«A lenti passi la funerea bara
«Seguian le turbe: i gemiti, i singulti
«Interrompean de' sacerdoti il canto.
_Antica Tragedia._
Il modo d'entrare nella gran torre del castello di Coningsburgo è d'una
singolarità tutta sua propria, e sente la rozza semplicità de' tempi
in cui questo castello fu edificato. Una sequela di gradini rapidi
altrettanto che stretti conducono ad una porticella situata ad ostro,
d'onde il curioso antiquario può (o almeno lo poteva ancora poch'anni
fa) raggiugnere una scala scavata entro la grossezza del muro della
torre. Da questa si perveniva al terzo piano, perchè i due primi erano
piuttosto vani di prigioni, nè riceveano aria o luce se non se da
un'apertura quadrata che sovrastava loro nel terzo piano, e da cui, a
quanto sembra, si discendeva in essi col ministerio di scale. Le scale
poi che conducevano al quarto ed ultimo piano erano poste negli enormi
pilastri esterni da noi già descritti.
Riccardo e il suo favorito vennero introdotti nella grande sala
foggiata a rotonda, che teneva tutto lo spazio del terzo piano. Ivanhoe
avea cura di coprire il volto col proprio mantello, onde non farsi
conoscere al padre se prima il Re non gliene dava il segnale.
Trovarono in questo appartamento seduti attorno ad una grande tavola di
quercia dodici rappresentanti delle famiglie sassoni le più distinte,
tutti vegliardi, o almeno giunti a matura età, perchè i giovani aveano
la maggior parte, e non senza grave cordoglio de' propri genitori,
imitato Ivanhoe nel rompere i cancelli di separazione frapposti da un
mezzo secolo fra i Sassoni vinti e i vincitori Normanni. L'aria grave
e composta di questi venerabili personaggi, i loro occhi bassi, i loro
sguardi spiranti tristezza offerivano una vista ben discordante dai
baccanali che venivano celebrati nell'esterno cortile. Que' capelli
grigi, quelle lunghe barbe, quelle tonache antiche, que' grandi
mantelli neri, s'addiceano affatto al luogo in cui si trovavano, e
davano ad essi l'aspetto d'un'assemblea d'antichi senatori di Woden,
richiamati a vita per piagnere lo scadimento della gloria di lor
nazione.
Cedric, benchè lo scanno su cui sedea non fosse più alto di quello
assegnato agli altri suoi concittadini, sembrava adempire di comun
consenso gli ufizi di capo dell'assemblea. Al vedere giugnere Riccardo,
ch'ei non conosceva sott'altro nome che di cavalier Nero, o cavaliere
dal _Catenaccio_, si alzò gravemente, e lo salutò all'uso sassone
pronunziando le voci _Waes heal_ «alla vostra salute» e sollevando
all'altezza del proprio capo un bicchiere pieno di vino. Il Re, cui
non erano nuovi i costumi de' suoi sudditi inglesi, prese una tazza
presentatagli dal coppiere, indi corrispose al saluto di Cedric cogli
accenti: _Drine heal_ «io bevo alla vostra». Cerimoniale che venne
parimente seguito rispetto ad Ivanhoe, il quale non rispose fuorchè
inchinando il capo per tema che il padre suo ne conoscesse la voce.
Dopo tal preliminare di formalità, Cedric si alzò da tavola, e
presentando la mano a Riccardo lo condusse in una specie di cappella,
rozzamente intagliata entro un pilastro. Non trovandosi in questa altra
apertura fuorchè una feritoja assai angusta, gli astanti vi sarebbero
stati condannati ad una compiuta oscurità, se due grosse torce non
l'avessero illuminata di una rossiccia luce, che splendeva in mezzo ad
un nuvolo di fumo. Col soccorso di tale luce vedeansi un tetto formato
in arco, pareti affatto ignude, un altare rozzamente fabbricato di
pietra, e sovr'esso un crocifisso della stessa materia.
Innanzi all'altare stava una bara, e a ciascun lato di essa quattro
ecclesiastici, inginocchioni e tenendo in mano un rosario, cantavano a
mezza voce inni e salmi, dando tutti gli esterni segni d'intensissima
devozione. Erano essi frati del convento di sant'Edmondo, situato
in poca distanza di lì. Gli è da sapersi che la madre di Atelstano,
per assicurare abbondanti suffragi di preci all'anima del defunto,
avea fatta una donazione oltre ogni dir liberale agl'individui della
ridetta comunità. Laonde l'intera corporazione, per mostrarsi grata
alla generosità della benefattrice, erasi trasportata al castello
di Coningsburgo, eccetto il frate sagristano perchè zoppo. I frati
si davano d'ora in ora la muta in tal pio servigio, e intanto che
sei d'essi pregavano presso al corpo del defunto, gli altri non
dimenticavano di prendersi la loro parte così al banchetto come
alle gozzoviglie di cui godevasi nel cortile. I buoni frati che
faceano questa pia guardia aveano soprattutto grande premura di non
interrompere un solo istante i lor canti, per tema che Zerneboch,
l'antico demonio de' Sassoni, non cogliesse un tal punto onde fare il
povero Atelstano sua preda. Nè erano meno attenti affinchè niun profano
toccasse il panno mortuario steso sopra la bara. Avea questo servito
ai funerali di sant'Edmondo, e si sarebbe avuto qual atto sacrilego
il toccarlo sol d'un profano. Se tante cure avessero potuto divenir
giovevoli a un morto, Atelstano era bene in diritto di aspettarsele
dai frati di sant'Edmondo, perchè senza calcolare i cento marchi di
oro, che la madre del signore di Coningsburgo avea sborsati a costoro
pel riscatto dell'anima del proprio figlio, Editta appena ne seppe la
morte, manifestò la propria intenzione di lasciar per testamento tutti
gli ereditati beni al convento, a fine di assicurare perpetuità di
suffragi al proprio marito, a sè stessa ed al figlio.
Riccardo ed Ivanhoe seguirono Cedric in questa cappella funerea,
e conformandosi all'esempio della lor guida, che mostrò ad essi in
solenne modo la bara di Atelstano, s'inginocchiarono, fecero il segno
della croce, e pronunziarono una corta preghiera per l'anima del
defunto.
Dopo un tale atto pio e caritatevole, Cedric additò a questi che lo
seguissero, e dopo avere saliti pochi gradini aperse senza strepito
e con cautela la porta del picciolo oratorio, che introduceva nella
cappella, e che parimente era costrutto nell'interno d'uno di que'
pilastri. Si trovarono quindi in una sala larga all'incirca otto
piedi quadrati, e schiarita da due feritoie, che mandando allora gli
ultimi raggi del cadente sole lasciarono scorgere una matrona, la cui
fisonomia, dignitosa oltre ogni dire, offeriva ancora le tracce della
sublime beltà, onde venne in rinomanza trent'anni addietro. La lunga
vesta da lutto ch'ella portava, e il nero velo ondeggiante aggiugneano
spicco alla bianchezza della sua pelle e al pregio di que' biondi
capelli, che il tempo rispettandoli non aveva ancora screziati colle
sue nevi. La fisonomia di lei annunziava dolore profondo, cui però
univasi rassegnazione ai voleri del Cielo. Le stava innanzi una tavola
di pietra, sulla quale vedeasi un crocifisso d'avorio, e un messale
riccamente disegnato a colori ne' margini, e che chiudeasi con fibbie
d'oro.
«Nobile Editta» disse Cedric dopo un istante di silenzio, che parve
inteso a dar tempo a Riccardo e ad Ivanhoe di contemplare la signora
del castello «io vi presento due stranieri ragguardevoli, che vengono
ad onorare di lor presenza le esequie dell'infelice vostro figlio, e
a partecipare del nostro duolo. Questi» soggiunse indi accennando il
Re «è il prode cavaliere del quale già v'ho parlato, e che con tanto
valore ha combattuto per la liberazione dell'uomo di cui gemiamo la
perdita.»
«Lo prego accogliere tutti i miei ringraziamenti» Editta rispose
«quantunque a Dio sia piaciuto che il suo valore non aggiunga allo
scopo di giovare alla mia famiglia. Ringrazio così lui come il suo
compagno della cortesia che qui li trasse a visitare la vedova di
Adeling, la madre d'Atelstano in un momento di cordoglio e di profonda
afflizione. Affidandoli alle vostre cure, o mio degno parente, son
certa che niun dovere d'ospitalità verrà omesso a loro riguardo.»
I due cavalieri dopo avere salutata questa afflitta genitrice si
ritrassero insieme colla loro guida.
Cedric li fece salire per una scala a chiocciola in un'altra stanza
situata al di sopra della cappella, e grande egualmente. Prima che ne
fosse aperta la porta, vi ascoltarono un canto malinconico e lento; ed
era un inno che lady Rowena e tre altre giovinette di nobil legnaggio
sassone cantavano ad onore del defunto, e pel riposo della sua anima.
Non ne sono rimaste che le strofe seguenti:
Già scoccò di morte l'ora.
Dal vital spirto disciolta,
Alla polve onde fu tolta
L'umil creta ritornò.
Che riman dell'uom, se ancora
L'orbe inter sentì sua possa?
Scarno teschio e lurid'ossa
Che putredine sformò.
Ti sia dato, o spirto, il volo
Franco scior di gloria al loco,
O se scorri in mezzo al foco,
Sol sia foco espiator,
Cui commise il re del Polo,
In un provvido e severo,
Il propizio ministero
Di tornarti al tuo candor.
Se evitar la bolgia oscura,
Spirto eletto, a te non lice,
Dalla diva Genitrice
Minor tempo a rio crudel
Implorar in noi fia cura,
Che lasciasti in duolo e in pianti.
Nostri voti e nostri canti
T'apriran le vie del ciel.
La comitiva guidata da Cedric aspettò che fosse terminato il funebre
inno per entrare in cotesta sala, ed avendone aperta la porta lo stesso
Cedric, si trovarono alla presenza di venti donzelle sassoni, tutte
di famiglie ragguardevoli, delle quali alcune intendevano a ricamare,
quanto bene il comportavano il gusto di quei giorni e la loro abilità,
un panno mortuario che dovea coprire la bara di Atelstano; altre,
scegliendo fiori entro i canestri collocati nanti di esse, ne tesseano
ghirlande funebri per sè medesime e per le compagne. Se l'esterno di
tali giovinette non annunziava un cordoglio vivissimo, esse almeno si
comportavano giusta le regole del decoro. Non quindi era che talvolta
un sorriso incauto, qualche parola pronunziata troppo ad alta voce
non traesse a quando a quando sopra alcuna di esse un rabbuffo per
parte delle più gravi fra le matrone incaricate di presedere a questa
femminile assemblea, e si potea scorgere agevolmente come molte di
esse pensassero piuttosto ad esaminare, se quelle ghirlande lor si
affarebbero, che a meditare sulla trista cerimonia al cui fine si erano
assembrate. Che anzi, se dobbiam dire le cose come furono veramente,
l'arrivo de' due estranei cavalieri cagionò molta distrazione alle
avvenenti lavoratrici, e sovr'essi attrasse più d'un guardo alla
sfuggita. La sola lady Rowena, troppo altera per dar adito ad idee di
vanità, salutò gli stranieri con aria grave, quantunque graziosa. La
fisonomia di lei presentava l'aspetto d'una severa dignità anzichè
d'una costernazione malinconica; e se qualche ambascia il suo cuore
sentiva, forse l'incertezza in cui stavasi sulla sorte d'Ivanhoe vi
aveva almeno altrettanta parte quanto la morte di Atelstano.
Cedric, il quale, come avrà potuto accorgersene il leggitore, non era
sempre il più avveduto degli uomini, credè leggere nella fisonomia
della sua pupilla un dolor più profondo, che non in quelle delle
giovani compagne di essa, e avvisò dilucidarne la cagione ai due
forestieri, raccontando loro come lady Rowena fosse stata promessa in
isposa al nobile Atelstano. Non è improbabile che una tal confidenza
rendesse più proclive l'animo di Wilfrid a prender parte all'afflizion
generale.
Dopo avere in tal guisa condotti i due ospiti ne' diversi appartamenti
consacrati ai funerali del defunto, Cedric li fece entrare in una
sala assegnata, disse loro il _thane_ Sassone, a quelle persone
ragguardevoli, le quali non avendo vincoli tanto prossimi col nobile
Atelstano, non potevano, com'è naturale, abbandonarsi a quel dolore
profondo che la perdita di lui inspirava a chi gli era congiunto per
legami d'amicizia o di sangue. Cedric, dopo avere assicurati i suoi
ospiti, che si avrebbe cura di somministrar loro tutto quanto di cui
potessero abbisognare, stava sul punto di ritirarsi, ma il Re lo fermò:
«Nobile _thane_» gli diss'egli, prendendone la mano «mi fa d'uopo
rammentarvi, che quando ci separammo, non è lungo tempo, voi pattuiste
con me un dono, il quale dovea contrassegnare la gratitudine vostra ad
un servigio che vi prestai. Vengo ora a ricordarvelo.»
«Sì: fu pattuito anticipatamente, ser cavaliere. Però in un tal momento
di comune lutto....»
«Ho fatto io pure tale considerazione, ma il tempo è prezioso. Per
altra parte non è male scelto il momento. Nel chiudere la tomba del
nobile Atelstano, dovremmo pure seppellire entro di essa certe antiche
massime pregiudicate, certe opinioni, che...»
«Ser cavaliere _dal Catenaccio_» disse interrompendo l'altro Cedric,
«vorrei sperare non riguardasse niun altro fuori di voi il dono che
siete per chiedermi. Per ciò che spetta alle mie opinioni e a quanto
voi chiamate massime pregiudicate, mi parrebbe molto strano che uno
sconosciuto se ne prendesse briga.»
«Di fatto non voglio prendermene briga oltre a quanto voi medesimo
giudicherete che v'entri il mio interesse. Finora non m'avete
conosciuto che sotto nome di cavalier Nero, di cavaliere _dal
Catenaccio_; in questo istante sappiate che si trova dinanzi a voi
Riccardo Plantageneto.»
«Riccardo d'Angiò!» sclamò Cedric dando addietro dalla sorpresa.
«No, nobile Cedric: dite Riccardo d'Inghilterra; egli il cui più caro
interesse, il desiderio più ardente è di vedere tutti i propri figli
insieme uniti senza fare distinzione di schiatta. Degno _thane_, il tuo
ginocchio non si piegherà dinanzi al tuo re?»
«Non piegò mai innanzi al sangue normanno» rispose Cedric.
«Ebbene dunque: serba il tuo omaggio sino all'istante ch'io abbia
provato d'esserne degno col proteggere egualmente i Normanni ed i
Sassoni.»
«Principe» sclamò Cedric «io ho sempre fatta giustizia al valore ed al
merito vostro. So parimente che avete diritti alla corona d'Inghilterra
come uscito del sangue di Matilde, nipote d'Edgar Atheling, e figlia
di Malcolm di Scozia. Ma benchè Matilde appartenesse al real sangue
sassone, ella non era erede del trono.»
«Non voglio disputare sui miei diritti con voi, nobile _thane_; ma
guardatevi attorno, e oserò chiedervi, se trovate un competitore degno
d'essermi opposto.»
«E voi dunque, o principe, siete venuto qui per rammentarmi la ruina e
la distruzione della schiatta de' legittimi nostri padroni? Per dirmi
ch'ella è spenta, quando non è ancor chiusa la tomba dell'ultimo fra'
suoi rampolli?» nel dir tai cose la fisonomia di lui vie maggiormente
animavasi. «Quest'è un atto» aggiunse «d'audacia e di temerità.»
«No per la santa Croce! è un atto di giustizia. Così operai per una
conseguenza di quella fiducia leale che gli uomini onesti debbono avere
l'uno nell'altro.»
«Voi avete ragione, o re d'Inghilterra, perchè mi è forza riconoscere
che ne siete il re, e che tal rimarrete ad onta della mia debole
opposizione. Non sarebbe che un modo in me d'impedirvelo; e voi stesso
mi avete somministrato il poter di adoperarlo, esponendomi ad una
fortissima tentazione; ma l'onore non mi permette di cederle.»
«Parliamo ora del dono che debbo chiedervi, e che non vi domanderò con
minor confidenza, benchè voi protestiate contro la legittimità della
mia dominazione. Chiedo da voi, se siete uom di parola e d'onore, che
riconcediate il paterno vostro affetto al prode cavaliere Wilfrid
d'Ivanhoe, a vostro figlio. Non mi negherete ch'io ho un interesse
immediato a tale riconciliazione: la felicità cioè del mio amico e il
desiderio di spegnere ogni argomento di discordia fra i fedeli miei
sudditi.»
«Ed è egli che v'accompagna?» disse con tuono commosso Cedric.
«Padre mio! Padre mio!» sclamò Ivanhoe scoprendosi il volto, e
gettandosi tosto a' suoi piedi «concedetemi il vostro perdono.»
«Figlio mio, tel concedo» rispose alzandolo da terra Cedric. «Il figlio
di Everardo è schiavo della sua parola, quando anche l'abbia data ad un
Normanno. Ma riprendi il vestire de' tuoi antenati: non voglio vedere
abiti corti nè pennacchi alti, nè scarpe puntute nella mia casa. Chi
vuol esser degno figlio di Cedric il Sassone dee mostrarsi degno de'
Sassoni suoi antenati... Tu vuoi parlare, ma so anticipatamente quanto
sei ora per dirmi. Lady Rowena dee portare per due anni il lutto di
chi doveva esserle sposo. Saremmo indegni di tutti i Sassoni nostri
maggiori, se prima di questo termine ella pensasse a dare un successore
a colui che per nascita era solo degno della sua mano. L'ombra di
Atelstano uscirebbe della propria tomba per proibirci di disonorare la
sua memoria.»
Ultime parole che parve scongiurassero uno spettro. Appena Cedric le
avea pronunziate, la porta della stanza si aperse, e fu veduto entrare
Atelstano, coperto di un lenzuolo, pallido, cogli occhi smarriti, e
simile veramente ad ombra che uscisse fuor del sepolcro.
Tale apparizione non mai preveduta produsse più che sorpresa sui tre
spettatori. Cedric, compreso da terrore si tirò indietro fintantochè
il muro non lo arrestò, e appoggiandosi ad esso com'uomo fuor di stato
di reggersi, tenea gli occhi fisi sul volto del proprio amico, e parea
posto nell'impossibilità di chiudere la bocca. Ivanhoe fece un segno di
croce, e ripetè sommessamente una breve preghiera, intantochè Riccardo
gridava in latino: «_Conjuro te_» e in buon francese giurava: «_Mort de
ma vie!_»
In questo mezzo si udì un terribile fracasso per tutto il castello,
e sino alla stanza ov'era entrato lo spettro pervennero le grida:
«Impadronitevi di questa canaglia di frati. Gettateli entro d'una
prigione! Precipitateli dall'alto delle muraglie.»
«Per il nome di Dio vivente!» sclamò Cedric addrizzandosi a questo
che sembrava lo spettro del suo amico defunto; «se siete un uomo,
parlate; e se siete uno spirito parlate tuttavia, e ditemi il perchè
abbandonaste il soggiorno dei trapassati, e se v'è qualche cosa che
possa far io onde assicurare il riposo della vostra anima.... Morto o
vivo che siate, nobile Atelstano, parlate al vostro amico Cedric!»
«Ed è bene la mia intenzione di parlare» rispose con grande calma lo
spettro; «ma io ho perduto il fiato, e voi non mi date il tempo di
respirare. S'io son vivo! Certamente io son vivo, vale a dire quanto
il possa essere un uomo che è vissuto di pane ed acqua tre giorni, tre
giorni sembratimi tre secoli.... Sì, di pane e d'acqua! Per il Cielo e
per tutti i santi che vi si trovano! niun altro nutrimento è passato
per la mia gola nel durare di questi tre lunghissimi giorni, ed è un
giuoco di Provvidenza ch'io mi trovi qui per narrarvelo.»
«Che ascolto? nobile Atelstano» disse Riccardo. «Vi ho veduto io
medesimo riversato dal Templario nel cortile di Torquilstone, e Wamba
trattenutosi in poca distanza da voi, ne ha raccontato, che vi avevano
spaccata insino ai denti la testa.»
«Ebbene, ser cavaliere, voi avete mal veduto, e Wamba mentì. Grazie
a Dio i miei denti sono in buon essere, e all'ora della cena vel
proverò... Però se così è non è colpa del Templario, che non mancò di
scaricarmi un colpo da olio santo; fortunatamente che la sciabola gli
si voltò sotto la mano onde mi colse soltanto colla parte piatta di
essa. Se avessi avuto il mio elmo, appena me ne sarei accorto, e gli
avrei restituita la botta in modo da torgli ogni sete di proseguir
nel cimento; ma colla testa coperta soltanto da un berrettone di seta
caddi tramortito, benchè non avessi riportata alcuna ferita. Finalmente
ricuperai l'uso dei sensi unicamente per vedermi entro una tomba...
entro una tomba posta innanzi all'altar della chiesa del convento
di sant'Edmondo, e che per buona fortuna era scoperta. Starnutai
più d'una volta, gridai, stava in procinto di togliermi di lì,
allorquando l'abate e il sacristano, spaventati dallo strepito ch'io
facea, accorsero a me, attoniti e al certo malcontenti di trovar vivo
quell'uomo di cui speravano essere eredi. Li chiesi di vino, che mi
portarono, ma dopo avermi fatto aspettare, a quanto mi parve, un gran
tempo; e convien dire che vi mescolassero una maladetta droga, perchè
appena io ebbi bevuto m'addormentai, e mi trovai allo svegliarmi colle
mani e coi piedi sì ben legati, che mi dolgono tutte le membra al sol
ricordarmene, confinato entro una prigione umida e oscura ch'io credo
fosse la prigione dai trabocchetti di questi maladettissimi frati.
Io meditava fra me medesimo qual esser potesse la cagione di tutto
quanto accadeami, allorchè udii stridere sui propri cardini la porta di
quel carcere, ove entrarono due di cotesti mariuoli, i quali volevano
persuadermi ch'io mi trovava nel purgatorio... Avrebbero detto meglio
nell'inferno... Ma riconobbi la voce dell'abataccio. San Geremia! Egli
mi parlava bene in tutt'altro tuono, quando alla mia tavola mi pregava
che gli dessi una seconda fetta di lombo di capriolo! Vedete che
scellerato! Avea pranzato con me tutti i giorni che trascorsero fra il
Natale e le feste dell'Epifania!»
«Abbiate pazienza, nobile Atelstano» soggiunse Riccardo; «riprendete
fiato; e raccontateci partitamente la vostra storia. In fede mia! ella
è maravigliosa quanto un romanzo.»
«Sì; ma per la croce di Bromeholme non è che vera pur troppo. Un pane
di orzo e una brocca d'acqua, eccovi tutto ciò che mi lasciarono que'
cani, que' traditori! eglino che mio padre ed io abbiamo arricchiti
allorquando non avevano altro modo di vivere fuorchè l'andare ad
accarezzare i poveri servi di gleba per ottenerne alcune fette di
lardo e qualche misura di grano, che pagavano con _pater noster_ e con
responsorii! Pane d'orzo e acqua ad un benefattore qual fui per essi!
Ma gli arrostirò dentro la loro tana, dovessi indi essere scomunicato!»
«Oh in nome della santa Vergine! nobile Atelstano!» sclamò Cedric
stringendo la man dell'amico «come fuggiste voi a questo rischio
imminente? I cuori di costoro si lasciarono toccare da compassione?»
«I cuori di costoro!» ripetè Atelstano. «Le rupi si lasciano forse
liquefare dal sole? Io sarei ancora là entro senza lo straordinario
caso che ha messi questa mattina in moto quanti erano i frati del
convento, tutti gareggianti, come ora ho scoperto, per venire a
divorare il banchetto dei miei funerali, mentre i mascalzoni ben
sapevano dove mi cacciarono sepolto vivo. Io ascoltava le campane e le
salmodie di costoro, non dubitando mai che s'affaccendassero a pregare
per la mia anima intantochè faceano morire di fame il mio corpo.
Finalmente partirono, e rimasi lungo tempo senza che mi portassero
nemmeno quel solito miserabile alimento. Nè era da maravigliarne.
Perchè il sagristano gottoso, pensando ai proprii affari, s'era
dimenticato de' miei. Giunse finalmente con passo vacillante, e sentii
quando entrò un odore di vino e d'aromi che mi confortò l'animo. Gli
è forza dire che il buon pasto avesse ammollito costui, perchè in vece
del mio pane d'orzo mi lasciò una buona fetta di pasticcio, e un fiasco
di vino prese il luogo della brocca d'acqua. Bevei quindi, mangiai,
ripresi forze e coraggio, ed una languida luce che veniva dalla porta
mi fe' scorgere come questa fosse unicamente socchiusa; perchè il
sagristano, avea bensì dato con gran cura di catenaccio alla porta,
e girata due volte la chiave, ma il cattivo stato della sua testa non
gli lasciò comprendere che non avea raggiunti i due battitoi. Le quali
circostanze misero in grande esercizio la mia immaginazione. I furfanti
aveano bensì attaccato il mio corpo ad una catena di quel sotterraneo,
la cui estremità stava murata nella parete, ma in quel maladetto
luogo nemmeno il ferro potea restar ferro; laonde essendo tutta quanta
corrosa dalla ruggine, arrivai con qualche sforzo ad infrangerla.»
«Nobile Atelstano» sì lo interruppe Riccardo «prima di continuare
questa vostra lagrimevole storia, non vi gioverebbe il prendere qualche
ristoro?»
«Fra buoni e cattivi ho fatti cinque pasti in tale giornata. Nondimeno
una fetta di questo prosciutto, che mi sembra assai morbido, non mi
nuocerebbe, e se vi piace tenermi compagnia...»
Così dicendo si avvicinò alla tavola, che vedeasi in mezzo della sala,
imbandita d'ogni genere di reficiamenti. Empiè tosto un bicchiere di
vino, ed avendo fatto altrettanto Cedric e gli altri due cavalieri, si
bevè congiuntamente alla risurrezione dell'ospite, che continuò indi
il racconto della sua storia. Erasi intanto accresciuto notabilmente
il numero degli uditori; ed Editta giubilante, dopo dati nel castello
gli ordini che la nuova apparizione del figlio suo rendea necessarii,
avea già raggiunto il morto vivo nella sala assegnata agli stranieri,
e la seguirono ivi tutti quelli che poterono capire in quel luogo.
Il rimanente delle persone affollate lungo la scala ricevevano da
chi trovavasi più vicino alla porta le notizie dell'avvenimento, che
passando da labbro a labbro, si fecero a mano a mano più apocrife, e
ad ogni gradino della scala medesima, colorandosi di nuove ingrandite
particolarità, giunsero affatto adulterate al cortile.
«Rottasi la mia catena presso al muro» continuò Atelstano «dovetti
trarmela dietro, salendo le scale con quella prestezza che può essere
d'un uomo infiacchito da tre giorni di digiuno a pane ed acqua, e
pervenni ad una stanza ove trovai il degno sagristano scordatosi a
tavola con un grosso frate incappucciato, di larghe spalle, avvinazzato
quanto basta, e il quale più che di frate avea l'aria di scorridore.
Il lenzuolo, vestimento ch'io conservai, e lo strepito delle catene,
divenute a me una spezie di coda, mi fecero credere non vi ha dubbio un
abitante dell'altro mondo; perchè il frate straniero mi contemplò con
bocca ed occhi spalancati, e fe' un gran segno di croce. Ma poichè vide
ch'io rinversai il sagristano con un sonorissimo pugno, ei fece per
menarmi un colpo col nodoso bastone che aveva a canto.»
«Ho capito; egli era frate Tuck, il nostro giocondo eremita» disse
Riccardo ad Ivanhoe.
«Fosse il diavolo o un frate, poco mi importa. Per buona ventura
costui non mi colse. Mi lanciai sopra il suo bastone, di cui non
giudicò a proposito disputarmi il possesso, e scese le scale facendo
a quattro a quattro i gradini per uscire, m'immagino, del convento.
Anzichè perdere tempo ad inseguirlo, afferrai un mazzo di chiavi che
il sagristano tenea presso di sè, e avendo trovata quella che apriva
il lucchetto della mia catena, m'affrettai a spacciarmene. Mi sentiva
il prurito di spaccare il cranio a quel furfante del mio carceriere,
ma il rimembrarmi la fetta di pasticcio e la boccia di vino ch'ei mi
regalò commosse l'animo mio e gli fe' salva la vita. Bevei in fretta
alcuni bicchieri di vino, e lasciando costui steso sul pavimento, corsi
alla scuderia, ove trovai un palafreno, certamente serbato all'onore
d'essere cavalcatura dello scellerato abate di sant'Edmondo. Partii
immantinente, prendendo di gran galoppo la strada di Coningsburgo,
chè ciascuno fuggia nel vedermi, giudicandomi uno spettro, poichè
per tema d'essere riconosciuto, e di ricadere nelle mani di questi
frati assassini, ebbi l'avvertenza di avvolgermi con tutta accuratezza
entro il mio lenzuolo. E credo per verità, che in tale acconciatura
non m'avrebbero nè manco lasciato entrare nel mio proprio castello,
se non m'avessero creduto il compagno d'un bagattelliere, che qui da
basso ha la carica di far ridere la gente unitasi a piangere su i miei
funerali. Si è pensato che tal mio abbigliamento fosse essenziale a
qualche burlevole rappresentazione ideata dal ciarlatano. In somma,
quasi furtivamente son giunto ad introdurmi sin qui, e prima di cercar
voi, mio nobile amico» diss'egli a Cedric «non ho messo altro indugio
che quanto voleasi ad abbracciar mia madre e a prendere alcun poco di
cibo.»
«E voi mi trovate» disse Cedric «pronto a riassumere i nostri gloriosi
divisamenti, pronto ad osare qualsisia cosa per l'onore e per la
libertà. Al sorgere di domani gli è d'uopo darsi all'opera di liberare
dalla schiavitù la stirpe de' Sassoni.»
«Non mi parlate di liberare nessuno; gli è assai che mi sia liberato
io medesimo. Il solo glorioso divisamento che or m'appartiene è punire
quello scellerato di abate. Voglio vederlo appiccato all'alto della
torre di Coningsburgo in cocolla e cappuccio; e se è troppo grosso da
non potere passar per la scala, lo farò issare fuor d'essa col soccorso
d'una corda e d'una carrucola.»
«Ma, figlio mio» disse Editta «nè pensate al suo santo carattere?»
«Ma, madre mia!» rispose Atelstano «non pensate a tre giorni di digiuno
che ho sofferto grazie a costoro? Debbono sino all'ultimo perir tutti.
Frondeboeuf non si meritò così bene di essere arso vivo. Egli almeno
mantenea buona tavola ai prigionieri, salvo il difetto che il suo
cuoco metteva troppo aglio nelle pietanze. Ma questi ipocriti, questi
ingrati, questi bricconi, che non finivano mai di farmi cerimonie alla
mia tavola!... mettermi a pane ed acqua! Per l'anima d'Hengist, debbono
tutti morire!»
«Ma il papa, mio nobile amico!» soggiungeva Cedric.
«Ma il diavolo, mio nobile amico!» ripeteva Atelstano. «Vi dico che
devono morir tutti; dopo ciò non si parlerà più d'essi; e fossero anche
i migliori frati del mondo, il mondo non camminerebbe peggio senza di
loro.»
«Oibò! nobile Atelstano!» tornò a dire Cedric. «Dimenticate questi
sgraziati, ora che una sì bella carriera di gloria vi si schiude
dinanzi, e profittate dell'occasione che ha qui radunati intorno di
voi tutti i capi Sassoni più ragguardevoli. Fate conoscere a questo
principe Normanno, a Riccardo d'Angiò, che _Cuor-di-Leone_ qual è, non
quindi serberà la corona di Alfredo senza che gli sia disputata; non la
serberà sintantochè viva un rampollo maschile del santo re Confessore.»
«Che ascolto?» Atelstano esclamò. «Questo cavaliere è il nobile re
Riccardo?»
«Riccardo Plantageneto» disse Cedric; «ma non ho d'uopo dirvi ch'ei
si è condotto liberamente e con fiducia fra noi; che per conseguenza è
dover nostro non fargli ingiuria nè tenerlo qui prigioniere. Vi è noto
quanto dovete al vostro ospite.»
«Sì, in fede mia!» Atelstano rispose «e so ancora quello ch'io devo al
mio re: eccomi pronto» aggiunse genuflettendosi dinanzi a Riccardo «a
prestargli fede ed omaggio.»
«Figlio mio» Editta sclamò «pensa al real sangue che trascorre nelle
tue vene.»
«Principe tralignato!» continuò Cedric «pensa alla libertà
dell'Inghilterra.»
«Madre mia, amico mio» rispose Atelstano rialzandosi «a parte le
esortazioni! Il pane e l'acqua entro d'un carcere mal nudriscono
l'ambizione. Esco della tomba con più giudizio ch'io non avea
nell'entrarvi. La metà di tali follie mi erano state soffiate
all'orecchio da quel furfante di abate Wolfram: ora fo giudici voi
medesimi, s'egli sia un consigliere che meriti retta. Gli è solamente
da quando m'hanno riscaldato il capo con tai cianciafruscole che mi
lascio condurre di castello in castello, che ho corso strade e viottoli
senza alcun costrutto fuorchè di fatiche, di botte, d'indigestioni,
di carcerazioni, adesso di tre giorni d'astinenza, e tutto ciò per
divisamenti, la cui conclusione non sarebbe stata altra che mandar
al macello alcune migliaia d'uomini, i quali or che parliamo mangiano
tranquillamente la loro cena.»
«Ma la mia pupilla, lady Rowena, spero bene che non avrete intenzione
d'abbandonarla.»
«Siamo giusti, e voi ragionevole, mio buon padre Cedric. Lady Rowena
ama più il dito mignolo d'un guanto del vostro figlio Ivanhoe, che
tutta la mia persona. Ed ella è qui, se mentisco, mi può contraddire.
Non arrossite, mia bella parente; non è poi sì grande vergogna il
preferire un cavalier cortegiano ad un _franklin_ usato alla villa.
Ma non ridete nemmeno, lady Rowena; un lenzuolo per abito e un volto
dimagrato dal digiuno non possono inspirar molta gioia. Però, se avete
voglia di rallegrarvi, son qui a porgervene un argomento migliore.
Datemi la vostra mano, o, per dir più giusto, imprestatemela, perchè
non ve la chiedo che a titolo di amicizia. Ora, a voi, Wilfrid,
accostatevi, io rinunzio a favor vostro... Ebbene! dov'è Wilfrid? Se
non ho le traveggole per una conseguenza del lungo digiuno, giurerei
d'averlo qui veduto non è un momento.»
Venne cercato Ivanhoe, venne chiamato per ogni dove, ma invano;
egli era sparito. Si seppe unicamente, come un Ebreo avesse chiesto
parlargli, e che dopo un colloquio brevissimo con lui, Ivanhoe si era
messo a cavallo, e seguito da Gurth aveva abbandonato il castello.
«Bella lady Rowena» soggiunse Atelstano «se mi fosse lecito immaginare
che la subitanea partenza d'Ivanhoe non fosse prodotta da motivi
possentissimi, riprenderei i miei diritti io medesimo....»
Ma sendo che ei non la tenea più per mano fin d'allora che la partenza
d'Ivanhoe fu nota, lady Rowena, il cui animo si trovava in uno stato
di non lieve imbarazzo, avea colta sì fatta occasione per uscir della
sala.
«In verità» sclamò Atelstano «hanno ragione quelli che dicono essere la
donna fra tutti gli animali la creatura su di cui meno si può fidare,
eccetto però gli abati ed i frati. Voglio essere un pagano, s'io non
m'aspettava qualche ringraziamento ed anche un amplesso da lei. Convien
dire che con questo maladetto lenzuolo sia stregato; pare che tutto il
mondo mi fugga. Nobile re Riccardo, a voi dunque mi volgo, offerendovi
nuovamente la fede e l'omaggio che qual vostro buon suddito....»
Ma il re Riccardo era sparito egli pure, e niuno sapeva ove fosse
andato. Finalmente Wamba raccontò averlo veduto scendere la scala,
chiamare a sè l'ebreo che avea parlato ad Ivanhoe, e dopo due minuti di
colloquio, prendere il suo cavallo, costrignere l'ebreo a salir sopra
un altro, e girsene con lui «d'un tal passo» aggiunse Wamba «che non
darei un soldo delle ossa dal vecchio Israelita.»
«Sull'anima mia!» disse Atelstano «gli è evidente che Zernebock si è
impossessato del mio castello durante la mia lontananza! Torno coperto
d'un lenzuolo, pegno della vittoria da me riportata sopra il sepolcro,
e tutti quelli a' quali volgo il discorso par che sfumino al suono
della mia voce. Non ardisco più parlare a nessuno; e mi limito dunque
ad invitare quei miei amici che non sono ancora spariti a seguirmi
nella sala del banchetto. Spero lo troveranno degno d'essere stato
preparato pe' funerali d'un nobile Sassone che avrà gran diletto nel
gustarne la propria parte. Ma spicciamoci, perchè mi aspetto che il
diavolo porti via anche la cena.»