L'indomani il sole si alzò caldo ed iroso. Era il trenta di luglio. Alle
dieci Frida aveva fatto tutti i bagagli.
Amour, confortato da un osso, fu messo nella sua cesta da viaggio, dove
stava assai pigiato; ma un po' con carezze, un po' con qualche schiaffo,
il coperchio scricchiolante potè finalmente essere chiuso sopra il suo
dorso tondo.
Poi bisognò aspettare la carrozza, ordinata per telefono ad Ostenda fin
dalla sera innanzi.
Ma la carrozza non arrivava. Alle undici Chérie corse all'ufficio del
telefono e parlò, con molta severità, alla Rimessa Boulant di Ostenda.
«_Eh bien?_ Questa carrozza? L'abbiamo ordinata per le dieci. Viene si o
no?»
«Non viene», rispose una voce brusca.
«Non viene?!»
«Nossignora». Indi, in tono più sommesso, quasi confidenziale: «E' stata
requisita».
«Cosa vuoi dire? Allora mandatene un'altra», disse Chérie. Ma Ostenda
aveva tolto la comunicazione e Chérie se ne tornò mortificata e attonita
a Villa Esther, dove Frida con aria fosca, e Mirella piagnucolante,
l'aspettavano sedute sui bauli nella stretta anticamera di Madame
Guillaume.
«Non c'è carrozza», annunzio Chérie.
«Non c'è carrozza?» esclamò Frida.
«E perchè no?» chiese Mirella.
«Ma... non so; ne hanno fatto qualche cosa....» rispose incerta Chérie.
«Non ho capito bene. «E' stata restituita.... o ripulita, o che so io».
A mezzogiorno la buona Madame Guillaume trovò un facchino che caricò i
bagagli su una carretta a mano e li trasportò alla stazione del tram di
Westende. E il tram portò le viaggiatrici, e il bagaglio, e Amour nella
sua cesta, ad Ostenda, dove un altro facchino con un'altra carretta a
mano prese bagagli e cesta e li portò alla stazione ferroviaria.
Videro subito che Ostenda aveva un aspetto strano e nuovo. Le strade
erano affollate, ma non dalla solita folla di languide demi-mondaines ed
oziosi viveurs. No; le strade erano piene di gente affaccendata, di
soldati a piedi e a cavallo; automobili, motociclette, carri e furgoni
ingombravano le vie; e dietro a questi venivano contadini conducendo a
mano lunghe file di cavalli e di muli.
Per la Rue Albert, con rapido passo di marcia, scendeva un drappello di
Guardie Civiche, coi loro cappotti lunghi e l'incongruo cappello duro da
borghese fermato sotto il mento dalla striscerella di cuoio. Gruppi
d'ufficiali arrivati ad Ostenda pochi giorni prima per le gare
internazionali di tennis, fermi all'angolo dell'Avenue Léopold,
parlavano tra di loro sommessi e concitati.
«Ma che cos'hanno tutti?», chiese Mirella mentre traversavano in fretta
la Place St. Joseph e il ponte, seguendo l'uomo coi bagagli, che già
spariva dentro all'affollata stazione.
Quasi in risposta alla sua domanda, due strilloni passarono correndo e
annunciando con grida assordanti: «_Supplément.... supplément de
L'Indépendance.... Mobilisation générale..._»
«Ma, Frida!... vi sarà davvero la guerra?» esclamò con ansia Chérie
volgendosi a interrogare con occhi inquieti l'arcigno profilo della
governante.
«Probabilmente,» rispose Frida; «tra la Russia e la Germania».
«Ah, lontano da noi!» rise la giovine Chérie con una scrollatina di
spalle; e corse avanti a salvare il prezioso cestello scosso e dondolato
dalle rudi mani del facchino.
«Senti Amour, come piagnucola!» susurrò Mirella, mentre, pigiate dalla
folla, aspettavano il loro turno davanti allo sportello dei biglietti.
«Guai a lui! Non deve farsi sentire», ammonì Chérie. «Ufficialmente, è
la nostra merenda».
Allora Mirella battè ripetutamente sullo scricchiolante canestro il
piccolo pugno inguantato, mormorando: «_Couche-toi, tais-toi, vilain
scélérat!_» E la merenda ufficiale si ricompose nella sua cesta e
tacque.
Fu un viaggio indescrivibile. Il treno era stipato fino alla
soffocazione; pareva che tutta la gente nel mondo volesse andare a
Bruxelles; ogni cinque minuti il loro treno si fermava per lasciarne
passare altri, più stipati ancora, che passavano come fulmini roboanti
lanciati verso la capitale.
«Non ho mai veduto tanti soldati» disse Mirella. «Non credevo ce ne
fossero tanti nel mondo!»
Frida Rothenstein ebbe un sorrisetto sprezzante cogli angoli della bocca
rivolti in giù. «Nel mio paese ce n'è qualcuno di più!» osservò.
«Come? In Germania?... Ma certo non saranno così belli!» gridò Mirella,
sporgendosi dal finestrino a salutare col fazzoletto, come tanti altri
facevano, una compagnia di lancieri che passava al galoppo -- lance in
resta e pennacchi ondeggianti -- sulla strada polverosa costeggiante la
ferrovia.
Frida li degnò appena d'uno sguardo. «Dovreste vedere i nostri Ulani,»
disse. «Chissà,» soggiunse, «che un giorno non li vediate davvero!»
Ma le ragazze non l'ascoltavano. Finalmente si arrivava a Bruxelles.
Il viaggio da Ostenda era durato cinque ore invece di due. E per più di
un'ora dovettero restar là, ferme, nel treno immobile nella stazione di
Bruxelles.
«Di questo passo non arriveremo mai a Liegi; e tanto meno a Bomal»,
disse Chérie sgomenta, mentre uno dietro l'altro i treni carichi di
soldati l'asciavano la stazione prima di loro, andando verso l'Est. Qui
si sarebbe detto che tutta la gente al mondo volesse fuggire da
Bruxelles per correre alla frontiera orientale.
Ma tutto ha una fine. E venne anche il momento in cui il loro treno si
mosse, e uscì ansante e sbuffante dalla Gare du Nord verso Louvain e
Tirlemont.
Era quasi buio quando arrivarono a Liegi; allorchè lasciarono la Gare
Guillemain, la morbida notte estiva avvolgeva già tutta la vallata nei
suoi drappi tenebrosi.
La piccola Mirella s'addormentò, col visino smunto e sudicio di
fuliggine poggiato al braccio di Frida. Anche Chérie sonnecchiava nel
suo cantuccio, sognando l'azzurro mare di Westende; ma gli occhi di
Frida erano aperti e fissi nel buio, mentre il treno entrava ed usciva
rombando dalle gallerie e passava fragoroso sui ponti seguendo la curva
nero-luminosa del fiume Ourthe.
Là, dove l'Ourthe incontra il suo minor fratello, l'Aisne, il treno
rallentò, fremette, ebbe un lungo sibilo, e si fermò.
«Bomal», annunzio il conduttore.
«Eccoci giunti; su, Mirella, svegliati!» gridò Chérie guardando un
istante dal finestrino e poi volgendosi a calcare sulla testolina
arruffata e assonnata di Mirella il largo cappello a rose, mentre Frida
radunava in fretta i libri, le racchette da tennis e gli ombrellini.
«Eccolo! Eccolo!» e Chérie agitò la mano dalla portiera a salutare
un'alta figura maschile che percorreva con volto ansioso la piattaforma.
«Claudio! Claudio! siamo qui!»
Claudio Brandès, un bell'uomo, d'una quindicina d'anni più vecchio della
sorella Chérie, corse ad aprire lo sportello con un'esclamazione di
sollievo. «Ah, sia lodato Iddio, siete qui», disse, alzando Mirella tra
le braccia come se fosse una bambina piccola e portandosela sulla
spalla. «E così? State bene?... Avete tutto? Andiamo!» E si avviò lungo
la piattaforma a passi così rapidi che Chérie e Frida stentavano a
tenergli dietro. «Oh, Mademoiselle», diss'egli volgendosi a Frida, «se
avete lo scontrino dei bagagli, datelo a Fritz».
«Oui, Monsieur le Docteur,» rispose Frida fermandosi a frugare nella
borsetta. Indi si volse e si guardò intorno in cerca del domestico,
Fritz, ch'ella non aveva ancora scorto.
Fritz Hollaender («Hollaender di nome e Hollaender di nazionalità»,
com'egli soleva dire di sè ogni volta che faceva una conoscenza nuova)
uscì improvviso dall'ombra e le fu davanti. Le prese di mano il
foglietto senza rispondere al timido saluto di lei; nè parve accorgersi
dello sguardo interrogante ch'ella gli fissava in volto. Senza una
parola girò sui tacchi, e la sua massiccia figura scomparve tosto
nell'androne dei bagagli.
La piccola comitiva era già all'uscita della stazione ed il treno con un
ultimo fischio serpeggiava via nel buio, allorchè Mirella d'improvviso
alzò la faccia dalla spalla di suo padre e diede uno strillo. «Amour!
Abbiamo dimenticato Amour!»
Era vero. Amour rattrappito e disgustato nel suo canestro della merenda
se ne viaggiava nella notte verso il verde cuore delle Ardenne.
Vi fu un istante di muto sgomento, seguìto da molti vicendevoli
rimproveri.
«In fin de' conti, peggio per lui», disse Chérie che era stanca e aveva
fame. «E' colpa sua. Perchè non ha abbaiato? Sapeva perfettamente che si
scendeva».
«Ma se gli abbiamo insegnato noi», singhiozzò Mirella indignata «a far
finta d'essere una cosa da mangiare, quando si viaggia!»
«Via, via, Mirella, non piangere,» disse suo padre. «Telegraferemo alla
stazione di Marche che lo fermino e ce lo rispediscano. Vedrai che
domani ce lo vedremo ricomparire più seccante e scodinzolante che mai».
E così fu fatto.
Mentre attraversavano a piedi il silenzioso villaggio di Bomal, Chérie
chiese a suo fratello: «Come mai Lulù non è venuta anche lei ad
incontrarci? Potevi condurla nell'automobile».
Suo fratello esitò un istante prima di rispondere. «Ho mandato via
l'automobile», disse.
«Mandata via?» esclamò Chérie. «Perchè?».
«L'ho.... l'ho prestata a qualcuno», disse il dottor Brandès.
«A chi?» chiese Mirella trotterellandogli accanto appesa al suo braccio.
Egli ebbe un piccolo sorriso: «Al re,» rispose.
«Oh, Dio!» disse Mirella, «che idea! Non era proprio un'automobile da
prestare al re!... Ne avrà certo lui delle migliori!»
«Ognuno dà quello che ha, in tempo di guerra,» disse suo padre. «Sei
stanca, uccelletto mio? Vieni ti porterò in collo». E di nuovo la
sollevò e la portò in braccio come una bambinetta.
«Cos'è tutta questa tenerezza?» chiese Mirella, mettendogli il braccio
intorno al collo e battendogli con la piccola mano sulle larghe spalle.
«Cos'hai da essere così affettuoso?»
Chérie si mise a ridere. «Ma non è sempre affettuoso?» chiese, e alzò
verso il suo grande fratello uno sguardo pieno di adorazione.
«Sì, sì, è affettuoso», rispose Mirella, col suo fare positivo. «Ma non
così esageratamente». E risero tutt'e tre.
Frida, che li seguiva nell'ombra portando i libri, le racchette e gli
ombrellini, sentì di odiarli di più perchè ridevano.
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Luisa Brandès -- una sottile figura bianca nella bianca luce lunare --
li aspettava, ritta sulla soglia di casa. Abbracciò Mirella e Chérie,
salutò affettuosamente Frida; poi fece dare a tutte del latte caldo e
dei biscotti e le mandò a letto.
«Ma io voglio raccontare a Papà che a momenti so nuotare, e che quasi so
andare in bicicletta,» protestò Mirella attaccandosi stretta alla mano
di suo padre.
«Glielo racconterai domani, tesoro mio», disse Luisa.
«Sì, domani», disse Claudio.
Ma il domani era nell'oscuro grembo degli Dei.
La mattina seguente, quando Frida e le due fanciulle scesero di buon'ora
per la colazione, furono stupefatte di vedere Luisa -- ancora nell'abito
bianco della sera innanzi -- seduta, sul divano, colla faccia pallida e
gli occhi rossi. Alle loro domande essa rispose tremula che Claudio era
partito. Due ufficiali erano venuti a chiamarlo verso la mezzanotte....
gli avevano dato appena il tempo di fare la valigia e prendere la sua
borsa d'istrumenti chirurgici -- poi l'avevano condotto via in gran
fretta.
«Ma dove -- dove è andato?» chiese Chérie.
«Non lo so,» rispose sua cognata e gli occhi neri le si soffusero di
pianto. «Parlavano di mandarlo... non so... a un'ambulanza da campo... o
al Deposito Centrale....»
«Cos'è il Deposito Centrale?» domandò Mirella.
Ma poichè nessuno lo sapeva, nessuno rispose.
A quel punto entrò Marietta, la cameriera, portando la colazione; e la
seguiva sua madre, Maria, la cuoca. Tutt'e due avevano gli occhi rossi e
appena interrogate si rimisero a piangere. Maria narrò che all'alba
erano venuti i suoi due figli, Charles e Toinot, vestiti da soldato;
avevano detto addio a lei ed a Marietta; il maggiore, Charles, che
apparteneva al nono reggimento fanteria partiva per Stavelot; e Toinot,
che non aveva ancora diciott'anni, s'era arruolato volontario e
l'avrebbero mandato Dio sa dove.
«Certo,» soggiunse Maria, mentre le fitte lacrime le rigavano la faccia
travagliata, «non c'è ragione di piangere. Si sa che non c'è alcun
pericolo per il nostro paese. Ma tuttavia vedere i propri figli che se
ne vanno così... cantando la Brabançonne.... come se andassero a morire»
-- la voce le si ruppe in singhiozzi.
«Certo, mia buona Maria,» fece eco Luisa, «non c'è ragione di piangere.»
E piansero tutte quante, amaramente e a lungo. Anche Frida, colla faccia
nel fazzoletto, singhiozzava -- un po' per fare come gli altri e un po'
perchè un profondo _Weltschmerz_ le commoveva il falso e sentimentale
cuore tedesco.
Dietro suggerimento di Mirella si misero finalmente a tavola, e
prendendo il caffè si sentirono un po' meglio. Visto che quasi tutti gli
uomini di Bomal erano partiti o dovevano partire, fu un conforto per
tutti il pensiero che Fritz Hollaender, il domestico confidenziale del
dottore, essendo olandese, poteva rimanere. Certo Fritz non era una
persona molto amabile; era anzi quasi sempre imbronciato e taciturno;
ma, come fece osservare Luisa, appunto per questo si sentiva che era una
persona di cui ci si poteva fidare.
«Io» -- disse la saggia Luisa, che aveva ventott'anni ed era una fervida
ammiratrice di Georges Ohnet -- «io mi fido sempre delle persone che
parlano poco e vi guardano bene in faccia quando rivolgete loro la
parola.»
«A me Fritz non piace niente affatto,» dichiarò Mirella. «Trovo odiosa
la forma della sua testa.»
«Non dir sciocchezze.» osservò Chérie.
«E detesto le sue orecchie,» soggiunse Mirella.
Frida, che stava inzuppando un _croissant_ nel caffè, alzò il capo.
«Egli ha le orecchie che Iddio gli ha date,» disse con le sottili labbra
un po' tremanti.
Tutte la guardarono stupefatte, ed ella, facendosi di brace, abbassò il
capo e rituffò il panino nella tazza.
Dopo colazione Luisa andò a riposare per qualche ora; Frida disse che
aveva da scrivere delle lettere, e si ritirò in camera sua; mentre le
due fanciulle decisero di andare alla Maisonnette des Lilas a far visita
alle loro amiche, Cecilia e Jeannette Dorè. Bisognava decidere insieme
che cosa avrebbero fatto per festeggiare il compleanno di Chérie il
giorno 4 agosto.
Arrivate alla villetta di Madame Dorè, trovarono Cecilia e Jeannette
affaccendate intorno al loro fratello Andrea, un biondo boy-scout di
quattordici anni.
Cecilia gli cuciva sulla manica della blusa di tela verde una striscia
colle iniziali: _S. M._
«Che cosa vuoi dire _S. M._?» domandò Mirella.
«Vuoi dire _Service Militaire_,» rispose con superbia Andrea.
«Ma guarda un po'!» esclamò Mirella, «e dire che non hai ancora quindici
anni!»
Andrea si passò con aria distratta la mano nelle chiome. «Eh, già!»
disse con fare di superiorità negligente, «poichè gli altri uomini se ne
vanno tocca a noi di vegliare su di voi donne;» e degnò d'uno sguardo di
benevola protezione la piccola Mirella che lo fissava estatica
d'ammirazione.
«Tieni fermo quei braccio,» disse Cecilia, «se non vuoi ch'io ti punga!»
«Vostro padre dove è?» chiese Chérie. «E' partito anche lui?»
«Sicuro,» rispose Andrea. «Fa parte della Guardia Civica. L'hanno
mandato alla Chaussée di Louvain, non lontano da Bruxelles.»
«Che confusione! che agitazione!» esclamò Jeannette, saltarellando per
la stanza.
«Ma noi,» chiese Mirella -- «contro chi combattiamo?»
«Non si sa ancora,» sentenziò Andrea. «Forse contro i francesi; forse
contro i tedeschi.»
«E forse contro nessuno,» concluse Cecilia tagliando coi denti il filo,
e spianando colla mano il bracciale ben cucito sulla manica del
fratello.
«Eh, sì, probabilmente contro nessuno,» fece eco Andrea, non senza un
poco di rammarico nella voce. «Già, nessuno oserà mai invadere il nostro
paese.»
«Andiamo in giardino!» disse Jeannette.
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Tale era l'anima del Belgio alla vigilia dello spaventevole suo fato.
Senza dubbio, in alti lochi -- nella Place Royale e nel Palais de la
Nation -- vi era chi vegliava in preda a febbrile angoscia, paventando e
prevedendo l'immane calamità; ma per tutto il resto del paese non vi era
che una certa irrequietezza quasi baldanzosa, un senso d'aspettazione
risoluta.
Nessuno dubitava che i sacrosanti diritti della nazione non verrebbero
rispettati; ciò nonostante -- si diceva -- non era un male l'essere
preparati a tutto. E il paese si mobilizzava e s'armava.
Ma non v'era in quella dolce sera d'estate alcun serio allarme nei
cuori; nessuno -- dall'ultimo angolo del Lussemburgo, fino al più remoto
casolare delle Fiandre -- mirando tramontare quell'ultimo sole del
luglio 1914 sui placidi campi di grano sognava che già nel crepuscolo
stava a falce alzata la Morte, che già sulla soglia le nordiche belve
appiattate e pronte al balzo fremevano, fiutando sangue.... Nessuno,
nessuno sognava che di lì a quattro giorni su quelle ridenti vallate
delle Ardenne l'orda delle jene germaniche sarebbe passata nel suo
delirio di furore, nella sua frenesia di strage.
.... Oh, ridenti vallate delle Ardenne!...
***
Così, mentre nel villaggetto di Bomal, Chérie e Cecilia, Jeannette e
Mirella correvano pel giardino soleggiato, a un lontano balcone di
Berlino si affacciava in quell'ora stessa un uomo dalla barba grigia.
Ai suoi piedi ondeggiava una folla convulsa e tumultuosa. Parlava,
parlava l'uomo dalla barba grigia. E prometteva sangue alle jene.
... Così, mentre le quattro soavi fanciulle progettavano sorridenti la
festa che avrebbero fatta il quattro d'agosto, da quel balcone sulla
Wilhelmstrasse veniva pronunciata la sentenza che determinava il loro
fato e il fato dell'Europa.
«... Inviteremo Lucilla, Cricri e Verbena,» diceva Chérie.
«Distruggeremo quanti si porranno sulla nostra via!» gridava l'uomo sul
balcone.
«... Faremo musica,» diceva Jeannette.
«Abbatteremo su loro il nostro pugno di ferro,» diceva l'uomo sul
balcone.
«... E balleremo,» rise Mirella.
«E il nostro calcagno ferrato li schiaccerà,» disse Von Bethmann Holweg.
----
E le Jene Grigie ulularono.