CAPITOLO XXXIII.

«Egli è un serpe, ti dissi, anzi feconda

«Sempre di novi capi, idra ferale,

«Che in tutto loco, in tutt'ora vegg'io

«In me rizzarli. Il mio terror comprendi?

_Shakspeare._

Celebravasi una magnifica festa nel castello d'York, a cui il principe

Giovanni aveva invitati i nobili, i prelati ed i capi, sul soccorso de'

quali, affidavasi per mandare a termine i suoi ambiziosi divisamenti.

Waldemar Fitzurse, negoziatore politico di questo principe, ed uomo

in tali faccende abilissimo, s'adoperava segretamente ad eccitare

negli animi delle persone convenute ivi quel grado di coraggio,

di cui ciascuna di esse abbisognava per chiarire pubblicamente i

propri sentimenti. Ella era cosa troppo essenziale al buon successo

della congiura collegare insieme il coraggio intraprendente e cieco,

benchè brutale di Frondeboeuf, l'ardimento e la vivacità di Bracy, la

sagacità, la perizia, ed il valor rinomato di Brian di Bois-Guilbert.

Intanto che di questi imprecavano la lontananza senza conoscerne le

cagioni, così Giovanni d'Angiò come il suo consigliere, non ardivano,

privi d'essi, calare affatto visiera. Mancava parimenti l'ebreo

Isacco e, quindi si dileguavano le speranze d'ottenere una somma

ragguardevole, ch'ei dovea somministrare sotto condizioni già pattuite.

E in una congiuntura sì ardua, la mancanza di danaro poteva metterli

nel massimo degl'impacci.

Nella mattina successiva alla distruzione di Torquilstone, si diffuse

per tutta la città di York una vaga voce, che Bracy, Bois-Guilbert,

Frondeboeuf, fossero stati fatti prigionieri od uccisi da uomini

Sassoni. Waldemar, annunziando al principe Giovanni sì fatta notizia,

aggiunse come ei la temesse tanto più vera, che non gli erano ignoti,

nè il disegno venuto in costoro d'impadronirsi di Cedric il Sassone e

del suo seguito, nè qual poca scorta a tal fine avessero condotta con

sè i macchinatori dell'attentato. Attentato che in tutt'altra occasione

il principe Giovanni avrebbe avuto per una leggiadrissima frascheria,

ma tal frascheria in questo istante ne sconcertava i divisamenti

e rompea le fila che si erano tese; onde proruppe in invettive

contra l'insolenza di coloro che tanto aveano arbitrato; li chiamò

infrangitori delle leggi, perturbatori dell'ordine pubblico, aggressori

delle individuali proprietà, prese in somma la cosa di quel tuono che

ad un re Alfredo sarebbesi addetto.

«Scellerati privi d'ogni principio d'onore!» esclamò. «Se mai divenissi

re d'Inghilterra, farei appiccare tutti questi scorridori dinanzi ai

ponti levatoi delle loro castella.»

«Ma per arrivare ad esser re d'Inghilterra,» rispose freddamente

l'Architophel di Giovanni «vi è duopo non solo sopportar in pace gli

sregolamenti di cotesti scorridori privi d'ogni principio d'onore,

ma ben anche conceder loro la vostra protezione ad onta dello zelo

lodevole onde vi date ora a divedere tenerissimo di quelle leggi,

che costoro hanno l'abito di violare. E che sarebbe ora di noi, se i

Sassoni avessero posta in atto la vostra visione di appiccare i nobili

Normanni rimpetto a' ponti levatoi delle loro castella? E, vivadio!

Cedric il Sassone è uomo abbastanza ardito perchè tale idea possa

essergli capitata alla mente. Non v'è ignoto quanto rischiosa impresa

diverrebbe per noi l'avventurare un passo senza essere sicuri che ne

sostenessero Frondeboeuf, il Templario e Bracy, e intanto ci siamo

innoltrati in guisa, che il tornare addietro non ne presenta minori

pericoli.»

Il principe Giovanni si battè con atto d'impazienza la fronte, e

trascorse a gran passi quell'appartamento.

«Gli sciagurati!» esclamò «i perfidi! i traditori! abbandonarmi in un

momento sì rilevante!»

«Dite piuttosto i pazzi, gl'insensati, che badano a tali follie, quando

è il momento di pensare ad affari più rilevanti!»

«Ma che ne resta dunque ad operare?» disse il principe arrestandosi

d'improvviso dinanzi a Waldemar.

«Null'altro che eseguire le cose da me preordinate. Non venni io già ad

annunziare alla Grazia vostra una sventura, senza prima avere avvisato

agli espedienti per ripararla.»

«Tu se' il mio buon angelo, o Waldemar, e forte io d'un cancelliere

tuo pari nel mio consiglio, il regno di Giovanni non può che divenire

celebre ne' nostri annali. Ma quali sono gli espedienti che dici aver

presi?»

«Ho ordinato a Luigi Winkelbrand, luogotenente di Bracy, che dia

il segnale di montare a cavallo, e dispiegando bandiera, parta

immantinente co' suoi alla volta del castello di Frondeboeuf, a fine di

operare quanto può in difesa de' nostri amici.»

Il principe Giovanni si fe' rosso per lo sdegno, simile a viziato

fanciullo che crede aver ricevuto un affronto.

«Pel cospetto di Dio! Fitzurse, stimo il vostro ardimento in assumervi

l'impunità di dar tali ordini. Come? in una città ove trovasi il vostro

principe, far sonare l'allarme, far dispiegar la bandiera senza averne

ricevuto un suo cenno?»

«Vi chiedo le mille volte perdono» rispose Fitzurse maledicendo in suo

cuore la stolta vanità di un tale padrone «ma in circostanze tanto

stringenti, quando il ritardo d'un minuto potea divenire fatale, ho

creduto mi fosse lecito l'arbitrare sopra cosa da cui dipendono i

vostri interessi i più cari.»

«Vi perdono, Waldemar» disse il principe gravemente; «la buona

intenzione fa scusa della temerità di cotal vostra sollecitudine. Ma,

vivadio! vedete chi ne arriva! Bracy egli stesso, e in un aggiustamento

affatto stravagante.»

Egli era di fatto Bracy, nel cui volto acceso leggeasi la fatica

d'uomo che avea sostenuta una corsa di galoppo, coperto di polvere e

di sudore, e coll'armatura infranta e insanguinata, onde non era dubbio

ch'ei non avesse partecipato ad un ostinato combattimento. Spacciatosi

dell'elmo, lo mise sopra una tavola, e tacque per un'istante qual chi

ha bisogno di prender fiato.

«Ebbene, o Bracy» disse il principe; «che vuol dir ciò? Parlate, ve lo

comando. I Sassoni han ribellato?»

«Parlate adunque, Bracy» soggiunse, quasi nel medesimo tempo che il suo

padrone, Fitzurse. «Una volta avevate l'usanza di essere uomo. Ov'è il

Templario? Che cosa è accaduto di Frondeboeuf?»

«Il Templario è fuggito» rispose Bracy «quanto a Frondeboeuf, più nol

vedrete. Egli ha trovato luminoso sepolcro sotto le ardenti rovine

del suo castello medesimo, e credo essere io il solo fuggito per

arrecarvene la notizia.»

«Voi parlate di rovine ardenti e di incendio con tuono molto

tranquillo» soggiunse Fitzurse.

«Nè v'ho ancor detto il peggio» Bracy replicò. Indi accostandosi al

principe Giovanni, gli disse abbassando la voce, e in aria di mistero:

«Riccardo è in Inghilterra, l'ho veduto, gli ho parlato io medesimo.»

«Voi sognate, o Bracy» disse Fitzurse «una tal cosa è impossibile.»

«Nondimeno è vera, gli ho parlato io, vi ripeto, son fatto suo

prigioniero.»

«Prigioniero di Riccardo Plantageneto?»

«Di Riccardo Plantageneto, di Riccardo Cuor-di-Leone, di Riccardo

d'Inghilterra!»

«Egli è dunque capo di una forza militare?»

«No, Fitzurse, ei non aveva con seco se non se alcuni arcieri, specie

di scorridori che nè manco lo conoscevano. Egli si accompagnò ad essi

per impadronirsi di Torquilstone.»

«Ravviso a questo sol tratto Riccardo» disse allora Waldemar;

«l'impresa è degna d'un vero cavaliere errante, che corre ventura, che

vuol riportarne buon successo, aiutato sol dalla forza del proprio

braccio a guisa d'un Amadigi, d'un Galaor, intantochè trascura gli

affari del proprio regno e l'interesse della propria salvezza. E che

divisate dunque di fare, o Bracy?»

«Io! Gli offersi il mio servigio, ma mi rispose che non si fidava di

me. M'accingo a partire per Hall congiuntamente alla mia compagnia

franca. Giunto colà, noleggerò un naviglio che mi trasporti in terra

di Francia. E voi, Waldemar, abbandonerete voi la politica? prenderete

la lancia e lo scudo, verrete a partecipar meco della buona o della

cattiva fortuna che il cielo mi serba?»

«Son troppo vecchio, o Maurizio; ed ho una figlia che non m'è lecito

l'abbandonare.»

«Datela a me in isposa, o Waldemar, e col soccorso di Dio e della mia

spada la manterrò in un grado degno di lei.»

«No, no;» disse Fitzurse: «io mi riparerò nella chiesa di san Pietro di

questa città e vi troverò un asilo. L'arcivescovo mi ha giurato fede e

amicizia.»

Nel durare di sì fatto colloquio, il Principe rinveniva a poco a

poco dallo stato di stupore, in cui tratto avealo tale notizia sì

poco aspettata; laonde udì quanto bastava i discorsi di questi due

cortegiani.

«Costoro si stolgono da me» dicea fra sè stesso. «Non sono eglino più

congiunti alla mia persona di quanto il sia una foglia secca allorchè

soffia il vento d'autunno. Per l'inferno! non saprò io trovare vigore

in me stesso ancorchè m'abbandonino questi vigliacchi?» E mentre ei

meditava tai cose, la sua fisonomia si compose ad espressione sinistra

e diabolica; finalmente interruppe in sì fatta guisa i loro discorsi.

«Ah! ah! ah! per gli occhi della Madonna, o signori! Ammiro la vostra

prudenza, il vostro senno, e soprattutto il vostro coraggio, che

sagrificate in un medesimo tempo ricchezze, onori e piaceri; che vi

ritraete dal giuoco quando un bell'ardimento può darvelo vinto.»

«Non comprendo, o signore, le vostre idee» disse Bracy. «Appena sia

noto il ritorno di Riccardo, non gli mancherà un esercito sotto i suoi

ordini, e allora, quale speranza rimane per noi? Piuttosto, o Principe,

vi do per consiglio ritirarvi in Francia, o vero ricorrere alla

protezione della Regina madre.»

«Io non temo nulla in quanto spetta alla sicurezza mia personale»

rispose con altero tuono Giovanni. «Un solo accento detto da me a

mio fratello basta ad assicurarmela. Ma benchè io vi trovi tanto ben

preparati ad abbandonarmi, così voi ser di Bracy, come anche voi, ser

Fitzurse, non avrei caro di vedere i vostri capi collocati sulla porta

di Clifford. Perchè vi immaginate forse, o Waldemar, che lo scaltrito

arcivescovo non vi lasciasse arrestare fin sui gradini dell'altare,

se sapesse di poter fare a tal costo la pace sua con Riccardo? E voi,

Bracy, dimenticate forse che Roberto d'Estouteville, postosi a capo di

tutte le sue forze vi chiude la strada di Hull, e che il conte di Essex

mette in armi quanti ha vassalli? Se avevamo qualche ragione di temere

questi due capi prima del ritorno di Riccardo, quanto più dobbiamo poi

paventarli oggi giorno! Dubitate forse della parte cui si atterrebbero?

D'Estouteville solo è forte a bastanza per tagliare a pezzi tutta la

vostra compagnia franca.»

Fitzurse e Bracy si guardarono l'un l'altro con fisonomia scompigliata.

«Non è aperta che una sola via al salvamento di tutti» continuò

Giovanni aggrottando le ciglia, e in tuon truce; «colui che ne è cagion

d'atterrire, suol viaggiar solo. Fa d'uopo corrergli incontro.»

«Non sarò quell'io» sclamò vivamente Bracy; «mi ha fatto suo

prigioniere; mi ha usato grazia; non sarà ch'io tocchi una piuma del

suo cimiero!»

«E chi vi commette di farlo?» rispose il Principe con alterezza.

«Vorrei vedere in voi l'audacia di dire ch'io ho comandata la morte di

mio fratello. No: ad un evento, basterebbe anche la prigionia. Poco ne

rileva ch'ei sia prigioniero piuttosto nell'Austria o nell'Inghilterra;

le cose non rimarrebbero quindi che nello stato in cui erano,

allorquando ordimmo il divisamento della nostra impresa. Ella fondavasi

sulla speranza, che Riccardo rimarrebbe dimenticato in un carcere

dell'Alemagna. Che grave disordine! Nostro zio non morì egli prigione

nel castello di Cardiffe?»

«Gli è vero» rispose Waldemar «ma Enrico, il padre vostro, stava sul

proprio trono, più sicuro di quanto possiate sperare esserlo voi.

Sostengo non trovarsi miglior carceriere del beccamorti. Non vi è torre

tanto ben guardata quanto lo è nelle chiese l'arcato sotterraneo d'una

sepoltura.»

«Carcere o sepoltura!» disse Bracy. «Io me ne lavo le mani, nè mai mi

frammetterò in tale bisogna.»

«Furfante!» sclamò il Principe corrucciato. «Avresti forse idea di

tradirne?»

«Non ho mai tradito nessuno» rispose con alterezza Bracy «nè son io

quegli cui possa appropriarsi il predicato di furfante.»

«Non vi riscaldate tanto, ser cavaliere» si fece a dire Fitzurse;

«e voi, Principe, condonate gli scrupoli del prode Bracy; spero che

giugnerò a dissiparli.»

«Ciò è quanto supera le forze della vostra eloquenza, ser Fitzurse»

replicò il cavaliere.

«Mio caro Maurizio!» così riprese il discorso quel cortegiano avveduto.

«Non vi lasciate trasportare a guisa di corridore sfrenato, e meditate

meglio lo stato delle cose. Non è egli vero, che ventiquattro ore fa,

il vostro desiderio più ardente era quello di venir corpo a corpo a

cimento con Riccardo, se vi fosse riuscito scontrarvi in lui nel mezzo

di una mischia? Non vi ho inteso ripetere cento volte la stessa cosa?»

«Egli è vero, ma in que' termini in cui voi medesimo vi esprimete,

corpo a corpo, tra le file d'una battaglia. Non m'avrete mai udito

desiderare di assalirlo solo, a tradimento, nel mezzo d'una foresta.»

«Non siete vero cavaliere, se tale scrupolo vi trattiene. Ove fu,

chiegg'io che Lancilotto del Lago e ser Tristano acquistarono tanta

fama? Ne' campi forse? No. Assalendo formidabili nemici in fondo a

boscaglie, fra luoghi sconosciuti e deserti.»

«Ma vi sto io mallevadore che nè Tristano nè Lancilotto, non erano

tai buone lancie o tai buone spade qual è Riccardo. Poi non mi farete

mai credere che avessero l'uso di mettersi a capo d'una compagnia per

affrontare un sol cavaliere.»

«Voi siete pazzo, o Bracy. L'impresa che vi proponiamo è una vera

obbligazione per voi. Non siete forse assoldato al principe Giovanni

qual condottiero di una compagnia franca? La vostra spada non è

consacrata a servirlo? Conoscete il nemico che ne mette in timore, e

scrupoleggiate quando stanno in pericolo la sorte del vostro padrone,

la vita e l'onore di tutti i vostri colleghi?»

«Vi ripeto che il mio viver è dono sol di Riccardo;» rispose con

tuono fermo e risoluto Bracy. «Gli è vero che ricusò i miei servigi,

che mi comanda anzi di allontanarmi dalla sua presenza; laonde non

ho obbligati a lui nè i miei omaggi nè la mia fede. Nondimeno non

solleverò mai il braccio contro di esso.»

«Nè tanto è necessario. Inviate solamente Luigi Winkelbrand e venti de'

vostri armigeri sotto di lui.»

«Per imprese di tal natura non vi mancano masnadieri. Un solo de' miei

soldati non vi prenderà parte.»

«Siete adunque tanto ostinato, o Bracy?» soggiunse il principe

Giovanni. «M'abbandonerete voi dopo tante proteste fattemi di zelo e

d'affetto?»

«No principe: vi presterò quanti servigi onorevoli possono dipendere

da un cavaliere, sia ne' tornei, sia ne' campi; ma tali spedizioni da

strada maestra non mi s'aspettano, nè entrano poco o assai nel novero

de' miei doveri.»

«Avvicinatevi, Waldemar,» disse Giovanni. «Non sono io un principe

sfortunato? Mio padre Enrico, sì, aveva servi fedeli. Appena ebb'egli

pronunziate alcune lagnanze contro un fazioso ecclesiastico, il sangue

di Tommaso Becket, benchè fosse un santo, fu versato sui gradini

medesimi dell'altare. Tracy, Briton, Morville, prodi e leali sudditi!

Il vostro coraggio intraprendente è spento col vostro nome, e benchè

Reginaldo Fitzurse abbia lasciato un figlio, questi non ha ereditato nè

la prodezza nè la fedeltà di suo padre[50].»

«Ei le ereditò entrambe» rispose Waldemar Fitzurse; «e poichè Bracy

ricusa incaricarsi di tale spedizione, me l'assumerò io medesimo.

Il mio genitore comperò ben cara la fama d'uomo affezionato al suo

sovrano; pur la prova di fedeltà da esso data ad Enrico, è poca cosa

in confronto di quella ch'io sono per somministrarvi; perchè vorrei

piuttosto dovere assalire tutti i santi del calendario, che alzar la

mia lancia contra Riccardo Cuor-di-Leone. Bracy, prendetevi voi la cura

di far la guardia al vostro principe, e di inspirare sentimenti ver lui

favorevoli a coloro che si mostrano tuttora perplessi. Se vi giungono

tai notizie quali mi confido trasmettervi, nulla più si opporrà al buon

successo de' nostri divisamenti.»

Indi chiamato a sè un paggio: «Corri a casa mia» gli ordinò «e dì al

mio scudiere d'apprestar le mie armi. Che Whetherall, Thoresby e i tre

armigeri di Spyinghow s'accingano a seguirmi; il capo delle velette,

Ugo Bardon, stia presto a qualunque mio cenno. Addio, principe.

Confidiamci nella speranza di più felici momenti.»

Dette le quali cose uscì dell'appartamento.

«Ei s'allestisce a far prigioniero mio fratello!» così appena fu

partito Waldemar, parlò a Bracy il Principe, non mostrandosi più

commosso che nol sarebbe stato se avesse veduta pericolante la vita

d'un _franklin_ Sassone. «Spero ch'egli non oltrepasserà le mie

intenzioni ed avrà, voglio crederlo, verso la persona del mio caro

Riccardo tutto il riguardo che gli è dovuto.»

Bracy non gli rispose che con un sorriso.

«Per gli occhi della Madonna!» disse Giovanni «gli ho dato espresso

comando di rispettarne la vita. Voi forse non avrete inteso, perchè

in quel momento stavamo entrambi ov'è il vano di quella finestra. Gli

ho ordinato ne' termini i più chiari e i meno equivoci di avere ogni

cura alla salvezza di Riccardo. Guai a lui! guai a lui, se osasse

contravvenire!»

«Credo che sarebbe ottima cosa» soggiunse Bracy «se cercassi

raggiugnerlo per fargli capir bene queste vostre intenzioni. Siccome

non ho inteso io un tal ordine, potrebb'essere che fosse sfuggito anche

all'orecchio di Waldemar.»

«No, no» rispose impazientendosi il Principe, «son certo io che m'ha

inteso. Poi, ho bisogno di parlarvi d'altre cose. Datemi il vostro

braccio, Maurizio, mi trovo stanco.»

In tal famigliare postura fecero alcuni giri su e giù per la sala, nel

qual intervallo il Principe coll'aria della più amichevole confidenza

volgea tale discorso a Bracy.

«Che vi pare di questo Waldemar Fitzurse, mio caro Bracy? Egli spera

di diventare nostro cancelliere! Oh! ci penseremo ben bene prima di

confidare una carica sì rilevante ad un uomo che dà prove evidenti

di poco rispetto verso il nostro sangue. Voi vedeste con qual

sollecitudine si è assunta la spedizione contra Riccardo! Scommetterei

che voi v'immaginate d'aver perduto qualche cosa nella mia amicizia,

perchè vi siete dispensato da un così odievole incarico. Oh no,

Maurizio! questa virtuosa resistenza vostra non ha fatto che crescere

la stima in cui vi tenea. Vi sono certi affari, pei quali abbiamo

bisogno di gente pronta a fare di tutto; ma non son costoro che noi

amiamo o stimiamo. Tal altro in vece, che ricusa servirci in occasioni

di sì fatta natura, da questo atto medesimo acquista nuovi diritti

alla nostra buona opinione e ai nostri favori. Il far prigioniero mio

fratello non è sì buon titolo a meritarsi l'alto grado di cancelliere,

quanto lo è al bastone di gran maresciallo del regno il rifiuto

coraggioso e nobile di prestare opera a ciò. Meditate tai cose, o

Bracy; e andate fin d'ora a cominciare il novello servigio cui vi

promovo.»

«Tiranno incostante!» meditò fra sè stesso Bracy, nell'uscire

dell'appartamento. «Ben folle chi a te si fida! Questo grado di

cancelliere, promesso da tanto tempo, Dio vede a chi toccherà, se

tu riesci nei tuoi divisamenti. Ma il grado di gran maresciallo

d'Inghilterra» aggiunse stendendo la mano come per assumere il bastone,

e sollevando alteramente il capo «è certamente un premio che merita

d'essere disputato.»

Partito appena Bracy, il Principe ordinò gli venisse innanzi Ugo

Bardon, capo delle velette, degli esploratori e dei delatori, che

comparve dopo brevi istanti passati da Giovanni nel trascorrere con

ineguali passi, e con viso torbido e inquieto la sala.

«Bardon» tal fu la prima inchiesta che il Principe gli fece. «Quali

cose volle da te Waldemar?»

«Due uomini risoluti, che conoscano a perfezione tutti i boschi del

nord dell'Inghilterra, e che abbiano uso nel ravvisare le pedate

recenti d'un uomo a piedi o a cavallo.»

«Glieli desti?»

«La Grazia vostra può fidarsi in me. L'un d'essi è della contea di

Hexham, avvezzo a ormare in traccia de' masnadieri delle foreste di

Tyne e di Teviot; non vi è veltro che il superi nel seguir le tracce

d'un daino ferito. L'altro appartiene alla contea d'York, nè ha mai

fatta una caccia inutile nella selva di Sherwood. Da qui a Richmond non

v'è una macchia, una boscaglia, un gruppo d'alberi ch'ei non discerna.»

«Ottimamente! Waldemar parte con essi?»

«Sull'istante.»

«Chi altri va con lui?»

«Thowby, uomo d'un ardimento che non atterrisce di nulla, Whetherall

che per ferocia si meritò il soprannome di _Cuor di Bronzo_, e tre

armigeri del nord, che faceano parte della banda di Ralph Middleton,

conosciuti sotto il nome di _valorosi di Spyinghow_.»

«A maraviglia!» rispose il Principe, poi dopo un istante di silenzio

aggiunse «Bardon, l'interesse del mio servigio vuole che tu spii

con massima accuratezza ogni andamento di Maurizio di Bracy, ma bada

ch'egli non se ne avveda. Gli è necessario che tu sappia minutamente

quali persone egli vede, con chi parla, quello che dice, quello che

fa, poi a quando a quando me ne darai conto. Non mancare a tal pratica

della quale ti rendo mallevadore.»

Bardon dopo fatto un rispettoso inchino si ritirò.

«Se Maurizio mi tradisce, e la condotta ch'ei tiene mi fa temere di

ciò» disse rimasto solo il Principe Giovanni «il suo capo salterà

all'aria, quand'anche Riccardo fosse per dare a York la scalata.»

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 41 / 57 题