Nei nove anni d’intervallo tra l’uno e l’altro libro erasi anche
mutata la vita dell’uomo. Annoiato della vita esteriore e mondana,
precocemente inclinato alla solitudine, acquistò piena e intera
la dolcezza della pace domestica sposando la donna esemplare che
lo consolò con la perfetta comunione del sentire e del vivere fino
all’ultimo respiro, e avendone un figliuolo cui tocca ora consolar la
madre, rinnovellando le virtù paterne.
Dal cuore della vecchia Torino, dove era sempre vissuto, passò nel
1895 ad abitare col fratello Davide nella palazzina che questi seppe
far bella di sobria eleganza, a mezzo il corso Massimo d’Azeglio, di
fianco al parco del Valentino. Erano quelli allora luoghi di fresca
esplorazione, strade appena tracciate, plaghe incognite della città
nuova; e all’ospite inesperto Edoardo mandava, per farsi trovare,
una deliziosa mappa figurata, in cui si vedeva delineato il quartiere
sorgente dai deserti, e, di là dalla macchia tenebrosa del parco, il
Po (fiume) con pesci natanti, e di là dal Po le colline popolate di
selvaggi simili a Pelli-rosse. Che mutamento, in quindici o sedici
anni! A mano a mano che il nuovo quartiere si venne addensando e
popolando, e la città nuova cinse del suo vivace operare la casa degli
artisti fratelli, Edoardo si ritrasse in sempre più schiva solitudine,
abbandonando a poco a poco, quasi senz’avvedersene, le consuetudini
cittadine. Ancora per qualche anno frequentò il Circolo degli Artisti;
nel 1908 fu parte attiva del Comitato formatosi per costituire al
Gerbino un teatro d’arte, che non ebbe fortuna; si lasciò eleggere e
rieleggere membro del Consiglio direttivo del Museo Civico. Ma dopo che
cominciò a soffrire in salute, fu tutto nella famiglia e nel lavoro.
Era quella la casa dell’amicizia e del nobile lavoro: al piano
superiore Edoardo copriva lentamente della sua scrittura diritta e
spaziata i grandi fogli sciolti, senza posa gettati e rifatti: giù a
terreno, nel vasto studio eretto apposta, Davide modellava cavalli
eroici e figure monumentali: e l’uno pensava all’altro, con quella
virile tenerezza che dei due fratelli faceva un cuore e un intelletto
solo. Venuta l’estate, le due famigliuole passavano nella casa avita
di Murello, ignorato villaggio oltre Racconigi, in mezzo alla pacifica
pianura sparsa di foreste e di belle acque correnti, che Edoardo
dipinse con discrezione d’innamorato ne’ suoi racconti.
Quivi non altro svago che la lettura, la visita di qualche amico, e
la caccia, pretesto a lunghe camminate contemplative più che a stragi
d’animali innocenti, dei quali, massime degli uccelli, rimpiangeva con
anima francescana, non per bramosia di preda, lo scarseggiare sempre
più sensibile, la distruzione bestiale tollerata dalle leggi. Conosceva
gli animali, le piante e la campagna meglio di un naturalista e di un
coltivatore; ma, villeggiando su le sue terre date in affitto, non le
guardava con l’occhio del padrone, non _sentiva_ la proprietà della
terra che non coltivava. Mi parve sempre poco persuaso del diritto di
ricavarne la sua modesta agiatezza. Non gli sarebbe piaciuto essere
più ricco: dì guadagni suoi propri, per il suo lavoro, sì, non di
proprietà. Non gli vidi mai danaro nelle mani. Non ne teneva, non se ne
occupava, lasciava l’amministrazione ai suoi di famiglia: sapeva bene
che, col suo assoluto disinteresse, non avrebbe giovato alla casa. La
parsimonia non gli costava il minimo sacrificio: di tutto quello che a
lui non importava godeva soltanto per la famiglia. Si può capire, con
un temperamento simile, che razza di affari facesse con gli editori e
con le compagnie comiche.
La prima edizione della _Bufera_ andò esaurita, con poco aiuto di
pubblicità sui giornali, mentre Edoardo attendeva agli altri lavori
che via via, per un bisogno invitto, compose negli ultimi dieci anni:
_La falce_ (1902), _A guerra aperta_ (1906), _Juliette_ (1909): tutte
opere sorelle, che di quella maggiore ritengono e confermano i pregi.
Esse attestano una volta di più la verità della sentenza, che il meglio
della letteratura narrativa è dato in Italia dagli scrittori paesani,
pittori dei costumi tradizionali e provinciali. Il Calandra è tra
essi degli ottimi, dei più sinceri e originali: perchè ritraendo con
religioso amore di verità i caratteri e gli aspetti del caro paese
subalpino, mostra intera nelle sue visioni della vita la personalità
propria d’uomo superiormente probo e pensoso.
Fu detto che la _Bufera_, che tutti i lavori del Calandra, commedie
e racconti, mentre con sì delicata giustezza rendono l’immagine
riconoscibile della verità, contengono uno spirito di mistero che
inquieta il lettore e lo affascina, un senso indefinito di rapporti
oscuri, ma certi, fra la vita e la morte, un’idea non espressa
dell’universale coesione e continuità dell’essere, un intuito, più
che un concetto, di qualche cosa d’ulteriore che si cela nella realtà
definita. _La bufera_ sarebbe una narrazione mirabilmente chiara dei
turbamenti recati nella società piemontese dai casi occorsi fra il 1798
e il 1799, tra la partenza di Carlo Emanuele IV e l’invasione degli
Austro-Russi; ma non sarebbe un romanzo, non sarebbe il bellissimo
romanzo che è, senza quella invenzione della scomparsa del dottor
Ughes. Parte nascostamente una mattina, lasciando la sposa amatissima,
e non torna più. È andato lontano, è carcerato, è stato ucciso? Non
si sa, non se ne sa più nulla. Ma questo assente è sempre presente,
incombe su tutta l’azione, la domina, la precipita, protagonista
occulto, anima di dramma che fa tremare tutto il libro, nel suo candido
stile. Così il poeta, sincero sovra ogni altro, trovò espressioni reali
e oggettive a quel sentimento del mistero che lo governava, fuor d’ogni
affermazione religiosa o filosofica, e che è poesia appunto perchè è
sentimento, non dottrina.
Benedetto Croce, che non conobbe mai di persona il Calandra,
studiandone l’opera in un saggio critico ancor recente, scriveva fin
dalle prime linee: «A leggere i suoi romanzi e le sue novelle si prova
la confortevole impressione di aver da fare con un galantuomo». E
concludeva: «Anche il suo stile mi sembra da galantuomo». Impressione
giustissima, e direi infallibile, perchè il Calandra nello scrivere
traduceva l’essere, e non avrebbe potuto fare altrimenti. Gli
infingimenti letterari, anche i più usuali e veniali, gli ripugnavano
come menzogne, come quelle mediocri menzogne che sono. Bastava
conoscerlo per comprendere che tutto quanto in arte è fittizio,
retorico, ciarlatanesco, fatto senza sincerità di sentimento per
conseguire un certo effetto, era cosa estranea a lui, precisamente come
le male azioni sono estranee al pensiero dell’uomo onesto. Così basta
leggere le cose sue per comprendere la tempra e il tipo umano di chi le
scrisse.
Lasciate da gran tempo le eleganze mondane, egli viveva e vestiva
con semplicità quasi rustica. Ma chi lo avesse incontrato pur fra i
campi, così dimesso ma nitido, come il rustico bastone mondato dalle
sue stesse mani, non avrebbe mai potuto sbagliare, avrebbe subito
riconosciuto un «signore», di sangue, un essere fine e superiore,
al quale affetto e rispetto erano tributi immancabili. Il titolo di
cavaliere gli veniva da natura. Non lo descrivo, perchè le descrizioni
di persone non servono a nulla. Dico soltanto che la sciolta nobiltà
del portamento, la dignità gentile di tutta l’alta asciutta persona,
l’aria dolce e arguta del viso che fu bello sempre, anche nell’età
cadente e tormentata, il fare aperto e signorilmente corretto, davano
dell’uomo una impressione divenuta rarissima a questi nostri tempi, nei
quali l’umanità cosmopolita tende mirabilmente a incanagliarsi. Alla
sua mano ogni mano si stendeva sicura, perchè si vedeva ch’egli era
ignaro d’ogni viltà, puro e schietto come un eroe nella sua semplicità
tranquilla. Direi, se la parola _virtù_ può essere intesa ancora nel
suo alto senso antico, ch’egli era uomo di virtù, tanto più amabile e
onorevole quanto più aliena da qualsiasi considerazione del giudizio
altrui e quasi inconscia della sua nobiltà. Era insomma di quei
pochissimi uomini la cui amicizia, come si dice, riconcilia col genere
umano, e che ciascuno deve reputarsi fortunato d’avere incontrato nel
mondo.
Parlava con lo stesso spirito con cui scriveva, vario e piacevole,
ricco di aneddoti con circostanze ben precise, pieno di buon senso,
volentieri faceto, alla francese; e giudicava la gente e le cose da
conoscitore, con la serenità del saggio che ha viaggiato così nei tempi
come nei paesi lontani, e che da tanto vedere ha imparato un’indulgenza
non scettica ma rassegnata, una coscienza quasi stoica del male
inevitabile e dei contrasti anche acerbissimi per cui vivere è vivere,
non campare. Ma quando quella dignitosa coscienza e netta si ribellava
a un’iniquità troppo vergognosa, nessuno aveva più di lui recisa e
ferma l’espressione dello sdegno. Il disprezzo, scrisse il Foscolo,
è sentimento di cui rari, assai rari mortali sono veramente capaci.
Edoardo Calandra era uno di quelli.
Parrebbe che un autore di tanta sincerità, il quale non scriveva
se non di ciò che per elezione e per affetto avesse fatto suo, e
rifuggiva da qualsiasi studio di virtuosità tecnica e ostentazione
di eleganze formali; parrebbe che un tale scrittore, non descrittore,
a cui lo stile era diretta espressione del pensiero, non decorazione
sovrapposta, dovesse comporre con facilità e spontaneità, magari alla
buona, appagandosi di fare a modo suo. Invece no: qualunque opera,
anche piccola, gli costava inestimabili tormentose fatiche, prima per
incontentabilità d’artista, a cui difficilmente piaceva oggi quello che
aveva fatto ieri; e poi perchè questa terribile arte dello scrivere
italiano gli dava una soggezione immensa, la soggezione che chiunque
di noi, se ha coscienza, prova davanti alla carta bianca, con di più
la soggezione propria del piemontese mal sicuro della sua italianità
idiomatica: la preoccupazione linguistica, di cui l’esempio più
famoso è Vittorio Alfieri, di cui fu trattatista il Galeani Napione,
di cui soffrirono, qual più qual meno, tutti i moderni subalpini,
e il D’Azeglio e il Balbo e il De Amicis e l’Abba, timorosi del
proprio sapere e del proprio gusto e perciò indotti ad eccedere nello
studio della buona lingua e nel culto del vocabolario. Il Calandra,
a vederlo lavorare, dava l’immagine compiuta di tutti que’ suoi
predecessori conterranei che, paurosi d’esser poco italiani, finirono
col non essere più piemontesi: male anche questo, segnatamente negli
scrittori di cose famigliari e locali. Così avviene che la sua prosa
ho talvolta un che di stentato, risente il dizionario, lo sforzo di
rendere genuinamente caratteri e discorsi piemontesi, senza incorrere
in idiotismi piemontesi. Inutilmente qualche amico gli consigliava di
abbandonarsi un poco, di lasciare che i suoi racconti tenessero dal
paese dove si svolgono anche il colore idiomatico, quale si nota senza
biasimo, quando non trasmoda, nella Serao, nel Rovetta, nel Fogazzaro,
nel Verga. La sfiducia nel proprio senso d’italianità era in lui troppo
grande e continua. Si aggiunga lo scrupolo storico, per il quale, senza
punto proporsi di scrivere storia od anche romanzo storico, egli era
incapace di citare pur fuggevolmente una circostanza di fatto, una
data, un nome, un particolare genealogico o militare o topografico,
senza essersene bene accertato sui documenti, consultando con infinita
diligenza critica le fonti.
Non avrebbe mai perdonato a sè stesso un’inesattezza: gli sarebbe
parso di tradire insieme l’opera sua ed i lettori, ai quali, come a
qualunque persona, non avrebbe mai voluto dire cosa che non sapesse
vera. Scrupolo di galantuomo anche questo, non diverso dal vivere allo
scrivere, secondo un dovere che troppi trascurano, credendo sul serio
che siano lecite e naturali nell’arte le trasgressioni morali di cui
non si vorrebbe essere rimproverati nella pratica quotidiana.
Così, tra dubbi e scrupoli ed esigenze eccessive verso sè stesso,
Edoardo scriveva con infinita pena e si logorava fuor di misura. Non
se ne accorgono i lettori de’ suoi libri; se ne accorgevano bene gli
amici, che vedevano peggiorare con tante ostinate fatiche la salute
malferma dell’artista, già estremamente sensibile di complessione,
e negli ultimi tempi tormentato da’ disturbi della circolazione,
fatali annunziatori, che egli credeva segni di nevrastenia. Cercava
ristoro nello stare all’aria aperta e nel lavoro manuale, beneficio
inestimabile, privilegio che ogni studioso gli invidiava, perchè
non disforme dai soggetti del suo studio nè dai modi dell’arte sua.
Dal padre, credo, e da una pratica non mai abbandonata, teneva una
singolare abilità febbrile in restaurare mobili ed armi, anticaglie
di cui a poco a poco s’era adorna tutta la casa, dove non è forse
uno stipo, una cornice, un oggetto da tavola o da ornamento che non
abbia avuto il compimento della sua bellezza attuale dalle mani del
padrone. Sapeva scovare nelle botteghe degli antiquari e fin nelle case
dei rustici le cose trascurate che il suo lavoro rifaceva mirabili.
Pochi anni addietro vide per caso nella fucina di un fabbro un fascio
di piastre di ferro informi: le considerò, le comprò, ne cavò un
bellissimo arnese di guerra, l’armatura completa di un ufficiale
francese del Cinquecento. Trattava da maestro i legni e i metalli,
che trovava men duri della parola scritta. E aveva il buon gusto delle
cose materiali, come aveva il buon gusto morale, ancor più difficile a
trovarsi. Nelle sue stanze di Torino e di Murello è gran semplicità, ma
non vi è cosa che sia brutta o volgare.
Negli ultimi tempi le sofferenze sempre più frequenti lo avevano reso
un po’ selvatico: di rado usciva, nelle parti centrali della città
non andava quasi più. Tardi, troppo tardi, aveva avuto compiacenze
tanto più grandi quanto men cercate. _Juliette_ era piaciuta molto. In
tutta Italia, i critici più riputati si occupavano finalmente di lui,
tutti con lode, qualcuno con ammirazione profonda. Mentre attendeva
alla seconda edizione della _Bufera_, che non fu ristampa, ma risoluto
e delicato rifacimento dell’opera intera, fatica indicibile di un
anno e mezzo, senza una giornata di tregua, si confortava leggendo
gli articoli de’ suoi lodatori non richiesti nè conosciuti, e le
testimonianze del favore che le cose sue acquistavano in Francia, dove
si prendevano a tradurre e a pubblicare nelle riviste in voga. Non
aveva mai scritto nè detto parola per attirare l’attenzione altrui:
tanto più grati gli giungevano gli omaggi inattesi. Quando il Croce
spontaneamente gli scrisse chiedendogli i libri suoi che non trovava
a Napoli, Edoardo non glieli voleva mandare, per non mostrar di
aspettarsi alcun che dall’autorevole scrittore della _Critica_. Bisognò
sforzarlo, persuaderlo che il Croce avrebbe saputo ben comprendere
l’animo suo discretissimo, come seppe infatti. Era troppo riguardoso,
troppo signore, per questo nostro mondo della _réclame_, del _bluff_
e del _boum_, fiorenti industrie. Così era schivo di cariche e
uffici pubblici: l’idea di un impiego, per quanto nobile, gli era
assolutamente inaccettabile e nemica. Nemmeno la successione onorifica
di Vittorio Avondo nella direzione del Civico Museo di Torino avrebbe
accettata, nemmeno se avesse goduto di miglior salute. Tanto ritroso
senso d’indipendenza era il riscontro legittimo della sua discrezione
verso la gente e l’autorità, a cui nulla aveva mai chiesto.
Visse e lavorò libero, supremo bene, e non si lagnò della vita perchè
seppe accettarne virilmente i travagli, senza la ridicola pretesa
della felicità. Morì, per sua ventura, fuor di coscienza, dopo mezza
giornata di patimenti seguìti da un sonno senza risveglio. Otto giorni
prima la signora Calandra gli aveva fatto vedere il suo anello nuziale
che, perduta la saldatura, appariva spezzato. Edoardo, che pur non
era superstizioso, le disse: — Sono io che me ne vado... — Ci aveva
pensato sempre, massime negli ultimi tempi, senza alcun tremore.
I suoi sapevano bene ch’egli voleva essere seppellito in una umile
bara, nell’umile terra di Murello, fra le zolle e le piante che gli
pareva di conoscere ad una ad una, non da quando era nato, ma da tutta
l’antichità de’ suoi padri, ai quali spiritualmente si ricongiungeva.
Di quella terra fu il poeta, di quell’antichità l’evocatore. Il suo
amoroso tributo al vecchio Piemonte assume nell’arte valore nazionale,
e a lui assicura onorato luogo fra gli scrittori moderni. Nella
letteratura del nostro paese onusto di tanto passato, superstite di
molte vite, le forme miste di storia e d’invenzione, l’arte nudrita
di memorie, son cose naturali e necessarie. Da noi non è possibile
dimenticare, e vivere solo del presente. Scrittore veramente italiano
è chi, come Edoardo Calandra, illustra con l’arte sua la continuità
vitale dello spirito patrio, e lascia libri in cui a questa sola legge
obbedisce il franco e disinteressato ingegno.
(_Nuova Antologia_, gennaio 1912).