COMMEDIA.

_PERSONAGGI._

MADONNA ORETTA.

MESSER BERNABÒ.

UN MONACO _dell’ordine di San Benedetto_

GIANNUCOLO, GABRIOTTO, MASETTO, _contadini._

MINGHINA, PINUCCIA, _contadine._

GINEVRA, COSTANZA, _damigelle di Oretta._

MACHERUFFO., _scudiere di Bernabò._

_Cacciatori e famigli, contadini e contadine._

_Le falde d’un poggio coronato di mura merlate, sopra cui si

mostrano comignoli, rocche di camini, alte torri imbertescate. Al

basso il terreno è incolto, ineguale, sparso d’alberi, d’arbusti

e di pruni, indizio di bosco vicino. È un mattino sul finire di

maggio; apparisce l’aurora, e lo splendore cresce al crescere del

giorno._

(_Giannucolo è sdraiato sull’erba a sinistra: ha la testa nuda, un

farsetto rappezzato, calze intere allacciate al farsetto e fornite

di suole sotto le piante dei piedi. — Entrano Masetto e Gabriotto

dalla destra: portano cappelli gualciti, camiciotti biancastri e

brache strette: tutti e due sono muniti di falci fienaie. Vengono

dietro Pinuccia e Minghina con le cottardite alzate e fermate ai

fianchi: l’una ha un rastrello, l’altra un forchetto_).

MASETTO (_indicando Giannucolo_). Oh guarda chi vedo!

GABRIOTTO. Domine fallo tristo: dormire a quest’ora! In tempo di

fienagione!

MINGHINA. Ohimè! Egli ha passato la notte a ciel sereno.

PINUCCIA. È un gran dorminterra! Un gran dorminterra!

MASETTO. E quando non dorme, va poltroneggiando ch’è una vergogna.

MINGHINA. La colpa non è sua, se è divenuto balordo: l’hanno stregato.

MASETTO. Aspetta, aspetta, ch’io gli fo lo scongiuro. (_Fa un fischio

acutissimo_).

GIANNUCOLO. (_si leva a sedere e li guarda di traverso_).

MASETTO. Leva su, dormiglione: che il fien di maggio è maturo.

GIANNUCOLO. Va alla malora tu e il tuo fieno! (_Si rimette a giacere_).

(_Suoni confusi in lontananza_).

GABRIOTTO. Giannucolo, hai da sapere che il signore è già in caccia.

Non senti i corni? Se ti coglie, stai fresco.

PINUCCIA. Guai a chi non lavora!

MINGHINA. Deh, sventurato, non ti conosci tu? Non consideri che

sei lavoratore dei campi? E vai vagabondando come trasognato, che i

fanciulli ti verranno oggi mai dietro co’ sassi!

GIANNUCOLO. (_non risponde e fa una spallacciata_).

MASETTO (_prende una manciata di terra e gliela butta come va, va_).

Su, ghiro!

GABRIOTTO (_gli getta un ramoscello secco_). Su ghiro, tasso, marmotta!

PINUCCIA. (_con voce strillente_). Su su su!

GIANNUCOLO. (_si leva in piè_). Che male vi ho fatto? Non vi ho fatto

niente. Come potete divertirvi a noiare uno che non vi ha fatto niente?

Lasciatemi stare, che sarà meglio per voi.

GABRIOTTO, MASETTO e PINUCCIA. (_continuano a sghignazzare e a fare

atti di spregio_). Su su su!

GIANNUCOLO. (_stringendo le pugna_) Io non so a che mi tengo...

MINGHINA. Zitti!... Zitti, vi dico: ecco un benedettino.

(_Un monaco bianco appare nel fondo, e si avanza lentamente

esaminando certe erbe che poi mette in una sporta. I contadini e le

contadine gli fanno riverenza_).

MONACO. Pace, pace, fratelli miei. Nega la pace a sè, chi la nega

altrui. È nemico di sè medesimo, chi vuole per nemico il prossimo suo.

Perchè altercate?

GABRIOTTO. (_indicando Giannucolo._). Perchè costui non vuol venire al

lavoro.

MASETTO. E il maggese è maturo.

GABRIOTTO. Una scossa d’acqua può mandarcelo a male.

GIANNUCOLO. (_se ne sta in silenzio con la testa bassa_).

MONACO (_con severità pacata_). Che non rispondi, figliuol mio? Che non

di’ qualche cosa? Sei tu divenuto mutolo vedendomi?

GIANNUCOLO. (_confuso_). Non so...

MONACO. Parla liberamente.

GIANNUCOLO. Non posso più attendere a nessuna cosa, chè mi par d’avere

tutto il mondo addosso.

GABRIOTTO. (_sogghignando_). Sonno mena sonno.

MASETTO. Un sonno tira l’altro.

PINUCCIA. Un uomo ozioso è il capezzale del diavolo.

MINGHINA. Padre riverito, io com’io dico che qualcuno gliel’ha fatta.

MONACO. Parla chiaro.

MINGHINA. Qualcuno, cioè una strega o uno stregone. Basta una parola,

un gesto, un’occhiata per legare un uomo che non sia più libero nè

della mente nè del corpo. Voi le sapete queste cose?

MONACO (_crollando il capo_). Di presente non pare vi siano maliarde in

questo paese.

PINUCCIA. Vengono di fuori via.

MINGHINA. Vengono di fuori via. Ier sera, al tramonto, ero nell’orto.

Che è che non è, cala giù una vecchiaccia bruna e magra e pelosa, fruga

nella salvia, ghermisce un rospo e frr, risale su pei nuvoli!

MASETTO. Ier notte, entrando nella stalla per abbeverare la vacca, ho

visto un folletto rannicchiato nella greppia: uno di quei folletti che

amano il caldo e temono il freddo.

GABRIOTTO. Venerdì mattina, un caprone forestiero s’è cacciato tra il

mio gregge, nabissando e cozzando alla maledetta. E mi ha stroppiata

uno pecora.

PINUCCIA. E quante galline nere non son nate quest’anno!

MONACO (_infastidito_). E chetatevi un po’!... Domani verrò al borgo

col nostro esorcista, e qualcosa si farà. Orsù, andate a falciare,

andate a falciare.

GABRIOTTO. Andiamo, che si fa tardi.

MONACO (_a Giannucolo_). Rimanti con me.

(_I contadini e le contadine se ne vanno, discorrendo

animatamente_).

GIANNUCOLO. (_sta immobile, in atto di chi aspetta_).

Monaco (_avvicinandosi_). Io sono medico in cirugia, abbi fiducia in

me. (_Lo guarda fissamente, tenendolo per il braccio in quella parte

dove i medici cercano il polso_). Tu non mi sembri infermo. Però questa

impossibilità d’attendere alle solite occupazioni può essere principio

d’infermità. (_Pensando_). Anche l’anima s’inferma, quando per vizio

o per colpa perde fermezza e si mette sul pendio del male. Hai tu

fatto bene l’esame della tua coscienza? Quanto tempo è che non ti sei

confessato?

GIANNUCOLO. La mia usanza era di confessarmi ogni mese almeno una

volta...

MONACO. Intendo: era ma non è più. Or mi di’, figliuol mio, hai tu

detto male d’altrui?

GIANNUCOLO. Padre mio, mai.

MONACO. Tolte dell’altrui cose?

GIANNUCOLO. Mai.

MONACO. Fatta testimonianza falsa richiesto o non richiesto?... Sei tu

stato bestemmiatore di Dio semplicemente o ereticalmente?... Bevitore,

giocatore, mettitore di malvagi dadi?

GIANNUCOLO. Padre mio, no.

MONACO. Nel peccato della gola hai tu dispiaciuto a Dio?

GIANNUCOLO. Vivo di pane e di acqua.

MONACO. Hai tu offeso i tuoi genitori con l’opere o con le parole?

GIANNUCOLO. Son solo al mondo.

MONACO. Dimmi, in avarizia hai tu peccato? Tenuto quello che tu tener

non dovevi? Desiderato più che il convenevole?

GIANNUCOLO (_sotto voce, quasi senza volerlo_). — Ecco il mio male! Un

desiderio...

MONACO. Un desiderio folle, occulto, focoso? Vi sono desideri che

struggono i giovani come il fuoco strugge la cera. Tu sei ammalato

nell’anima. Perchè non ti raccomandi a Dio?

GIANNUCOLO. Che mi guarisca? Ma io non voglio guarire. Il mio male

è la più cara cosa ch’io abbia al mondo. Non posso, per il tormento

che mi dà, nè mangiare, nè dormire; spesso sono come fuori di me; e

pure non vorrei tornare quel di prima. Vorrei solamente imbattermi in

qualcuno che mi soccorresse di consigli. Io non so niente di niente,

sono un povero idiota, ma assetato di sapere. Chi mi può dire come

si compongono i beveraggi, i filtri di cui ho sentito parlare? Dove

si trovano i talismani che arrestano gli effetti ordinari delle

cose, o cambiano la condizione degli uomini? È egli vero che per via

d’incantesimi uno può diventar bello come messer lo arcangelo, o ricco,

nobile, potente come un reale di Francia? Che occorre per ottenere tali

effetti? Un patto segreto? Un sacrifizio di sangue? Rinunziare a dieci,

a venti anni di vita? Alla salute dell’anima?

MONACO (_si mette ancor più attento_). Di’ sicuramente, che, il ver

dicendo, nè in confessione nè fuor di confessione si peccò giammai.

GIANNUCOLO. Sabato, su la mezzanotte, vincendo ogni pauroso pensiero,

sono salito fino al gran castagno di Ripalta. Il lume della luna

rischiarava torno torno il terreno, riarso dalle ridde, dai bagordi,

dagli accoppiamenti infernali...

MONACO (_ansioso_) E che cosa hai veduto? Di’ liberamente... Sotto

sigillo di confessione. Che ti è accaduto?

GIANNUCOLO (_ristringendosi nelle spalle_). Nulla.

MONACO. Il tuo Creatore ti ha aiutato, ti ha risparmiato la vista della

mala cosa.

GIANNUCOLO. Ma io ero pronto a tutto...

MONACO. Chetati, sciagurato! Tu sei ammalato nell’anima, cioè posseduto

nell’anima da uno spirito malefico. Or bene a tre capi si riduce

ogni sorta di maleficio: a maleficio ostile, sonnifero e amatorio.

(_Piantandogli in faccia due occhi scrutatori_). Il più terribile

è il maleficio amatorio, per cui il demonio eccita verso alcuno una

passione, un travaglio amoroso così violento che è veramente un furore.

GIANNUCOLO. Non è un furore, padre mio, è piuttosto un languore.

MONACO. Languor possente d’amore che rende languente la vita.

GIANNUCOLO. Non so che mi fare nè che dire...

MONACO. Guardiamo come si rimedia. Ma il rimedio non s’ha dalle mie

ampolle.

GIANNUCOLO (_tentennando mollemente il capo_). Il rimedio vince il

male, e io...

MONACO. Taci. Io ti condurrò al monastero, dinanzi al nostro abate, il

quale è monaco antico, di santissima vita, gran maestro in iscrittura,

di molto più sottile intendimento che tutti noi. Tu esporrai ogni cosa.

Egli ti parlerà per religione, per fisica, per filosofia; farà sì che

l’eccesso del tuo umore non trapassi in insania. Dopo t’inchinerai

alla testa di san Clemente, la reliquia insigne che venne d’oltremare.

Dopo ancora tu visiterai la nostra dimora, aperta a quanti hanno

sperimentato i pericoli del mondo; fidato rifugio dei pentiti, dei

tribolati, dei perseguitati. Fuori è come un palagio, dentro le celle

sono anguste e disadorne. Il nostro monastero ha possanza e ricchezze

al pari di un piccolo stato; ha poderi in monte e terre in piano,

giurisdizioni, dominii e signorie; riceve largizioni e doni solenni

d’oro, d’argento e di gemme... Noi monaci passiamo la vita tra le

orazioni, i digiuni, le battiture, i cilizi; ci obblighiamo con voto a

vivere poveri; le parole «questo è mio» non si pronunziano mai: sicchè

pochi giorni or sono fu negata la santa sepoltura a un confratello,

morto con due monete nascoste sotto le ascelle... Ognuno di noi, oltre

ai suoi doveri, ha il suo ufficio: chi studia le antiche memorie, chi

minia pergamene, chi riscuote i tributi, chi provvede al refettorio,

chi accoglie i pellegrini... Tutti c’inebriamo di sacrifizio: e da

quest’ebrezza, congiunta alla concordia degli animi, alla pace degli

atti, scaturisce la forza della nostra comunità. Uomini in altissimo

stato ambiscono d’esser chiamati nostri fratelli; vicini a morte

prendono l’abito, supplicano d’esser sepolti nella nostra chiesa

perchè la preghiera vegli sulle ceneri loro in sempiterno. Vieni

meco, e vedrai...(_S’interrompe_). Oh, guarda come scordavo il mio

ufficio! Sono medico, io: e bisogna che colga l’atropo medicinale e

l’erba morella mentre la rugiada bagna ancora la terra. Non t’incresca

d’aspettare un poco: ripasserò per questo sentiero. (_Si allontana

lentamente_).

(_Giannucolo si aggira qualche tempo tutto agitato, poi si avvia a

sinistra. — Il luogo sta vuoto un momento. — Madonna Oretta entra

dalla destra: porta una leggera ghirlanda di rose selvatiche sul

capo biondissimo: è vestita d’uno sciamito rosato strettissimo

dalla cintola in su e da indi in giù largo, e lungo fino ai piedi:

ha una leggiadra cinturetta d’argento con una bella borsa: la mano

destra nuda, la sinistra coperta con un guanto da falco. Le fanno

compagnia Ginevra e Costanza, tutte e due in guarnacca succinta,

con velo in capo_).

ORETTA (_piena di corruccio_). Ma dove, dove si sarà cacciato quel

falco? Io non comprendo. Lo lascio andare sur una lodola, così per

provare, e la prende. Lo lascio andare sur un’altra, e vola in alto, in

alto, e tanto lontano che lo perdo di vista!

GINEVRA. Io l’ho veduto fin qui...

COSTANZA. Soleva esser tanto maniero!

ORETTA (_battendo i piedi in terra_). E invano l’ho chiamato al pugno!

GINEVRA. L’ho veduto fin qui. Non è che uno smeriglio, ma moveva l’ali

come un falcon pellegrino...

ORETTA (_con moti d’impazienza_). Ha tutti i segni d’un pellegrin

naturale: gli occhi, il becco, gli artigli, le penne maestre, le

piume... Tutto, meno la nobiltà! Se lo ritrovo, lo tratto come un

falcon villano. Giuro che lo piglio per i geti, lo percuoto a un

albero, e lo butto a un can da pagliaio!

COSTANZA. Madonna, siete troppo crucciosa!

ORETTA (_fra’ denti_). Dio faccia che lo ritrovi!

GINEVRA. Lo ritroveremo. Non può andar perduto. Non ha gli scudetti ai

piedi, e i sonagli d’argento smaltati con l’arme del signore?

COSTANZA. Zitta! che mi par di sentirli i sonagli. (_Sta in orecchi_).

ORETTA. Non è suon di sonagli.

COSTANZA. È suono argentino, madonna, è suono argentino! Torniamo

addietro, che siamo venute troppo oltre. Chi sa! forse si è ravveduto,

il cattivo; e, mentre noi cerchiamo di lui, egli cerca di noi.

(_Ginevra e Costanza tornano dalla parte per la quale sono venute.

— Oretta continua a guardare in su, aguzzando la vista e facendosi

schermo della mano. — Giannucolo rientra dalla sinistra, la vede e

rimane come estatico_).

ORETTA (_voltandosi a lui_). Vieni dal bosco? Hai tu visto il mio

falco, posato in vetta a qualche albero? È uno smeriglio piccino e

leggero... Di’ tosto, di’ tosto. Perchè mi guati come un tralunato?

GIANNUCOLO (_si scuote, accenna di no_).

ORETTA (_si rivolge indietro per partire_).

GIANNUCOLO (_sopraffatto da un sentimento irresistibile_). Madonna!

ORETTA (_fermandosi_). Che vuoi tu?

GIANNUCOLO. Se posso fare alcuna cosa che vi levi dalla noia che avete,

ditemelo e lo farò volentieri. Volete che vi cerchi un altro falchetto?

Io so trovare nidi e nidiaci. A tre miglia di qui, dove nasce il nostro

fiume, vi sono dirupi che par che vadano in abisso. Là nascono falchi

piccoletti e di piumaggio gentile, ma onorati, superbi e di grande

ardimento; hanno voglie guerriere e fanno preda piombando dall’alto. Io

li credo dei migliori del mondo. Comandate.

ORETTA (_lo guarda in faccia e dà in una risata_). Che occhi mi fai!

Gli occhi d’un barbagianni al sole.

GIANNUCOLO. Madonna, sì: io sono un barbagianni e voi siete il sole.

ORETTA (_gaiamente_). Oh! oh! tu parli come un uom di corte!

GIANNUCOLO (_facendosi ardito_). I barbagianni s’inchiodano sugli usci

a scongiuro di danno e pericolo. Fatemi inchiodare sull’uscio della

vostra camera e beato me!

ORETTA. Tu parli come un cavaliere di scudo!

GIANNUCOLO. Dico quel che mi detta il cuore.

(_Suoni di corno e voci non troppo lontane_).

ORETTA (_attenta a udire_). Messer Bernabò caccia un lupo con la muta

dei bracchi. Senti: harlaù, harlaù, harlaù... (_bruscamente_). E ora

dove si saranno riposte le mie damigelle, che non tornano più? (_si

incammina a destra_).

GIANNUCOLO (_seguendola a mani giunte_). Deh, io ve ne prego, servitevi

di me. Ogni cosa che a grado vi sia, io m’ingegnerò di fare. Sarò

sempre vostro fedele, ubbidiente ai vostri comandamenti, per la vita e

per la morte...

ORETTA. E che vuoi ch’io faccia di te?

GIANNUCOLO (_guardandola con un’aria di aspettazione supplichevole_).

Fatemi quel bene che potete.

ORETTA (_con derisione_). Vuoi che ti elegga mio maggiordomo o mio gran

siniscalco?

GIANNUCOLO (_ferito_). Madonna!

ORETTA. Per alcun caso, avresti tu già servito alla tavola d’un

signore, o governato cavalli, o custodito cani, o addestrato e conciato

uccelli di rapina?

GIANNUCOLO (_scuote la testa_).

ORETTA. Adunque non puoi fare il servitore, nè il palafreniere, nè

il canattiere, nè lo strozziere. (Dopo una breve pausa) Quando sono

i freddi grandissimi e ogni cosa è piena di ghiaccio e di neve, nel

castello occorrono canti, suoni, spettacoli per alleviare la noia...

Sai tu per avventura motteggiare, dialogare, novellare in latino o in

volgare? Sei tu costumato e ben parlante?

GIANNUCOLO. Madonna, io son uom materiale.

ORETTA (_crudamente_). Hai tu appreso a sonare di viola, a trovare e

cantare imprese d’armi e d’amori?... Potresti tu giocar coi coltelli,

ingoiare le spade, spiccar salti oltremaravigliosi?

GIANNUCOLO. Non ho mai esercitato arti da sollazzo, signora.

ORETTA. Non puoi esser menestrello, non puoi essere giullare. Se tu

fossi mutolo, nano, gobbo o almen contraffatto, potresti vestir di

vergato, e sostituire Felisotto buffone, che invecchia e comincia

a pigliar malinconia: ma tu hai buon aspetto, il tuo fare non è

buffonesco, nè tale da muovere a riso.

GIANNUCOLO (_prontissimamente_). Ma io son folle, madonna; non ve ne

siete avveduta?

ORETTA (_lo squadra ben bene_). Tu non mi sembri svanito di senno.

GIANNUCOLO. Ho levato alto il viso, e ho guatato tanto in cielo, che ho

perduto la terra.

ORETTA. Come dire che ti perdi in vani pensieri?

GIANNUCOLO. Ho posto tutto il mio animo e tutto il ben mio in una

stella, la quale passa di bellezza millanta altre che si vedon lassù.

ORETTA (_ridendo_). Oh! oh! questo è molto bel cominciamento.

GIANNUCOLO. A niun’altra cosa posso pensare se non al mio altissimo

amore.

ORETTA. Per certo che non sei in buon senno. Che dunque fai?

GIANNUCOLO. Io temo forte che non vi sia noia s’io dico altro.

ORETTA. Di’ tosto, ch’io ho vaghezza di nuove cose.

GIANNUCOLO. Appena è notte, comincio per la campagna a vagare, fissando

il cielo, e dicendo a tutta voce: — Madama stella, madama stella, usa

in me la tua crudeltà e fammi morire. Ma sappi che se appresso la morte

s’ama, non mi rimarrò d’amarti.

ORETTA. Ma ella niente di queste cose, nè di te si cura?

GIANNUCOLO. Pare a me che da quella una soavità si muova, e discenda;

la quale mi riempie d’un piacere mai da me non provato.

ORETTA. Ma la tua infima condizione umana non ti lascia pigliare niuna

speranza di lieto fine.

GIANNUCOLO. La fortuna assai sovente gli oscuri ad alto leva, a basso

lasciando i chiarissimi.

ORETTA. E in che speri? Forse in qualche occulta operazion negromantica?

GIANNUCOLO. Sommamente desideravo di vederla più da vicino; e l’ho

veduta!

ORETTA (_dando in uno scoppio di risa_). Che è ciò che tu di’? Come hai

tu fatto?

GIANNUCOLO. Ho veduto colei che per me è più che una stella.

(_Pigliando fervore_). L’ho veduta e la vedo, e sento tanto piacere

nell’animo che appena so dove io mi sia.

ORETTA (_con sembiante altero, con uno sguardo che ammonisce_). Guarda

quel che tu parli.

GIANNUCOLO. Ancor mezza parola...

ORETTA. Non intendo il tuo coperto parlare.

GIANNUCOLO. Parlerò aperto...

ORETTA. Non più, che ora mi è fastidio a udire. (_Dà addietro e gli

butta una moneta_). To’ questo, mentecatto, e va via.

GIANNUCOLO (_mettendo il piede sulla moneta_). Madonna, la giovinezza

è sottoposta alle forze e alle leggi d’amore; le quali sono di maggior

potenza che tutte le altre.

ORETTA (_tutta nel viso cambiata_). Conosco quanto possono, e so

pure che non una volta ma molte hanno condotto i pazzi temerari ad

asprissimo gastigo!

GIANNUCOLO. E così sia. Usate in me la vostra crudeltà, fatemi

martoriare, fatemi morire...

ORETTA. Poni una statua di cera della tua grandezza dinanzi alla figura

di messer santo Nicola, per i meriti del quale io ti faccio grazia. E

fa ch’io non ti rivegga più in questi luoghi.

GIANNUCOLO (_con dolorosa voce_). Mercè per Dio e per pietà! Voi mi

date d’un coltello al cuore...

ORETTA (_fieramente adirata_). Levatimi dinanzi, can fastidioso che tu

se’! (_Volta le spalle e si avvia a sinistra_).

GIANNUCOLO (_con gli occhi lampeggianti e come uscito di sé_).

Maledetto sia il giorno che vi ho veduta, madonna! Ma, perso per perso,

vi voglio baciare. (_L’insegue, la raggiunge e tenendola forte, le

preme le labbra sul collo_).

ORETTA (_manda un altissimo strido_).

GIANNUCOLO (_la lascia e fugge a destra_).

ORETTA (_volgendosi attorno attorno con altre grida_). Aiuto! aiuto!...

Oh il ribaldo! il ribaldo! il ribaldo! (_Vede venire messer Bernabò, si

ferma e si ricompone_).

(_Entra messer Bernabò dalla sinistra, porta un cappuccio di

color verde scuro, una giubba di zendado verde chiaro con tanti

bottoni di pietre preziose, calze intere, scarpe da caccia senza il

becchetto, spada dorata, corno d’avorio cerchiato d’oro: ha in mano

uno spiedo_).

ORETTA. Signor mio, voi siate il molto ben venuto.

BERNABÒ (_con tranquillità abituale d’animo e di maniere_). Ho

riconosciuto la voce tua. Perchè hai gridato accorr’uomo? Che diavolo

vuol dir questo?

ORETTA (_ancor tutta fremente_). Fui villanamente oltraggiata.

BERNABÒ. Come andò?

ORETTA. Stavo cercando il mio falco smarrito, quando...

BERNABÒ. Chi fu colui?

ORETTA. Un giovane di cattiva vita, di biasimevole stato, di vilissima

condizione.

BERNABÒ. E che ti ha fatto?

ORETTA. Mi è corso addosso, mi ha messo le mani addosso...

BERNABÒ. E non ti sei difesa?

ORETTA. Mi ha presa a tradimento.

BERNABÒ. Ti ha fatto forza?

ORETTA. Mi ha baciata.

BERNABÒ. Ti ha baciato le gole? la bocca?

ORETTA. Il collo. Ci sento tuttavia come il bruciar dell’ortica.

BERNABÒ. E dove s’è nascosto?

ORETTA. Si è dileguato.

BERNABÒ (_dopo una pausa pensosa_). Donna, qui si convien tacere.

Tacendo, niuna vergogna ti può tornare; parlando n’avresti vitupero

appresso tutti.

ORETTA. Marito mio, signor mio dolce, io mi starò ben cheta; ma non se

ne starà cheto il mio offensore. Quel che tre sanno, tutti sanno. Io

speravo in una pronta e intera vendetta.

BERNABÒ. Pronta, intera, ma astuta. Lascia far me. I secondi pensieri

sono i migliori.

(_Ginevra e Costanza entrano dalla destra_).

GINEVRA. Ohimè, madonna, il vostro buon smeriglio è perduto!

COSTANZA. Con poca speranza, o nessuna, di riaverlo.

BERNABÒ. Chetatevi. Voi non sapete quel che vi dite. (_Si pone a bocca

il corno e lo suona_).

GINEVRA. Uno smeriglio cotanto tenuto caro!

COSTANZA. Il migliore che mai volasse!

GINEVRA. Di bellezza e di bontà passava tutti che nel castello fossero

mai!

(_Dalla sinistra entrano Macheruffo, e parecchi cacciatori e

famigli che accorrono alla chiamata: gli uni sono in zazzera,

altri in cuffia, tutti hanno gonnelle corte, qualche poco ornate al

collo, alle maniche e al fondo: e sono armati di spiedi, coltelli,

e altro da caccia_).

BERNABÒ. Venite qua, brigata. Dove avete lasciato Rinuccio, Crivello e

Scannadio?

MACHERUFFO. Messere, si sono incamminati per il bosco di san Giuliano,

chè i cani hanno trovato la passata d’un altro lupo. Ma contro il vento

lavorano male...

BERNABÒ. Deh, vadano tutti al nome del diavolo! che ora bisogna cambiar

caccia. Un villano, un paltoniere ha involato il falco alla vostra

signora. Correte e ricorrete questi luoghi intorno, cercate dietro le

siepi, tra le macchie, nei fossati. Trovato il ladro, mettetegli un

bavaglio sì che non possa proferir parola, e menatelo qui.

MACHERUFFO. Dategli la mala ventura, messere!

ALCUNI CACCIATORI (_a una voce_). Fatelo di mala morte morire!

BERNABÒ. Or via, andate e traetelo qui.

(_Macheruffo e gli altri partono correndo. Bernabò passeggia in

su e in giù. Oretta sta da parte con le sue damigelle. Gabriotto,

Masetto, Pinuccia, Minghina e altri contadini d’ogni età e di

ogni sesso arrivano alla spicciolata, tra curiosi e paurosi, e

si aggruppano nel fondo. Riappare il monaco bianco, interroga

sommessamente Masetto, poi viene avanti e saluta_).

BERNABÒ. Buon dì, messer lo monaco.

MONACO. Dio vi salvi, mio signore. Torno dalla cerca dell’erbe

che sanano il corpo; ma ho facoltà di sanare anche l’anima, con lo

svellerne tutti i peccati. So che avete sentenziato un giovinetto...

BERNABÒ (_alzando le spalle_). Poh! egli non è il sire di Castiglione,

nè il Dusnam di Baviera, e non mette conto che voi stiate qui in

disagio.

MONACO. Ma è un cristiano di Dio!

BERNABÒ. Dico ch’egli è un giovane di perduta speranza, infamato di

ladronecci e d’altre vilissime cose.

MONACO. E che vi ha rubato?

BERNABÒ. Un mirabile falcone.

MONACO. Messere, la pena dev’essere adeguata al delitto.

BERNABÒ. In buona fè, che voi siete un piacevol uomo! Non sapete che il

falcone è l’insegna stessa della nobiltà e della cavalleria?

MONACO. La legge antica dice che chi ruba un falcone, se può, paga

dieci soldi d’argento, che valgono il quarto d’un soldo d’oro; se non

può, soffre che il rapace gli becchi sei once di carne viva nel petto.

BERNABÒ. Monsignore lo re Filippo di Valois avendo smarrito uno

sparviero, fece andare per tutto il reame una grida, che chi pigliasse

il detto sparviero e lo presentasse, avrebbe da lui dugento franchi, e

chi non lo presentasse, andrebbe al gibetto.

ORETTA (_mossa da un pentimento istantaneo, a cui si aggiunge un

lontano e confuso spavento, si stacca dalle damigelle e si accosta al

monaco_). Padre mio buono, io vi rivelerò cosa tanto secreta, che niuno

deve sapere all’infuori di noi e di voi. (_Sottovoce_). Quel giovane

m’ha fatta molta villania e onta tale, che non la posso sofferire.

MONACO. Dunque fu ingiuria, non rubamento? Dunque è vendetta, non

punizione?

ORETTA. Non sa quanto dolce cosa sia la vendetta, se non chi riceve

l’offesa.

BERNABÒ. E ancor dico io che l’ho sentenziato!

MONACO. Sentenza sommaria senza vero giudizio.

BERNABÒ. Messer lo monaco non v’impacciate, lasciate fare a me ciò che

quel malvagio ha meritato.

ORETTA. Colui m’ha fatto onta troppo più che io non possa sopportare.

MONACO. Non potete sopportare?... E perchè? Guai a chi non può

sopportare! Egli dovrà soffrir poi. Chi sopporta è sulla via della

pace, della pace cristiana, della pace vittoriosa. Già da tempo si

combatteva con odio contro l’odio, con offese contro le offese, con

male contro il male. Ma il Salvatore, venendo in terra, ha portato

una nuova maniera di guerreggiare, che è vincer l’odio con l’affetto,

l’offesa col perdono, il male col bene. (_Con un tono come di placida

ispirazione_). Udite, a questo proposito, un avvenimento di maraviglia.

Berta, moglie di Bertranno da Montemale, con pompa d’arnesi, di cavalli

e di famigli, andava in pellegrinaggio alla badia di San Michele della

Chiusa. Avvenne che Bruno da Oulx, il quale con una grossa brigata

di masnadieri tormentava quel paese, sentì la sua venuta, si mise in

agguato, uccise i famigli, tolse i cavalli e gli arnesi; e, sia per

capriccio, sia per raffinamento di crudeltà, lasciò in abbandono la

gentile donna, spogliata e scalza e senza alcuna cosa in capo. Ella,

tutta piena di lagrime e d’amaritudine, diè volta addietro; e non senza

gran fatica, sì come colei che d’andare a piè non era usa, tornò al

Castello di Montemale. Bertranno, udendo ciò che le era intervenuto,

giurò solennemente di non tagliarsi più nè unghie, nè capelli prima che

gli fosse riuscito di vendicarsi...

BERNABÒ. In fè di Dio, cotesta fu buona ira!

MONACO. E più mesi egli perseverò in quello stato, divenendo come un

bestion da bosco; finchè, dato compimento all’apparecchio di guerra,

montò a cavallo, e cavalcò con sua compagnia verso il luogo destinato

per la vendetta. Provocati i masnadieri alla battaglia, li sconfisse

e dissipò; Bruno prese e trascinò a corda a Montemale, disposto di

farlo vituperosamente morire. I terrazzani concorsero a vedere il

prigioniero: e chi voleva fosse arso a lentissimo fuoco: chi sotterrato

vivo a capo all’ingiù; chi legato a un palo in alcun alto luogo del

castello, nè quindi mai levato, infino a tanto che, disfatto dal sole e

dall’intemperie, per sè medesimo non cadesse.

BERNABÒ. Alla croce di Dio! che questa fu bella pensata. E che fece

Bertranno?

MONACO. Quello che io sono per raccontarvi. Le porte erano serrate e i

ponti alzati, e ciò non ostante eccoti comparire un molto venerabile

uomo, il quale tutto rivolto a Bertranno e a Berta, cominciò a

ragionare. E la materia del suo ragionamento fu la necessità di

perdonare le ingiurie, benchè gravissime. Diceva: «Dio non pretende

che voi non sentiate l’affronto, pretende che non trascorriate alla

vendetta come una fiera. E veramente l’ira è una fiera che traversa

l’animo anche del savio, ma non vi scava però la sua tana. La sua tana

scava nell’animo dello stolto. _Ira in sinu stulti requiescit_. Essa

col tempo passa: tardate a sfogarla, senza però permettere che traligni

in odio. Ricordatevi che tutti, o più presto o più tardi, abbiamo

a morire. Non mettiamoci a rischio di morire da bestie arrabbiate.

Alzate gli occhi lassù a quel bel soggiorno di pace, alla nostra patria

celeste. Siamo in cammino per giungervi, non ci adiriamo per la via.

_Ne irascamini in via_...

(_Si sente, a una certa distanza, un forte grido incomposto di

trionfo. Tutti si voltano a guardare da quella parte_).

GABRIOTTO. L’hanno pigliato!

MASETTO. L’hanno pigliato a furore!

GABRIOTTO. Era nel canneto.

PINUCCIA. No, che il canneto è a mancina.

MINGHINA. Domine aiutalo!

BERNABÒ (_si scosta da Oretta e dal monaco e guarda anche lui_).

MONACO (_a Oretta, riprendendo il discorso_). Perchè mi distendo io

in tante parole? Udite il prodigio. Bertranno e Berta, fatti mansueti

dall’ammonizione dell’uom di Dio, perdonarono a Bruno da Oulx; e quasi

ciò fosse poco, poichè Bruno ancora era giovane e piacevole nel viso,

lo presero per figliuolo e lo costituirono loro erede. O altezza della

fede cristiana che tanto ottiene! O forza grande della grazia divina!

Che Dio vi converta, madonna!

(_Si sente un suono confuso e vicino di grida imperiose: — Cammina,

ladrone! Alla morte, alla morte!_)

MONACO (_si tira da una parte e sta a vedere che cosa succede_).

ORETTA (_rimane nel mezzo, accigliata e fissa in gran pensiero_).

BERNABÒ (_ai contadini_). Fate luogo! fate luogo! o vi faccio frustare

come cani.

(_Macheruffo, i cacciatori, i famigli entrano dalla destra

conducendo a forza Giannucolo tutto rabbuffato, pallido il viso, la

bocca strettamente coperta con un panno_).

MACHERUFFO. Largo! largo!

La straniera · 第 75 / 152 题