_Fasces penes Licinivm· fvlgvravit tonvit et qvercvs tacta in svmma
velia pavllvm a meridie· rixa ad Janvm infimvm in cavpona et cavpo
ad vrsum galeatvm graviter savciatvs· C. Titinivs æd. pl. mvlctavit
lanios qvod carnem vendidissent popvlo non inspectam· de pecunia
mulctatitia cella extrvcta ad tellvris lavernæ._
[34] _Candidissimus omnium magnorum ingeniorum æstimatur Livius._
SENECA. I suoi libri erano cinquantadue, arrivando da Romolo fino alla
morte di Druso nel 744. Ne restano trentacinque non seguenti, cioè
i primi dieci dalla fondazione di Roma sino al 460; manca tutta la
seconda decade; poi si ha dal libro XXI al XL, cioè dal principio della
seconda guerra punica fino al 586: del restante i sommarj, che credonsi
di Floro.
Negli archivj segreti di Torino giacciono le carte scritte
dall'infelice Pietro Giannone, durante la sua prigionia. Fra queste
sono i _Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio_,
ch'e' fece a imitazione del Machiavelli, ma con intento diverso,
giacchè si proponeva, non solo di gratificarsi Carlo Emanuèle III,
al quale non v'ha lode ch'egli non prodighi, ma di mostrare il suo
rispetto per la santa sede, e «manifestare al mondo i miei religiosi,
sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto; e.... a
riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte
le altre Chiese del mondo cattolico, non ho io tralasciato le prove
più forti ed efficaci... chè ben dovrebbe essere studio e somma cura
di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra
Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne
che questo... Onde, se mai pe' miei precedenti scritti avess'io in
ciò errato e dato occasione ad altri di errare, è ben dovere che si
ricredano ora nella sincera dottrina... e se mai avesser seguito la
vestigia di un Pietro negante, giusto è che seguitino ora le pedate
dello stesso Pietro penitente...».
È bene ricordarsi che scriveva «in solitudine, fra' deserti monti delle
Langhe, senza libri, senza amici e senz'ajuto, e fra lo squallore e
la tabe d'una misera ed angusta prigione» (Discorso XIII). Non è da
aspettarsene gran senno critico, nè estesa filologia; ma assume diversi
punti, e per es. nel discorso III ragiona _della franchezza con la
quale Livio scrisse delle cose appartenenti alla religione romana, e
non solo intorno al culto degli Dei ed a' loro vantati miracoli, ma in
tutt'i suoi rapporti serbasse un'incorrotta sincerità di fedele storico
e di profondo e grave filosofo_.
_Ab uno disce omnes._ Questa, come altre opere del Giannone, venne
in luce per cura dell'illustre professore Pasquale Mancini, coi tipi
dell'Unione tipografico-editrice torinese.
[35] _Pompej Trogi fragmenta, quarum alia in codicibus manuscriptis
bibliothecæ Ossolinianæ invenit, alia in operibus scriptorum maxima
parte polonorum jam vulgatis primum animadvertit_... _Augustus
Bielowski_. Leopoli 1853.
[36]
... _Ausus es unus Italorum_
_Omne ævum tribus explicare chartis_
_Doctis, Jupiter! et laboriosis._
CATULLO.
[37] _Non ignorare debes, unum hoc genus latinarum literarum adhuc
non modo non respondere Græcis, sed omnino rude atque inchoatum morte
Ciceronis relictum. Ille enim fuit unus qui potuerit et etiam debuerit
historiam digna voce pronuntiare, quippe qui oratoriam eloquentiam,
rudem a majoribus acceptam, perpoliverit, philosophiam ante eum
incorruptam latina sua conformaverit oratione. Ex quo dubito, interitu
illius, utrum respublica an historia magis doleat._ Framm. — Cicerone
stesso (_De leg._, lib. I) si fa dire da Attico: _Postulatur a te
jamdiu, vel flagitatur potius historia. Sic enim putant, te illam
tractante, effici posse ut in hoc etiam genere Græciæ nihil cedamus:
atque, ut audias quid ego ipse sentiam, non solum mihi videris eorum
studiis qui literis delectantur, sed etiam patriæ debere hoc munus, ut
ea, quæ per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim historia
literis nostris... Potes autem tu profecto satisfacere in ea, quippe
quum sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc oratorium maxime._
[38] _Quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum hoc
displicet philosophari._ CICERONE, De finib., I. 1. — _Vereor ne
quibusdam bonis viris philosophiæ nomen sit invisum._ De off., II. 1.
— _Reliqui, etiamsi hæc non improbent, tamen earum rerum disputationem
principibus civitatis non ita decorum putant._ Acad. Quæst., II. 2.
[39] CICERONE, _De finib._, IV. 28 e 9; _Acad. Quæst._, II. 44.
[40] CICERONE, _Topica. Quæst._ I.
[41] _Multi jam esse latini libri dicuntur, scripti inconsiderate ab
optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis. Fieri autem potest
ut recte quis sentiat, sed id quod sentit, polite eloqui non possit...
Philosophiam multis locis inchoasti (o Varro) ad impellendum satis, ad
edocendum parum._ Lo stesso, _Acad._, I.
Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da
Cicerone come _mirifice studio philosophiæ flagrans_, e da lui amata
troppo, se crediamo a Dione, lib. XLVI.
[42] _Sic parati ut... nullum philosophiæ locum esse pateremur, qui non
latinis literis illustratus pateret._ De divin., II. 2. Nel proemio
delle _Tusculane_ professa dolergli che molte opere latine siano
scritte neglettamente da valenti uomini, e che molti i quali pensano
bene, non sappiano poi disporre elegantemente, il che è un abusare del
tempo e della parola. Negli _Uffizj_ raccomanda a suo figlio di leggere
le sue filosofiche discussioni. — Quanto al fondo pensa quel che ne
vuoi: ma tal lettura non potrà che darti uno stile più fluido e ricco.
Umiltà a parte, io la cedo a molti in fatto di scienza filosofica, ma
per quel che sia d'oratore, cioè la nettezza e l'eleganza dello stile,
io consumai la vita intorno a quest'abilità, onde non fo che usare un
mio diritto col reclamarne l'onore».
[43] Ἀπόγραφα _sunt, minore labore fiunt; verba tantum affero, quibus
abundo._ Ad Attico, XII. 52.
[44] Platone quanto allo Stato non andava pensando a riforme, non
ad esaminare se il diritto sovrano stia in alto o in basso, e come
applicarlo; ma crede necessario educar l'uomo, e dargli le virtù
cardinali, che sono prudenza, fortezza, temperanza, giustizia. Con
queste, più non importa stillarsi a far regolamenti; senza queste, i
regolamenti saranno violati o elusi. — Fan da ridere davvero i nostri
politici che tornano ogni tratto sulle loro ordinanze, persuasi di
trovare un fine agli abusi, senza accorgersi ch'è un tagliar le teste
dell'idra». _De repub._, lib. IV. Queste parole dell'insigne Greco dopa
duemila anni non perdettero l'opportunità.
[45] _Turbatricem omnium rerum Academiam... Si invaserit in hæc, nimias
edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere non audeo._ De leg., I.
13.
[46] La conchiusione del trattato sulla natura degli Dei è: _Ita
discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi ad veritatis
similitudinem videretur esse propensior._
[47] _Tuscul._, v. 7.
[48] _Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum
juris est._ De leg., I. 13. — _Studiis officiisque scientiæ præponenda,
sunt officia justitiæ, quæ pertinent ad hominum caritatem, qua nihil
homini debet esse antiquius._ De off., I. 43. _Quid est melius aut quid
præstantius bonitate et beneficentia?_ De nat. Deorum, I. 43.
[49] _De off._, II. 18. 16.
[50] _Quum se non unius circumdatum mœnibus loci, sed civem totius
mundi quasi unius urbis agnoverit._ De leg., I. 23. — _Qui autem civium
rationem dicunt habendam, externorum negant, ii dirimunt communem
humani generis societatem; qua sublata, beneficentia, liberalitas,
bonitas, justitia funditus tollantur._ De off., III. 6.
_Est autem non modo ejus qui servis, qui mutis pecudibus præsit, eorum
quibus præsit, commodis utilitatique servire._ Ad Quintum, I. 1. 8;
e più generosamente _De off._, I. 13: _Est infima conditio et fortuna
servorum: quibus non male præcipiunt qui ita jubent uti ut mercenariis;
operam exigendam, justa præbenda._
[51] _Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quæsita
videatur... Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria in
pace vivatur._ De off., e vedi I, 23.
[52] _De repub._, III. — _De off_., II.
Vedi FACCIOLATI, _Vita Ciceronis litteraria_. 1760.
HULSEMANN, _De indole philosophica Ciceronis, ex ingenio ipsius et
aliis rationibus æstimanda_. 1799.
GAUTIER DE SIBERT, _Examen de la philosophie de Cicéron_. Memorie
dell'Accademia d'Iscrizioni, tomi XLI. XLIII.
MEINERS, _Oratio de philosophia Ciceronis, ejusque in universam
philosophiam meritis_.
KUHNER, _M. T. Ciceronis in philosophiam ejusque partes merita_.
e tutti gli storici della filosofia.
La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero compresi
anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822, dal Niebuhr nel
1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc in latino e francese
1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol. in-18º. Quella fatta dal
Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º. Il meglio che l'erudizione abbia
accertato intorno al grande oratore, fu raccolto nell'_Onomasticum
Tullianum, continens M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam,
indicem geograficum historicum, indices legum et formularum, indicem
græco-latinum, fastos consulares. Curaverunt_ JO. GASP. ORELLIUS
_et_ JO. GEORG. RAITERUS, _professores turicenses_, 1837. È in corso
un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per Teubner,
curata da Reinh. Klotz.
[53] Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta scritte da
altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; le altre
vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono
vergate coll'intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga
al fratello Quinto, dove espone la propria amministrazione proconsolare
nell'Asia Minore. È noto che molte opere degli antichi perirono
allorchè, incarendosi pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva
scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di
quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi si
praticava: _Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam quod in
palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula
fuerit, quod delere malueris quam exscribere, nisi forte tuas formulas;
non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. An hoc
significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare?_
Ad fam., VII. 18.
Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e
quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico
di scrivere in vece sua: _Tu velim et Basilio, et quibus præterea
videbitur, conscribas nomine meo_. XI. 5. XII. 19. _Quod literas,
quibus putas opus esse curas dandas, facis commode_. XI. 7; e così 8,
12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il
suo più grande amico non potesse riconoscerlo: _Hoc manu mea_. XIII.
28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto riconoscere la mano d'Alessi
nella tua lettera» (15. XV); e Alessi era il solito scrivano di Attico.
Bruto dal campo di Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere
che spedisco al senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., XI.
19. Un capitano che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio
offiziale! Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo
trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala
alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male, giacchè credo che
Pomponia tua sorella abbia il suggello di esso».
Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che alla firma.
In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante perchè unciale,
poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di cera o sulla
cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare interi testamenti falsi,
come appare nel codice Giustinianeo _De lege Cornelia de falsis_, lib.
XI. tit. 22.
[54] Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta frutte,
solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò _lex satura_ una legge che
abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il popolo per
_saturam_, cioè su diverse proposizioni a un tratto. Diomede definisce:
_Satira est carmen apud Romanos, nunc quidem maledictum, et ad carpenda
hominum vitia archææ comœdiæ charactere compositum, quale scripserunt
Lucilius, Horatius et Persius; sed olim carmen, quod ex variis
poematibus constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et
Ennius_.
[55]
... _Arctis_
_Religionum animos vinclis exsolvere pergo._
Lib. IV.
[56]
_Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta_
_Difficile illustrare latinis versibus esse,_
_Multa novis verbis præsertim cum sit agendum_
_Propter egestatem linguæ et rerum novitatem._
... _noctes vigilare serenas_
_Quærentem dictis quibus et quo carmine demum_
_Clara tuæ possim præpondere lumina menti,_
_Res quibus occultas penitus convisere possis._
Lib. I.
[57] Ne' primi versi trovi, _Quæ mare navigerum, quæ terras
frugiferentes_; e poco dopo, _Frondiferas domos avium_. Cicerone
scriveva a Quinto (II. 11): _Lucretii poemata non sunt ita multis
luminibus ingenii, multæ tamen artis_.
[58] ORAZIO, _Ep._ I. 4.
[59] Si disputò assai della patria sua. Egli dice che l'Umbria
_Me genuit, terris fertilis uberibus;_
e che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove
_Lacus æstivis intepet umber aquis,_
_Scandentisque arcis consurgit vertice murus,_
_Murus ab ingenio notior ille meo._