A Torino il nome di Calandra indica una famiglia intera, nota con suoi
particolari caratteri come un uomo solo, tanto palese era tra padre
e figli la continuità dello spirito, il trapasso delle attitudini.
Piemontesi genuini del vecchio ceppo, siano tranquilli borghesi o
industriali o uomini politici o artisti, qualunque cosa facciano,
recano nella persona e nel modo di vivere il segno infallibile
della stirpe: sembrano militari, e qualche cosa di militare hanno
nell’intimo della loro natura. Hanno la disciplina interiore, l’istinto
di devozione al bene pubblico e la correttezza tra bonaria e altera
così dei modi come delle opinioni. Concepiscono ciò che fanno non
altrimenti che il buon soldato concepisce il suo dovere, con rispetto
e con serietà nativa. Se tutti gli italiani fossero cittadini di questo
stampo, l’Italia sarebbe lo Stato ideale sognato dai filosofi antichi.
L’avvocato Claudio Calandra, il padre, era rimasto vedovo ancor
giovane. La moglie, bella e buona, gli era morta di ventotto anni, nel
1858, lasciandogli i figliuoli bambini, Edoardo di sei anni, Davide di
due: sicchè la loro educazione fu fatta quasi esclusivamente da lui,
secondo la sua indole meditativa e operosa ad un tempo. Egli esercitò
dapprima l’avvocatura; ma poi la lasciò, assorto in tutt’altri studi.
S’era dato spontaneamente, da autodidatta pertinace, all’idraulica e
alla geologia; onde fece la scoperta di un nuovo modo di estrazione
delle acque sotterranee, che porta il suo nome, e potè dare opera
efficace al prosciugamento di paludi, all’irrigazione di terreni
riarsi, al risanamento di piaghe malariche, con piena riuscita nelle
bassure della sua provincia di Cuneo, con tentativi animosi nel
Tavoliere di Puglia. Amava il vivere all’aperto e gli esercizi fisici,
nei quali si fece presto compagni i figli giovinetti, che addestrava
alla scherma e alla caccia, di cui era appassionatissimo. Ottenne così
ch’essi acquistassero famigliarità con le cose della natura libera e
insieme con le armi. Di armi antiche, non per manìa da dilettante, ma
con sentimento della storia e dell’arte, teneva raccolta, fin dalla
prima gioventù, e la arricchiva di continuo con ricerche pazientissime
nel suo paese e in tutti quelli che aveva occasione di visitare.
Così, quando fu deputato per il collegio di Savigliano al Parlamento
di Firenze, battè tutta la Toscana in cerca di armi antiche, delle
quali studiava a fondo l’uso, la fattura, le origini, le fogge di
età in età. Per ciò la sua raccolta si corredava di molti libri
d’antica arte militare, con storie e figure di tattica, d’artiglieria,
di fortificazioni, opere vecchie e nuove di cui prendeva diletto
grandissimo; e di tutta questa storia guerresca, piena di spiriti
virili e di nozioni artistiche, intratteneva i figliuoli, formava
intorno a loro un ambiente i cui effetti non dovevano più venir meno
nel loro ingegno.
Mentre poi il padre era fuori per le sue faccende, essi erano condotti
a passare lunghe ore nella casa della nonna materna, vecchia casa
simile ad un privato museo, dove le pareti erano tutte coperte,
letteralmente, di quadri, stampe e disegni di pregio; e v’erano
in copia oggetti d’arte e nobili libri, con cui il vecchio nonno,
appassionato raccoglitor di belle anticaglie, morto prima che i nipoti
nascessero, operava egli pure sul loro spirito, educandolo al culto
sagace e al gusto del passato.
Era compagno dei loro svaghi giovanili il cugino Ermanno Ferrero,
erudito figlio di erudito, divenuto poi storico autorevole e professore
d’archeologia all’Università di Torino: il quale, come più studioso,
giovava egli pure a istruire i cugini, comunicando a loro tante
memorie della famiglia, che con quelle della città e del Piemonte si
confondevano.
Dotti come lui sarebbero cresciuti i due Calandra, se non fossero nati
artisti, cioè dotati di un’intima vita poetica, che tanta educazione
storica potè foggiare e alimentare, non reprimere. Davide si avviò poi
più risolutamente alla scultura, nella quale oggi ha l’alta rinomanza
che tutti sanno. Edoardo invece, a somiglianza di Massimo D’Azeglio,
fu lungamente pittore prima che scrittore; onde il suo talento, non
raccolto in un’arte sola, non diede forse quel più che in trent’anni di
lavoro avrebbe potuto.
Impaziente di fare, di espandere le forze profonde dell’animo nella
rappresentazione comunicativa, egli abbandonò il liceo dove si sentiva
intristire, a diciassette anni, e andò a scuola di pittura: prima nello
studio del paesista Domenico Roscio, poi, nel 1872, all’Accademia
Albertina, donde passò quasi subito presso Enrico Gamba, eccellente
disegnatore e pittore a’ suoi giorni autorevolissimo, che gli fu
maestro ed amico, all’antica. Cominciò fin dal 1874 ad esporre, a
Torino, quadri di soggetto o di costume storico: _Le vedette valdesi,
Al rogo la strega!, Una vittima di Caterina de’ Medici, Distrazioni_;
tentativi dei quali più tardi non voleva più sentir parlare, ma nei
quali era già, se non l’annunzio dell’avvenire, la nota delle facoltà
fondamentali, coscienziosa ricerca del segno giusto e del carattere
storico, espressione di umanità perenne nelle forme episodiche. Facoltà
esordienti nel pittore allora, maturate poscia nello scrittore.
Prese intanto a viaggiare, a veder mondo. Nel 1874 percorse con
Giuseppe Ricci, suo caro compagno alla scuola del Gamba, le rive del
Reno. Fra il 1875 e il 1876 dimorò a Parigi e nei dintorni, sempre
con la tavolozza alle mani, facendo studi e quadretti di genere;
entrò nel giro degli amici, se non discepoli, del Couture; conobbe da
presso Bastien Lepage e l’altro giro di artisti che allora parevano
scapigliati. Colà, come da per tutto, fu osservatore degli uomini e
della vita, non tecnico chiuso negli esercizî dell’arte sua.
Alla pittura serbò fede ancora per qualche anno. Dopo avere eseguito
col fratello, sotto la direzione del padre, gli scavi della necropoli
longobardica di Testona presso Moncalieri, onde vennero in luce tante
eloquenti reliquie guerresche e domestiche, e dopo avere per la prima
volta preso la penna a illustrare le dotte scoperte compiute, Edoardo
si cimentò in composizioni di largo stile, visioni dell’età barbarica,
come _Rosmunda_ e _Ritorno d’Italia_, tele che andarono vendute
oltr’Alpe, e di cui non rimane fra noi se non la modesta immagine
in qualche cartolina postale. Interessante specialmente il _Ritorno
d’Italia_, dove si vede una torma di barbari, una di quelle torme a
cui pensava il Manzoni scrivendo il primo coro dell’_Adelchi_, la quale
scavalca alle soglie delle sue capanne selvagge, recando alle donne e
ai vecchi le belle prede fatte nelle terre di Roma. Dall’esame delle
antichità barbariche dissepolte così presso a Torino, l’artista era
stato tratto a vedere con gli occhi della mente figuratrice gli uomini
che quegli oggetti avevano portato nella valle del Po e le avventure
della lor vita di ferro e di rapina: poesia dell’archeologia.
Comincia a questo punto l’avviamento di Edoardo Calandra alla
letteratura, il suo passaggio dall’una all’altra arte, nella florida
maturità dell’ingegno. Esso procedette, come tutti i mutamenti
spirituali anche più impensati, da ragioni interiori e da ragioni
occasionali. Avendo avuto dell’uomo conoscenza attentissima, io
credo ch’egli abbandonasse a trent’anni la pittura non già per uno
scoraggiamento d’amore non corrisposto o per vaghezza di nuovi
tentativi con più vicine speranze, ma perchè la pittura non lo
soddisfaceva intimamente più. Con l’esperienza e con la riflessione,
il suo temperamento d’artista s’era in qualche modo spiritualizzato,
e sempre più poi era destinato a spiritualizzarsi: non sapeva più
fermarsi alle forme esterne, penetrava addentro in quel segreto delle
coscienze e degli animi che San Francesco stimava il più oscuro dei
misteri, e nelle sue visioni abbracciava troppe più cose che l’arte
figurativa non possa rappresentare. Il passato stesso, quel passato
che sin dall’infanzia lo circondava co’ suoi documenti evocatori, e
la cui passione ereditaria si faceva in lui dominante, non poteva più
apparirgli soltanto ne’ suoi aspetti pittoreschi e decorativi, come
uno scenario da teatro. In quello scenario egli vedeva anime vivere,
mutarsi costumi: vedeva sotto le fogge antiche l’intima umanità de’
suoi padri simile alla sua, continuata fino a lui giù per i secoli,
con disposizioni e sentimenti per i quali, oltre le mutevoli apparenze
della storia, egli si sentiva contemporaneo delle generazioni
antiche. E per descriverle, per rappresentarle quali il suo intuito le
vedeva, non gli bastava più il pennello: gli occorreva, gli si faceva
desiderare come necessaria l’universale potenza della parola, che
dipinge essa pure, ma inoltre narra e documenta e indaga e ragiona, e
tutto investe e tutto dice.
Occasione al mutamento fu la moda del medio evo. Si stava preparando a
Torino, per l’Esposizione nazionale del 1884, la costruzione del borgo
e del castello medioevale nel parco del Valentino, raccogliendo in una
riproduzione compendiosa gli elementi più belli e più caratteristici
che agli artisti innamorati offrissero i monumenti piemontesi, massime
i castelli del Canavese e della valle d’Aosta. Di quegli artisti
ricostruttori, con Vittorio Avondo e Giuseppe Giacosa, a non dir di
tanti altri, fu anche Edoardo. Era il tempo (che converrà studiar
meglio) del fervore letterario torinese, quando l’editore Francesco
Casanova parve signore di tutta la fresca letteratura italiana:
Giacosa, Praga, Boito, Verga, Fogazzaro. Nella libreria di piazza
Carignano si formava un centro di cultura, che ebbe il suo bel
meriggio e la sua importanza. In quella compagnia, nella dimestichezza
quotidiana con l’autore della _Partita a scacchi_ e del _Fratello
d’armi_, ma nudrito di cultura storica ben più solida che non fosse
quella del suo già celebre amico, Edoardo fu tratto alle prime prove
letterarie.
Non però senza trapasso. Fra il dipingere e lo scrivere fu ponte
il disegno per libri. Il Casanova gli fece illustrare, con vignette
appropriate, _Il filo_ del Giacosa e le _Novelle rusticane_ del Verga;
e gli fece scrivere e illustrare con disegni in penna in leggenda della
Bell’Alda, che fu il primo esperimento, seguito, in quello stesso anno
1884, dalle _Reliquie,_ prose e disegni. L’anno dopo, il nuovo lavoro
sembrò interrotto dal lungo viaggio che Edoardo con un suo cugino
omonimo compì nell’Oriente, visitando la Grecia, la Turchia, l’Egitto e
la Palestina. Egli ne tornò più maturo, non mutato. Nel 1886 pubblicò
ancora, della prima maniera, _I Lancia di Faliceto_, con disegni suoi
e con l’affettuosa prefazione del Giacosa. Poi non più. I _Pifferi di
montagna_, stampati nel 1887, furono da lui ripudiati. Da quell’anno
egli fu tutto nelle lettere, non ebbe più altro strumento al suo
ingegno che la penna. Materia ebbe duplice: la diretta esperienza della
vita quotidiana con le sue passioni, e i casi e costumi del passato:
elementi pronti a fondersi e compenetrarsi, nel racconto o nel dramma.
Furono materiali storici per lui non pure gli atti scritti e i libri,
ma ancora, e forse più, le testimonianze varie delle cose e degli
uomini, che con acuto studio sapeva interrogare: gli oggetti antichi
che amava e ricercava nelle botteghe dei venditori, nelle case dei
possessori; vecchie lettere trovate in famiglia o comunicategli da
amici, opuscoli curiosi, annuarî, almanacchi, giornali dimenticati,
manifesti rari: documenti minimi, che nell’archivio della sua memoria
formavano i viventi segni del passato, le note espressive del costume
e dell’ambiente di un’età. Curiosità storiche, particolarità erudite,
che agli studiosi servono a integrare la conoscenza dei tempi lontani,
erano per lui elementi di creazione, perchè egli era sempre e sopra
ogni cosa artista. Con tanta accuratissima preparazione di studî, egli
confessava (ricordo) che un’epoca, una parte qualunque nella storia
a cui pensasse, gli si atteggiava sùbito alla mente nella forma di
una «favola», novella o romanzo, con personaggi rappresentativi di
pronta e spontanea invenzione. Nel passato non cercava e non vedeva
la peregrinità elegante o fastosa, non le scene culminanti della
storia illustre, ma la vita ordinaria della gente, scossa e modificata
per vie quasi sempre lontane e indirette, talora inavvertite, dai
grandi casi politici: qual è la nostra. E s’intende che quel passato,
verso il quale lo traeva tanto amore, non poteva comprendere tutta
quanta l’esistenza storica dei padri, o un suo momento qualunque.
L’inclinazione dell’artista doveva pur fare spontanea opera di scelta.
La «maga distanza», come diceva Ippolito Nievo, sfuma i contorni delle
cose e le circonfonde di poesia; ma se troppo allontanata, troppo
àltera.
Fatte da prima le sue concessioni al medio evo di moda, che nell’opera
de’ suoi amici prossimi si sfumava e alterava soverchiamente, che
troppo facilmente si snaturava in leggende e fantasie leggiadre, ombre
senza corpo, Edoardo lasciò divertire gli altri e seguì l’impulso
sincero nell’animo. Come non si sognò mai di descrivere altro paese
che il suo, cioè Torino e le terre attigue verso Saluzzo e Cuneo, così
abbandonò, per dovere di sincerità, il medio evo, troppo lontano dalla
nostra veduta e dalla nostra coscienza, e da artista fece quello che
il Taine fece da storico: sentì nel Settecento, il gran secolo della
seminagione ideale, le origini del presente, e in quello contemplò la
vita dei vecchi piemontesi, tra l’epoca della Rivoluzione, della lunga
resistenza armata e dell’invasione francese, e la terribile reazione
del 1799, seguìta dalle nuove campagne napoleoniche e dall’annessione
all’Impero.
Quella è la storica «bufera» che, prima di dare il titolo al suo
maggior romanzo, dà materia a tutti i suoi racconti migliori, dalle
_Reliquie_ in poi. Non per nulla, narrando casi di quell’età o
avventure di campagna e di caccia, egli si ritira volentieri dietro la
persona d’altro raccontatore o dice così spesso di riferire cose udite
da questo o da quello. In realtà quel suo traboccante archivio mentale
non era ricco soltanto delle reliquie e delle testimonianze che dissi
più sopra, ma anche di ricordi autentici, perchè da ragazzo in su non
aveva dimenticato nulla: ricordi del vecchio servitore di casa Ferrero,
veterano del primo Napoleone; ricordi della Rivoluzione e dell’Impero,
venuti a lui, per via del padre, dalla nonna, maritata nel 1796 e
cognata di Carlo Giulio, ch’era stato uno dei triumviri del Governo
provvisorio del Piemonte; scene di guerra riferite da reduci delle
campagne italiane e francesi, fino a quella del 1870; e poi tradizioni
dei campagnuoli anziani, istintivi custodi di memorie secolari, e
aneddoti dei vecchi _braconniers_, uditi durante le lunghe giornate
di caccia nella boscosa pianura. A quel modo che le sue cartelle eran
piene di documenti, la sua fantasia era piena di rimembranze; onde le
sue narrazioni, che noi leggiamo come opera d’immaginazione e di arte,
erano per lui «storia», e si potrebbero documentare, pagina per pagina,
con testimonianze di fatti accaduti in epoche e condizioni varie, e da
lui adoprate a’ suoi fini.
In ciò il Calandra era, senza saperlo o volerlo, un fratello del Nievo.
Come le _Confessioni di un ottuagenario_, così i suoi racconti son
tutti composti di realtà conosciuta: perfino i fenomeni di telepatia,
di suggestione e di presentimento, a cui egli diede tanta importanza,
senz’essere punto spiritista; persino, in _Juliette_, lo strano fatale
esito del duello e lo stranissimo vivere della vedova con la salma del
marito, insomma i casi che parrebbero a prima vista inverosimili, tutti
hanno riscontro nei documenti da lui raccolti. Egli sapeva bene che
l’inverosimile non esiste nella realtà della vita, pregna di misteri,
o almeno oscura alla conoscenza nostra; e per ciò non si curò mai
dell’incredulità altrui, egli che del vero aveva scrupolosamente senso
e culto. E volentieri, scrivendo, si faceva egli stesso ascoltatore
della parola altrui, perchè in effetto tale era sempre stato. Se avesse
potuto, avrebbe sempre fatto come aveva finto di fare il Manzoni
nei _Promessi Sposi_, mostrando di trascrivere più che di scrivere,
dissimulando la sua elaborazione della materia.
Ma non sarebbe stato artista e scrittore, senza codesta elaborazione
fantastica. La quale può dissimularsi nel pieno racconto, non
nell’opera scenica. Ora, a’ suoi anni più ferventi, Edoardo non si
tenne pago a raccontare; e la famigliarità medesima con i poeti
di teatro lo indusse a tentare più volte il dramma. Ebbe amici e
interpreti affettuosi Virginia Marini, Eleonora Duse, Zacconi, Andò,
Reinach. Dalla Marini fu presentata con fortuna, circa vent’anni
sono, la sua prima commedia, _Ad oltranza_, cui seguirono _Leonessa_,
_Disciplina_, scritta in collaborazione con Sabatino Lopez, _La parola,
La Primavera del 1799, L’irreparabile_. Fra le quinte e nei camerini
degli attori era alquanto singolare, senza far torto a nessuno,
l’apparizione di quello scrittore gentiluomo, che non sapeva trattare
nè la _réclame_, nè gli affari, e la cui discrezione tra riguardosa e
altera, mal si affaceva ai costumi del teatro. Non era casa sua quella,
che prima lo sedusse, poi gli venne a noia; e le opere drammatiche, in
tutto affini per concezione o per materia a’ suoi racconti, rimasero
nella sua vita letteraria un episodio chiuso, una pagina voltata. Al
teatro pensò anche poi, con una specie di nostalgia invincibile, mentre
seguiva con occhio attento le venture de’ suoi amici commediografi;
un’altra commedia aveva anche composto negli ultimi tempi; ma di
necessità tornava al più tranquillo lavoro del libro. _La contessa
Irene_, meglio assai il _Vecchio Piemonte_ (1890) avean mostrato la
qualità, se non la misura, del suo ingegno. Son già in quei racconti,
in cui si specchia il paesaggio e l’anima della patria, gli elementi
tutti che annunziano l’opera più grande e più bella, venuta in luce nel
1899, _La bufera_.