Ai ludi, ove di prisco animo ardito
Fêr mostra i prodi, succedè fra poco
A ristorarli splendido convito.
A canto alla sua donna prendea loco
Ogni campion che ai rai di due pupille
Di gloria e amor rinnovellava il foco.
_Warton._
La festa annunziata dal principe Giovanni dovea celebrarsi nel castello
d'Ashby. Ma tale castello in que' giorni era ben lungi dal somigliare a
quell'edifizio, le cui maestose rovine anche oggidì eccitano gratamente
la curiosità del viaggiatore, e gli rimembrano il palagio fabbricato in
appresso da lord Hastings che fu una fra le prime vittime immolate alla
tirannide di Riccardo III. Nell'età, cui questa storia si riferisce, la
città e il castello d'Ashby appartenevano a Ruggero di Quincy, conte
di Winchester, che allora stavasi in Terra Santa, abitandone intanto
la rocca il principe Giovanni, che senza scrupolo usava a suo grado
delle cose tutte del proprietario. Voglioso in tale sera di sopraffar
gli ospiti con una straordinaria ostentazione di lusso, comandò non si
omettesse veruna cosa affinchè il banchetto fosse splendido quanto mai
si potea.
I provveditori della casa principesca, che in tali occasioni godeano
d'una sovrana autorità, fecero man bassa in quei dintorni per
procacciarsi qualunque cosa potesse far bella mostra alla mensa del lor
padrone. Parecchi inviti erano stati fatti, e più che mai abbisognante
in quei giorni di cattivarsi favore da tutti, il principe Giovanni,
estese cotali inviti non solamente alle famiglie normanne stanziate in
Ashby o nelle vicinanze di questa città, ma alle più reputate fra le
sassoni e le danesi. Comunque spregiati nelle circostanze ordinarie,
gli Anglo-Sassoni erano troppo numerosi per non rendersi formidabili
se avessero preso parte nelle civili sommosse, delle quali parea
imminente lo scoppio; onde ogni buona ragione di politica consigliava
l'amicarsene i capi.
Tutti sì fatti riguardi il Principe avea ponderati, venuto quindi nella
ferma deliberazione di usare a questi ospiti, che spesso non vedeva
alla sua mensa, ogni sorte di compitezze e cortesie, a cui dinanzi non
gli avea per vero dire avvezzati. E certamente ei possedea sovra ogni
altro l'ingegno di sagrificare all'interesse la propria opinione, e di
fingere sentimenti che non provava; ma per sua sfortuna la leggerezza
e la petulanza, ingenite in lui, o più presto o più tardi scoppiavano,
e gli toglievano il frutto che avrebbe potuto ritrarre da adoperata
dissimulazione.
Ei diede un saggio di tal leggerezza, o piuttosto straordinaria
demenza, allorchè il padre suo, Enrico II, lo inviò nell'Irlanda per
conciliarsi l'affetto degli abitanti di quel reame, incorporato testè
coll'Inghilterra. I capi Irlandesi s'affrettarono di movere incontro al
giovane Principe per fargli omaggio e offerirgli l'amplesso di pace.
Ma anzichè accoglierli colle addicevoli dimostrazioni di benevolenza,
il principe Giovanni, nè meno matti di lui i suoi cortigiani, non
seppero resistere alla tentazione di tirare per le lunghe lor barbe
que' magnati, la qual condotta gli è inutile il soggiungere quanta
indignazione eccitasse negl'Irlandesi. Citammo simile esempio, onde il
leggitore possa di per sè stesso farsi un'idea dell'indole di Giovanni
e delle sue continue imprudenze, nè quindi maravigliar del contegno che
gli vedrà serbare co' novelli suoi ospiti.
Consentaneo per allora ai propositi fatti a sè stesso, il principe
ricevè Cedric e Atelstano con riguardo il più segnalato, e quando
il primo d'essi fece le scuse di lady Rowena, che adducendo qualche
incomodo di salute si era esentata dall'accettar quell'invito, Giovanni
non pose acerbità nel manifestarne il proprio rincrescimento. Cedric
e Atelstano erano entrambi vestiti all'usanza degli antichi Sassoni,
abito non ridicolo di per sè stesso, pur diverso tanto da quello degli
altri convitati, che il principe Giovanni si diede poscia gran merito
presso Waldemar Fitzurse per aver saputo contenersi da un improvviso
scroscio di risa alla vista di quell'aggiustamento, fatto bizzarro dal
confronto delle costumanze d'allora.
E per vero dire ad occhi sol guidati dalla ragione, la breve tonaca e
il lungo mantello de' Sassoni dovevano apparire vesti più leggiadre, e
soprattutto più comode assai, che non quelle lunghe giubbe normanne,
larghe sì che sembravano zimarre da carrettai, e quelle cortissime
mantelline, che non difendendo nè dal freddo nè dalla pioggia, chi
le portava, fatte non sembravano ad altro se non se a mettere in
mostra tutte le pelliccerie ed i ricami che l'arte d'un sartore potea
sovr'esse adunare; usanza di cui lo stesso imperatore Carlo Magno
ravvisò i molti inconvenienti. «A che giovano» ei dicea «questi tabarri
sì corti? A letto! Non son neanche buoni a coprirci. A cavallo! non
ci riparano nè dal vento nè dall'acqua. Seduti! non salvano le nostre
gambe nè dall'umidità nè dal freddo.»
Nondimeno ad onta dell'imperiale censura, i mantelli corti continuarono
ad essere in grand'uso fino all'età che or descriviamo, e massimamente
presso gli Angioini. Tutti i cortigiani del principe Giovanni li
portavano, non si stando dal motteggiare i mantelli lunghi dei Sassoni.
Le persone invitate presero luogo intorno ad una mensa riccamente
imbandita. I molti cucinieri usi ad accompagnare il Principe in
simili viaggi aveano adoperato tanta maestria e tanto ingegno nel
variare le forme delle diverse vivande, che non meno de' moderni
professori nell'arte della cucina, rendeano cosa impossibile ai
convitati l'indovinare a prima vista la natura de' cibi cui stavano per
assaggiare. Focacce, pasticcierie d'ogni genere, e cibi ghiotti, non
soliti in quei dì a vedersi che sulle mense dell'altissima nobiltà,
screziavano gradevolmente quella vista senza togliere la simmetria,
cui compievano fiaschetti di vini i più delicati posti di distanza in
distanza.
Generalmente parlando l'intemperanza non era vizio caratteristico
dei Normanni. Più difficili da contentare che ghiotti, cercavano
bensì la squisitezza nelle vivande, ma rifuggivano da ogni genere
di sregolamento, la qual cosa non si poteva dire de' Sassoni. Gli
è vero che il principe Giovanni ed alcuni che lo imitavano per
fargli la corte, amarono oltre il dovere i diletti della mensa, ed
ella è anzi notoria cosa, che la morte del primo fu dovuta ad una
indigestione procacciatasi da sè medesimo col fatto abuso di pesche e
di cervogia[18]; ma la condotta di questo Principe forma eccezione a
quella de' suoi compatriotti, sobrii la maggior parte.
Laonde con una gravità maligna, solo interrotta da alcuni segreti
cenni che si faceano a quando a quando fra loro, i cavalieri normanni
stavano contemplando ogni moto il più lieve d'Atelstano e di Cedric,
che commisero a propria non saputa molte sviste derivate dall'ignorare
affatto le usanze di que' banchetti. Gli è più facile veder compatito
un uomo il quale manchi alle regole della prudenza ed anche della
costumatezza, che non tal altro, mostratosi ignaro delle minute
particolarità d'un cerimoniale. Cedric, a cagione d'esempio, che
forbiva le mani al tovagliuolo, anzichè aspettare che si rasciugassero
agitandole all'aria disinvoltamente, fece ridere assai più del
suo collega Atelstano, il quale da sè solo si appropriò un immenso
pasticcio, pieno da quante cose fine e delicate potevansi immaginare.
Ciò nulla meno allorchè dopo maturo esame si venne a scoprire che
il _thane_ di Coningsburgo (ossia _franklin_ come i Normanni il
nominavano) non conoscea le vivande da lui divorate sì avidamente, e
che prendea per piccioni e lodole gli usignuoli ed i beccafichi, tale
ignoranza gli fruttò risate, che ben più giustamente si meritava per la
sua ghiottoneria.
Alla fine del convito, allorchè i fiaschetti si faceano girare
attorno con maggior libertà, i commensali si diedero a favellar del
torneo e delle imprese onde ciascun cavaliere erasi più segnalato.
Vennero quindi passati in rassegna i nomi, e dello sconosciuto che
avea riportato il premio coll'arco, e del Neghittoso Nero sottrattosi
agli onori che meritò, e finalmente del prode Ivanhoe che a sì caro
costo avea comperata la gloria d'essere acclamato vincitore. Dominava
in tai discorsi una franchezza veramente militare, e le arguzie e le
lepidezze che si succedeano rapidamente l'una a l'altra come le figure
artifiziali d'una girandola. Il principe Giovanni era il solo che
non partecipasse, a quanto parea della comune giocondità. Immerso in
moleste agitazioni non mostrava dilettarsi delle cose che accadeano
attorno di lui; fuorchè rade volte, e se taluno de' suoi cortigiani
cercava divagarne la mente per sì fatto modo occupata, allora alzavasi
impetuosamente, e colmando la sua tazza la votava d'un fiato, quasi con
animo di svegliare così i sopiti suoi sensi, e frammettersi nei comuni
ragionamenti, il che eseguiva con qualche osservazione, buttata, per
vero dire, con poco garbo e spesso alla ventura.
«Noi votiam questa tazza» sclamò «ad onore di Wilfrid d'Ivanhoe,
vincitore del torneo, ed esprimiamo il nostro rincrescimento perchè
la riportata ferita non gli ha permesso onorare di sua presenza il
nostro banchetto. Che ciascuno imiti noi nel portargli un brindisi,
e soprattutto Cedric di Rotherham, ben meritevole di un figlio che ne
presenta sì belle speranze.»
«No, Principe» rispose Cedric alzandosi e rimettendo, senza avvicinarla
al labbro, la sua tazza sopra la mensa «non sarà mai ch'io dia il
nome di figlio a chi ha sprezzati i miei ordini, a chi ha abbiurato i
costumi e le usanze de' suoi maggiori.»
«E' non mi sembra possibile» sclamò il principe ostentando stupore «che
un tanto prode cavaliere si mostri poi rubello ed indocile figlio.»
«Pur d'esso è tale» riprese a dire Cedric. «Egli abbandonò la mia
solitaria abitazione per partecipare ai diletti della corte di vostro
fratello, ove imparò tutte quelle prove d'agilità, dette prodezze
da voi normanni, usati ad ammirarle con entusiasmo. Abbandonò, dissi
la mia casa, contro mia voglia e trasgredendo i miei ordini, la qual
condotta, ai tempi d'Alfredo, sarebbesi chiamata inobbedienza figliale,
e punita quindi col massimo rigore.»
«Ah!» soggiunse il Principe mettendo con ricercatezza un profondo
sospiro «poichè vostro figlio è stato alla corte del mio infelice
fratello, non mi occorre chiedervi, ove e da chi abbia imparato a
disobbedire suo padre.»
Nel farsi lecita simile considerazione, il Principe dimenticava, a
quanto sembra, che se Enrico II ebbe, poco più, poco meno, a dolersi di
tutta la sua prole, egli, Giovanni, s'era contraddistinto fra tutti i
propri fratelli per ingratitudine, e fino per osata ribellione.
«Se non m'inganno» soggiunse indi dopo breve pausa, «mio fratello avea
divisato di conferire il bel feudo d'Ivanhoe al suo favorito.»
«Glielo conferì di fatto» rispose Cedric «ned è questo il minor de'
rimproveri, che da me si è meritato mio figlio. Avvilirsi a ricevere,
come vassallo, quei feudi, che appartenevano per diritto ai suoi
maggiori, e posseduti da essi liberamente senza mai dipendere da
chicchesia!»
«Quand'è così» non indugiò il principe «voi non metterete ostacolo,
o generoso Cedric, alla mia intenzione di concedere questo feudo
ad un tale che non si reputerà avvilito nel possedere una fra le
più ragguardevoli signorie spettanti alla corona d'Inghilterra. Ser
Reginaldo Frondeboeuf» disse indi voltosi al nominato barone «spero
vi saprete conservare questa bella baronia d'Ivanhoe ed impedire, che
ser Wilfrid col rientrarne in possesso non s'inimichi vie più il suo
genitore.»
«Per sant'Antonio!» sclamò il gigante aggrottando il nero sopracciglio
«voglio che mi si dica Sassone, se mai più Cedric o Wilfrid, o nessuno
della sua schiatta, arriva a togliermi di mano il dono che l'Altezza
vostra vuol farmi.»
«Chiunque ti chiamerà Sassone, o ser Barone» sclamò Cedric, punto al
vivo da questa frase, non però insolita ai Normanni, studiosissimi di
dar tutti i possibili contrassegni di disprezzo agl'inglesi originarii
«ti farà un onore tanto grande quanto sei tu lontano dal meritarlo.»
Frondeboeuf stava in procinto di rispondere, ma tal briga gli
risparmiarono l'arroganza e ad un tempo la leggerezza del Principe.
«In fede mia, o Milordi, il nobile Cedric ha ragione. Egli e la sua
discendenza ci sopravanzano per lunghezza di genealogia come per quella
de' lor mantelli.»
«Sì» aggiunse Malvoisin «e ci sopravanzano ne' campi, come il capriuolo
sopravanza i cani che lo inseguiscono.»
«Oh! hanno infinite ragioni di vantar preminenze sopra di noi» incalzò
il priore Aymer «non fosse altro, pe' lor modi nobili e pieni di
grazia.»
«E che dite della segnalata lor temperanza?» interpose il suo motto
anche Bracy, non ricordandosi in quel momento che, giusta i divisamenti
ideati dal Principe, stava per isposare una Sassone.
«E dove lasciate il coraggio?» continuò Brian di Bois-Guilbert. «Chè
ne fecero sì bella mostra e nella giornata d'Hastings e in altre
giornate!»
Intanto che i cortigiani seguendo l'esempio del Principe gareggiavano
nel far ridere a costo di Cedric, il Sassone divenuto rosso dall'ira,
li guardava torvo un dopo l'altro, com'uomo cui la rapidità, onde le
costoro ingiurie si succedeano, non davano il tempo di rintuzzarle
volta per volta, e simile a furioso toro, che attorniato da' cani mossi
contro di lui, esita nello scegliere la prima vittima di sua vendetta.
Finalmente si volse al principe, siccome a primo autore dell'oltraggio
cui sopportava, e tai furono gli accenti che con voce fatta tremula
dallo sdegno ad esso indirisse.
«Sieno quai che si vogliono i difetti o i vizi della nostra stirpe, un
Sassone sarebbe stato considerato un vero _nidering_[19]» epiteto di
disprezzo il più enfatico fra quella gente «se nel suo castello ed alla
sua mensa avesse usato al proprio ospite quel trattamento, che vostra
Altezza comporta mi venga usato quest'oggi; e comunque grandi possano
essere le sconfitte che i nostri maggiori soffersero nelle pianure di
Hastings, dovrebbero almeno starsi zitti coloro» e in questa squadrava
col guardo Frondeboeuf e il Templario «che poche ore fa perdettero
sella e staffa contro la lancia d'un Sassone.»
«Affè che la botta è viva!» disse il principe. «Che ne dite, miei
Signori? I nostri sudditi sassoni fan coraggio. Motteggiano, e si
vanno emancipando in questi momenti di pubblica agitazione. In verità!
Credo che a noi non rimanga miglior partito d'imbarcarci su i nostri
vascelli, e raggiungere immantinente le coste della Normandia.»
«Per paura dei Sassoni!» soggiunse sghignazzando Bracy «se bastano i
nostri spiedi da caccia per mettere a stremo cotesti orsi!»
«Tregua ai vostri motteggi, miei cavalieri» si pose di mezzo Fitzurse.
«Crederei ben fatto» aggiunse indi volgendosi al Principe «se vostra
Altezza assicurasse il buon Cedric, che tai discorsi, i quali possono
veramente sembrare alquanto aspri ad un orecchio straniero, furono
tenuti sol per scherzo, e che nessuno di noi avea intenzione di fargli
oltraggio.»
«Di fargli oltraggio!» rispose il Principe, ricomponendo il volto ai
cortesi modi ed urbani. «Gli è quanto alla mia presenza non vorrò mai.
Ascoltatemi, milordi, bevo alla salute di Cedric, di lui medesimo,
poich'egli ricusa di bere alla salute del proprio figlio.»
La tazza passò da mano a mano in mezzo ai maligni viva di quei
cortegiani, dai quali viva però non si lasciò adescare Cedric. Se non
possedea soverchio acume di spirito, ben era un presumerlo troppo goffo
nell'immaginarsi che tal palliamento bastasse a fargli dimenticare
l'insulto dianzi sofferto. Tutto quanto ei potè sopra sè stesso fu lo
starsene silenzioso finchè il Principe propose altro brindisi ad onore
di ser Atelstano di Coningsburgo.
Questo cavaliere chinò il capo, e corrispose a sì fatto onore votando
d'un fiato, dopo averla colmata di squisito vino, la tazza che avea fra
le mani.
«Ora, miei signori, che abbiamo data soddisfazione ai nostri ospiti»
disse il Principe, cui il capo scaldavasi alquanto per la forza de'
vapori del vino «gli è giusto ch'eglino a lor volta ne contraccambino
d'egual cortesia. Nobile _Thane_» si volse a Cedric «permetteteci
domandarvi un favore, ed è di nominare voi stesso qualche Normanno,
il cui nome v'imbratti meno le labbra, indi annegare entro questo
bicchiere ogni amarezza, che il solo suono di sì fatto nome potesse a
vostro avviso lasciare dietro di sè.»
Intanto che il Principe Giovanni ponea tal partito, Fitzurse si alzò
e postosi con disinvoltura all'orecchio del Sassone, gli diè per
consiglio non lasciasse sfuggire sì propizia occasione di por termine
ad ogni astio fra le due schiatte col nominare il principe Giovanni.
Niuna cosa rispose il Sassone a questo politico suggerimento. Ma
alzatosi, ed empiuta fino all'orlo la tazza, volse al Principe tali
detti: «Vostra Altezza mi chiede ch'io nomini un Normanno, al quale
nel portare un brindisi io non arrossisca. Gli è chiedermi un penoso
sforzo, il confesso, qual s'ella comandasse allo schiavo di cantar le
lodi di chi lo tiene fra i ceppi, al vinto, oppresso da tutti i mali
che derivano dalla conquista, di celebrare i vanti del conquistatore.
Ciò nondimeno acconsento. Sì: ne nominerò uno, primo per grado come
per valore, il migliore, il più nobile della sua schiatta, e chiunque
ricuserà ripeterne il nome, lo divulgo qual vile, qual uomo sfornito
d'ogni sentimento d'onore, e lo dico e lo sosterrò a pericolo della mia
vita. Cavalieri, alla salute di Riccardo-Cuor-di-Leone[20].»
Giovanni, il quale certamente aspettavasi, che il proprio nome
coronasse la diceria del Sassone, si scosse in tutta la persona
all'udire sì all'improvista pronunziar quello d'un fratello infelice,
ch'ei però paventava. Quasi a non saputa di se medesimo, s'appressò
al labbro la tazza, pronto indi a posarla sulla tavola per leggere
negli occhi de' convitati l'impression fatta in essi da un brindisi
tanto improvviso. Molti, comportandosi da antichi ed abili cortegiani
quali erano, seguirono fedelmente l'esempio del Principe, accostando
il bicchiere alla bocca, e tosto riponendolo dinanzi a sè. Altri
lasciandosi trasportare da un istinto più generoso, sclamarono con
entusiasmo: «Viva il re Riccardo, e possa egli ben presto esserci
restituito!» Pochi furono, e in tal novero si trovavano Frondeboeuf
e il Templario, che neanco portarono la mano alla tazza, rimasti
immobili, e pignendosi il disdegno in ciascun lineamento delle loro
fisonomie. Niun v'ebbe però in quella comitiva che osasse apertamente
contradire a tal brindisi.
Dopo essersi assaporato per ben un minuto il riportato trionfo, Cedric
si volse al compagno: «Alziamci, nobile Atelstano; noi qui rimanemmo
quanto bastava per ben corrispondere alla cortesia del principe
Giovanni, che adempì sì degnamente verso di noi gli uffizi della
ospitalità. Chi d'ora in poi vorrà conoscere a fondo i modi rozzi e
grossolani de' Sassoni, può venire a trovarci nelle case de' nostri
maggiori, noi non le abbandoneremo più per l'avvenire. Almeno or
sappiamo che cosa sia un banchetto reale, e ci siamo acquistata un'idea
della normanna urbanità.»
Dette le quali cose, levossi ed uscì seguito da Atelstano, e da
molt'altri commensali, che Sassoni al par di questi, si tennero offesi
dai sarcasmi lanciati dal principe Giovanni e da' suoi cortegiani.
«Per l'ossa di san Tommaso!» disse il Principe dopo che furono partiti
«questi tangheri di Sassoni ci han soperchiati, e se ne sono iti cogli
onori del trionfo.»
«_Conclamatum et poculatum est_» disse il priore Aymer «sarebbe ora di
ritirarsi.»
«Il Reverendissimo» disse Bracy «avrebbe forse qualche bella penitente
da confessar questa sera? La sua premura di partire mel fa credere!»
«No, ser cavaliere» rispose l'Abate «ma mi tocca far molte miglia prima
di arrivare al tugurio della mia abbazia.»
«Ve' come ne lasciano!» disse il Principe fattosi all'orecchio
di Fitzurse; «la paura si è già impadronita di loro, e primo ad
abbandonarmi è il Priore.»
«Non temete, o Principe» risoggiunse Waldemar. «Mi dà l'animo
persuaderlo a trovarsi a York, quando ci raduneremo colà giusta i fatti
accordi. Ser Priore» disse indi ad alta voce «vorrei dirvi tra voi e me
alcune cose prima della vostra partenza.»
Già tutti i commensali si erano sbandati, eccetto le persone del
seguito del principe Giovanni, e coloro che si erano manifestati
apertamente suoi partigiani.
«Ecco il bel frutto de' vostri consigli!» disse il Principe che lanciò
un guardo d'indignazione sopra Fitzurse. «Alla mia mensa persino vengo
affrontato da un matto di Sassone, e al solo udirsi il nome di mio
fratello tutti mi sfuggono quasi avessi un male contagioso.»
«Non dovete incolparne me, o Principe» ripigliò Fitzurse «bensì la
vostra inconsideratezza e permettetemi il dir leggerezza. Ma non è
ora il momento a rampogne che sarebbero inutili. Bracy ed io andremo
a trovare questi vigliacchi e ne direm loro tante affinchè tocchin con
mano ch'essi non son più a tempo di dare addietro.»
«Sarà fiato perduto!» sclamò il principe Giovanni, che trascorreva a
lunghi passi la sala dimostrando massima agitazione, aiutata in buona
parte dai fumi del vino. «Sarà fiato perduto! Eglino han viste le note
scritte sul muro; hanno scorte l'orme della zampa del leone sopra
la sabbia; ne hanno intesi i ruggiti, che rintronarono dall'ultima
estremità della foresta: nulla varrà più a rianimare in essi il
coraggio.»
«Piacesse a Dio, che vi fosse cosa atta a riaccenderlo in lui.» disse
Fitzurse a Bracy. «Il nome sol del Fratello è per esso un martirio. Son
pur da compiangere i consiglieri d'un principe sfornito di coraggio e
di risolutezza così al bene siccome al male!»