna deficere cum aut terram subiret, aut sole premeretur_. IV.

10. Gli errori ne rilevò Le Clerc in calce alla sua _Ars critica_.

[352] PLINIO, _Nat. Hist_., XXVIII. 2.

[353] _Negli Scrittori della Storia Augusta son comprese le vite di_

Adriano per Elio Sparziano

Antonino Pio » Giulio Capitolino

Elio Vero » Sparziano

» Capitolino

Marc'Aurelio » Capitolino

Avidio Cassio » Vulcazio Gallicano

Comodo » Elio Lampridio

Pertinace » Capitolino

Didio Giuliano, Settimio Severo,

Pescennio Nigro » Sparziano

Clodio Albino » Capitolino

Caracalla e Geta » Sparziano

Macrino » Capitolino

Diadumeno, Elagabalo, Alessandro » Lampridio

I due Massimini, i tre Gordiani,

Massimo e Balbino » Capitolino

I due Valeriani, i due Gallieni,

i Trenta Tiranni, Claudio II » Trebellio Pollione

Aureliano, Tacito, Floriano,

Probo, Firmo, Saturnino,

Proculo e Bonoso, Caro,

Numeriano, Carino » Flavio Vopisco

[354] «Chiamansi le Coefore, e sono di... di chi dunque? Ah sì!

dicevano di Policleto». _In Verrem, de signis_.

[355] — Statue, che potrebbero allettare non solo un intelligente come

Verre, ma fin ignoranti, come chiamano noi: un Cupido di Prassitele;

giacchè nell'indagine ho imparato anche nomi d'artisti». _Ibi_.

[356]

_Excudent alii spirantia mollius æra,_

_Credo equidem vivos ducent de marmare vultus,_

_Orabunt melius causas..._

Il cortigiano d'Augusto dovea passare sotto silenzio Cicerone.

Veramente Orazio, _Ep._ I 4, cantava:

_Pingimus, atque_

_Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis;_

ma è notevole questo appaiare il dipingere col sonare e lottare.

[357] Il Panteon fu dedicato a Giove Ultore, e detto così perchè alle

due statue di Marte e Venere erano aggiunti gli attributi di tutte

le divinità. Guasto da incendj, fu restaurato da Adriano, poi da

Settimio Severo nel 202 di C.; e d'uno di questi restauri probabilmente

sono colpa le colonne che dividono lo spazio interno, troppo esili a

proporzione della grave cupola. Nel 600 venne dedicato a santa Maria

ed ai Martiri. La copertura di bronzo della cupola fu tolta nel medio

evo; quella del portico da Urbano VIII per far fondere la tribuna di

S. Pietro in Vaticano dal Bernino, del quale pure sono i due poveri

campanili, che si vedono sul frontone postico.

[358] CICERONE ad _Attico_, lib. I. ep. 4. 6. 8. 9.

[359] VITRUVIO, II. 8.

[360] PLINIO, _Nat. hist_., XXXV. 4. 10. 11. 12.

[361] San Pietro di Roma copre 20,000 metri quadrati; mentre il più

grande della Roma antica, cioè quel della Pace, ne copre 6240, 3182 il

Panteon, 874 il Giove Tonante, 195 quel della Fortuna Virile; e fuor

di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto, 636 quel della Concordia ad

Agrigento, 434 quel di Giove a Pompej.

[362]

_En quatuor aras;_

_Ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phœbo_.

Su questo passo di Virgilio pretesero che gli altari si consacrassero

agli dei, a' semidei ed eroi le are; ma non sembra provato, nè soddisfa

la distinzione che ne fece Raoul-Rochette nei _Monuments inédits

d'antiquité figurée_, tav. XXVI. 2.

[363] «Benchè inferiore in semplicità ed armonia all'architettura

greca (dice Hosking), la romana è evidentemente della stessa

famiglia, distinta per esecuzione più ardita, ed elaborata profusione

d'ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso dal dorico pel

primo, dal corintio per l'altro: uno è modello di semplice grandezza,

perfetto nelle particolari convenienze, e inapplicabile ad oggetto

diverso; l'altro è men raffinato, ma molto adorno; sfoggia nell'esterno

la bellezza di cui manca nell'interno; imperfetto in ciascuna

combinazione, ma applicabile ad ogni proposito. In Grecia come a Roma

il maggiore sfoggio d'architettura e colonne faceasi ne' tempj; ma i

Romani non aveano abitudine di costruirli peripteri, siccome i Greci.

Da alcune ruine pare che in qualche età fabbricassero tempj dipteri;

ma i più usitati erano i pseudo-dipteri, cioè colle colonne affisse

al muro, gli apteri e prostili: di amfi-prostili non abbiamo esempj.

Gran proiezione i Romani davano ai loro portici pel maggior effetto. I

tempj circolari non erano comuni ai Romani. Insomma il tempio romano

era distinto dal greco per aspetto più grande, colonne più sottili,

generalmente corintie, e costruzione sopra un podio o basamento».

[364] PAUSANIA, X.

[365] Ecco il paragone d'alcuni di tali edifizj:

_lunghezza larghezza spettatori_

Coliseo metri 207 171 87,000

Anfiteatro di Caracalla » 226 146 20,000

» Marcello » 132 132 30,000

» Verona » 154 122 23,000

Circo Massimo » 660 190 254,000

[366] Non è vero che le figure crescano regolarmente di grandezza

nell'elevarsi. Il 1588 alla statua dell'imperatore fu surrogata quella

di san Pietro; due anni dipoi, Sisto V sterrò il piedistallo; Napoleone

fece demolire le umili costruzioni che ne ingombravano il contorno, e

i papi successivi restituirono la grande piazza. Lo spagnuolo Ciacono

nel 1616 scriveva che ancora vedevansi i piedi della statua di Trajano,

e che dagli scavi fatti uscì la testa di bronzo, la quale conservavasi

dal cardinale Della Valle: or s'ignora che ne sia avvenuto.

[367] LAMPRIDIO, in _Alexandro_, 27. 28.

[368] ROSSINI. _Degli archi trionfali onorarj e funebri degli antichi

Romani, sparsi per tutta Italia_. Roma 1736.

Ecco un parallelo:

_altezza larghezza grossezza_

Arco in Roma di Tito metri 24 16 5

» di Costantino » 25 22 7

» di Settimio Severo » 24 21 7

di Benevento » 25 17 5

d'Augusto a Rimini » 16 16 9

di Ancona » 15 14 3

A Roma v'erano pur quelli di Orazio Coclite, Camillo, Druso, Tiberio,

Gallieno.

[369] _Manentque vestigia irritæ spei_. TACITO.

[370] Dureau de la Malle (_De la distribution, de la valeur et de la

législation des eaux dans l'ancienne Rome_. Parigi 1843) calcola che

i condotti che menavano acqua a Roma, tirassero insieme 428,000 metri,

di cui 32,000 sopra arcate: e sottraendone la derivazione fraudolenta,

portavano 11,075 pollici d'acqua, di cui 4388 vendevansi ad usi

privati. Rondelet sopra Frontino, ragguagliò l'acqua venuta in Roma

per gli acquedotti a un fiume largo trenta piedi, profondo sei, e della

velocità di trenta pollici per secondo.

[371] Paragone dei ponti romani:

_lungo largo costruito da_

Milvio metri 126 9 Silla

Senatorio o Rotto » 25 13 C. Scipione

Salaro sul Teverone » 77 9 Tarquinio

Sisto o del Gianicolo » 70  —

Fabricio o de' Quattro capi » 25  —

Cestio o Ferrato » 50 — Valente

Elio o Sant'Angelo » 113 15 Adriano

Mammea presso Roma » 60 9 Antonino

Di Rimini sulla Marecchia » 46 — Augusto

Sulla Narina fra Roma e

Loreto » 194 34 Augusto

[372]

_Muræna proibente domum, Capitone culinam..._

_Proxima Campano ponti quæ villula tectum_

_Præbuit; et parochi, quæ debent, ligna salemque._

Sat. I, V. 46.

[373]

_Scalis habito tribus sed altis._

Epigr. V. 22.

[374] CICERONE, _pro Milone_, 15; _Philip._ II. 9. ORAZIO, _Ep_. II. 2.

15.

[375] Che si chiudessero con imposte doppie è chiaro da quel di Ovidio,

_Amor._, I. 3:

_Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestræ._

Plinio parla d'una porta a vetri nella sua villa, la quale separava e

riuniva due camere.

[376] _Ex auro, argentove aut certe ex ære in bibliotheca dicantur

illi, quorum immortales animæ in iisdem locis loquuntur._ PLINIO.

[377] Quanto ai camini, senza ricorrere al Manuzio nei Commenti

alle epistole di Cicerone, al Filandro sopra Vitruvio, VII. 3,

al Burmanno sopra Petronio, _Satyr_. 135, che lo negano, ed al

Ferrario, _Electorum_ lib. I. 1. 9, che lo asserisce, può vedersi

una dissertazione di Scipione Maffei nella raccolta d'opuscoli del

Calogerà, tom. XLVII. p. 449, ove sostiene che gli antichi non avevano

camini al modo nostro. Pure in Aristofane (_Vespe_, 1. 2) è accennata

una canna di camino, in cui poteva star nascosto un uomo; Svetonio

(in _Vitellio_) dice che, in un pasto dato da questo imperatore, la

sala bruciò per fuoco appigliatosi al camino (_flagrante triclinio ex

conceptu camini_).

[378] _Non vivunt contra naturam qui pomaria in summis turribus ferunt?

Quorum silvæ in tectis domorum ac fastigis nutant, inde ortis radicibus

quo improbe cacumina egissent?_ Ep. 122.

[379] _Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem

substruendas marginandasque, primi omnium locaverunt._ LIVIO, XLI. 27.

Sopra tavole di rame si trovarono leggi, che il Corradi e il Mazzocchi

credeano essere le Sempronie di Cajo Gracco, ma ora si asseriscono

agli ultimi tempi della Repubblica, e portano regolamenti intorno alle

strade:

— Chi ha o avrà, sia in Roma o a un miglio in giro dal suo abitato,

una casa, davanti a cui passi la strada pubblica, dovrà mantenere essa

strada a requisizione dell'edile, cui spetta quel quartiere. L'edile

veglierà perchè ciascun proprietario mantenga come deve la strada

dinanzi la sua casa, sicchè l'acqua non s'impozzi e non la renda

incomoda.

«Gli edili curuli e plebei dovranno, fra cinque giorni dopo eletti,

trarre a sorte le regioni della città, dove abbiano a sorvegliare la

riparazione e il selciato delle strade pubbliche a Roma e ad un miglio

in giro.

«Se la via passi fra un tempio od un luogo pubblico qualunque e una

casa privata, l'edile farà conservare a spese dello Stato metà di

questa parte della via pubblica.

«Se un proprietario non intertenga la strada avanti la sua casa dopo

l'intimazione dell'edile, questi l'affiderà ad un appaltatore: ma

dieci giorni prima l'annunzierà nel fôro, e ne farà intimar l'avviso

ad esso proprietario ed a' suoi procuratori; e l'aggiudicazione si farà

pubblicamente nel fôro, mediante il questore urbano.

«Esso proprietario o proprietarj saranno scritti come debitori

sui libri di finanza per una somma eguale all'aggiudicazione, e

all'intraprenditore verrà assegnato un credito esigibile di pien

diritto sui loro beni.

«Se, fra trenta giorni dall'assegnazione notificata al proprietario,

esso non pagò l'imprenditore o non diede cauzione, dovrà pagare metà di

più.

«Il proprietario che abbia davanti alla casa un marciapiede, lo

manterrà tutt'al lungo di essa in pietre connesse, intere, ben piane,

secondo ordinerà l'edile di quel quartiere».

Le tavole trovate ad Eraclea nel golfo di Taranto il 1732 contengono

molti ordini sul mantenere sgombre le vie e proibiscono i carri

dall'alba fin a decima, salvo poche eccezioni. Inoltre si obbligavano

gli abitanti a conservar nette le vie scopando e anaffiando. NAUDET,

_Sur la police chez les Romains, Mém. de l'Institut_, vol. IV.

[380] Dionigi d'Alicarnasso (lib. IV) dice difficile misurare il

perimetro di Roma sopra le mura, attesochè son poco facili a seguire

in grazia delle case che v'aderiscono da tutte parti. Secondo Paolo

(_Digest._, lib. II), _Roma_ esprimeva tutto l'indeterminato spazio

dov'erano case, _urbs_ il solo ricinto legale del pomerio, come oggi

Londra e la City.

Di Roma abbiamo due descrizioni fatte sotto Valentiniano e Valente,

riferite da Grevio, _Thesaurus antiquitatum roman._, tom. III; ed

una a mezzo il V secolo, in calce alla _Notitia dignitatum utriusque

imperii._

L'area della città occupava da cinque milioni di metri quadrati, dopo

l'ampliazione d'Aureliano; sicchè ogni casa teneva, per un di mezzo,

centoquattro metri quadrati. Ciò mostra quanto erano piccole: eppure

bisognerebbe mettere venticinque casigliani per ciascuna se si volesse

giungere a soli un milione ducentomila abitanti; che è assai meno

di quel che alcuni suppongono. Londra ha la superficie di ventimila

ottocento ettari, con ducensessantamila fabbricati.

Giusto Lipsio stimò da quattro in cinque milioni la popolazione di

Roma, e i successivi copiarono quest'indicazione. La Malle, dal calcolo

dello spazio in paragone colle città moderne, non gliene dà più di

cinquecentosessantamila. Si avverta però che la mura d'Aureliano non

dovea comprendere quello spazio indeterminato che pur chiamavasi città:

che con tanti schiavi poteasi molto più affollare la popolazione,

stivandoli anche sotto ai tempj e ai pubblici edifizj; e che Augusto

dovè proibire di alzar le case più di sette piani. Sappiamo che il

grano d'Africa e dell'Egitto, destinato a pascer Roma, era in un

anno sessanta milioni di moggia al tempo d'Augusto; cioè il bastevole

per circa un milione d'abitanti. Forse tanti erano, contando metà di

cittadini e metà fra schiavi e avveniticci. Scemò poi, e Sparziano

(in _Settimio Severo_, VIII. 23) riduce a settantacinquemila moggia

il consumo giornaliero di Roma, cioè il consumo annuo in ventisette

milioni ducensettantacinquemila; il che limita la popolazione a

cinquecentomila.

[381]

_Forte ibam via Sacra, sicut meus est mos,_

_Nescio quid meditans nugarum, totus in illis._

[382] La prima edizione fu fatta a Firenze il 1496, poi a Venezia

l'anno successivo. Dopo d'allora moltissime traduzioni e commenti; e

la più illustre è l'edizione in otto vol. in-4º a Udine 1825-30, con

trecenventi tavole, commenti e dissertazioni dello Stratico di Zara e

del Polini.

[383] _Nat. hist._, XXXV. 5.

[384] _Spectantem aspectans quocumque aspiceret_.

[385] _Nat. hist._, XXXIII. 38.

[386]

_Scilicet in domibus vestris, ut prisca virorum_

_Artifici fulgent corpora picta manu,_

_Sic quæ concubitus varios Venerisque figuras_

_Exprimat, est aliquo parva tabella loco._

OVIDIO, Trist., II.

_Utque velis, Venerem jungunt per mille figuras,_

_Inveniat plures nulla tabella modos._

Ars am., II.

_Non istis olim variabant tecta figuris,_

_Tum paries nullo crimine pictus erat..._

_Illa puellarum ingenuos corrupit ocellos,_

_Nequitiæque suæ noluit esse rudes etc._

PROPERZIO.

SVETONIO, in _Horatio_: _Ad res venereas intemperantior traditur: nam

speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, ut quocumque

respexisset, ibi ei imago coitus referretur etc._

CLEMENTE ALESSANDRINO, in _Protrep._: Παρ’αὐτὰς επὶ τὰς περιπλοκὰς

ἀφορῶσιν εἰς τὴν Αφροδίτην ἐκείνην, τὴν γυμνὴν, τὴν ἐπὶ συμπλοκῆ

δεδεμένην, καὶ τῇ Λέδᾳ περιπετώμενον τὸν ὄρνιν τὸν ἐρωτικὸν... Πανίσκοι

τινὲς, καὶ γυμναὶ κόραι, καὶ σάτυροι μεθύοντες.

Abbiamo a Napoli un gabinetto puramente di lavori d'arte osceni, e n'è

stampata la descrizione a Parigi, _Cabinet secret du musée royal de

Naples_, con sessanta tavole a colori che rappresentano le pitture, i

bronzi, le statue erotiche d'esso gabinetto.

[387] Nel duomo di Màzzara e in San Francesco di Messina due col ratto

di Proserpina; nella chiesa di Sclafani con Baccanti: e più bello il

fonte battesimale di Girgenti colla storia di Ippolito.

[388] FERRARA, _Storia di Sicilia_, tom. VIII. p. 112.

[389] CRISPI, _Opusc. di letteratura e archeologia_, 1836.

[390] ARISTOTELE, _Econom_., lib. ii. 1. 2. Nel Digesto, lib. LII. tit.

10, è ordinato: _Ne quis nummos stagneos, plumbeos emere, vendere dolo

malo velit_.

[391] _Auctarium Siciliæ numismaticæ_. Copenhagen 1816.

Le città o repubbliche sicule, di cui si hanno medaglie, sono:

_Abacænum_, presso Tripi; _Abolla_, presso Avola; _Acræ_, presso

Palazzolo; _Adranum_, oggi Adernò; _Agrigentum_; _Agyra_; _Alantium_,

sul monte San Fratello; _Amestratum_, oggi Mistretta; _Apollonia_, oggi

Pollina; _Assorum_, oggi Asaro; _Atna_, o Inessa presso Licodia.

_Calcata_, oggi Caronia; _Camarina; Catania; Centuripa,_ oggi Centorbi;

_Cephalædium_, oggi Cefalù.

_Drepanum_, oggi Trapani.

_Emporium_, oggi Castellamare; _Enna_, oggi Castrogiovanni; _Entella;

Erix_, oggi Monte San Giuliano.

_Gela_?

_Iccara_, presso Carini.

_Leontinum_, oggi Lentini; _Lilibæum_.

_Macella_, oggi Macellaro; _Megara_, oggi Augusta; _Menæ_, oggi

Mineo; _Messana_, già Zancle, oggi Messina; _Morguntium_, nel golfo di

Catania; _Motya_, nell'isola San Pantaleo.

_Naxus_, al capo Schifò; _Neetum_, oggi Noto; _Nissa_, poi Petilia.

_Panormus_, oggi Palermo.

_Segesta_ o _Egesta_, sul monte Barbaro; _Selinus_, oggi Selinunte;

_Siracusæ_.

_Talaria? Tauromenium_, oggi Taormina; _Thermæ; Tyndarium; Thracia_

o _Trinacio_, presso Potica. Possono aggiungersi le vicine isole di

_Melita_, Malta; _Gaulus_, Gozo; _Melingunis_, Lipari; _Lopadusa_,

Lampedusa; _Cosyra_, Pantellaria.

Non sono però qui tutte le città siciliane; Vincenzo Natale, ne'

_Discorsi sulla storia antica della Sicilia_ (Napoli 1843), ne dà

il catalogo ragionato, distinguendo le certamente sicane da quelle

che il sono probabilmente: le prime sarebbero Camico, Inico, Onface;

Crasto, Iccari, Eucarpia, Macara, Vessa; le altre, Indara, Ippana,

Macella, Schera, Jete, Triocala, Scirtea, Cabala, Giorgio, Ambiche.

Altre quaranta ne adduce, edificate dai Siculi, e poi divenute greche;

e di tutte cerca la geografia, i fondatori, le vicende. In testa

alle _Antichità di Sicilia_ del duca di Serradifalco sta un _Quadro

comparativo dei nomi antichi e moderni_ delle città siciliane. Alla

geografia di questo paese giovano immensamente le otto carte di

Alfonso Airoldi, che la rappresentano nei tempi favolosi fin alle

colonie greche e alla conquista de' Romani, sotto di questi, sotto

gl'imperatori, sotto i Saracini, sotto i Normanni, sotto gli Aragonesi;

e l'ultima le riepiloga tutte, coi nomi che in ciascun'epoca portarono

le città.

Le monete della restante Italia si classificano così: Italia superiore,

Etruria, Umbria, Piceno, Vestini, Lazio, Agro Reatino, Samnio,

Frentani, Campania, Apulia, Calabria, Lucania, Bruzj.

[392] Delle statue antiche convien ricordarsi che molte sono

restaurate. A dir solo delle più celebri, nel Laocoonte, capolavoro,

che l'espressione esagerata del dolore colloca ai limiti ove l'arte

comincia a decadere, è moderno il braccio destro del padre, e furono

fatti dal Cornacchini l'antibraccio destro del figlio maggiore e

tutto il braccio destro del minore: nel toro Farnese sono restauro

la parte superiore di Dirce, le teste e le gambe di Zeto e Anfione:

Michelangelo rifece le gambe dell'Ercole Farnese, che poi furono

trovate: dell'Apollo di Belvedere son moderne le mani: alla Tersicore

del Vaticano si sovrappose la testa di un'altra statua. Le statue

di Ercolano e Pompej hanno questo insigne vantaggio, di essere state

immuni da restauri.

[393] Nel 1755, e gli scavi regolari cominciarono nel 1799.

Domenico Fontana, che nel 1592 guidò le acque del Sarno alla Torre

dell'Annunziata, dovette coi cunicoli incontrarsi ne' monumenti di

Pompej che attraversava: or come non nacque curiosità di esplorarli?

[394] Forse non era che un simbolo e un motto di buon augurio, che si

ha pure nel musaico di Salisburgo, coll'aggiunta _Nihil intret mali_:

ma di un postribolo si ha a Pompej un'iscrizione, ch'è bello tacere.

[395] Le scarpe de' Romani somigliavano agli odierni coturni, giungendo

fin al polpaccio, sparati davanti, e chiusi da coreggie o lacciuoli.

Era vanto l'averli ben serrati; ma dallo sparo, nelle persone eleganti,

lasciavasi trasparire la calza, per lo più bianca o rossa, e sostenuta

da un legaccio. La suola talvolta era rialzata da severo, che anche

oggi trovasi opportuno a tenere asciutto il piede. La moda variò la

forma e il colore del tomajo; le suole furono sin d'oro, ovvero ornate

di gemme. Aureliano riservò alle donne le scarpe rosse, che del resto

erano un distintivo degli imperatori.

[396] È singolare un musaico, ultimamente scoperto in un triclinio

presso la porta Stabiana, di finitezza stupenda. Ha nel mezzo un

teschio, e attorno simboli delle vicende della vita; un archipenzolo,

un bastone, un'asta rovesciata da cui pendono cenci, una farfalla con

ali rosse screziate d'azzurro, librata s'una ruota a sei raggi. Come

vedemmo nel convito di Trimalcione, rammentavasi la fugacità della

vita, per eccitare a goderne.

[397] Ultimamente si scopersero tombe sannitiche, fra le romane;

anche con vasi e monete che attestano una civiltà sviluppata prima del

contatto coi Greci.

[398] Delle tante opere relative agli scavi di Pompej il frutto venne

raccolto in quella di Fausto e Felice Niccolini: _Le case e i monumenti

di Pompej disegnati e descritti_. Ora il Fiorelli ha dato maggior

regola alle scoperte e più scienza all'interpretazione.

Una particolarità bizzarrissima di Pompej sono le iscrizioni,

che graffivano sul muro ragazzi e soldati petulanti, o amanti, o

sollecitatori di voti. Un giovinetto scrisse:

_Candida me docuit nigras odisse puellas;_

e una donna, o fingendosi donna, vi soggiunse:

_Oderis, et iteras non invitus;_

_Scripsit Venus Fysica Pompejana._

Un amante posposto scriveva: _Alter amat, alter amatur, ego fastidio_;

e un arguto vi soggiungeva: _Qui fastidit, amat_.

E molte ricorreano dichiarazioni amorose; per es.: _Auge amat

Arabienum; Methe Cominiæs atellana_ (commediante) _amat Chrestum corde.

Sit utreisque Venus Pompejana propitia et semper concordes vivant_.

Spesso sono scherzi, come questa lettera: _Pyrrus c. Hejo conlegæ

sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale_. Sul palazzo

di giustizia uno scriveva: _Quot pretium legi?_ «Quanto si vende la

giustizia?»

Talune sono manifesti di spettacolo:

_Hic venatio pugnabit_

V _kalandas septembris_

_Et Felix ad ursos pugnabit._

Un venditore di zampetti assicura che, serviti che siano, i convitati

leccano la pentola ove furon cotti:

_Ubi perna cocta est si convivæ apponitur_

_Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum._

Ci sono affissi per trovare robe perdute, come questa:

_Urna vinicia periit de taberna_

_Si eam quis retulerit_

_Dabuntur_

_HS lxv: sei furem_

_Quis abduxerit_

_Dabit decumu_m (il doppio)

_Januarius_

_Qui hic habitat._

Ci sono annunzj d'affitti o di vendite:

_In prædiis juliæ sp. felicis_

_Locantur_

_Balneum venerium et nongentum tabernæ_

_Pergulæ_

_Cænacula ex idibus aug. primis in idus_

_Aug. sextas_

_Annos continuos quinque_

_s q d l e n c a_

_Smettium verum ade._

Le quali ultime sigle devono forse leggersi: _Si quis dominun loci ejus

non cognoverit, ad..._ Ma sono strane quelle novecento botteghe in una

sola città. Pergole chiamavansi i terrazzi dove i venditori esponeano

le loro merci: i cenacoli equivalgono alle trattorie.

Un ghiotto esclama: _Quæ gula quæcumque in vino nascitur;_ un altro:

_Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est._ Uno schiavo liberato:

_Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi;_ uno

impreca: _Asellia tabescas;_ un altro taccia di ladro: _Oppi embolari_

(facchino) _fur furuncule;_ e con espressione più mercatina: _Miccio

cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram._

Anche Cicerone (in _Verrem_, III. 33) ci fa sapere che contro l'amasia

di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti del tribunale

e la testa del pretore: _De qua muliere versus plurimi supra tribunal

et supra prætoris caput scribebantur._

Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non

intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un aguto

o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: ITA CANDIDATVS

FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS TVVS MVNERARIVS ET TV

FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS. _Il tuo candidato giunga agli

onori, e ti dia in compenso un combattimento, purchè tu non lo scriva

qui;_ cioè desiderava non scrivesse su quella fabbrica il suo voto.

E principalmente faceasi tal preghiera sui sepolcri che, come esposti

lungo la via, erano prescelti per porvi le iscrizioni.

PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT

SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT

è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen

(_Inscriptiones regni neapoletani_): come quest'altra: INSCRIPTOR

ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI NOMEN

IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM FERAT NEQVE HONOREM VLLVM

GERAT. _Prego lo scribacchiante a lasciar intatto questo monumento:

il candidato, il cui nome vi sarà scritto, possa esser rejetto nelle

elezioni, e non giunga ad onore alcuno._

Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso;

come la 1810 dell'Orelli: M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED SI HOC

MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM. _Mal mi capiti

se a questo monumento iscriverò il nome di qualche candidato;_ mentre

la 4751 dello stesso dice: ITA VALEAS SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI.

_Ben t'avvenga se non scarabocchi questo monumento._ E dianzi presso

Narni fu trovata questa: ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA

PERENNES SCRIPTOR OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE

VALE. _Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga vita;

ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi, t'auguro salute e

bene._ Vedi _Athenæum français_, agosto 1855.

Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi

spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo graffite

le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni: così nel

programma di un grammatico, _Saturninus cum discentes rogat;_ versi di

Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio) son riferiti con

errori e varianti. E quegli sbagli molte volte servono di riprova a

quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza d'un parlar vulgare,

e alla sua somiglianza col moderno italiano. _Cosmus nequitiæ est

magnissimæ_, esclama uno; un altro: _O felice me;_ un terzo: _Itidem

quod tu factitas cotidie..._

Dopo altri, più compiutamente ne trattarono GARRUCCI, _Inscriptions

gravées au trait sur les murs de Pompej_; FIORELLI, _Monumenta

epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa_. Napoli 1854,

edizione di soli cento esemplari a spese di Alberto Detken. E meglio

_Inscriptiones parietariæ pompejanæ, herculanenses, stabianæ etc.

edidit_ C. ZANGEMEISTER, Berlino 1871, nel _Corpus inscriptionum

latinarum_.

[399] _Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata et

suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis._ CICERONE, _in

Rullum_, 33.

Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15) · 第 22 / 23 题