CAPITOLO XLII.

«Possano i rei misfatti, onde fu lordo

«Gravarne il palafren sì che sdegnoso

«Del peso insopportabil, sull'arena

«Spento il malvagio cavalier rinversi.

_Shakspeare._

Fa or di mestieri che i nostri leggitori si trasferiscano nuovamente

a Templestowe, o per meglio dire sul campo di S. Giorgio, pertenenza

della Commenda, e che ne era poco distante. Ivi doveva accadere il

combattimento giudiziario, da cui pendea il destino della sfortunata

Rebecca, semprechè si fosse presentato un campione ad assumerne

le difese, e già il fatale istante era giunto. Tutti i villaggi

all'intorno stavano in moto, e da ogni banda si accorreva a tale

spettacolo, come sarebbesi fatto ad una festa o ad un passatempo. Già,

per vero dire, quantunque in tale età fosse cosa istraordinaria il

vedere prodi cavalieri perire gli uni per mano degli altri, sia ne'

particolari scontri, sia ne' tornei, quella specie d'inumano diletto,

che l'uomo trova nel pascere lo sguardo di scene sanguinose, non è

un rimprovero da opporsi unicamente a que' secoli d'ignoranza, perchè

anche a' dì nostri, ne' quali si conoscono meglio le leggi della morale

e i diritti della umanità, un combattimento a pugni, una assemblea di

_riformatori radicali_, o una esecuzione di morte, bastano a radunare

molta folla di spettatori, i quali senza avere nessun interesse

all'avvenimento in sè stesso, vi si conducono soltanto per la curiosità

di contemplare come termineranno le cose.

Una folla considerabile di popolo erasi collocata in vicinanza della

Commenda per vederne uscire il corteggio, ed una folla anche maggiore

scorgevasi assembrata vicino al campo di S. Giorgio, ove dovea compirsi

la sanguinosa tragedia. Avea la figura di parallelogrammo un tal campo,

assai esteso, livellato con molta cura, perchè i Templarii vi andavano

ad armeggiare, come dicemmo, e circondato di palizzati. Non dispiacendo

poscia a quei cavalieri l'avere quanti potevano spettatori delle loro

prodezze, aveano fatto costruire tutt'all'intorno vaste logge in forma

d'anfiteatro, le quali erano atte a contenere un immenso numero di

curiosi.

All'estremità di questo ricinto, dalla parte dell'oriente, venne

collocato un trono pel Gran-Mastro e le occorrevoli sedie pe'

commendatori e cavalieri. Al disopra del trono sventolava il sacro

stendardo nominato _Beauséant_, l'insegna dell'Ordine, siccome il suo

nome era il grido di unione per que' guerrieri.

All'altra estremità del ricinto sorgeva il rogo, nel cui mezzo vedeasi

un palo, cui erano sospese catene di ferro per attaccare ad esso la

vittima che dovea venire immolata. In piedi presso al rogo stavano

quattro schiavi neri, il cui colore e i lineamenti affricani, in

quell'età pressochè sconosciuti nell'Inghilterra, empiean di terrore

la plebaglia, che parea riguardasse que' servi siccome demonii presti

a rientrare nel loro elemento. Questi quattro uomini rimanevano in uno

stato di perfetta immobilità, da cui non si stoglievano che allorquando

un quinto uomo dello stesso colore, capo di essi, a quanto sembrava,

dava loro alcuni ordini per aggiustare le legna che servivano alla

costruzione della catasta. Costoro non volgeano mai gli occhi alle

turbe circostanti, nè parea tampoco s'accorgessero d'avere spettatori

attorno di loro, intesi unicamente a ben eseguire le fazioni di

quell'orribile ministerio. Allorchè essi parlavano insieme aprendo

quelle grosse labbra, e mostrando quindi i candidissimi loro denti,

quasi sorridessero anticipatamente all'idea della tragedia in cui

doveano sostenere una parte, i contadini atterriti poteano appena

starsi dal credere, che quegli uomini straordinarii fossero que'

medesimi spiriti dell'abisso, co' quali aveva avuto commercio la strega

che stava aspettandosi, spiriti dell'abisso venuti ivi per essere

pronti ad incominciare il supplizio serbatole nel mondo di là, appena

terminato l'altro che in questo mondo le si preparava. Argomento de'

discorsi d'ognuno era la possanza del diavolo, che in tale occasione

avrebbe avuto torto lagnandosi di non vedersene attribuita abbastanza.

«Compare Dennet» dicea un giovane contadino ad un altro più attempato

«avete udito dire che il diavolo ha portato via in corpo e in anima il

gran _thane_ Sassone, Atelstano di Coningsburgo?»

«Sì, sì,» rispose Dennet «ma, per la grazia di Dio e di san Dunstano, è

stato obbligato a riportarlo in questo mondo.»

«Che cosa v'intendete voi dire?» lor chiese un giovane ben fatto,

vestito d'un giustacuore verde ricamato d'oro, e di cui si ravvisava la

professione allo scorgere dietro di lui un facchino robusto che portava

un'arpa. Questo nuovo interlocutore parea d'una condizione al disopra

dei menestrelli ambulanti, poichè oltre al ricamo che ne fregiava le

vesti, portava al collo una catenella d'argento, e sospesa ad essa la

chiave, di cui valevasi ad accordare la sua arpa. Gli stava attaccata

al braccio destro una piastra d'argento, ma invece di vedervisi

l'impresa di qualche barone, alla famiglia del quale ei pertenesse,

vi si leggeva unicamente la parola _Sherwood_. «Che cosa v'intendete

dire?» egli chiese pertanto ai due contadini, frammettendosi al loro

colloquio «io qui venni per cercare un argomento di ballata, ma non

andrei in collera se ne trovassi due.»

«Tutti sanno» disse Dennet «che quattro settimane dopo la morte di

Atelstano di Coningsburgo....»

«Che dite voi di quattro settimane?» sclamò il _menestrello_ «la cosa è

impossibile. Io l'ho veduto in ottimo stato di salute alla posta d'armi

d'Ashby, e sono pochi giorni.»

«Ciò non impedisce ch'ei sia morto o sparito da questo mondo» soggiunse

il giovine contadino, «perchè ho udito i frati di sant'Edmondo cantar

l'ufizio da morto per lui; vi è stato, com'era ben di dovere, un

magnifico banchetto funebre al castello di Coningsburgo, e non mi sarei

trattenuto dall'andarvi, se Mabel Parkins che...»

«Sì, sì. Atelstano è morto» soggiunse dimenando il capo Dennet «e la è

una grande disgrazia, perchè ecco l'antico sangue sassone...»

«Ma la vostra istoria! continuate la vostra istoria!» sclamò

impazientendosi il _menestrello_.

«Sì, sì, raccontateci questa istoria» soggiunse un gagliardo frate,

il quale stava vicino ad essi appoggiandosi sopra un bastone, che

non potea dirsi nè bordone da pellegrino nè clava del tutto, ma che

probabilmente ad un bisogno facea tutti due gli ufizi. «Tirate innanzi

dunque, noi non abbiamo tempo da perdere.»

«Ebbene! col beneplacito della Reverenza vostra» continuò Dennet, «il

sagristano di sant'Edmondo stava a bere nella sua cella in compagnia

d'un imbriacone di frate...»

«La _Reverenza mia_ non dà il suo _beneplacito_, perchè vi sieno

frati imbriaconi, e se ve ne fossero starebbe male ad un laico il

nominarli con tal predicato. Impara a non far giudizi temerarii. Questo

sant'uomo, così devi credere, sarà stato assorto sì fortemente nelle

sue meditazioni, che gli occhi di lui avran veduti doppii gli oggetti,

e le gambe gli avran tremato sotto, come se avesse bevuto vino nuovo.

Tal cosa è fra le possibili, ed io lo so per esperienza.»

«Ebbene dunque!» riprese a dire Dennet «un sant'uomo si è condotto

a far visita al frate sagristano... Questo sant'uomo per altro è un

frate scorridore, che ammazza la metà dei daini che vengono rubati

nella foresta, cui piace più il _glu glu_ del fiasco che il suono del

mattutino, che preferisce una fetta di prosciutto al breviario; del

restante un buon diavolo, allegro in brigata che non la cede ad alcuno

della contea d'York nel tirar l'arco, nel fare il molinello col suo

bastone, nel ballar una giga.»

«Quest'ultima frase, o Dennet» gli disse a bassa voce il menestrello.

«ti ha salvate una o due coste.»

«Oh! oh! non temo nulla. È vero che non sono più giovane, ma mi restano

due buone braccia, e quando mi sono battuto a Doncaster per...»

«Ma l'istoria!» ripetè il _menestrello_ «l'istoria!»

«Ebbene, l'istoria è che Atelstano di Coningsburgo è stato sepolto a

Sant'Edmondo.»

«Falsità!» sclamò il frate «grossissima falsità! Ho veduto io medesimo

quando lo trasportarono al suo castello di Coningsburgo.»

«Ebbene, se sapete l'istoria voi, contatela dunque voi» soggiunse

Dennet con tuono di mal umore. Nondimeno l'altro giovine contadino e il

_menestrello_, a furia d'instanze, lo indussero a continuare. «Questi

due frati, che non erano imbriachi, perchè ciò non va a sangue del

Reverendo, aveano trascorsa buona parte della giornata a bevere non

so se _ala_ o vino, allorchè d'improvviso udirono gemiti, un grande

strepito di catene, e videro comparire lo spettro d'Atelstano, che

disse loro con voce di tuono: «Cattivi pastori!...»

«Falso!» sclamò il frate «non disse una sola parola.»

«Ah! ah! frate Tuck» disse il _menestrello_, traendolo in disparte «gli

è dunque così che tu ti lasci prendere il lepre al covo? Ti sei venduto

da te medesimo.»

«Ti assicuro, Allan-Dale» soggiunse l'eremita di Copmanhurst «che

ho veduto co' miei propri occhi lo spettro d'Atelstano, e tanto

distintamente quanto tu possa mai avere veduti uomini vivi, coperto

di un lenzuolo, che mandava un odor di sepolcro!... Ah! una botte

di malvasia non basterebbe a cancellare dalla mia memoria una tal

ricordanza!»

«Contale ad altri, frate Tuck, contale ad altri. Non son io buon

terreno per piantarvi queste carote.»

«Ti dico che gli ho allungato un colpo di bastone, applicato come si

doveva, ben aggiustato, che avrebbe spaccata la testa ad un bue, e

il bastone gli è passato a traverso del corpo come avrebbe fatto a

traverso d'una colonna di fumo.»

«Per sant'Uberto! è una storia maravigliosa; voglio comporne una

ballata sull'aria

«Che disgrazia pel povero frate!»

«Tu puoi ridere finchè n'hai voglia, e componi pure, se n'hai coraggio,

una ballata su tale argomento; ma sto a patto che uno spirito o il

diavolo stesso mi porti via se mi metto mai a cantarla. No! no! dopo

una tale apparizione ho risoluto di fare qualche opera buona, ed è per

questo che vengo a vedere bruciar una strega.»

Intantochè questi così parlavano, la maggior campana della chiesa di

s. Michele di Templestowe, venerabile edifizio situato in un villaggio

poco distante dalla Commenda, si fece udire, e pose fine a tal genere

d'intertenimenti. I lugubri suoni ne giugneano lentamente all'orecchio

perchè l'eco terminava di ripetere lo squillo del bronzo, quando questo

veniva una successiva volta ripercosso. Tal solenne e tetro segnale,

che annunziava l'incominciamento della cerimonia, fe' volgere ver la

Commenda tutti gli sguardi impazienti di vedere il Gran-Mastro, il

campione dell'Ordine, la condannata.

Abbassato finalmente il ponte levatoio, si apersero le porte, e

fu scorto uscire dal castello un cavaliere, che portava il grande

stendardo dell'Ordine, preceduto da sei trombette, e seguito dai

commendatori e dai cavalieri, che marciavano a due a due. Veniva indi

il Gran-Mastro montato sopra un superbo corridore, la cui bardatura era

della massima semplicità. Dietro a lui vedeasi Brian di Bois-Guilbert

armato di tutto punto, cui tenean dietro due de' suoi scudieri,

portandone la spada, la lancia e lo scudo. Il volto di lui, benchè

ombreggiato in parte da un grande pennaccino che gli sventolava sopra

il cimiero, annunziava un cuore tutto in preda alle passioni le più

crudeli, e dentro cui l'orgoglio combatteva l'irresolutezza; coperto di

mortal pallore, conseguenza di molte notti che senza chiuder palpebra

aveva trascorse. Pur conduceva il suo palafreno con quanta agilità

e grazia poteano aspettarsi dalla migliore fra le lancie dell'Ordine

de' Templarii. Altera e dignitosa se ne scorgeva la fisonomia; ma chi

attentamente la contemplava per mezzo a que' cupi lineamenti leggea

l'espressione d'un'angoscia che facea ritorcer da lui gli occhi con una

compassione mista d'orrore.

A canto d'esso venivan Corrado di Montfichet e Alberto di Malvoisin,

incaricati del ministerio dei patrini del campione. Non armati

questi, portavano la bianca vesta del loro Ordine. Dopo di questi gli

aspiranti, seguiti da numeroso corteggio di paggi e scudieri, tutti

vestiti di nero. Finalmente una truppa di guardie a piedi che aveano

la stessa divisa, lasciavano scorgere per mezzo alle lor partigiane

la sfortunata Rebecca, pallida ma piena di dignità, timida ma non

invilita, che a lenti passi ma con fermezza, s'incamminava al luogo

ove tutte le cose erano preste pel suo supplizio. L'aveano spogliata

di tutti i suoi ornamenti per tema non si trovasse fra questi alcuno

di quegli amuleti, col soccorso dei quali si supponeva che il demonio

privasse i suoi partigiani della forza di far confessioni, anche in

mezzo ai tormenti della tortura. Invece degli abiti orientali che prima

vestiva le era stata addossata una tonaca bianca di drappo ordinario, e

grossolanamente foggiata; ma scorgeansi in quel volto la rassegnazione

e il coraggio accoppiati in guisa sì commovente, che anche sotto

quelle vesti, e priva d'altra acconciatura fuor delle sue lunghe

trecce nerissime, ella costrigneva alle lagrime gli occhi di tutti

i riguardanti; e persin coloro, cui la superstizione e il fanatismo

aveano più indurito il cuore, non poteano ritrarsi dal deplorare

amaramente che il nemico del genere umano avesse convertito in un

vaso d'obbrobrio e di perdizione una fanciulla tanto alle apparenze

perfetta.

Un drappello d'uomini d'inferior grado, e che adempievano diversi ufizi

nella Commenda, chiudea tal processione, e seguiva la vittima serbando

il massimo ordine, colle braccia incrocicchiate e cogli occhi fisi sul

suolo.

Giunse il corteggio avanzandosi lentamente allo steccato di cui

compiè il giro andando da destra a sinistra, dopo di che fermatisi

il Gran-Mastro e tutti gli altri della comitiva di lui, eccetto il

campione e i due patrini, scesero a terra, e consegnarono i lor cavalli

agli scudieri che li custodirono nella parte esterna della lizza.

L'infelice Rebecca venne condotta presso uno scanno dipinto a nero,

posto a fianco della fatale pira. Al primo volgere il guardo sugli

spaventosi apparecchi dell'orrendo supplizio che le era serbato, fu

veduta scuotersi e chiuder gli occhi, orando senza dubbio a bassa voce,

perchè movea le labbra, quantunque niun suono ne uscisse. In termine

d'un minuto, riaperse le pupille, fisandole sopra il rogo, quasi per

addimesticarsi col destino che l'aspettava; finalmente ne stolse gli

occhi del tutto.

[Illustrazione: _..... che a lenti passi ma con fermezza

s'incamminava al luogo ove tutte le cose eran preste pel suo

supplizio. _ pag. 402.]

In questo mezzo il Gran-Mastro avea preso luogo sopra il suo trono,

e allorquando tutti i suoi cavalieri gli si furono posti a canto, o

dietro di lui, giusta il grado di ciascheduno, lo squillo delle trombe

annunziò aperta l'adunata. Allora Malvoisin, siccome patrino del

campione dell'Ordine, mosse verso il Gran-Mastro, ponendo a' suoi piedi

il pegno della battaglia, intendo il guanto della giovane Israelita.

«Il cavaliere» chiese il Gran-Mastro «ha prestato giuramento, che la

tenzone è giusta e onorevole? Fate portare il Crocifisso.»

«Venerabile Gran-Mastro,» si affrettò a rispondere Malvoisin, «il

cavaliere nostro fratello ha già prestato giuramento fra le mie mani

intorno la giustizia di questa causa, e voi converrete con meco, non ne

dubito, che sarebbe cosa sconvenevole il fargli reiterare il giuramento

medesimo in questa assemblea, perchè la parte avversaria, che è una

donna Infedele, non può essere ammessa a sua volta a prestarlo.»

Luca di Beaumanoir si arrendè a sì fatta considerazione, e n'ebbe assai

contento Malvoisin, che prevedendo quanto sarebbe stato malagevole,

e forse impossibile, l'indurre Bois-Guilbert a prestare sì fatto

giuramento alla presenza di quella assemblea, inventò egli medesimo tal

sotterfugio per evitare la necessità d'una cerimonia in cui vedea tanto

rischio.

Poichè il Gran-Mastro ebbe chiarito che la formalità del giuramento era

stata sufficientemente adempiuta, comandò ad un araldo d'armi facesse

quanto era suo debito. Le trombe squillarono nuovamente, e l'araldo

innoltrandosi in mezzo all'arringo sclamò ad alta voce: «_Ascoltate!

Ascoltate! Ascoltate!_ Ecco il cavaliere Brian di Bois-Guilbert,

pronto a combattere all'ultimo sangue, di lancia e di spada, qualunque

cavaliere di nobil sangue che vorrà assumere la difesa dell'ebrea

Rebecca alla quale fu permessa l'appellazione al Giudizio di Dio. Se

v'è tal cavaliere, il valoroso e reverendo Gran-Mastro qui presente

gli concederà _il giusto parteggiamento del sole e del vento_ e tutto

quanto può assicurare l'uguaglianza dell'armi.» Le trombe squillarono

una seconda volta, e un profondo silenzio regnò per alcuni minuti.

«Nessun campione si presenta a favore dell'appellante» disse

Beaumanoir. «Araldo, andate a chiederle se aspetta qualcuno che assuma

le sue difese.» L'araldo mosse ver lo scanno su di cui stava seduta

Rebecca, e Bois-Guilbert, ad onta di tutte le rimostranze che Malvoisin

e Montfichet gli presentarono, spronò il suo cavallo, e giunse presso

la giovane ebrea nel tempo stesso che vi giunse l'araldo d'armi.

«Tal cosa è ella regolare?» chiese Malvoisin al Gran-Mastro. «È ella

conforme alle leggi de' combattimenti giudiziarii?»

«Sì, Malvoisin;» rispose Beaumanoir. «In un'appellazione al Giudizio

di Dio non si debbe impedire alle parti di avere comunicazione l'una

coll'altra. Sì fatte combinazioni possono giovare a scoprire la

verità.»

Intanto l'araldo si volse a Rebecca con questi accenti: «Ebrea,

l'onorevole e reverendo Gran-Mastro chiede se tu sia presta ad offerire

un campione che sostenga la tua causa, o se ti riconosci giustamente e

legalmente condannata alla morte.»

«Dite al Gran-Mastro» rispose Rebecca «ch'io protesto d'essere

innocente, ingiustamente condannata, e che non voglio rendermi

colpevole io medesima della mia morte. Gli domando pertanto

quell'indugio, che le leggi sue possono concedere, onde vedere se Dio,

per cui nulla è il tempo, vorrà suscitarmi un liberatore, dopo di che

sia fatta la sua volontà.»

L'araldo andò a portare al Gran-Mastro una tale risposta.

«A Dio non piaccia» soggiunse Beaumanoir «che alcuna persona, sia

di religione pagana od ebrea, debba rimproverarmi mai d'ingiustizia.

Fino a che l'ombra sia passata dall'occidente all'oriente, indugeremo

tanto da vedere se si presenti o no verun campione a difendere questa

femmina. Trascorso tale intervallo, ch'ella si prepari alla morte.»

Tornò l'araldo colla risposta del Gran-Mastro a Rebecca, la quale

chinò sommessamente il capo, e sollevò gli occhi al cielo, tenendo

incrocicchiate al petto le braccia, come per implorare dalla divinità

quel soccorso che non potea omai più sperare dagli uomini. In

tale istante le feriron l'orecchio gli accenti di Bois-Guilbert, e

quantunque ei parlasse con voce affatto sommessa, questi le fecero

assai più impressione di quanto le avea detto l'araldo.

«Rebecca» le disse il Templario «odi tu la mia voce?»

«Non ho orecchie per te, uomo crudele, cuor di macigno.»

«Nondimeno mi udisti, e il suono della mia voce spaventa me stesso.

So appena in qual luogo noi siamo, e per qual motivo qui ci troviamo.

Questo steccato, questo scanno funebre, questo feral talamo! Sì,

comprendo tutto ciò che tai cose mi dicono all'animo, ma mi sembra

un sogno, una visione terribile che inganna i miei sensi, nè posso

convincermi della realtà di tutto quanto pur vedo.»

«Il mio spirito e i miei sensi sono parimente convinti» Rebecca

rispose. «Essi mi dicono, che questo rogo è serbato a consumare le mie

spoglie mortali, e a condurre per una via tormentosa, ma breve, l'anima

mia ad una gloriosa eternità.»

«Frivoli sogni, o Rebecca, vane speranze, che persino i più saggi fra

i vostri Sadducei abbiurarono! Ascoltami» continuò egli con tuono più

animato. «La tua vita è ancora nelle tue mani, a dispetto di questi

fanatici sciagurati. Mettiti in groppa del mio cavallo, di Zamor che

non mi mancò mai all'uopo, ch'io conquistai in un combattimento a petto

a petto col sultano di Trebisonda, che nessun cavallo può seguire alla

corsa; salisci dietro di me, ti dico, e fra brevi istanti noi saremo

sicuri d'ogni persecuzione. Un nuovo mondo per te di diletti, per me

di gloria, si schiuderà innanzi a noi. Che costoro pronunzino sentenza

di me a grado loro! io la disprezzo. Ch'essi cancellino il nome di

Bois-Guilbert dal novero de' loro schiavi: io saprò registrarlo in quel

degli eroi. Laverò nel sangue la macchia che eglino oseranno improntar

sul mio scudo.»

«Ritirati, o tentatore! ardirei dieci volte salire sul rogo prima di

fare un passo per seguitarti. Circondata di nemici ovunque io mi volga,

io ti considero come il più crudele, il più velenoso di tutti. In nome

di Dio vivente, ritirati!»

Alberto di Malvoisin, impazientito e atterrito della durata di un tale

colloquio, si trasse in vicinanza di essi a disegno di interromperlo.

«Ha ella confessata la sua colpa?» chiese a Bois-Guilbert «o è sempre

risoluta a negarla?»

«Sì: ella è _risoluta_» rispose con amaro sorriso Bois-Guilbert.

«Orsù, mio nobile confratello, tornate al vostro luogo per aspettare

l'esito delle cose. Il sole comincia ad affrettarsi all'occaso. Venite,

prode Bois-Guilbert, speranza del nostro Ordine, ed in breve suo capo.»

Nell'atto medesimo ch'ei cercava blandirlo co' detti, ponea la mano

sulla briglia del cavallo di Bois-Guilbert, come per ritrarlo quasi a

forza di lì.

«Sciagurato!» sclamò con furore Brian. «Osi tu portar la mano sulle

redini del mio cavallo!» Indi, respingendolo con indignazione, tornò a

rimettersi al luogo che gli era stato assegnato.

«Ei non manca d'entusiasmo» disse Malvoisin a Montfichet «ma è mal

regolato. Questo entusiasmo è il fuoco greco; arde le cose che tocca.»

Erano trascorse due ore dacchè si aprì l'adunata, nè verun campione si

presentava.

«Non è da maravigliarne» dicea il frate Tuck ad uno de' suoi vicini

«ella è ebrea. Nondimeno, per san Dunstano! è cosa crudele il veder

perire una sì giovane e bella creatura senza che alcuno pensi ad

assumerne le difese. Fosse ella dieci volte una strega, se la potessi

credere solo un pochino cristiana, questo mio bastone vorrebbe sonare i

bei mattutini sullo scudo d'acciaio di quel feroce Templario, prima che

potesse vantarsi della sua vittoria.»

Nondimeno l'opinione generale era che nessuno vorrebbe imprendere la

difesa di una ebrea condannata siccome fattucchiera, e i commendatori,

posti in vicinanza del Gran-Mastro, incominciavano, così instigati da

Malvoisin, a susurrargli all'orecchio che era tempo di promulgare, non

aver Rebecca ricuperato il pegno della battaglia. Pure in quell'istante

medesimo fu veduto comparire nello spianato un cavaliere che correva a

tutta briglia avvicinandosi allo steccato. L'aria rimbombò del grido:

_un campione! un campione!_ E ad onta delle opinioni pregiudicate della

moltitudine venne accolto fra le unanimi acclamazioni, allorchè entrò

in lizza. Ma un secondo sguardo portato sovr'esso annientò le speranze

che avea fatto nascere l'apparizione del medesimo. Il suo cavallo

coperto di sudore sembrava stremo per la fatica, e il cavaliere,

quantunque si presentasse con aria di fiducia e d'intrepidezza,

mostrava appena la forza ch'era necessaria a reggerlo sull'arcione.

Un araldo d'armi tostamente mosse ver lui domandandogli il grado, il

nome, il disegno che lo conducea: «Io sono nobile e cavaliere» rispose

egli alteramente; «qui vengo per sostenere colla lancia e colla spada

la causa di Rebecca, figlia d'Isacco d'York, per far chiarire ingiusta,

illegale la sentenza pronunziata contro di lei, e per disfidare a

combattimento condotto all'ultimo sangue ser Brian di Bois-Guilbert,

qual traditore, assassino e mentitore, come lo proverò coll'armi alla

mano, se mi soccorrono Dio, la Beatissima Vergine, e Monsignore san

Giorgio, il cavalier valoroso.»

«Gli è d'uopo primieramente» disse con acerbo tuono Malvoisin «che

lo straniero provi di essere cavaliere e di nobil legnaggio. Il santo

Ordine del Tempio non permette a' suoi campioni di battersi con uomini

sconosciuti e privi di nome.»

«Alberto di Malvoisin» rispose il cavaliere sollevando la visiera

dell'elmo «il mio nome è più noto; il mio legnaggio è più puro, del tuo

nome, del tuo legnaggio. Sono Wilfrid d'Ivanhoe.»

«Io non mi batterò teco» sclamò con alterata voce Bois-Guilbert «va a

curare le tue ferite, e ti munisci di miglior palafreno; forse allora

potrò scendere a darti castigo condegno alle tue millanterie.»

«Orgoglioso Templario!» Ivanhoe rispose «dimenticasti forse che per

due volte giacesti sotto il poter della mia lancia? Rammenta il torneo

d'Acri, rammenta la posta d'armi d'Ashby! Rammenta la disfida che

m'intimasti nel castello di Rotherwood, e i pegni della battaglia, che

l'uno e l'altro abbiam rassegnati, tu la catenella d'oro, io il mio

reliquiario. Per questo reliquiario, o Brian, per la santa reliquia

ch'esso contiene, se tu non consenti a batterti meco sull'istante, io

ti divulgo siccome un vile per tutte le corti d'Europa e per tutte le

Commende del tuo Ordine!»

Bois-Guilbert si volse con aria irresoluta verso Rebecca. Indi col

pugno, battendosi violentemente la fronte, sclamò con interrotta voce,

e com'uomo soffocato dalla rabbia: «Cane di Sassone! ebbene, mi batterò

teco. Prendi la tua lancia e preparati dunque alla morte!»

«Il Gran-Mastro mi conferisce il diritto di combattere?» chiese Ivanhoe.

«Non posso negarvelo» rispose Beaumanoir «se questa giovane vi accetta

per suo campione. Vorrei nondimeno che foste meglio in istato di

cimentarvi; perchè desidero comportarmi onorevolmente con voi, benchè

vi siate sempre manifestato nemico del mio Ordine.»

«Domando il combattimento all'istante» rispose Ivanhoe. «Questo è

giudizio di Dio; in Dio dunque io pongo la mia confidenza..... Rebecca»

soggiunse indi avvicinandosi alla donzella «mi accettate voi per vostro

campione?»

[Illustrazione: _«Risparmiatelo, ser Cavaliere» sclamò il Gran

Mastro «concedetegli il tempo di pentirsi; non fate morire ad

una volta il corpo e l'anima sua.»_ pag. 407.]

«Sì» sclamò essa con tal commozione, che il timore stesso della morte

in lei non avrebbe prodotto «sì, vi accetto come il campione mandatomi

da Dio!... Ma, no, no, le vostre ferite non possono essere ancora

sanate; non assalite quest'uomo feroce.... È egli d'uopo che il mio

crudele destino trascini voi pure?»

Ma Ivanhoe più non l'ascoltava. Egli avea già preso il luogo suo nella

lizza, e ricevuta la propria lancia dalle mani di Gurth; già s'era

ascoso il viso entro l'elmo. Fece lo stesso Bois-Guilbert; e mentre

chiudea la visiera, il suo scudiere osservò come il volto di lui, che

nel durare di tutta quella mattina fu coperto di pallor mortale, erasi

d'improvviso tinto d'un color carico di porpora, sicchè parea essergli

risalito tutto il sangue alla testa.

L'araldo, poichè vide i due campioni a luogo, sollevò la voce e ripetè

per tre volte: «_Fate il dover vostro, o prodi cavalieri._» Proibì

indi sotto pena di morte a chiunque il disturbare i combattenti

sia con grida, sia con parole o con gesti, dopo di che si ritrasse

all'estremità della lizza. Il Gran-Mastro, che tenea fra le mani il

pegno della battaglia, il guanto di Rebecca, lo gettò allor nell'arena,

pronunziando il segnale della battaglia con queste voci: «_Lasciate

campo._»

Squillaron le trombe, e i cavalieri si lanciarono l'un sull'altro. Il

palafreno rifinito d'Ivanhoe, e il padrone d'esso, ben lungi dall'avere

ancora ricuperate le proprie forze, non poterono resistere all'impeto

della lancia formidabile del Templario, onde cavallo e cavaliere

s'avvoltarono nella polve, avvenimento che ciascun prevedea; ma la cosa

che fece a tutti sorpresa si fu vedere Bois-Guilbert, il cui elmo non

era stato che leggermente toccato dalla lancia dell'avversario, cader

da cavallo in quello istante medesimo.

Ivanhoe tosto si rialzò è brandì la spada, ma il suo antagonista rimase

giacente; onde Wilfrid, mettendogli un piede sul petto, e la punta

della spada alla gola, gl'intimò di riconoscersi vinto se non volea

ricevere il colpo di grazia. Bois-Guilbert non rispose cosa veruna.

«Risparmiatelo, ser Cavaliere» sclamò il Gran-Mastro «concedetegli il

tempo di pentirsi; non fate morire ad una volta il corpo e l'anima sua;

noi lo promulghiamo vinto.»

Indi, s'innoltrò nello steccato, dando ordine che si sciogliesse l'elmo

al Templario. Aperti ne erano gli occhi, ma immobili e spenti; il

sangue gli usciva fuor del naso e fuor della bocca; non era più. La

lancia dell'inimico non poteva avergli dato la morte, ei periva vittima

della violenza delle sue passioni.

«Gli è veramente il giudizio di Dio!» sclamò il Gran-Mastro alzando gli

occhi al cielo. «_Fiat voluntas tua._»

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 52 / 57 题