«D'un beato eremita a piè del monte
«Stassi la casa; letto suo la felce.
«Legumi il pasto, e bee l'acqua del fonte.
«Prosteso al suolo sopra la dura selce,
«Orando spende notti e giorni interi.
«Fuorchè di Dio, non ha il sant'uomo pensieri.»
PERNEL.
Il leggitore non può avere dimenticato che nel secondo dì del torneo,
chi decise della vittoria fu un incognito cavaliere, che gli spettatori
soprannominarono il Neghittoso Nero, a motivo dell'indifferenza, anzi
indolenza che diede a divedere sull'incominciar della giostra. Il
ridetto cavaliere abbandonò la lizza nell'atto che veniva acclamato
vincitore, e fu poi vana ogni indagine per trovarlo quando ne sarebbe
stata necessaria la presenza onde il premio toccasse a chi decise
la vittoria col suo valore. Intanto adunque che gli araldi d'armi
si sfiatavano a chiamarlo col nome di Cavalier Nero, ei camminava
verso settentrione, evitando le vie più frequentate, e tenendosi
alle scorciatoie che attraversavano la foresta. Passò la notte in una
piccola osteria fuor di mano, ove incontrò nondimeno un _menestrello_,
da cui seppe come essendo scomparso il cavaliere nominato vincitore al
torneo, il premio fosse stato conferito al cavaliere Diseredato.
All'alba del giorno successivo, ei si partì colla intenzione di
arrivare, quanto più presto il poteva, al termine del viaggio da lui
divisato; al qual uopo il dì innanzi aveva governato il suo cavallo
in modo ch'ei potesse resistere a lunga corsa senza molto bisogno di
pause. Ma non andò tanto avanti, com'egli sperava, perchè le viottole
di questa foresta erano sì tortuose, che al cader della notte si
trovava tuttavia lungo la frontiera occidentale della contea d'York.
Gli fu quindi mestieri incominciar a pensare sul modo di trovare
qualche nudrimento, così per sè medesimo come pel suo palafreno ed
anche un ricovero nel durar della notte. Il luogo ch'ei trascorrea, non
mostrandosi adatto nè all'una nè all'altra di tali cose, parea non gli
rimanesse miglior espediente di quello solito in simili circostanze,
ad adoperarsi dai cavalieri erranti, intendo lasciar pascolare alla
fortuna i loro cavalli, e in quanto a sè medesimi, seder per terra;
cogli omeri appoggiati ad un albero, e pingendosi alla mente la
sovrana de' loro pensieri. Ma sia che il cavalier Nero non avesse una
Dulcinea, o che fosse _neghittoso_ in amore, qual sulle prime apparì
nel torneo, il meditare su i vezzi o i rigori d'amata donna non gli
offeriva pascolo bastante per fargli dimenticare i disagi e la fame,
e per tenergli luogo di letto e di cena. Non fu quindi riguardo molto
gradevole agli occhi suoi, quando volgendoli intorno, non si vide cinto
che di selve, le quali per vero dire erano frastagliate da parecchi
sentieri, ma questi anzichè condurre a qualche abitazione, pareano
piuttosto fatti dalle bestie selvagge, ospiti di quel bosco, e da'
cacciatori che le inseguivano.
Il sole, stato fin a quel punto bussola alla corsa del cavaliere,
già si era nascosto alla sinistra di lui dietro le montagne della
contea di Derby, e più ch'egli inoltravasi, tanto meno sapea se si
fosse avvicinato alla meta dell'impreso viaggio, o se in vece ne
avesse di gran lunga sviato. Fra le diverse viottole che in quel bosco
s'incrocicchiavano studiava conoscerne la più ricalcata, sperando lo
condurrebbe alla capanna d'un qualche taglialegne; ma niuna maggiore
certezza acquistando a tale proposito, giudicò meglio abbandonarsi
all'accorgimento del suo corridore, perchè l'esperienza gli aveva
insegnato, come l'istinto di sì fatte bestie sia talvolta guida più
sicura, che non i calcoli più accurati de' lor padroni.
Il palafren generoso, benchè stanco di avere tutto quel giorno portato
in groppa un cavaliere di quella statura e complessione, e carico
inoltre di pesante armatura, non appena dalle briglie, scorrenti libere
sul proprio collo, s'avvide di essere abbandonato a sè medesimo,
riprese nuovo coraggio e nuova lena. Di fatto per lo innanzi parea
sentisse appena gli sproni, ed ora quasi altero di questa prova di
fiducia datagli dal suo padrone, rialzò il capo, e più vivace divenne
il suo trotto. Ei scelse per vero un cammino diverso dalla dirittura
seguita fin allora dal Cavaliere, ma questi tenne la sua risoluzione
lasciandosi condurre a grado del corridore.
Quanto accadde il fe' contento d'avere operato in tal guisa, perchè la
viottola su cui si trovava, a mano a mano mostrossi più larga, nè andò
guari che lo squillo d'una campanella il rendè accorto di non essere
distante da qualche chiesetta o romitaggio.
Poco di poi trovossi ad un diradamento della selva, ove da un lato
alzavasi in linea perpendicolare una rupe, coperta di edera quasi per
ogni dove, e sparsa qua e là di macchie di bosso, e sparsa pure di
quercie, le cui radici conficcandosi entro i crepacci del masso pieni
di terra, vi trovavano nudrimento. A questa rupe appoggiavasi una
casuccia, le cui muraglie erano tronchi d'alberi congiunti fra loro da
glutine di terra e muschio arboreo impastati insieme. Un giovine abete,
rimondo di tutti i suoi rami, alla cui parte superiore era posto per
traverso un grosso troncone, presentava al guardo un informe emblema
della Croce. A poca distanza sgorgava dal dirupo una sorgente d'acqua
purissima, che cadea prima entro ad un sasso scavato, e da lavoro umano
ridotto a rustico bacino; indi sfuggia con grato mormorio lungo un
letto che ella si era coll'andar degli anni formato, sintantochè, dopo
alcuni giri per la pianura di quell'anfiteatro, perdeasi affatto nella
vicina foresta.
Presso di questa fontana vedeansi le rovine d'una picciola cappella,
il cui tetto in parte era diroccato; edifizio, che quand'anche fu nel
medesimo suo splendore, non può essere stato più lungo di sedici nè più
largo di dodici piedi. La soffitta, la cui altezza serbava proporzione
coll'altre dimensioni accennate, stavasi in quattro archi sostenuti da
grossolani pilastri; due de' quali allora faceano compagnia al resto
di que' diroccamenti. L'atrio ornato di fregi a ghirigori, quai ne
osserviamo ancora nelle antiche chiese sassoni, era collocato sotto
d'un portico, cui sovrastava un campanile, munito di quella campanella,
il cui suono pochi istanti prima erasi udito dal Cavalier Nero nella
foresta.
Alla vista di tal romitaggio, ei si tenne sicuro di ottenere ricovero
per quella notte dall'anacoreta che vi stanziava; perchè gli eremiti
abitatori de' boschi, avevano in que' tempi siccome lor debito di
concedere ospitalità ai cavalieri smarriti, e soprappresi dal giugnere
della notte. Scese pertanto da cavallo, e senza perder tempo ad
esaminare le minute locali particolarità che abbiamo descritte, picchiò
coll'estremità della sua lancia alla porta, con fermissima opinione che
gli verrebbe aperta.
Gli convenne picchiar due volte prima d'avere una risposta, nè il
tenore di questa fu tanto cortese qual s'era egli dato a presumerlo.
«Va per la tua strada, chiunque tu sia» udì rispondersi con voce forte
e aspro tuono «nè stornar oltre il servo di Dio e di san Dunstano dalle
devote sue pratiche della sera.»
«Buon Padre» rispose il cavaliere «io sono un povero viaggiatore
smarrito fra questi boschi. Se mi concedete ospitalità per questa
notte, sarà un atto di cristiana carità che farete.»
«Fratello mio, tutt'altro che poter far carità! La Beatissima Vergine
e san Dunstano han pensato bene ch'io la ricevessi dagli altri. Le mie
vittovaglie son tali, che un cane non vorrebbe farne meco a metà, e mi
corico sopra una cuccia che la sdegnerebbe per sua lettiera un cavallo,
niente niente avvezzato ai suoi comodi. Va dunque per la tua strada, e
il cielo ti benedica!»
«Come volete che la trovi, la mia strada, per mezzo a un bosco e fra le
tenebre della notte? Vi supplico, reverendo padre, apritemi almeno la
porta, e venite voi ad additarmi il cammino.»
«Oh! il cammino è facilissimo da trovarsi. Quel sentiero che sta
rimpetto a questa mia piccola cella, guida ad una valle paludosa
attorniata da un fiumicello che dovrebbe esser guadoso, perchè da molto
tempo non abbiam piogge forti. Ma bada nell'accostarvi, perchè le rive
ne son dirupate e presentano molti precipizi. Ti troverai indi in una
cattiva strada, anzi in una strada rotta...»
«Nient'altro poi! paludi, acque da guadare, precipizi, strade rotte!»
sclamò il cavaliere. «Ser eremita, quand'anche foste il più santo di
tutti gli anacoreti, presenti e futuri, non riuscite a persuadermi di
affrontare una tale strada nel cuor della notte. Se, come dite, vivete
dell'altrui carità non è in voi il diritto di ricusarla agli altri.
Apritemi dunque tosto la porta del vostro romitaggio, o per dio! non mi
costrignete ad atterrarla.»
«Amico viaggiatore» l'eremita replicò «non mi costrigner tu a mettere
in opera le armi carnali, che il cielo in mia difesa mi ha concedute.
Potresti far cattivo contratto.»
Gli abbaiamenti che, proferite queste parole, si fecero udire,
palesarono al cavaliere, come l'eremita chiamasse per suoi ausiliari
alcuni cani, dimoranti non v'ha dubbio in qualche angolo di quella
casupola. Laonde irritato dagli apparecchi che faceva il cenobito per
vincerla nel dato rifiuto, urtò la porta con una spinta sì vigorosa,
che parve crollassero i pilastri di legno cui si reggea.
«Abbi pazienza, abbi pazienza, amico viaggiatore» soggiunse allora
l'anacoreta, che non avea troppa voglia di arrischiar la sua porta ad
una seconda spinta di tale natura «vengo ad aprirti, ma pensa a quel
che fai, perchè, per san Dunstano! te ne avrai da pentire.»
Immantinente apertasi la porta, l'eremita, che era un uomo vigoroso e
ben complesso, coperto del suo cappuccio, e cinto a traverso le reni
da una corda di giunchi, si mostrò al cavaliere, e d'una mano teneva
accesa una torcia, e coll'altra un nodoso bastone, o quasi una clava.
Due cani di enorme statura gli stavano a fianco, aspettando, a quanto
pareva, dal loro padrone il segnale di lanciarsi sopra dello straniero.
Ma poichè il lume della torcia fe' vedere al romito d'aver che fare
con un cavaliere armato di tutto punto, cambiò tosto deliberazione, e
licenziati i suoi due confederati assunse più urbani modi, non quindi
umili, e austera alterezza ne trapelava. Invitò nondimeno il cavaliere
ad entrare entro la casa, cercando scuse alla prima accoglienza
fattagli dalla consuetudine che avea di non aprire la porta a nessuno
dopo il tramonto del sole, e ciò per tema de' ladri e dei malandrini
che infestando que' boschi, non portavano nemmen rispetto a san
Dunstano, o alle persone che al servigio di questo santo si dedicavano.
Entrato nella cella il cavaliere, si guardò attorno, e non vedendo che
un letto di foglie, un crocifisso di quercia male scolpito, un messale,
una tavola di grezzo sasso, due sgabelletti, e pochissimi altri cattivi
arnesi domestici, sì gli disse: «Padre mio, la povertà della vostra
cella dovrebbe dispensarvi dall'aver paura de' ladri, quand'anche non
aveste que' due fedeli ausiliari, che a statura dovrebbero esser buoni
per atterrare un cervo e trovar pochi uomini che lor resistessero.»
«Il boscaiuolo» rispose l'eremita «mi ha permesso di conservarli a
mia difesa in questa solitudine, fintanto almeno che nel paese domini
maggior sicurezza.»
Sì dicendo adattò la sua torcia in una ventola di ferro conficcata
entro uno di quegli alberi, che faceano uffizio di parete, e ravvivando
il fuoco coll'aggiugnervi legne secche, sedè sopra uno sgabello a canto
della tavola, accennando di fare la stessa cosa al cavaliere.
Adagiati che si furono entrambi, l'un guatò l'altro con molta serietà,
e continuarono per alcuni istanti a squadrarsi, essendo cosa probabile,
che ciascun di loro andasse ruminando in sua mente, se mai gli era
occorso di trovarsi al cospetto di altr'uomo più vigoroso e più
risoluto.
«Spettabile eremita» gli disse finalmente il cavaliere «se non mi
rattenesse la tema d'interrompere le pie meditazioni in cui vi giudico
assorto, avrei tre cose da chiedere alla Reverenza vostra. Prima di
tutto, ove devo mettere il mio cavallo? Seconda, potete darmi da cena?
Finalmente, ove dovrò io passare la notte?»
«La regola del mio istituto mi prescrive» rispose l'eremita «di non
rompere il silenzio che ad un caso d'estrema necessità: vi risponderò
dunque per gesti fin quanto mi sarà possibile.» Additandogli indi
successivamente due angoli di quel tugurio. «Lì scuderia!» gli disse
«là, vostra stanza di riposo!» Preso indi da uno scaffale un piattello
su di cui stavano pochi ceci secchi, lo pose sulla tavola dinanzi
all'ospite: «Vostra cena!»
Alzando le spalle il cavaliere, uscì di quell'abituro per levar
dall'albero, cui lo aveva legato, il cavallo e condurlo in casa; ove,
dopo averlo con gran cura alleggerito di tutto arnese, si levò il
mantello per coprirne la schiena di quella bestia sì affaticata.
Atto di umanità, che parve commovesse molto l'eremita, il quale
si diede ad esaminare il corridore profferendo le parole: «Nobile
animale!» A tal sentenza succedè il ricordarsi, che il boscaiuolo
nell'ultima visita fatta al romito, lasciò ivi qualche poco di
foraggio. Dopo d'avere espresso laconicamente quest'atto di sua
reminiscenza, uscì d'una porta situata in fondo della stanza; poi tornò
portando seco un fascio d'ottimo fieno e una conveniente misura di
biada che pose innanzi al cavallo dell'ospite. Poi uscito una seconda
volta, ritornò con un sacco di felce secca, che distese nell'angolo
da lui contrassegnato, siccome stanza di riposo del cavaliere, da cui
venne ringraziato di tal cortesia, indi ognun di loro si rimise al
suo sgabello presso la tavola, ov'era sempre il piattello de' ceci
secchi. Il Romito allora recitò un lungo benedicite in latino, o in
latino almeno egli credea, poichè sarebbe stato difficile il ravvisarvi
gran che le tracce d'una tal lingua. Diede indi il primo esempio della
masticazione al suo ospite col mettersi tre o quattro di quei ceci alla
bocca, che ampia era ed armata di ottimi denti, acuti e candidi quanto
quelli d'un cinghiale possono esserlo.
Il cavaliere, volendo imitarlo a questo desco, si tolse l'elmo, il
corsaletto, e molta parte d'armatura, laonde l'eremita potè vedere una
testa coperta di capelli biondi oltre ogni dire, naturalmente ricciuti,
occhi vivacissimi che al pari de' lineamenti indicavano sagacia, e
animo grande ed intraprendente, basette d'un color alquanto più cupo
de' capelli, un uomo alfine in cui, giudicandolo dalla fisonomia,
l'ardire conformava coll'altezza della statura.
L'eremita, quasi studioso di corrispondere alla confidenza che l'ospite
in lui dimostrava, si mandò indietro il cappuccio, mostrando a sua
volta una testa rotonda qual può averla soltanto un uomo di circa
trentatrè anni. Larga erane la cherca e neri ed increspati i capelli
che le stavano attorno, nè dall'aspetto scorgeasi certamente ch'ei
facesse astinenza, o vita austera di cenobita. Le guancie di lui tinte
d'un bel vermiglio spiravano la freschezza d'una salute floridissima,
in quegli occhi sormontati da due foltissime sopracciglia, pressochè
indivise fra loro, leggeansi coraggio e brio, intantochè la robustezza
de' muscoli, delle membra e de' nervi lo indicavano pasciuto di
alimenti ben altri che ceci secchi. Alla qual cosa non mancò di fare
attenzione il cavaliere, che dopo avere non senza fatica stritolata una
mezza dozzina di quei ceci, chiese all'ospite qualche cosa di liquido
che lo aiutasse a trangugiarli.
Nè fu tardo il romito a mettere sulla tavola una mezzina colma d'acqua
limpida e pura. «Viene» egli disse «dalla fontana di san Dunstano, da
quella fontana, ove il santo battezzò da un dì all'altro cinquecento
Danesi pagani. Che il nome ne sia benedetto in eterno!» Indi accostò
alle proprie labbra la mezzina, il pomposo encomio però che ei di
quell'acqua prodigiosa avea fatto non l'indusse a beverne più d'una
sorsata.
«Reverendo padre» gli disse finalmente il cavaliere «affè, questi
ceci secchi, che mangiate in sì discreta quantità, e quest'acqua
cui appena attignete possedono una virtù miracolosa. (L'eremita lo
guarda) Sì; miracolosa. Chi vi contempla giudicherebbe voi un uomo
fatto per mettere, cacciando, un cervo alle strette, o per cimentarvi
valorosamente a duello con qualunque gagliardo competitore, anzichè
a passare la vita vostra in un deserto leggendo il breviario e
salmeggiando.»
«Gli è perchè, ser cavaliere, i vostri pensieri san di carne, come
generalmente ne puzzano tutti quelli de' laici ignoranti. La santa
Vergine e san Dunstano si compiacquero di benedire l'alimento al
quale mi sono ridotto, come il cielo benedì una volta i cibi che i
santi fanciulli Sidrach, Misach e Abdenago, preferirono al vino e alle
vivande da cui temettero lordura per averle offerte loro un saracino.»
«Oh santo padre, su la cui cera ha piaciuto al cielo operar tal
miracolo, permettereste ad un umile peccatore il chiedervi il vostro
nome?»
«Perchè no? In questo cantone vengo nominato l'eremita di Copmanhurst.
Vi aggiungono, gli è vero, l'epiteto di santo, ma io non ci sto,
sentendomi indegno di vedere aggiunto al mio nome un tal predicato. E
voi, prode cavaliere, vorreste indicarmi il nome del mio ospite?»
«_Perchè no_, eremita di Copmanhurst? _In questo cantone vengo
nominato_ il cavaliere Nero. _Vi aggiungono, gli è vero, l'epiteto di_
Neghittoso; _ma io non ci sto, sentendomi indegno di vedere aggiunto al
mio nome un tal predicato_.»
L'eremita non potè starsi dal sorridere a tal risposta dell'ospite.
«Ser cavaliere Neghittoso» gli disse di poi «m'accorgo esser voi
un uomo di spirito e ad un tempo prudente. Siete stato avvezzo alla
licenza delle corti e de' campi, al lusso delle capitali, e capisco
bene che la semplicità del vitto monastico non vi si affà nè punto
nè poco. Credo... sì, mi ricordo ora che il boscaiuolo, quando fu a
vedermi l'ultima volta, oltre a quel resto di foraggio, lasciò qui
alcune cose da mangiare. Io non le ho toccate per un rispetto alle
regole del mio istituto; e adesso poi, assorto, come lo sono sempre, in
profonde meditazioni, non pensava ad offerirvele.»
«Santo eremita, lo avrei giurato» sclamò il cavaliere. «Appena ho
veduto fuor del cappuccio la vostra testa, mi sono convinto, che in
questo romitorio dovea trovarsi qualche vivanda più sostanziosa. Il
vostro boscaiuolo è un galantuomo. Di fatto, chi è che vedendo una
bella dentatura come la vostra condannata a macinare questi miserabili
ceci, quel largo vostro gozzo a non essere innaffiato che da una
sì trista bevanda, chi è dissi, cui non venga desiderio procurarvi
alimenti più confacevoli? Tutta questa roba» soggiunse accennando
la frugale imbandizione di quel desco «è appena buona da dare al mio
cavallo. Vediam dunque subito in che si stia la munificenza del degno
boscaiuolo.»
L'eremita diè una scaltra occhiata all'ospite, e mostrò comica
incertezza in tutta la fisonomia. Parea titubasse ancora nel fidarsi
dello straniero. Ma l'aspetto di questo avea tant'aria di sincerità, ne
traspirava tal buona fede e schiettezza, anche il sorriso ne appariva
d'uomo gioviale e ad un tempo ingenuo, che finalmente l'eremita mise da
un lato i sospetti, e trasportatosi verso il fondo della sua celletta,
aperse un armadio i cui battitoi erano un segreto architettato con
accuratezza ed ingegno, e ne trasse uno smisurato pasticcio ch'ei
collocò sulla tavola. Il cavaliere ne fè tosto la sezione valendosi del
pugnale che gli pendea dal cinturino, senza perdere indi tempo a porsi
in istato di giudicare del merito delle cose.
«È passato molto tempo, reverendo padre, dacchè l'onesto boscaiuolo
vi ha fatto visita?» domandò all'eremita il cavaliere, che intanto
mangiava con appetito quel pasticcio, sembratogli veramente squisito.
«Due mesi circa» rispose senza far attenzione a quello ch'ei rispondeva
il romito.
«Vivadio! tutto è miracoloso in questo romitaggio. Io, vedete!
avrei scommesso, che il selvaggiume di cui è fatto questo pasticcio
saporosissimo, volava, non è una settimana, per questi boschi.»
Osservazione che scompigliò alquanto l'eremita, cui produceva non poca
modestia il veder l'ospite che dava sì vigoroso assalto e facea sì
belle brecce nel pasticcio, intanto ch'egli colle precedenti proteste
di astinenza si era tolta da sé medesimo la possibilità di partecipare
a tale fazione.
Ma da quest'angoscia lo liberò il cavaliere: «A proposito! ser
eremita» gli disse ristandosi d'improvviso dal mangiare «ho viaggiato
in Palestina, e mi ricordo che in questi paesi vi è un'usanza per
cui tutt'uomo che ne convitti un altro, assaggia pel primo le vivande
presentate al commensale, e ciò per provargli ch'esse non contengono
nulla di pregiudizievole. Dio mi liberi dal sospettare in voi sinistre
intenzioni; ma se ho a dirvela, vedrei volontieri che vi uniformaste a
sì fatta usanza.»
«Quando sia per compiacervi, ser cavaliere» rispose l'eremita «e per
non lasciare in voi veruna inquietezza, mi esenterò questa volta dalla
professata astinenza.» E dir ciò e metter le mani (che forchette allor
non si usavano) in mezzo al pasticcio furono un medesimo tempo.
Così rotto il diaccio da tutte due le bande, l'ospite e il commensale
parea gareggiassero a chi dava prove di miglior appetito, nella qual
lotta l'eremita superava di molto il cavaliere, benchè questi, secondo
ogni apparenza, dovea essere più da lungo tempo digiuno.
«Eremita di Copmanhurst» allora si fece a dire il cavaliere «giocherei
il mio cavallo contro uno zecchino che il rispettabile boscaiuolo
cui abbiamo l'obbligazione di quest'ottimo pasticcio, lasciò anche
quanto è convenevole a fargli onore con innaffiarlo condegnamente.
Tal particolarità certamente non meritava di rimanere impressa nella
memoria d'un anacoreta sì rigido come voi siete. Mi tengo per fermo che
se tornaste a guardare, là in fondo della vostra celletta, trovereste
qualche bevanda, anche migliore dell'acqua attinta alla fontana di san
Dunstano.»
Il romito tornò di nuovo a dar occhiate maliziose sull'ospite, poi
s'alzò sorridendo, e aperto una seconda volta l'armadio d'onde avea
tolto il pasticcio, ne trasse un gran fiasco di cuoio, che potea
contenerne otto di ordinaria capacità; indi il pose sulla tavola
unitamente a due tazze d'osso che avevano i cerchi d'argento, dopo la
quale aggiunta fatta alla cena, stimò bene congedare un inutil ritegno;
laonde senza preamboli empì entrambe le tazze, e presane una sclamò:
«alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso» indi la votò colla
massima disinvoltura.
«Alla vostra, degno eremita» corrispose tosto il cavaliere. «Ma
spiegatemi di grazia il perchè un uomo fornito di nervi e muscoli come
i vostri, e di tutte in oltre le prerogative che abbisognano ad un
buon commensale, abbia presa la deliberazione di confinarsi in questa
solitudine. Fareste ben meglio, se non m'inganno, a portar lancia e
scudo e far bella mostra di voi a buone tavole e in buona compagnia;
anzichè rimanervi qui a mangiar ceci secchi e bever acqua, o anche a
vivere dei doni che vi fa il vostro amico boscaiuolo. Per lo meno se
mi trovassi nello stato vostro vorrei spassarmi a cacciare i daini del
re. Ve n'ha tanti in queste selve, nè vi sarebbe chi s'avvisasse far
lamento d'un daino ucciso ad uso del cappellano di san Dunstano.»
«Ser Neghittoso» rispose l'eremita «tai discorsi sono rischiosi, e vi
consiglio a non avventurarli una seconda volta. Io sono un eremita
fedele al re, come lo sono a san Dunstano. Se mi facessi lecito di
dar la caccia al selvaggiume del mio principe, non sapete voi che
rischierei d'andar prigione e fors'anche sulla forca, da cui stenterei
col mio cappuccio a salvarmi?»
«Nondimeno, vi dico la verità. Se abitassi qui in vece vostra, non
potrei trattenermi dall'andar qualche volta, allorchè è bella la luna,
a diporto, e recitando anche il mio mattutino, se mi abbattessi in una
torma di daini, la saluterei con qualche frecciata. Ditemi in vostra
coscienza, non vi prendete mai questo diletto?»
«Amico Neghittoso, voi avete veduto tutto ciò che vi potea rilevar di
vedere nella mia cella, e avete pur veduto oltre a quanto meritava di
trovarmi condiscendente un uomo che vi si è annicchiato a viva forza.
Udite un mio consiglio. Godete del bene che il cielo vi manda, e non vi
prendete briga del modo onde vi derivi. Empite la vostra tazza, bevete,
mangiate, siate il ben venuto, ma non mi sforzate con nuove indiscrete
interrogazioni a provarvi che se avessi voluto sul serio resistervi non
sareste qui.»
«Ma voi stimolate la mia curiosità, che non potete credere quanto; e
siete l'eremita più misterioso fra quanti ne ho conosciuti. Oh! bisogna
ch'io vi conosca anche meglio prima di separarmi da voi.... Quanto alle
vostre minaccie, sappiatelo, santo anacoreta, trovaste tal uomo, il cui
mestiere è far fronte a tutti i pericoli che gli s'appresentano.»
«Alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso; io rispetto il
vostro valore, ma non porto altrettanta buona opinione della vostra
discretezza. Se voi volete battervi meco ad armi eguali, vi addosserò
tal penitenza, che di qui ad un anno non commetterete più peccati di
curiosità.»
«E quali sono queste vostr'armi, valoroso eremita di Copmanhurst?»
«Incominciate dalla cesoia di Dalila e dal chiodo di Iaele, e venite
fino alla scimitarra di Golia, nè v'è arme fra queste colla quale
io non sia capace di farvi fronte; se però mi lasciate la scelta,
osservate mio degno amico, queste due bagattellucce.»
E in dir ciò aperse in un altro angolo della celletta un secondo
armadio segreto, da cui trasse due spade ben affilate e due scudi di
que' che si usavano allora. Il cavaliere, che accompagnava col guardo
ogni atto dell'eremita, vide che questo armadio contenea parimente
molti archi, un archibuso, e dardi e frecce; in oltre un'arpa ed altri
arnesi che non pareano fatti per un cenobita.
«Fratello eremita» allora disse il cavaliere «non vi farò più
indiscrete interrogazioni. Quanto ho veduto in quest'armadio risponde
a tutte le domande che avessi potuto volervi indirigere. Ma osservo
un'arme» soggiunse prendendo l'arpa «colla quale più volentieri che con
qualunque altra, mi piacerebbe battermi vosco.»
«Spero, ser cavaliere, che non abbiate dati giusti motivi a meritarvi
il soprannome di Neghittoso. Ma a dirvela non so che pensare. In somma,
siete mio ospite, nè sarò io quegli che metta alla prova il vostro
coraggio, se ciò non sia di piena vostra volontà. Dunque se sapete
qualche buona canzone sarete sempre il ben venuto al mio romitaggio
di Copmanhurst, e san Dunstano farà forse che vi troviate, o qualche
fetta di pasticcio, o alcun poco di cacciagione. Sediamoci, beviamo,
cantiamo, e si colmino le nostre tazze, perchè ci vorrà qualche
tempo ad accordar l'arpa. Il vino aiuta la chiarezza della voce e
l'aggiustatezza dell'udito; e in quanto a me gli è d'uopo che il sugo
di grappoli m'arrivi sino all'ugne prima di poter cavar qualche suono
dal mio strumento.»
[Illustrazione: _E in dir ciò aperse in un altro angolo della
celletta un secondo armadio segreto, da cui trasse due spade
ben affilate e due scudi di que' che si usavano allora...._
pag. 148.]
Il cavaliere mise in opera la ricetta suggeritagli dall'eremita, e
nonostante non durò poca fatica ad accordare quell'arpa.
«Le manca una corda» diss'egli «e l'altre non sono gran fatto in buon
essere.»
«Ho piacere che vi siate accorto del disordine. Gli è segno che non
siete novizio nell'_arte giocosa_[23]. Ma nel malanno di queste corde
ci hanno colpa il vino e l'intemperanza. Glie l'aveva detto io, ad
Allan-Dale, il _menestrello_ del Nord, di non toccare quest'arpa
dopo aver votato la settima tazza. Non mi badò. Ecco quello che n'è
avvenuto. Alla vostra salute, mio fratello, ed ai vostri buoni successi
nell'_arte giocosa_.»
Così parlando si appressava dignitosamente al labbro la tazza, e
continuava ad imprecare l'intemperanza del _menestrello_ del Nord.
In questo l'arpa fu accordata fin quanto lo permetteva lo stato cui
era ridotta, e il cavaliere dopo aver fatte colle dita le solite prove,
chiese all'eremita se desiderava una _serventese_ in _oc_, o una _lai_
in _oui_, o un _virelai_[24] o finalmente una ballata in Inglese.
«Una ballata, una ballata!» rispose l'eremita; «che vale cento volte
meglio di tutti gli _oc_ e di tutti gli _oui_ della Francia. Io sono
inglese inglesissimo, ser cavaliere, come lo era il mio glorioso
avvocato san Dunstano, e degli _oc_ e degli _oui_ fo quel conto, ch'ei
faceva degli artigli del demonio. In questa celletta non si ha da
cantare che inglese.»
«Or bene, vi farò udire una ballata composta da un canterino ch'io
conobbi in Terra Santa.»
Il canto del cavaliere tal fu da scorgersi che s'ei non era perfetto
maestro nell'_arte giocosa_, certamente aveva avute ottime lezioni.
L'arte gl'insegnò a trar buon partito dalla sua voce, comunque fosse
poco estesa, e volta più all'aspro che al melodioso. Potea pertanto
meritarsi applausi da giudici anche più abili di quello che l'eremita
lo fosse, e maggiormente perchè il cantore mostravasi tanto commosso
dalle cose espresse nella ballata, che parea riguardassero lui
medesimo, circostanza, da cui le note d'accompagnamento acquistavano
anima e forza maggiore.
La ballata era la seguente, ed intitolavasi:
_Il ritorno del Crociato._
Figlio di padri eroi, campion di Cristo,
Un cavalier che prove peregrine
Diè di valor nel disputar l'acquisto
Del Gran Sepolcro all'aste saracine,
Non ebbe appena il patrio suol rivisto,
Caldo d'amor, cinto di lauri il crine,
Sotto il veron di lei per cui sospira,
Nunzia le fè del rieder suo la lira.
Salve, fior di beltà! Se ancor gradito
T'è questo suon, ravvisa il tuo guerriero
Vincitor del Pagan, da' suoi tradito,
Gli rimasero sol lancia e cimiero,
E il suo valor ch'è dono tuo. Tu ardito
Di gloria il festi a imprender il sentiero;
Che i rischi ad affrontar con fermo viso
Lo allettò il guiderdon d'un tuo sorriso.
Se fei perder l'arcion, morder l'arena
D'Icone al formidabile soldano,
Tuo nome resse questo acciar; tu piena
L'alma di senno e di vigor la mano
Rendevi a me; tu m'addoppiasti lena
Quando turba infedel per me al Giordano
Tinse del proprio sangue i flutti e i lidi
Imprecando Macon sordo a' suoi gridi.
Non fia che i trofei laudi ond'io fui chiaro,
Nè i vanti in un di tua beltà rammenti.
A tarda etade i nomi andran del paro
Del cavalier, di quella i cui possenti
Vezzi alle imprese il cavalier spronaro;
E un vate vulgherà: corse ai cimenti
Il campion di Sorìa con fermo viso,
E gli fu guiderdon d'Elma un sorriso.
Mentre l'ospite cantava in tal guisa, l'eremita porgea attenzione,
come farebbe un critico di mestiere che assistesse alla prima
rappresentazione d'un'opera; col capo a metà inclinato sul petto, con
occhi pressochè chiusi: mani spesso giunte, e facendo a vicenda passare
un pollice sovra l'altro, alcune volte battendo il tempo colle mani
e col piede. Se gli parea che la voce del cantore non si spiegasse
quanto, almeno a giudizio di lui che stava ascoltando, lo volevano le
leggi dell'armonia, aggiugnea, quasi per aiutarlo a torsi d'impaccio,
la propria voce. Ma poichè il cavaliere si tacque, il nostro anacoreta
trovò leggiadrissimi e la ballata e la musica e il canto.
«Però» aggiunse «io sospetto, che il prode cavaliere, eroe di questa
ballata, abbia vissuto lungo tempo coi Normanni, e quindi sposati que'
lor modi da cascamorto. S'egli abbandonò la sua donna per correre i
campi della Palestina, non dovea forse, tornando, aspettarsi ch'ella si
mostrerebbe cortese di grati sorrisi ad un amante stato più assiduo di
lui nel corteggiarla? Che gli giovava andar a cantare sotto le finestre
di lei una ballata, accolta cred'io in tale occasione come il miagolare
d'un gatto sotto le grondaie? Ma ci pensi egli. Senza cercar altro, io
beverò al buon successo degli amanti, ma veri amanti. Voi non siete, a
quanto parmi, in questo novero, ser cavaliere.» Ciò gli disse dopo aver
osservato, come egli temendo che sì frequenti e copiose libazioni gli
alterassero il cervello, prendea la mezzina dell'acqua per temperare il
suo vino.
«E che? non mi diceste voi venir quest'acqua dalla fontana di san
Dunstano, del glorioso vostro avvocato?»
«Certamente, e battezzò infedeli a migliaia, ma in tutta la leggenda
di questo santo non si dice mai che abbia battezzato il vino. Ciascuna
cosa in questo mondo vuole essere adoperata all'uso per cui Domeneddio
la creò. San Dunstano conosceva quanto le potesse conoscere chiunque
altro, le prerogative di frate Giocondo.»
Dette le quali cose, l'eremita prese l'arpa, e cantò sovr'essa le
seguenti strofette foggiate sopra un'antica canzonetta inglese.
_Frate Giocondo._
Ti do un anno, e se il vuoi secoli,
Scorri Francia e Spagna e il mondo,
Chi è felice? _Fra' Giocondo_
Sol felice puoi mirar.
Giovin prode ai corvi d'Asia
Lasciò l'ossa; in duol profondo
Sta la moglie? _Fra' Giocondo_
Sol la puote consolar.
Per morir sta un Grande; e il cruccia
De' peccati il grave pondo.
Chi lo allieva? _Fra' Giocondo_
Il cappuccio e il suo cordon.
Ricchi e grami, i santi il bramano
E chi pur di colpe è immondo.
Va per tutto _Fra' Giocondo_
Che ogni casa è sua magion.
Se lo sposo al desco tollera
Occupar loco secondo,
Chi sta primo? _Fra' Giocondo_;
E la moglie ancor più fa.
Chi vuol far tenerla al diavolo
De' piacer vedendo il fondo;
Viva, gridi, _Fra' Giocondo_,
Il cappuccio e la pietà!
«Benissimo! sull'onor mio, e mi piace che avete cantati gli encomii
della vostra tonaca. Ma a proposito di diavolo, sant'eremita di
Copmanhurst, non temete voi che una volta o l'altra venga a farvi
visita in mezzo a qualche passatempo, non del tutto canonico,»
«Non del tutto canonico!... E via! disprezzo quest'accusa e la metto
sotto i miei piedi. Penso a compiere come si dee tutti i doveri
dell'ordine cui appartengo, mattutino, prima, terza, sesta, vespro,
compieta, recito giorno e notte e _pater_ e _ave_ e _credo_....»
«Eccetto però nelle ore del chiaro di luna, nella stagione del
salvaggiume...»
«_Exceptis Excipiendis_. È questa la risposta che il vecchio abate mi
suggerì d'aver pronta ogni volta che qualche laico m'avesse chiesto,
s'io adempissi esattamente tutte le minuzie prescritte dal nostro
istituto.»
«Ottimamente, reverendo padre, ma il diavolo non conosce eccezioni, e
non dorme mai; voi sapete che ei fa le giravolte attorno come leone che
rugge!»
«Oh! faccia le giravolte e ruggisca finchè gli pare e piace. Una
staffilata ch'io gli applichi colla mia cintura lo fa mugghiare, come
mugghiò sotto san Dunstano, che gli acchiappò il naso colle molle
arroventate. Non ho mai avuto paura di uomini viventi. Figuratevi se
voglio averla del diavolo, nè di tutte le sue diavolerie. San Dunstano,
san Vinifredo, santo Sviberto, e quel po' di merito ch'io possa avere,
mi mettono in istato di sfidarlo, ad onta della sua coda e delle sue
corna. Ma per dirvi un segreto, mio degno amico, non parlo mai di
queste cose che dopo aver recitato mattutino.»
Cambiò allor d'argomento; ed aveano entrambi passati due o tre
ore bevendo, ridendo, cianciando e cantando, allorchè il rumore di
replicati picchii alla porta del romitaggio dieder loro altre faccende.
E da che proveniva sì fatto interrompimento? Ciò è quanto non ci è
permesso spiegare, se prima non andiamo a raggiugnere altra brigata,
perchè ad imitazion dell'Ariosto, non ci siam fatta una legge di
accompagnar fedelmente per ogni dove i personaggi della nostra storia.
[Illustrazione: _Dette le quali cose, l'eremita prese l'arpa,
e cantò sovr'essa...._ pag. 151.]