CAPITOLO XXXIX.

»Rientrate nel nulla, orrende larve,

»Ardite sì, che fin del diadema

»Turbar la pace osate: or vi si mostra

»Riccardo, agli Angli reduce e a sè stesso.

_Shakspeare._

Ripiglieremo ora il filo delle cose spettanti al cavalier Nero, il

quale dopo avere abbandonato il prode Locksley e i suoi compagni, si

condusse per la più corta via ad un vicino convento detto il priorato

di san Botolfo, ove subitamente dopo la presa del castello venne

condotto Ivanhoe per opera del fedele Gurth e del magnanimo Wamba. Gli

è inutile a questo luogo il narrare le particolarità dell'abboccamento

ch'ebbero insieme Wilfrid e il suo liberatore, e ci limiteremo a dire,

che dopo un lungo e serio colloquio tra i due cavalieri e il Priore,

questi fece partire affrettatamente corrieri per diverse strade, e che

alla domane il cavalier Nero si accinse a partire con Wamba che doveva

essergli scorta.

«Io mi trasferisco a Coningsburgo» diss'egli ad Ivanhoe «poichè Cedric,

vostro padre, vi si dee trovare per assistere ai funerali del suo

amico Atelstano. Desidero vedere i vostri amici sassoni, ser Wilfrid,

e formare più ampia che in passato la mia conoscenza con essi. Voi

verrete colà a raggiugnermi, e m'incarico io medesimo di riconciliarvi

col padre vostro.»

Ivanhoe esternò vivissima brama di accompagnarlo, ma a questa il

cavalier Nero si oppose.

«No» gli diss'egli «le vostre ferite appena son chiuse. Pretendo che

qui vi fermiate tutto quest'oggi. Domani poi, quando vel permettano le

vostre forze, potrete partire. Non voglio compagno fuor dell'onesto

Wamba, che secondo mi prenderà la fantasia, sosterrà la parte o di

buffone o di frate.»

«Ed io vi seguirò assai volentieri» rispose Wamba «perchè ho gran

desiderio di trovarmi al banchetto funerale di Atelstano. Se questo

non è splendido, se qualche cosa vi manca, m'aspetto vedere il Signore

di Coningsburgo uscir del sepolcro per attaccar briga col cuoco,

coll'intendente e col credenziere; e mi concederete che sarebbe uno

spettacolo degno d'essere contemplato. Ad ogni evento, ser Cavaliere,

mi fido al valore per far la mia pace con Cedric, se a ciò mai non

riuscisse il mio spirito.»

«E qual buon successo ti riprometteresti dal mio valore se rimanesse in

secco il tuo spirito? Spiegami una tale faccenda.»

«Lo spirito può ben molte cose, ser Cavaliere, ma è un furfante che

la sa lunga, e che conoscendo il lato debole del suo vicino, sta

rannicchiato quando la burrasca delle passioni è troppo forte. Il

valore in vece è un ardimentoso, cui nulla può resistere, e a dispetto

del vento e del grosso fiotto va diritto al porto. Laonde, ser

Cavaliere, mi prendo assunto di governare lo spirito del mio padrone,

sintantochè fa buon tempo; ma se vedrò burrasca, ricorro a voi.»

«Ser cavaliere _dal Catenaccio_, poichè volete essere chiamato così»

disse Ivanhoe «temo che abbiate preso per guida un matto, chiacchierone

e importuno. Però conosce tutti i sentieri della foresta, sicchè non la

cede al più pratico de' cacciatori soliti a frequentarla, oltrechè lo

avete trovato coraggioso e fedele a prova d'acciaro.»

«Poichè mi dite che ha quanto ingegno si vuole ad indicarmi a dovere la

strada» rispose il cavalier Nero «non mi spiace l'udire ch'egli abbia

anche l'altro di farmela parere più breve. Addio, mio caro Wilfrid,

vi raccomando di non pensare a mettervi in cammino prima di domani,

quand'anche vogliate affrettarvi.»

Dette le quali cose porse la mano ad Ivanhoe che l'appressò alle

sue labbra, e licenziandosi dal priore, montò a cavallo e partì

accompagnato da Wamba. Wilfrid li seguì coll'occhio sintantochè le

piante non gli ebbero affatto ascosi al suo sguardo, indi rientrò nel

convento.

Ma l'impazienza sua non gli permise fermarvisi lungo tempo. Era

trascorsa appena un'ora dopo la partenza del Cavaliere, quando chiese

un colloquio col Priore. Il rispettabile vegliardo corse tantosto

ad esso domandandogli con inquietezza, se fosse accaduto un tal

cambiamento nello stato delle sue ferite che gli cagionasse insoliti

patimenti.

«Nessuno» rispose Ivanhoe. «Io sto bene oltre di quello che avrei

potuto sperare; e credo anzi che la più ampia delle mie ferite fosse

più lieve di quanto mel fece supporre lo stato di debolezza cui mi

ridusse il molto perder di sangue, a meno che il balsamo adoperato a

guarirmi non fosse fornito di prodigiosa virtù. A quanto parmi io sarei

già in istato di addossar la corazza, ed ho la mente piena di idee che

non mi permettono rimanermi in ozio più lungo tempo.»

«A Dio non piaccia» sclamò il Priore «che il figlio di Cedric il

Sassone esca del mio convento se prima non ne sono perfettamente

risanate le ferite! Sarebbe un obbrobrio per me il comportarlo.»

«Io non penserei ad abbandonare il vostro benefico ospizio, o

venerabile padre, se non mi trovassi in essere di sopportare la fatica

del viaggio e se non fossi costretto a mettermi tosto in cammino.»

«Ma non fu egli detto che partireste solamente domani? Chi può avervi

costretto a cambiare di risoluzione sì tostamente?»

«Ditemi, non avete voi in vostra vita provati alcuni di que' funesti

presentimenti ai quali non si saprebbe assegnare una cagione? Il

vostro spirito, simile all'orizzonte, non si è mai veduto offuscato

d'improvvise nubi che sembrano le foriere d'una tempesta? Credete

voi che sia saggezza il disprezzare interamente questo genere

d'avvisi, inspirazioni spesse volte de' nostri angeli custodi, che ne

avvertiscono di qualche ignoto e non preveduto pericolo?»

«Non posso negare» disse il Priore facendo un segno di croce «che il

Cielo abbia questo potere, e che tai cose sieno talvolta accadute,

ma è sempre stato quando le inspirazioni avevano uno scopo utile ed

evidente. Nella circostanza in cui siamo, che vi giova seguire i passi

d'un uomo al quale, ferito come voi siete, non potreste essere di verun

aiuto se lo assalissero?»

«Voi v'ingannate, o Priore: mi sento assai in forza per misurare

la mia lancia con quella di chiunque vorrà provocarmi. Ma è forse

certo che il cavalier or partito non possa correre altri rischi

fuor di quelli contra i quali io potrei giovargli coll'armi? È noto

ad ognuno che i Sassoni non amano la schiatta normanna, e chi sa

qual cosa gli può accadere all'atto di comparire in mezzo di essi,

poichè li trova tuttavia acerbati per la morte di Atelstano, senza

calcolare il riscaldamento che produrranno ne' lor capi i baccanali,

da essi chiamati banchetto funebre. Permettetemi adunque ch'io parta

sull'istante, e se ho voluto vedervi gli è per farvi i miei saluti, e

pregarvi a prestarmi qualche palafreno, la cui andatura sia più posata

di quella del mio corridore.»

«Vi darò la mia propria mula» disse il Priore. «Ella è accostumata

all'ambio, e in dolcezza di passo supera quella dell'Abate di

Sant'Albano. Non credo possiate trovare al mondo una cavalcatura più

gradevole della mia _Malkin_, tale ne è il nome, quand'anche prendeste

il cavallo del vicino bagattelliere, che balla sopra le uova senza

romperle. Camminando sovr'essa ho composto più d'una omelia per

l'edificazione de' fratelli del convento e di tutti i Cristiani che

vengono ad ascoltarmi.»

«Vi prego dunque, reverendo Priore, a dar ordine che mi venga condotta

subitamente, e di far dire a Gurth che mi porti le mie armi.»

«Badate per altro, figliuol mio, che _Malkin_ non ha l'uso dell'armi

più che il suo padrone, nè mi fo mallevadore che ella sopporti con

pazienza, non dirò il peso, ma sol la vista della vostra armadura,

perchè è una bestia piena d'ingegno, e restìa a caricarsi di pesi cui

non sia legittimamente obbligata. Mi ricordo che un giorno io aveva

preso in prestito dal priore di San-Bees il _Fructus temporum_; nè vi

fu verso ch'ella passasse la soglia della porta, appena si sentì sulla

schiena quell'immenso messale che mi fu forza restituire.»

«Fidatevi a me» disse Ivanhoe «la mia armadura non è sì pesante da

potere stancare la vostra _Malkin_, e se le viene il ghiribizzo di

provocarmi vi prometto che ne uscirò vincitore.»

Arrivò in quel momento Gurth, il quale attaccò ai talloni del suo

padrone un paio di grandi speroni d'oro, atti a convincere il cavallo

più recalcitrante che non v'era miglior partito del sottomettersi alla

volontà del cavaliere.

La qual vista inspirò non poca tema per la sua povera _Malkin_ al

Priore, onde incominciò a pentirsi d'averla offerta. «Or che ci penso,

ser Cavaliere» gli disse «mi è d'uopo avvertirvi che la mia mula

s'impenna al tocco il più lieve degli speroni. Sarebbe meglio che

prendeste la puledra del nostro provveditore. Posso mandarla a cercare

e fra un'ora l'avrete qui. Dovrebb'essere docilissima, perchè domata

nel far la nostra provvista di legna per tutto il verno, oltrechè non

le è mai stato dato un grano d'avena.»

«Vi rendo infinite grazie, degno Priore, ma mi terrò alla prima vostra

offerta, tanto più volentieri che vedo _Malkin_ alla porta. Gurth

porterà in groppa la mia armadura. Così vedete che _Malkin_ non avrà

troppo peso da portare, nè quindi motivo d'abusare della mia pazienza.

Intanto ricevete i miei saluti.»

Ivanhoe scese dalla scala più presto e più leggermente che non

l'avrebbero dato a supporre lo stato di debolezza in cui tuttora

trovavasi; e il fe' più lesto a saltar sulla mula l'impazienza di

sottrarsi al Priore, che lo seguiva frettolosamente quanto l'età e la

salute sua lo permettevano, ora reiterando gli elogi alla mula, ora

le raccomandazioni al Cavaliere affinchè la risparmiasse. «Ella entra

nel quindicesimo anno, età pericolosa per le mule come per le ragazze»

dicea il Priore ridendo di tal facezia egli stesso.

Ivanhoe, che pensava a tutt'altra cosa fuorchè ai gravi avvertimenti

e alle facezie del Priore, e che non voleva ascoltare più a lungo

le osservazioni del medesimo sui pesi che potea portare, e sul passo

cui dovea tenersi _Malkin_, diede a questa il segnale della partenza,

ordinando a Gurth di seguirlo, e prese per traverso alla foresta il

cammino che guidava a Coningsburgo sulle tracce stesse del cavalier

Nero.

Intanto il Priore dalla porta del convento lo seguitava cogli occhi

e sclamava: «Santa Maria! come sono vivaci ed impetuosi questi

cavalieri! avrei fatto meglio a non confidargli _Malkin_. Se mai le

succede qualche disgrazia, come la farò io colle mie doglie gottose

ed artetiche? Nondimeno» aggiunse «siccome io non risparmierei le sue

vecchie membra, no certo, nè il sangue che mi scorre entro le vene per

la causa dell'antica Inghilterra, anche _Malkin_ può ben affrontare

dal canto suo qualche rischio. Forse giudicheranno poi a proposito di

fare qualche magnifica donazione al povero nostro convento; almeno

invieranno al vecchio Priore un buon cavallo avvezzato al passo. E

se non penseranno a nulla di tutto ciò, perchè i grandi del mondo

dimenticano spesse volte i servigi della povera gente, io mi troverò

abbastanza ricompensato nel pensare che ho fatto quant'io doveva fare.

Ma gli è ora di sonar la campana per chiamar i frati al refettorio. È

un segno che lor piace assai più di quello del mattutino.»

Dette le quali parole, il degno Priore si avviò lentamente al

refettorio per presedere alla distribuzione dello _stockfish_

e dell'_ala_, in che stavasi il banchetto de' frati. Postosi

dignitosamente alla mensa, lasciò sfuggire alcuni accenti di servigi

essenziali prestati a grandi personaggi, di donazioni ch'egli sperava

ottener pel convento; le quali cose in tutt'altra circostanza

avrebbero eccitata la generale attenzione. Ma lo _stockfish_ era

molto salato, l'_ala_ assai buona, e le mascelle de' reverendi troppo

affaccendate, onde questi potessero far uso delle proprie orecchie; per

le quali cagioni niun frate di quel convento s'avvisò di meditare sul

significato che avessero i misteriosi detti del priore, tranne frate

Diggory, il quale tormentato dal dolor dei denti non potea masticare

che da una banda.

In questo mezzo il cavalier Nero e la sua guida trascorrevano la

foresta. Il primo d'essi or gorgheggiava a mezza voce ballate

che gl'insegnò qualche innamorato Trovadore, ora colle proprie

interrogazioni animava l'inclinazione naturale ch'era in Wamba al

cicaleccio; talchè gli intertenimenti di queste due persone formavano

un miscuglio assai bizzarro di canti e facezie.

Il leggitore immagini in questo cavaliere un uomo qual già il pignemmo

di alta statura, di vigorosa complessione, fornito di larghe spalle,

e montato sopra un cavallo nero, che sembrava scelto a disegno di

una forza capace a sostenerne il peso. La visiera dell'elmo non era

sollevata più di quanto facesse mestieri a permetterle libera la

respirazione, e chiusa se ne vedea la barbozza, onde appena poteano

scernersi alcuni de' suoi lineamenti. Scorgeasi nonostante come

ne fossero piene e vermiglie le guance ad onta d'essere alquanto

abbrunite dal sole, gli occhi grandi, azzurri e vivaci sì che il

loro moversi parea quasi lampo. Del rimanente così questi come la

fisonomia sembravano annunziare una tal quale non curante gajezza, la

fiducia di chi non misura i pericoli, ed un animo sì poco avvezzo a

prevederli che ardente ad affrontarli se si presentavano, ed intrepido

nell'aspettarli, perchè l'armi erano state la professione dell'intera

sua vita.

Wamba andava vestito giusta il solito, se non che gli avvenimenti, dei

quali era stato recentemente spettatore, lo avean consigliato a mettere

in luogo della sciabola di legno una specie di coltello da caccia

ben tagliente e un picciolo scudo; armi di cui ad onta del mestiere

professato avea fatto buon uso nel cortile di Torquilstone, il dì che

questo castello venne distrutto. Per vero dire, la pazzia di Wamba

stava tutta in una specie di inquieta volubilità di mente che non gli

permettea nè di rimanere troppo nella postura medesima, nè di seguire a

lungo il corso d'una stessa idea, benchè riuscisse ottimamente in tutti

quegli assunti che voleano solamente l'attenzione di pochi istanti,

ed afferrasse di prima vista il vero stato delle cose verso le quali

volgea in quel punto la mente. Conformando gli atti della persona allo

spirito cambiava sempre di luogo sul suo cavallo, ed or quasi gli stava

al collo, or in groppa: spesso si mettea seduto colle gambe penzolone

dalla medesima banda, altre volte volgea il viso verso la coda della

bestia non si fermando mai un momento, e tormentando in tutti i modi

possibili il corridore, che finalmente impennatosi lo gettò sull'erba;

caso che non ebbe altra conseguenza se non di far ridere il Cavaliere e

di render Wamba più fermo in sella nel rimanente del viaggio.

Il cavalier Nero avendo terminato di gorgheggiare un _virelai_:

«Mi ricordo» disse Wamba «d'una ballata che cantai un giorno al mio

camerata Gurth, il quale per la grazia di Dio e del suo padrone oggidì

è nè più nè meno d'uom libero. Egli volle impararla, e tante volte

gliela ripetei una mattina, che eravamo anche in letto due ore dopo

la levata del sole, il quale incidente ne fruttò una buona dose di

bastonate. Sol mi venga in mente il motivo dell'aria, mi sento far male

le ossa. Nondimeno se volete ve la canterò.»

Il Cavaliere avendogli risposto che la udirebbe con diletto, Wamba

cantò la seguente ballata:

_La Vedova e i suoi tre Amanti._

Corteggiavano tre amanti

Una vedova vezzosa,

E ciascun la fiamma ascosa

Le svelava co' suoi canti.

Facciam la prova

Se ciò ti giova;

Qual è che vedova

Dica di no?

L'un guerrier: sacri i trofei

A te fian de' miei sudori;

Più bel serto fan gli allori

Giunti ai mirti amatuntei.

Non vo' far prova.

Ciò non mi giova;

E son tal vedova

Da dir di no.

Trovador l'altro: i miei voti

Deh corona! Più dell'armi

Val la lira: eterna i carmi

Fan beltade ai dì remoti.

Non vo' far prova.

Ciò non mi giova;

E son tal vedova

Da dir di no.

Vecchio il terzo: ah! tu mercede

Dà al mio cor; son miei vanti

Campi e scrigni di contanti.

Io ti fo di questi erede.

Facciam la prova.

Così mi giova;

Nè son tal vedova

Da dir di no.

«Credo, Wamba» disse il Cavaliere «che que' bravi ospiti, dai quali

avemmo buona accoglienza sotto certa grande quercia, darebbero ragione

alla tua vedova che ha preferiti i campi e i contanti. Mi piacerebbe

che avessero potuto ascoltare la tua ballata.»

«Ed io non me ne curerei niente affatto» disse Wamba «se non vi vedessi

pendere dal collo quel corno da caccia.»

«Sì» disse il Cavaliere «desso è un pegno dell'amistà di Locksley,

benchè gli è probabile ch'io non ne faccia mai uso. Ma poche note

intonate con tale strumento bastano a mettere sotto il mio comando una

truppa di valorosi arcieri, semprechè sieno in tal distanza da poterle

ascoltare.»

«Direi piaccia a Dio che non gl'incontriamo di sorte alcuna, se questo

corno da caccia non fosse una spezie di passaporto per noi.»

«Che intendi con ciò? Credi forse che senza questo pegno di buona

intelligenza ne assalirebbero?»

«Non so nulla io» soggiunse Wamba guardandosi intorno e con aria

inquieta: «gli alberi possono avere orecchie come le case. Ma

rispondetemi voi medesimo, ser Cavaliere, e ditemi quand'è che è meglio

avere la mezzina e la borsa vote anzichè piene.»

«In verità, a quel che penso, questo quando non è mai.»

«Vivadio! meritereste di non aver mai piene nè l'una nè l'altra, voi

che mi fate tale risposta. Gli è meglio aver votata la mezzina prima di

passarla nelle mani d'un imbriacone, e la borsa innanzi di mettersi in

viaggio per mezzo ai boschi.»

«Capisco ora: vuoi dire che i nostri amici son ladri.»

«Prendo questi alberi a testimonii che non ho detto nulla di ciò»

rispose Wamba alzando la voce. «Ma si presta servigio talvolta ad un

cavallo scaricandolo d'un peso inutile, e ad un uomo togliendogli ciò

che è la sorgente di tutti i delitti. Non conviene adunque ingiuriare

coloro che si prendono assunto di usar buoni ufizi ai viandanti. Ripeto

unicamente che se trovassi queste degne persone vorrei aver lasciata a

casa mia la borsa, per risparmiare ad essi l'incomodo di caricarsene.»

«A malgrado della buona veste che tu fai loro, è nostro dovere, o

Wamba, di pregare il cielo per essi.»

«Pregherò per essi di tutto cuore quando sarò giunto a casa, ma

non vorrei farlo in fondo d'un bosco, come l'abate di San-Bees che

costoro sforzarono a cantare un salmo entro la cavità di una quercia,

divenutagli la sua cattedra del coro.»

«Ad ogni modo, o Wamba, non puoi negare che in Torquilstone essi

prestarono un grande servigio a Cedric tuo padrone.»

«Siam d'accordo, ma ciò è una specie di traffico ch'essi fanno col

Cielo.»

«Traffico col Cielo! Spiegati meglio.»

«La cosa però è semplicissima. Hanno instituito col Cielo un bilancio,

come lo chiama ne' suoi conti il nostro vecchio intendente, bilancio

simile a quello che ha intavolato co' propri creditori l'ebreo Isacco.

Pari ad esso danno poco e prendono molto, ma il conto va sempre bene,

poichè mettono in linea di credito la promessa contenuta nel sacro

testo di rendere sette volte la somma impiegata in atti caritatevoli.»

«Dammi un esempio, o Wamba, di quanto ora t'intendi dire, perchè non

capisco nulla ne' tuoi conti e ne' tuoi bilanci.»

«Poichè il Valor vostro ha l'intelletto sì duro, vi dirò che queste

oneste persone bilanciano una buona azione con una... con una azione

che non è buona: per esempio, rubano cento bisanti d'oro ad un ricco

abate, e danno per carità una mezza corona ad un frate mendicante.

Spogliano sulla strada maestra una vecchia, e in compenso accarezzano

una giovinetta in una parte recondita della foresta. Un'azione compensa

l'altra, e la bilancia si trova in equilibrio.»

«E quale di queste azioni è la buona, e qual è quella... che non lo è

tanto?»

«Bello scherzo! eccellente! Non v'è nulla che comunichi acume d'ingegno

agli altri quanto la compagnia di coloro che assai ne possedono. Vi fo

sicurtà, ser Cavaliere, che non avete detto alcuna cosa sì spiritosa,

quando recitavate il mattutino del diavolo in compagnia del devoto

eremita. Ma per tornare a quel ch'io diceva, se i nostri galantuomini

della foresta abbruciano un castello, costruiscono parimente una

capanna; se spogliano una chiesa, danno qualche cosa per la riparazione

d'una cappella; se assassinano uno sceriffo, un uffiziale incaricato

di mantenere l'ordine pubblico, liberano per altra parte un povero

prigioniere; finalmente per venire al punto della nostra quistione,

se bruciano vivo un barone normanno, son larghi di soccorso ad un

_franklin_ sassone. Tutte queste cose si compensano insieme. In una

parola son bravi ladri, onesti assassini; nondimeno il buon punto

d'incontrarli si è quando la loro bilancia non è in equilibrio.»

«E perchè ciò?»

«Perchè allora pensano a rimetterla, e siccome non piega mai dalla

buona banda, vi è allora minor pericolo a cadere nelle lor mani.

Ma guai chi gl'incontra quando i lor conti sono in regola! Posso

promettere ai primi viaggiatori che li troveranno dopo la buona azione

per essi fatta a Torquilstone, che saranno scorticati vivi. Pure»

aggiunse egli accostandosi al Cavaliere «si può incontrare in questi

boschi compagnia ancor più cattiva.»

«E chi dunque? Io credo che non vi si trovino nè lupi nè orsi.»

«Gli armigeri di Malvoisin. Sappiate che in tempo di turbolenza

una mezza dozzina di essi è peggio di una banda di lupi arrabbiati.

Costoro sono stati reclutati da quegli armigeri di Frondeboeuf che

si sottrassero alla morte in Torquilstone, e se ci scontrassimo in

alcun di loro, ne farebbero pagar caro le precedenti nostre prodezze.

Permettetemi adesso, ser Cavaliere, di chiedervi che cosa fareste se li

trovaste?»

«Gl'inchioderei contro terra colla mia lancia, se fossero tanto arditi

d'assalirci.»

«Ma se fossero quattro?»

«Li farei bere tutti nella medesima tazza.»

«E se fossero sei, mentre noi non siamo che due, non ricorrereste al

corno da caccia datovi da Locksley?»

«Che dici? io chieder soccorso contra tale ciurmaglia, che un buon

cavaliere costrigne a fuggire dinanzi a sè come il vento disperde le

foglie secche? Non mai!»

«Vorrei però, ser Cavaliere, esaminar più da vicino questo strumento in

cui sta la virtù di far venire i soccorritori che voi ricusereste.»

Il Cavaliere non pensando che a soddisfare tale curiosità del suo

compagno, staccò dal pendaglio il corno da caccia, e lo consegnò a

Wamba che tosto sel mise al collo. Poi dandosi a gorgheggiar sotto voce

le note convenute con Locksley, soggiunse: «Credo saperne di musica al

pari di qualsisia altro.»

«Che vuoi tu dire, o furfante? Restituiscimi tosto il corno da caccia.»

«Contentavi, ser Cavaliere, di saper che è in sicuro. Quando il valore

e la follia viaggiano insieme, la follia deve impadronirsi degli

strumenti di fiato, perchè sempre ha miglior vento.»

«Wamba» disse il Cavaliere «ciò è più di quanto è permesso. Guardati

dall'abusare della mia sofferenza.»

«Non venite innanzi colla violenza, ser Cavaliere» riprese a dir Wamba,

allontanandosi dal compagno «ovvero la follia vi mostrerà che ha un

buon paio di gambe, e lascerà che il valor cerchi da sè medesimo come

lo potrà le vie di questa foresta.»

«Tu sai trovare il luogo ove punge la sella, e per altra parte non ho

tempo da perdere: conserva dunque se vuoi il corno, ma andiamo avanti

senz'altri indugi.»

«Mi promettete voi di non maltrattarmi?»

«Te lo prometto.»

«Parola di cavaliere?» domandò Wamba avvicinandosi adagio adagio e con

cautela.

«Parola di Cavaliere! ma non perdiam più tempo.»

«Ecco dunque riconciliati insieme valore e follia» disse Wamba

mettendosi a fianco del Cavaliere. «Ma in fede mia! non vorrei un pugno

qual lo regalaste al bravo eremita che si avvoltò sull'erba come un

birillo. Però ora che la follia s'è impadronita del corno, converrà

che il valore allestisca le armi, poichè, se non m'inganno, per entro

quella macchia vi è compagnia che ne aspetta.»

«Perchè pensi questo?»

«Perchè vedo per traverso a quegli alberi uno splendor come d'armi.

Se coloro che le portano fossero galantuomini andrebbero sul sentiere

diritto, e quelle boscaglie sembrano fatte a posta per nascondere i

cherci di s. Nicolò.»

«Affè! hai ragione» soggiunse il Cavaliere calando la visiera «vedo

molti uomini armati.»

Ed era ben tempo ch'ei si cautelasse, perchè nell'istante medesimo lo

colpirono ad un punto tre frecce venutegli dalla parte sospetta. L'una

d'esse lo ferì in fronte e gli avrebbe trapassato il cervello, se la

visiera dell'elmo fosse rimasta sollevata. Parò le altre due frecce lo

scudo che gli pendeva dal collo.

«Ti ringrazio, mia buona armadura!» sclamò il Cavaliere. «Presto,

Wamba, coraggio, piombiamo su di questi sciagurati» e spinto il cavallo

ver quella macchia, vi trovò sette armigeri che colla lancia in resta

fecero impeto sopra di lui. Tre di questi ferali strumenti lo toccarono

andando in pezzi come se lo scontro fosse stato in una torre d'acciaio.

Alzatosi sulle staffe sclamò con intrepido tuono: «Che dunque significa

ciò, miei padroni?» Ma gli assalitori non risposero che traendo la

spada, e cignendolo d'ogni parte e gridando: «morte al tiranno!»

«Ah! Sant'Odoardo! San Giorgio!» sclamò il cavalier Nero atterrando

un uomo a ciascuna di sì fatte invocazioni «qui dunque siamo fra i

traditori!»

Quantunque risoluti fossero que' che assalivano, si tenevano ad una

tal qual distanza dal braccio d'un uomo che non sembrava ferire se

non se per dare la morte; e sarebbesi giudicato che il cavalier Nero

solo bastasse a mettere in fuga tutti i suoi nemici, allorquando altro

guerriero coperto d'armi azzurre, e tenutosi addietro fino a quel

punto, si lanciò contr'esso colla lancia sollevata, la quale anzichè

percotere il Cavaliere, piombò sul corridore, che cadde mortalmente

ferito.

[Illustrazione: _Ah! Sant'Odoardo! San Giorgio! — Sclamò

il cavalier Nero atterrando un uomo a ciascuna di sì fatte

invocazioni — qui dunque siamo fra i traditori!_ pag. 372.]

«Questo colpo è vibrato da un uom codardo e fellone» sclamò il cavalier

Nero, trascinato a terra dalla caduta del suo cavallo.

Tai cose avvennero sì rapidamente che Wamba ebbe soltanto il tempo di

mettersi al labbro il corno da caccia, e all'istante in cui cadea il

suo compagno dava fiato allo strumento in tal modo da farne rintronare

a molta distanza quel suono ch'egli udì più volte ripetere, e che non

aveva egli dimenticato; cupo suono onde indietreggiarono nuovamente

quegli scellerati, i quali temettero essersi avventurati con uomo

che avesse molto seguito con sè a poca distanza, e Wamba, sebbene mal

armato, non tardò ad accorrere in difesa del Cavaliere per aiutarlo a

rialzarsi.

«Sciagurati! codardi» sclamò il Cavaliere Azzurro. «Nè vergognate

fuggire al solo udire lo squillo di un corno da caccia?»

Rianimati da questi accenti tornarono a far impeto, ed una seconda

volta assalirono il cavalier Nero, ch'ebbe solo scampo nel mettersi

contra un albero e difendersi colla spada alla mano. Allora il

fellone capo degli aggressori, impadronitosi d'un'altra lancia,

prese campo a spiare il momento, che il suo formidabile avversario

si trovasse più angustiato onde marciare contr'esso di gran galoppo,

e infiggerlo come sperava contro di quella pianta; ma Wamba mandò a

vôto il costui divisamento. Supplendo con altrettanta agilità ove gli

mancava la forza, e francheggiato dallo sprezzo medesimo in cui lo

tenevan gli armigeri, facea artificiose giravolte a qualche distanza

dai combattenti; pure pervenne ad accostarsi tanto al corridore del

cavaliere Azzurro, che ne tagliò i garretti col fendente del suo

coltello da caccia, onde colla bestia stramazzò chi la cavalcava. Ma

non quindi a men perigliosa condizione trovavasi il cavalier Nero,

incalzato d'ogni banda da uomini armati di tutto punto, ai quali era

impossibile che resistesse a lungo, estenuato da' continui sforzi

di parar botte vibrate sopra di lui senza posa. E già si accorgeva

che le sue forze stavano per tradirlo in un sì disuguale conflitto,

allorquando una freccia lanciata da invisibile mano trafisse quello

tra' suoi avversarii che lo stringeano più da vicino; e quasi nel

medesimo tempo una truppa d'arcieri condotti da Locksley e dall'eremita

uscirono fuori del folto della selva, e piombando sugli assassini non

tardarono a farne giustizia, stendendoli, quai morti, quai mortalmente

feriti, sullo spianato.

Il cavaliere Nero nel ringraziare i suoi liberatori pose un tuono di

dignità che non si saprebbe assai esprimere co' detti, e che nessuno

avea dianzi osservato in lui, perchè fin qui sarebbesi piuttosto

creduto esser egli soldato di ventura, ch'uomo insigne per eminente

dignità.

«Amici, prima ch'io vi manifesti quant'è la mia gratitudine, mi rileva

il sapere quai sono i nemici che m'assalirono in tal guisa senza essere

provocati. Wamba, alza la visiera dell'elmo a quel Cavaliere Azzurro

condottiero, siccome sembra, di cotesti sciagurati.»

Wamba corse tosto verso costui che, malmesso dalla caduta e imbarazzato

sotto il cavallo, non potea nè fuggire nè far resistenza.

«Valoroso e cortese cavaliere» gli disse «concedetemi essere vostro

valletto d'armi dopo essere stato vostro scudiere. Vi ho aiutato a

scendere da cavallo, gli è giusto che vi spacci del vostro elmo.»

Così parlando, ne sciogliea senza molta cerimonia le coregge; laonde

cadendogli il cimiero, lasciò vedere al cavalier Nero tai lineamenti

che in quell'istante non si aspettava mai ravvisare.

«Waldemar Fitzurse» sclamò egli sorpreso. «E qual motivo potè condurre

un uomo del tuo grado e del tuo legnaggio ad un simile atto di

scelleratezza?»

«Riccardo» rispose il cavalier prigioniero, alzando alteramente gli

occhi sopra di lui «tu non conosci gli uomini, se nol sai a quali

delitti l'ambizione e la sete della vendetta può condurre i figli di

Adamo.»

«La vendetta! E in che mai t'ho offeso? qual vendetta hai tu da usare

contro di me?»

«Non disdegnasti tu la mano di mia figlia? Non è forse questa una

ingiuria tale che un Normanno di sangue nobile al pari di te non può

perdonare?»

«La mano di tua figlia? E tale è la cagion del tuo odio? E per questo

volevi togliermi la vita? No, no.... Amici, allontanatevi alquanto; mi

giova parlargli in segreto... Or che siam soli, la verità, Waldemar!

Chi ti spinse a questo delitto?»

«Il figlio di tuo padre, fattosi vendicatore della tua figliale

inobbedienza.»

Gli occhi di Riccardo scintillaron di sdegno; ma riprese tosto la sua

calma; ed appoggiando alla fronte la mano, rimase un istante cogli

occhi fisi sopra Fitzurse, nella cui fisonomia si vedeano lottare la

vergogna e l'orgoglio.

«Tu non chiedi grazia, o Fitzurse?» disse Riccardo.

«Chi sta fra gli artigli del leone sa non doverla aspettare.»

«Il leone» rispose alteramente Riccardo «non si pasce de' cadaveri

in cui s'abbatte. Ti dono la vita senza che tu la chieda, ma a

patto che fra tre giorni abbandonerai l'Inghilterra; che andrai a

nascondere la tua infamia nel tuo castello di Normandia, e che il tuo

labbro non indicherà mai il principe Giovanni siccome complice del

tuo attentato. Se ti scoprono in Inghilterra dopo l'indugio ch'io ti

concedo, sarai punito di morte, e se mai tu pronunzi un accetto che

possa compromettere l'onore della mia casa, nè manco il santuario ti

metterà in sicuro dalla mia vendetta. Ti farò appiccare sulla torre del

tuo castello, e rimarrai colà pastura dei corvi. — Locksley, m'accorgo

che le vostre genti si sono appropriati i cavalli dei soggiogati

masnadieri. Se ne ceda uno a questo cavaliere e si lasci partire.»

«Se non giudicassi che la voce di chi mi parla ha diritto di

pretendere obbedienza, manderei a questo scellerato una freccia che gli

risparmierebbe la fatica del viaggio.»

«Il tuo cuore è veramente inglese, o Locksley» disse il cavalier Nero.

«Tu t'inganni nel credere ch'io abbia diritto alla tua obbedienza. Io

sono Riccardo, re d'Inghilterra.»

A tali accenti pronunziati col tuono di maestà convenevole al grado

e al carattere di Riccardo Cuor-di-Leone, tutti gli arcieri si

prostrarono dinanzi a lui, prestandogli giuramento di fedeltà, ed

implorando perdono delle passate colpe.

«Alzatevi, o miei amici» lor disse Riccardo, riguardandoli in cotal

modo, atto a provare, come la bontà sua naturale avesse trionfato sullo

sdegno inspiratogli dalla perfidia di Waldemar Fitzurse «alzatevi, i

servigi che prestaste agli oppressi miei sudditi dinanzi alle mura di

Torquilstone, e quello che avete or prestato a me stesso, mi fanno

dimenticare i falli di cui per l'addietro possiate esservi fatti

colpevoli; alzatevi, o miei amici, e procurate di condurre una vita più

regolare... Quanto a te prode Locksley...»

«Cessate dal chiamarmi Locksley, o mio sovrano. Il mio Signore è in

diritto di conoscere il mio vero nome, un nome che, ben lo temo, dee

troppo spesso avergli ferito l'orecchio. Io sono Robin-Hood della

foresta di Sherwood.»

«Ah! Ah!» sclamò Riccardo: «il re degli scorridori, il principe de'

proscritti! E chi non ha udito pronunziare un tal nome? Ne pervenne

sino in Palestina la fama. Ma sii certo, prode Robin-Hood, che nulla

di quanto hai potuto operare nel durar della mia lontananza, e in tali

istanti di turbolenza, verrà mai allegato contro di te.»

«È cosa giusta!» soggiunse Wamba, che non perdea mai l'occasione

d'intromettere le sue arguzie. «Non dice il proverbio:

«Quando son partiti i gatti,

«Fanno la festa in casa i ratti?»

«Ah! Wamba, tu se' qui? Non udendo la tua voce, io credea che da lungo

tempo tu avessi presa la fuga.»

«Presa la fuga!» sclamò Wamba. «E quando è mai che avete veduto

scompagnarsi del valor la pazzia? Ecco il trofeo delle mie armi, questo

bel cavallo grigio che vorrei vedere un'altra volta su i suoi garretti,

a patto che venisse nello stato di questa bestia chi n'era padrone. Ma

se non ho combattuto colla punta della mia spada, voi mi concederete

che ho dato con valore il segnal della pugna, e ben condotto il mio

assalto dalla parte del retroguardo.»

«Sì, valoroso Wamba» rispose il Re; «i tuoi servigi non verranno

dimenticati, avran ricompensa.»

«_Confiteor... mea culpa_» partì sommessamente questa intonazione da

una voce poco distante da Riccardo. «È tutto quel latino che ho potuto

in tal momento raccapezzare. Confesso i miei peccati e ne imploro

l'assoluzione.»

Voltosi il Re, vide il gioviale eremita che stava inginocchione col suo

rosario fra le mani, e avendo presso di sè un nodoso randello, che non

rimase del certo inoperoso nel durar della pugna. Non gli si vedea più

che il bianco degli occhi, tanto studiavasi di sollevar le pupille al

cielo, e facea ogni sforzo per comporre a profondissima contrizione la

sua fisonomia. Ma non so qual cosa di giocondo e burlevole che in que'

suoi modi si frammettea, lasciava travedere come fossero artefatte la

divozione e la tema.

«Ah! ah! sei tu, santo eremita di Copmanhurst?» disse il Re. «Qual

cosa è dunque che ti cruccia? Ti rincresce forse che il tuo diocesano

sia istrutto del fervoroso zelo onde presti servigio alla Madonna e a

san Dunstano? Non temere di nulla. Riccardo d'Inghilterra non ha mai

traditi i segreti de' suoi amici.»

«Graziosissimo sovrano» disse il romito, che era il frate Tuck tanto

conosciuto nella storia di Robin-Hood «non è la croce ch'io paventi,

ma bensì lo scettro. Abbrividisco in pensando che questo mio pugno

sacrilego andò a percotere sopra l'unto del Signore.»

«Oh! oh!» sclamò Riccardo «è di lì che viene il vento? In fede mia

ch'io aveva dimenticata una tal circostanza. Ma domando a tutte le

brave persone che ne sono state spettatrici, se non t'ho ben pagato

d'uguale moneta. Se per altro ti credi d'essere tuttavia in isborso

parla, e son presto a raddoppiare la dose.»

«No, no» s'affrettò a dire fra Giocondo; «ho ricevuto quanto mi si

dovea, e compresi anche i frutti. Possa la Maestà vostra pagar sempre

sì compiutamente i suoi debiti!»

«Se li potessi pagare tutti così, i miei creditori non s'accorgerebbero

mai d'alcun voto nel mio regio erario.»

«Nondimeno» disse ricomponendosi ad ipocrisia l'Eremita «non so qual

penitenza imporre a me stesso per quella botta sgraziata.»

«Non ne parliamo più. Ne ho ricevute tante dai Pagani e dagl'Infedeli,

che sarei persino sragionevole, se conservassi rancore per questa,

somministratami da un religioso così santo ed esemplare come l'eremita

di Copmanhurst. Però, onesto fratello, crederei ottimo espediente pel

bene di te e della Chiesa il farti scappucciare, e dandoti un grado

tra le guardie reali confidarti in custodia la mia persona invece della

cappella di san Dunstano.»

«Mio degno monarca, vi chiedo umilissimamente perdono, e voi me lo

concedereste, se vi fosse noto quanto dominio ha su di me il peccato

della pigrizia. San Dunstano, la cui benedizione sia continua sopra

di voi, san Dunstano, dico, non istà men tranquillamente nella sua

nicchia, se dimentico di dir le mie preci per andare ad ammazzare

un daino. Se passo la mia notte fuor della cella, intertenendomi in

cert'altre bagattellucce, san Dunstano non dice una parola. Egli è il

padrone il più mansueto, il più compiacente, il più facile da servire

fra quanti se ne possano immaginare. Ma se entrassi fra le guardie del

mio sovrano, onore senza dubbio massimo per me, che cosa accadrebbe?

La prima volta ch'io andassi o ad ammazzare un daino da una banda, o a

confortare una vedovella dall'altra dov'è questo frate scappucciato?

uno direbbe. Chi ha veduto quel maladetto frate Tuck! salterebbe su

l'altro. Questo can di frataccio distrugge più daini da sè solo, che la

metà della contea tutta insieme, direbbe una guardia; e non la perdona

nemmeno ai cervi, aggiugnerebbe una seconda. In somma, mio grazioso

sovrano, vi supplico lasciarmi quale mi avete trovato, o, se vi piace

estendere la vostra benevolenza sopra di me, considerarmi come il

povero cherco della cappella di san Dunstano di Copmanhurst e nulla

più, e in tal qualità il contrassegno anche il più lieve della vostra

munificenza sarà molto per me.»

«T'intendo, e concedo al povero cherco di san Dunstano il diritto di

caccia nelle mie foreste di Warncliffe. Bada però ch'io non ti permetto

d'ammazzare più di tre daini a ciascuna stagione, e se questa licenza

non ti basta ad ammazzarne trenta, non sono nè cavaliere cristiano nè

re d'Inghilterra.»

«Vostra Maestà può star certa che, colla grazia di san Dunstano,

procurerò umilmente d'operare il miracolo della moltiplicazione de'

daini.»

«Non ne dubito, fratello; e siccome la salvaggina è un nudrimento che

genera sete, il mio cantiniere avrà ordine di somministrarti ogn'anno

un botticello di vin di Canarie, un altro di malvasia, e tre botti

d'_ala_ di prima qualità; che se nemmen queste bastassero a cavarti la

sete, vieni alla mia corte, e farai seco lui conoscenza.»

«E per san Dunstano?» l'eremita soggiunse.

«Farò restaurare la cappella di questo santo. Non mi piace però che le

nostre follie prendano un'indole seria. Dio ne punirebbe di mescolare

gli scherzi colle cose che vogliono rispetto ed onore da noi.»

«Oh vi guarentisco pel mio santo avvocato» disse in allegro tuono

l'eremita.

«Guarentite per voi medesimo, o fratello» replicò il re fattosi per un

istante severo, indi riassunta la serenità di prima gli porse la mano,

che il romito, alquanto confuso, baciò inginocchiandosi. «Tu fai meno

onore alla mia mano che al mio pugno» soggiunse sorridendo Riccardo.

«Per baciar l'una ti contenti d'inginocchiarti. Tocco dall'altra ti

gettasti col volto contro terra.»

L'eremita temendo forse di offendere nuovamente il monarca col

prolungare più a lungo tempo il colloquio in quel tuono che sapea

troppo di famigliare (avvertenza cui non osservano mai di soverchio

coloro che si avvicinano ai re), salutò profondamente il monarca, e si

ritrasse in disparte.

In tale istante due nuovi personaggi comparvero sulla scena.

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 49 / 57 题