CAPITOLO XXXII.

»Larzio dov'è? Che indugia ancor? Gli ufici

»Del ministro a lui fidato ei compie.

»Qual danna, a qual perdona: esul taluno

»Mette dal suol nativo; ai lari amati

»Riconcede talun; tai di catene

»Stringe; a tai di sua mano i ceppi infrange.

_Shakspeare._

I lineamenti ed i modi del Priore prigioniere offerivano una singolare

mescolanza d'orgoglio offeso, di scompigliata vanagloria, e d'un

terrore da cui cercava invano schivarsi.

«Ebbene, signori miei» diss'egli con tuono da cui trapelavano tutti

e tre tai sentimenti «che vol dire tal vostra condotta? Siete Turchi

o Cristiani, voi che in sì fatta guisa mettete le mani addosso a un

membro del clero? Sapete voi che cosa sia il _manus imponere in servos

Domini_? Deste il sacco alle mie valigie, stracciaste un camice di

sontuoso pizzo, degno d'un cardinale! Se vi scontravate in tutto altro

ecclesiastico, certamente non l'avreste passata così, e vi sareste

udito intonare il terribile _Excommunico vos_. Ma io sono indulgente,

e se mandate liberi i miei confratelli che m'accompagnavano, se mi

restituite i miei palafreni e i miei fardelli, se inviate subitamente

cento _corone_ di buona moneta d'argento al priorato di Jorvaulx onde

vi sian celebrate messe giusta la vostra intenzione, e se finalmente

fate voto per ispirito contrito di non mangiar salvaggina da qui a

Pentecoste, può essere che non si parli più di questa vostra scappata.»

«Venerabile Priore» si fe' a dire il condottier degli arcieri «sarei

inconsolabile se credessi che qualcuno della mia gente avesse usato con

voi modi da meritare i paterni vostri rimproveri.»

«Sì: hanno usato bei modi!» riprese la parola il Priore, cui infuse

quel coraggio che non avea dianzi il tuono di mansuetudine assunto da

Locksley. «Que' bei modi che non s'userebbero verso un cane da pagliaio

non dirò verso un Cristiano, e molto meno sacerdote, non parlo poi

verso un priore di Jorvaulx! Scorgo là fra voi un imbriaco, profano

_menestrello_, di nome _Allan-Dale_, vero _nebulo quidam_, che mi

ha minacciato di pena corporea, e persin di morte, se non pago tosto

quattrocento _corone_ di riscatto, non contentandosi di tutte le mie

bagaglie, delle quali s'è impadronito, e delle catenelle d'oro e degli

anelli, di cui non potrei sull'istante apprezzare il valore. Lascio da

parte una infinità d'altre dilicate suppellettili, che le ruvide mani

di costui m'hanno scipate, tali sono la mia scatoletta de' confetti, e

le mie mollettine d'argento.»

«Mi sembra impossibile che Allan-Dale siasi comportato in tal guisa con

un personaggio sì venerabile» soggiunse in seriissimo tuono Locksley.

«Però la cosa è tanto vera quant'è vero il vangelo di san Nicodemo. Vi

dirò di più: ha giurato, e coi più orribili giuramenti, che se io non

gli pagava le quattrocento corone, m'avrebbe fatto appiccare al più

alto fra gli alberi della foresta.»

«L'ha egli giurato, reverendo priore? Ohi quand'è così, vi consiglio

cedere alla sua inchiesta; perchè conosco Allan-Dale, non è uomo da

mancare a quanto ha promesso.»

«Voi avete voglia di scherzare» disse il Priore attonito, e facendo

nonostante sforzi per ridere «Ah! Ah! Ah! Amo anch'io al pari di voi un

onesto celiare, ma quando poi la celia è durata tutta la notte, mi pare

che la mattina un uomo possa riprendere la sua serietà.»

«Dunque vi dico con tutta la serietà del più grave fra i confessori,

che vi fa di mestieri sborsarne un buon riscatto, reverendo Priore.

Altrimenti converrà che il vostro convento pensi ad una nuova elezione,

perchè non vi vede più.»

«E ho da credervi cristiani se ardite usar tal linguaggio con un

magnate di Santa Madre Chiesa?»

«Se dovete crederci cristiani! Sicuramente; e abbiam modo di provarci

tali. Olà! Si chiami tosto il nostro cappellano, affinchè citi al

venerabile Priore alcun testo che confermi il mio assunto.»

L'eremita, tuttavia avvinazzato, avea imbracciata con sì bel garbo

la cocolla, che lasciava vedere in parte il suo giustacuor verde, e

fattosi innanzi, e chiamando il meglio che potè in soccorso la sua

primitiva erudizione sì disse: «Rispettaci Priore, _Deus salvam faciat

benignitatem vestram_! Voi siete il ben venuto delle nostre foreste.»

«Che razza di divozione profana è mai questa?» sclamò il Priore.

«Amico mio, se veramente appartenete al Clero, sarebbe per voi miglior

opera l'indicarmi il modo di sciogliermi da quest'intrico, che star lì

dinanzi a me facendo gesti e smorfie quai piuttosto si converrebbero ad

un cantambanco.»

«Il modo di sciogliervi!... In verità, più che ci penso, non ne vedo

fuor d'uno. Oggi per noi è la festa di sant'Andrea, e facciamo la

colletta delle decime.»

«Spero ch'ella non cadrà sul clero, fratello carissimo!»

«Sul clero come su i laici; perciò vi soggiungo, reverendo Priore:

_Facite vobis amicos de Mammone iniquitatis_; è questa l'unica via di

spacciarvi.»

«Su via! vedo che siete cacciatori» provò questo nuovo espediente il

Priore «e debbe essere per voi un motivo di più ad usarmi cortesia;

perchè son cacciatore ancor io, nè la cedo ad alcun della vostra

brigata nel dar fiato ad un corno da caccia.»

«A lui tosto un corno da caccia!» gridò Locksley «affinchè ei possa

fornirne prove di sua abilità.»

Dopo il qual cenno un arciere presentò il chiesto strumento al

Priore, che nel modo di sonarlo si sarebbe meritati elogi da qualunque

cacciatore normanno. Ma Locksley crollò il capo.

«Non è tal sonata che pagherà il riscatto per voi, ser Priore. Queste

note puzzano d'oltremare; e vedo esser voi uno di quelli che sformano

le vere ariette da caccia inglesi col vestirle di forestieri ornamenti,

motivo onde vi toccherà pagare cinquanta _corone_ di più per vostra

liberazione.»

«Siete ben difficile da contentare» soggiunse con tuono indispettito il

Priore; «ma spero trovarvi più ragionevole al proposito del riscatto.

Veniam dunque alle corte. Che pretendete voi per lasciarmi andare ove

m'aggrada, e senza essere accompagnato da un distaccamento delle vostre

guardie?»

«Non mi parrebbe cosa mal fatta» disse in disparte un tenente al

condottier della banda «che diffinissero, il riscatto del Priore

l'Ebreo, l'Ebreo quel del Priore.»

«L'idea è matta anzichè no» rispose Locksley; «pur non manca di

vaghezza e l'accetto. Fa venire l'Ebreo.»

Giunto appena Isacco: «Tirati innanzi, Ebreo» gli disse Locksley;

«osserva questo reverendo padre Aymer, priore della ricca abbazia di

Jorvaulx, e dinne quale riscatto ne potremmo pretendere. Tu conosci, ne

son certo, le rendite del suo convento.»

«Sì veramente:» rispose il Giudeo; «ho letto più d'un negozio con que'

buoni padri; che mi hanno venduto orzo, lane e frumento. Oh! ell'è una

ricca abbazia, e vi si bevono vini più squisiti che altrove. Vorrei io

avere tanta rendita, e vedreste qual sontuoso riscatto v'offerirei!»

«Maladetto Giudeo!» sclamò il Priore «niuno sa meglio di te come la

nostra santa comunità sia indebitata per...»

«Per aver l'anno scorso» continuò l'altro «empiute le cantine del

convento di vini di Guascogna i più scelti; ma questa per le signorie

vostre era una misera bagattella.»

«Cane d'un infedele! Ei vorrebbe dare ad intendere che la nostra santa

comunità non ha debiti, se non se per aver comperato un po' di vino

che abbiamo ottenuta la permissione di bere _ad necessitatem et propter

frigius depellendum._ Un ribaldo circonciso bestemmia la Santa Chiesa e

v'hanno da essere cristiani che lo ascoltano senza punirlo!»

«Tutte queste dicerie sono inutili» soggiunse Locksley «Isacco,

pronunzia tu qual riscatto potremmo, senza volerlo scorticare,

pretendere dal reverendo Priore.»

«Io dico che può pagare seicento _corone_ alle onorevoli vostre

signorie, e che non quindi starà ben comodamente seduto nel suo scanno

abbaziale, sia in coro, sia nel refettorio.»

«Seicento _corone_!» replicò gravemente il duce degli arcieri. «Ebbene,

Ebreo! lo dicesti. Mi contento. Avete inteso, ser Priore? Seicento

_corone_! Tal è il nostro giudizio. Salomone non ne avrebbe, cred'io,

profferito un migliore.»

«Voi delirate, padroni garbati» disse il Priore; «e dove volete che io

possa rinvenire tal somma? Quand'anche avrò venduto il crocifisso e i

candellieri d'argento dell'altar maggiore, non sarò arrivato a metterne

insieme la metà. Poi converrà in qualunque modo ch'io mi trasferisca a

Jorvaulx, e vi lasci due dei miei preti in ostaggio.»

«In vece, ser Priore, faremo il contrario: manderete i vostri due preti

a cercare questo riscatto a Jorvaulx, e terremo in deposito voi, tanto

che tornino col danaro. In tale intervallo, non temete che vi manchino

buon vino e salvaggina; anzi, poichè amate la caccia, ci verrete in

nostra compagnia, e vi faremo vedere molta varietà di paesi.»

«O se meglio v'accomodasse» soggiunse Isacco sollecito di conciliarsi

la buona grazia del capitano degli arcieri «manderò io a cercare

le seicento corone, purchè il reverendo padre mi faccia fine per

altrettanta somma ne' conti di debito che ho col convento.»

«Ti farà la tua ricevuta, o Isacco, tel promettiamo» disse tosto

Locksley. «Colla stessa occasione procaccerai il suo riscatto ed il

tuo.»

La voce _tuo_ tornò a far impallidire l'Ebreo. «Il mio! rispettabili

signori? non vi dissi già quant'io sia povero? Non ho più che rovina

e disperazione dinanzi agli occhi. Quando vi avessi pagato cinquanta

_corone_, non mi rimarrebbe altra via di campare che un bordone da

mendicante.»

«Ciò è di quanto il Priore giudicherà» riprese a dire Locksley. «Che

ne pensate voi, padre Aymer? L'Ebreo è egli in istato di pagare un buon

riscatto?»

«S'egli è in istato! Che cosa te ne pare, Isacco d'York? Egli è ricco,

sappiatelo, da poter riscattare le dieci tribù d'Israel, che furono

ridotte in servitù dagli Assirii. Di persona non lo conosco gran fatto,

ma il nostro cellerario e il nostro tesoriere ebbero seco lui parecchi

negozi, e la sua casa d'York, a quanto ognuno vocifera, ringorga tanto

d'oro e d'argento, ch'ella è una vera infamia per un paese cristiano.

Ogni buon cattolico è scandalezzato al vedere come venga sofferto

che tai sanguisughe s'impinguino, a furia d'avanie e d'usure, delle

sostanze di tutti i cittadini, e persino di quelle della Santa Madre

Chiesa.»

«Non si lasci così scaldar dallo sdegno la Reverenza vostra priorale»

Isacco soggiunse «e rammenti ch'io non costringo nessuno a ricevere il

mio danaro. Se qualche persona batte per chiederne in prestito alla

mia porta, sia principe o priore, cavaliere o prete, laico o uom del

clero, usa con me tutt'altri modi: _Mio caro Isacco, mi presterete voi

tal servigio? Abbandonerete un amico nella disgrazia? Sarò puntuale al

termine convenuto_. Ma quando poi questo termine arriva: _Cane d'Ebreo!

che tutte le piaghe dell'Egitto vengano addosso alla maladetta tua

schiatta_! e ne regalano di quante imprecazioni son le più acconce ad

ammutinar la plebaglia contro di uno sfortunato popolo di stranieri.»

«Priore» allora disse Locksley «comunque ebreo, qui poi non ha tanto

torto. Orsù, concludiamo! Pronunziate, senza volerlo rovinare, il suo

riscatto come egli ha pronunziato il vostro.»

«Non ci vuol veramente che un _famosus latro_, vocabolo di cui vi darò

la spiegazione a tempo e luogo» soggiunse Aymer «un _famosus latro_,

per valersi d'egual peso e misura verso un prelato cristiano e verso

un circonciso infedele. Ma poichè pretendete ch'io ponga prezzo alla

libertà di questo sgraziato, non tacerò come sareste ingiusti con voi

medesimi se lo mandaste libero a minor prezzo di mille corone.»

«Bellissima sentenza! bellissima sentenza!» sclamarono a coro gli

arcieri. «Il Cristiano dà a divedere la sua superiorità sull'Ebreo; e

ne tratta con maggiore generosità.»

«Dio de' miei padri!» gridò Isacco. «Volete voi dunque ridurre alla

mendicità il più sfortunato degli uomini? Ieri ho perduta la mia

figlia, e oggi mi farete perdere ogni modo di vivere!»

«Se tu non hai figli» replicò Aymer «tanto meno hai bisogno di essere

ricco.»

«Oimè, ser Priore, le vostre leggi[47] non vi permettono di sapere

quanta ne sia cara la nostra prole! O Rebecca, figlia della mia diletta

Rachele! se ciascuna foglia di quest'albero fosse uno zecchino, e

se tutti questi zecchini m'appartenessero[48], sagrificherei di buon

cuore tale immenso tesoro per sapere che divenne di te in sì funesta

giornata.»

«Tua figlia!» prese la parola un degli arcieri. «Non portava ella un

velo di seta ricamato d'argento?»

«Sì» rispose con forza il vegliardo, che in quell'istante non tremava

più di paura, ma d'impazienza. «Sì, quella. Oh possano tutte le celesti

benedizioni diffondersi sul tuo capo; puoi tu dirmi che divenuto sia di

mia figlia?»

«Senza dubbio ella era la persona, che l'orgoglioso Templario si

portava via ieri sera allorquando s'apria varco per mezzo alle nostre

file. Io aveva fatto volto al mio arco per iscoccargli una freccia,

ma non osai lanciarla per tema di ferire quella giovinetta che mettea

disperate grida.»

«Oh avesse piaciuto a Dio che più fermo in quell'istante fosse stato il

tuo braccio, a costo pur anche di trapassarle il seno! Vorrei piuttosto

credere ch'ella giace entro la tomba de' padri miei, che saperla in

poter di quel barbaro, di quel dissoluto Templario. Ichobad, Schobad! è

offuscata la gloria della tua casa!»

«Amici miei» soggiunse Locksley; «questo vecchio, lo vedo, non è che un

Ebreo, ma il suo dolore mi commove. Vien qui, Isacco. Negozia a buoni

patti con noi. Dimmi: il pagamento di mille corone pel tuo riscatto ti

lascia veramente sprovveduto d'ogni sostanza?»

Simile interrogazione mossa all'Ebreo in un istante in cui l'amor

paterno faceva guerra a quello ch'egli avea pel danaro, lo privò di

quella solita prontezza d'animo, a tal che rispose pressochè senza

accorgersene: «Sprovveduto del tutto, no.»

«Ebbene! non faremo conti tanto rigorosi con te. Sfornito di danaro,

lo strappar tua figlia dalle branche di un Templario ti sarebbe cosa

altrettanto impossibile, quanto atterrare un daino con una freccia

spuntata. Ne pagherai dunque lo stesso riscatto che abbiamo chiesto al

Priore, anzi ti abboneremo cento _corone_, che io medesimo mi prenderò

di meno nella mia parte di bottino. Di fatto poi sarebbe uno scandalo

mettere ad egual prezzo la testa d'un Ebreo e quella d'un prelato

Cristiano. Questa, non v'ha dubbio, dee valer più dell'altra. Così

ti rimangono cinquecento corone per negoziare il riscatto della tua

figlia. I Templarii amano lo splendore degli zecchini d'oro non meno di

quello che mandano due occhi anche bellissimi. Però non perdere tempo

a far sonare il metallo alle orecchie di Bois-Guilbert innanzi che

peggio accada a tua figlia. Tu la troverai, giusta quel che mi dissero

le nostre velette, nella commenda di Templestowe. Convenite voi nel mio

parere, o colleghi?»

Qualunque fosse il partito posto da quel condottiero, era sempre

partito vinto per acclamazione. Laonde Isacco, liberato da una metà

de' suoi timori nell'udir viva la propria figlia, si confortò colla

speranza di riaverla; e giubilante per sapere ridotto alla metà il

riscatto che paventava dover pagare, si prostrò ai piedi dell'umano

capobanda, e fregandone colla barba i calzari gli prese il lembo del

giustacuor verde per imprimervi un bacio.

Fattosi alcuni passi addietro Locksley, gettò uno sguardo di disdegno

sopra l'Israelita: «Alzati, Ebreo, alzati, sono Inglese, nè amo questi

contrassegni di servile rispetto, soliti a praticarsi nell'Oriente. Gli

è al cospetto di Dio che devi piegare il ginocchio, non dinanzi ad un

miserabile peccatore qual io mi sono.»

«Sì Ebreo» in questa soggiunse Aymer «prosternati dinanzi a Dio che

figurano in questa terra i ministri de' suoi altari. Chi sa, che un

pentimento sincero, unito ad una convenevole donazione a favore della

cassa di san Roberto, non ti ottenga da Dio misericordia e grazia

così per te come per tua figlia Rebecca? La vidi alla _posta d'armi_

d'Ashby e prendo parte alle sventure di questa giovane, perchè mi

sembrò bella e ben fatta; ho qualche prevalenza sull'animo di Brian di

Bois-Guilbert, e una mia raccomandazione presso di lui non ti sarebbe

inutile, se tu sapessi meritartela.»

«Oimè! oimè!» sclamò l'Ebreo: «la mano dell'oppressore si

solleva d'ogni banda contro di me. Son fra le mani dell'Assirio e

dell'Egiziano.»

«E qual vorresti miglior destino alla maladetta tua schiatta»

continuò il Priore; «poichè dissero le Sante Scritture: _Verbum Domini

projecerunt et sapientia nulla est in eis_, che te lo spiegherò in

volgare. Non fecero conto della parola del Signore, ed ogni saggezza

gli abbandonò, e vien dopo il _propterea dabo mulieres eorum exteris,_

darò le loro femmine agli stranieri, e lo straniero nel caso nostro

è il Templario; _et thesauros eorum haeredibus alienis_, e le lor

ricchezze ad altri eredi.[49]»

Isacco mandò un profondo sospiro, si torse le mani e ricadde nello

stato suo di cordoglio e di disperazione.

Allora Locksley trasse in disparte l'Israelita: «Isacco, pensa bene

ai tuoi casi. Se vuoi accettare un parere da me, procurati un amico

in questo Priore. Quanto è vanaglorioso, altrettanto è avaro, perchè

le sue prodigalità fanno che i danari sien sempre pochi per lui. A te

non è difficile il contentarlo; perchè non creder poi, ch'io presti

fede a questa tua povertà, ed abbimi per meglio istrutto che non pensi

de' tuoi affari. Mi è nota sin quella tale cassa di ferro ove tieni i

sacchetti d'argento. Sì. Ti immagini forse che io non sappia di quella

gran pietra che sta sotto un pomo del tuo giardino di York, quella

che fa da coperchio ad una picciola scala, d'onde si scende ad un

sotterraneo arcato?..... So tutto.»

A tai detti l'Ebreo divenne pallido come la morte.

«No, no: non temer nulla per parte mia,» proseguì l'arciere «ma ci

conosciamo ch'è lungo tempo. — Dimmi. Ti ricordi tu d'un arciere

infermo, che tua figlia riscattò dai ferri, che custodì nella tua

casa a York sintantochè lo avesse risanato compiutamente, ed al quale

nel licenziarlo tu donasti una moneta d'oro? Benchè usuraio, tu non

impiegasti mai meglio il tuo danaro, perchè, non fosse altro, questa

moneta d'oro ti ha risparmiate cinquecento corone quest'oggi.»

«Ah! siete voi quel tale» soggiunse l'Ebreo «che chiamavano in allora

Diccon Bendbow? Mi parea bene conoscere la vostra voce.»

«Sono appunto Bendbow Locksley, ed ho ancora un altro nome.»

«Però, generoso Bendbow, siete in errore al proposito del sotterraneo

arcato. Quant'è vero che vivo, non racchiude se non alcune vecchie

mercanzie, che spartirò con voi di buon grado. Cento aune circa di

panno verde di Lincoln, buono da far giustacuori alla vostra gente, un

centinaio di bastoni di tasso di Spagna ad uso d'archi, e altrettante

corde di seta, rotonde, eguali e di prima qualità; le quali cose vi

spedirò in compenso delle buone intenzioni che avete manifestate a mio

riguardo; ma, onesto Bendbow, posso fidarmi che custodirete fedelmente

il segreto intorno al sotterraneo arcato?»

«Fedelmente quanto potrebbe conservarlo un sepolcro; e ti dico anzi

la verità: mi duole, e sinceramente mi duole della disgrazia accaduta

a tua figlia. Ma ora non posso fare nulla a suo pro. Templestowe non

è tal caccia, ove arrivino le nostre frecce. Se fossi stato prima

informato del ratto di questa giovane, avrei potuto avvisare ai modi

per liberarla, ma adesso non ti rimangono che gli espedienti della

politica. Vuoi tu ch'io m'incarichi di negoziare per te col Priore?»

«Per l'amor del cielo, buon Bendbow! soccorretemi a ricuperare questo

frutto delle mie viscere.»

«Mi metto dunque all'opera per te, ma bada che la tua avarizia non

venga ad attraversarmi il lavoro.»

Detto questo, lasciò l'Ebreo, che nondimeno lo seguitò come la propria

ombra.

«Priore Aymer» disse il capo «seguitemi un istante sotto questo

albero. — Mi hanno detto, ser Priore, che il vino e i sorrisi della

beltà vi piacciono anche più di quanto converrebbe forse all'abito

di cui vestite; ma ciò non mi spetta nè poco nè assai. M'han detto

ancora che un paio di buoni cani da caccia, un bel palafreno, una

borsa onestamente piena son cose per voi stuzzicanti. Ma niuno si è

mai avvisato rimprocciarvi un sol atto d'oppressione o di crudeltà.

Premesso ciò, vedete qui il nostro Isacco, che vorrebbe farvisi

aggradevole, e contribuire ai vostri diletti, offerendovi un sacchetto

di cento marchi d'argento, e colla speranza poi che presso l'amico

vostro, il Templario, vi faceste intercessore affinchè gli fosse

restituita la figlia.»

«Sana, salva, intatta qual era allorquando mi fu involata» aggiunse

l'Ebreo; «altrimenti è nullo il contratto,»

«Silenzio, Isacco, o pianto lì i tuoi interessi! Che dite dunque

intorno alla mia proposta, priore Aymer?»

«Ella è di tal natura che merita di essere presa in esame. Poichè se

per una parte è opera buona quella che mi proponete, per l'altra poi

dovendo essa tornare a vantaggio d'un Ebreo, la mia coscienza ripugna.

Non di meno, quando l'Israelita volesse aggiugnere altri venti marchi,

che gioverebbero alla costruzione del nostro dormitorio, mi farei meno

scrupolo nell'aiutarlo a ricuperare la figlia.»

«Non saranno... zitto, Isacco! Non saranno venti marchi, abbiano poi

da servire pel dormitorio o per un paio di candellieri da altare, non

saranno, dico, venti marchi che ci faranno rompere il negozio.»

«Ma pensate dunque, buon Diccon Bendbow,» interruppe l'Ebreo, «a

che....»

«Ma buon Ebreo, o per meglio dire buona bestia, buono scarafaggio»

sclamò Locksley perdendo la pazienza «metti tu dunque in bilancia venti

miserabili marchi d'argento col tuo onore, colla vita della tua figlia?

Vivadio! se ardisci profferir più una parola, non passano tre giorni

ch'io ti spoglio di quanto possedi su questa terra.»

Chinò gli occhi Isacco, e divenne muto.

«Ma qual mallevadore avrommi di quanto or promettete?» soggiunse il

Priore.

«Il migliore fra i mallevadori possibili» rispose Locksley «l'interesse

medesimo dell'Ebreo. Perchè se mai la vostra mediazione giugnesse a

tornarlo in poter di sua figlia, nè vi pagasse fino all'ultimo soldo la

somma pattuita, giuro per sant'Uberto, me ne dovrebbe render tale conto

da augurarsi d'aver pagato venti volte di più.»

«Ebbene, Ebreo» disse Aymer «poichè è deciso ch'io mi frammetta in

questa bisogna, dammi il tuo calamaio e la penna... No, aspetta. Vorrei

piuttosto far un digiuno di ventiquattro ore, che valermi della penna

d'un Giudeo. Dove però trovarne un'altra?»

«Semprechè vostra Reverenza non abbia scrupolo di valersi almeno del

calamaio dell'Ebreo, quanto alla penna, mi assumo io provvederla.»

E in dir ciò diè volto all'arco, e scoccò una freccia contro un'oca

salvatica, antiguardo d'una falange di sue compagne che peregrinavano

alle lontane e solitarie paludi di Holdarness, la quale passava allora

per di sopra il capo a Locksley. L'augello cadde trafitto a' piedi

dell'arciere.

«Tenete, Priore» disse Locksley «eccovi quanto è d'uopo a fornir di

penne d'ora ad un secolo tutti i monaci di Jorvaulx, già non si danno

spesso la briga di scrivere le loro cronache.»

Aymer si assise e preparò a tutto suo agio la lettera per Brian di

Bois-Guilbert. Dopo averla indi accuratamente suggellata, la consegnò

all'Ebreo. «Tieni. Ecco il tuo passaporto per condurti a Templestowe;

vorrei sperare che tal lettera giovasse a farti restituire la figlia,

se però la domandi ne' convenevoli modi, perchè non devi ignorare come

il buon cavaliere di Bois-Guilbert appartenga ad una confraternita, che

non fa mai nulla per nulla.»

«Adesso, o Priore» soggiunse Locksley «non vi tratterrò più, se non se

il tempo necessario a far la vostra ricevuta all'Ebreo per le seicento

_corone_, prezzo pattuito del vostro riscatto. Accetto Isacco per mio

banchiere, e se mai giugnesse a mia saputa, che moveste allo stesso

Isacco la menoma obbiezione sulla validità di tale ricapito, che dovrà

aversi come danaro nel saldare i suoi conti, giuro per santa Maria; che

metto fuoco al convento di Jorvaulx, dovessi quindi essere appiccato

dieci anni più presto.»

Veramente il Priore nel far tale ricevuta non mise tutta quella buona

grazia con cui si prestò a scrivere la lettera per Bois-Guilbert.

Ma, neppur volendo, gli sarebbe stato possibile esimersi, nè dal

trasmettere ad Isacco questa confessione di una somma pagata per

riscattarlo, nè dal comprendere nella stessa confessione l'obbligo di

dar credito del danaro a chi il danaro somministrava.

«Ora» soggiunse Aymer «vi domanderò la restituzione delle mie mule e

del mio palafreno, degli anelli, delle catene, de' gioielli, in somma

di tutte le cose che mi toglieste; e vi chiederò parimente che lasciate

liberi i due reverendi confratelli che m'accompagnavano. Voi vedete che

il mio riscatto è pagato.»

«I reverendi vostri confratelli, ser Priore, potranno seguirvi

dovunque andiate, e il trattenerli sarebbe ingiustizia. Così vi

saranno restituite le mule ed il palafreno; e vi forniremo ancora

il danaro necessario per trasferirvi a York; perchè sarebbe atto

crudele il togliervi i modi da continuare il vostro cammino; ma

quanto agli anelli, ai gioielli, alle vesti preziose, dovete sapere

aver noi una coscienza assai timorata per non volere compromettere un

uom rispettabile, che si ha siccome morto a tutte quante le vanità

della terra, per non volerlo, dissi, compromettere alla tentazione

di contravvenire alle regole del proprio ordine col portare ornamenti

mondani.»

«Pensate bene a quel che fate, signori miei, prima di mettere profane

mani su i beni della Chiesa. Vengono questi annoverati _inter res

sacras_, e voi non sapete i pericoli cui si cimenta un laico sol che

osi toccarli.»

Allora entrò in campo l'eremita: «Ciò non v'affanni, reverendo Priore;

m'assumo io questo carico.»

«Amico, o piuttosto nemico» gli rispose il Priore cui niente garbava

un tal modo di toglier di mezzo gli scrupoli «se veramente appartenete

a qualche ordine religioso, vi consiglio pensar piuttosto al conto che

dovrete rendere al vostro giudice ecclesiastico sulla parte presa a

tutto quanto è accaduto quest'oggi.»

«Fratello Priore» replicò l'eremita «bisogna che sappiate com'io

spetti ad una piccola diocesi, della quale sono ad un tempo il giudice

ecclesiastico; laonde non mi prendo del vescovo d'York maggior briga

di quanta me ne diano il priore di Jorvaulx e tutto il suo rispettabil

convento.»

«Gli è d'uopo conchiudere» disse il Priore, guardando in cagnesco

quel suo collega salvatico «che voi siate un di coloro, i quali avendo

ricevuti gli ordini sacri, senza esservi stato chiamato dal Signore,

profanano la santità del lor ministero, e mettono in pericolo le anime

di coloro cui si arrogano fare da guide: _lapides pro pane condonantes

iis_, dando loro sassi per pane, come sta scritto nella Vulgata.»

«Se non fosse stato d'uopo che di latino a spaccarmi il cranio, vi

giuro che non avrebbe durato sì lungo tempo» rispose l'eremita, «ma

io sostengo dinanzi a voi che lo spacciare preti orgogliosi e mondani

della vostra sorte da tutte queste vanità d'anelli e gemme, è atto

altrettanto legittimo quanto il fu quello degli Ebrei, allorchè

s'impadronirono delle suppellettili degli Egiziani.»

«Tu non sei che un cherico da strada» sclamò adirato il Priore:

«_Excommunicabo vos_.»

«Sei tu il ladro e l'eretico» replicò non indignato men l'eremita.

«Credi tu che alla presenza de' miei parrocchiani mi inghiottirò

come zucchero l'affronto da te osato contro di me, tuo reverendo

confratello? _Ossa ejus perfringam_. Ti fracasserò le ossa, _come sta

scritto nella Vulgata_.»

«Olà!» esclamò Locksley. «È egli forse convenevole, che due

rispettabili individui del clero vengano a tali estremi? Sia tra voi

la pace, o fratelli! Priore, se non avete bene accomodate le cose

dell'anima vostra, non provocate oltre il nostro cappellano. E tu,

eremita, lascia partire in santa pace il reverendo padre in Dio,

com'uomo che ha già pagato il suo riscatto.»

Gli arcieri pervennero a separare i due antagonisti, i quali durarono

ancor qualche tempo ingiuriandosi in cattivo latino, che il Priore

sciorinava con maggiore facilità, e l'eremita con maggior veemenza.

Finalmente Aymer s'avvide come rimettea della propria dignità

nell'attaccar lite con un cappellano di scorridori; ed essendo arrivati

i due frati che lo accompagnavano, partì da quella adunanza con minor

pompa e in foggia più apostolica, che non quando vi capitò.

Non mancava altro se non se chiedere all'Ebreo le cauzioni necessarie

ad assicurare il pagamento ch'egli avea promesso di eseguire così pel

proprio come pel riscatto del Priore, al qual fine il primo mise un

vaglia, munito del suo sigillo e della sua sottoscrizione, e tratto

sopra altro ebreo d'York, che a chi 'l trasmettea doveva sborsare mille

_corone_, e consegnare diverse merci specificate nel vaglia medesimo.

«Il mio fratello» sospirando, egli disse «ha le chiavi de' miei

magazzini.»

«Anche quella del sotterraneo arcato?» gli soggiunse all'orecchio

Locksley.

«Dio me ne guardi!» rispose Isacco. «Io credea che questo segreto fosse

noto a me unicamente.»

«Se nol sanno altri fuori di me, sei sicuro» soggiunse Locksley; «la

qual cosa è sì vera com'è vero che questo pezzo di carta equivale al

valore indicatovi sopra. Ma Isacco! a che stai ora pensando? Il dolore

di dovere pagare mille corone ti fa dimenticare forse d'essere padre,

di avere pericolante una figlia?»

A tal considerazione l'Ebreo fe' un mezzo salto. «No, Diccon, no,

Bendbow, parto subito. Addio, uomo, che non posso dir buono, nè voglio,

nè debbo chiamare cattivo.»

Questo capobanda nondimeno nol lasciò andar via senza dargli prima un

ultimo avvertimento. «Mostrati liberale nelle offerte, Isacco, e non

risparmiare la borsa quando è in rischio la sicurezza della tua prole.

Pensa bene che una parte di danaro risparmiata mal a proposito in sì

fatto negozio potrebbe fruttarti in appresso tormenti spaventevoli,

tormenti più orridi, che se lo stesso danaro fatto fondere avesse ad

esserti versato lungo il canal della gola.»

Isacco non gli rispose che mandando un profondo gemito, e si mise

in istrada accompagnato da due arcieri che dovevano essergli guide e

scorte fino all'uscita del bosco.

Il cavalier Nero, stato testimone non affatto indifferente di tutte

le cose accadute, si fe' innanzi allora per congedarsi a sua volta da

Locksley, nè potè starsi dal manifestargli la propria maraviglia per

aver veduto serbarsi tanto ordine e tanta subordinazione fra individui

che aveano scosso il freno delle ordinarie leggi della società.

«Un cattivo albero produce talor buoni frutti, ser cavaliere, e qualche

cosa di bene si trova anche fra i mali da attribuirsi alla malvagità

dei tempi. In mezzo agli uomini, che cattive circostanze hanno spinti

a questo genere di vita, non v'ha dubbio, illegale, avvene molti

desiderosi di vedere una tal quale moderazione accompagnata alla

licenza. Avvene pur di quelli che si dolgono in proprio cuore di dover

continuare nella licenza medesima.»

«E credo di parlare con un di questi ultimi.»

«Ser cavaliere, tutt'uomo ha un segreto che gli appartiene. Non vi

chiesi il vostro. Sofferite ch'io serbi il mio. Voi potete far sopra

di me tai conghietture che più v'aggrada. Io posso far le conghietture

che più m'aggrada sopra di voi. E forse, nè le vostre nè le mie frecce,

aggiungono al segno.»

«Perdonatemi, prode arciere, il vostro rimprovero è giusto; ma può

accadere che ci rivediamo in ora di non avere più segreti l'uno al

cospetto dell'altro. Finchè arrivi un tale istante, voglio sperare che

ci separiam quali amici.»

«Eccovene in pegno questa mia mano; mano d'un vero Inglese, benchè sia

la mano d'un proscritto.»

«Ed eccovi in contraccambio la mia. La riguardo onorata dall'atto di

toccare la vostra. Perchè ogn'uomo che fa il bene, quantunque fornito

di potere illimitato per commettere il male, merita lode non tanto per

le cose buone da lui operate, quanto per le triste da cui si astenne.

Addio, prode arciere.»

Così si disgiunsero in perfetto accordo scambievole; e il cavaliere

_dal Catenaccio_ salito sul sontuoso suo corridore prese la strada che

conduceva fuori della foresta.

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 40 / 57 题