[3315] Sigon., de Regn. Ital., lib. 19.
[3316] Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.
[3317] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.
[3318] Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.
[3319] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[3320] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3321] Nicolaus de Jamsilla, Histor.
[3322] Matteo Spinelli, Diario.
[3323] Chron. Cavense.
[3324] Bolland., in Act. Sanct. ad diem 29 april.
[3325] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 286.
[3326] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[3327] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[3328] Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital.
[3329] Roland., lib. 6, cap. 17 et seq.
[3330] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3331] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3332] Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3333] Ricord. Malasp., cap. 152. Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLIII. Indizione XI.
INNOCENZO IV papa 11.
Imperio vacante.
Continuò il _re Corrado_ con gran vigore l'assedio di Napoli, avendo
condotto colà un copioso apparato di quelle macchine[3334], colle quali
si faceva allora guerra alle città e fortezze. E perciocchè v'entravano
di quando in quando dei rinfreschi per mare, sul principio di maggio
serrò ancora quel passo con un possente stuolo di galee, fatto venir di
Sicilia[3335]. Volle ben egli che si desse un generale assalto a quella
città nel dì 25 d'aprile, con promessa di tre paghe a quella nazione che
prima v'entrasse. Ma vi restarono morti da secento Saraceni, e poco men
di Tedeschi; laonde non più si pensò a soggiogar Napoli colla forza, ma
bensì colla fame. Si ridussero infatti que' cittadini[3336] a nutrirsi
ancora co' più vili e laidi cibi; nè più potendo, si renderono infine a
discrezione nel fine di settembre, come ha il Diario dello Spinelli,
oppure nel dì 10 di ottobre, come si legge nella Cronica Cavense. Alcuni
scrivono che a forza di mine fu espugnata quella città, e che, entrato
l'esercito tedesco, vi sparse gran sangue degli abitanti. Lo Spinelli
anch'egli scrive che Corrado _vi fece gran giustizia e grande
uccisione_. È da stupire come Pietro da Curbio e Saba Malaspina,
scrittori pontificii, non parlino di questo macello di gente, che certo
non dovea scappare alla lor penna. Ma ne parla bene Bortolomeo da
Neocastro[3337], autore di questo secolo; e per questo i Napoletani
concepirono un odio implacabile contro la casa di Suevia. La Cronica del
monistero cavense ha solamente, che egli mandò in esilio molti de'
Napoletani ed è fuor di dubbio che fece abbattere e spianare le belle
mura di Napoli e di Capoa, affinchè non venisse più voglia a que' popoli
di ribellarsi. Passò dipoi Corrado a Melfi, e quivi, celebrata la festa
del santo Natale, tenne un parlamento dei baroni del regno. Queste
prosperità di Corrado furono cagione che il pontefice colla sua corte
cominciasse in questo anno una tela nuova in rovina della casa di
Suevia: cioè spedì in Inghilterra[3338] Alberto da Parma, uno de' suoi
familiari, ad offerir la corona di Sicilia a _Riccardo conte_ di
Cornovaglia, fratello di quel _re Arrigo_, e ricco principe. Insorsero
delle difficoltà in questo maneggio. Ossia che questo trattato venisse,
come vuol Pietro da Curbio[3339], a scoprirsi, e _Carlo conte_ d'Angiò e
di Provenza, fratello del re di Francia, si esibisse al papa; oppure che
il papa, non trovando buona disposizione in Inghilterra, chiamasse a
mercato esso conte d'Angiò: certamente pare che fin d'allora Carlo vi
accudisse. Accadde dipoi, che il _re Arrigo_ trattò di ottenere per suo
figliuolo _Edmondo_ il regno di Sicilia, promettendo di gran cose.
Pietro da Curbio asserisce, che fu conchiuso questo contratto col re
inglese, il quale cominciò a far preparamenti per effettuarlo.
All'incontro dal Rinaldi[3340] sotto quest'anno sono rapportate le
condizioni, colle quali il papa esibiva a Carlo conte d'Angiò il regno
di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capoa. Quivi è nominato il
suddetto Alberto da Parma, come legato del papa. Così il Rinaldi.
Contuttociò tengo io per fermo che quel documento appartenga ai tempi di
Urbano IV, e non ai presenti.
Gran premura fecero in quest'anno i Romani a papa Innocenzo IV per farlo
ritornare a Roma, e, se vogliam credere a Matteo Paris[3341],
minacciarono anche Perugia, se ne impediva, o non ne sollecitava la
venuta. Mal volentieri si risolveva il pontefice a compiacerli, ben
conoscendo la difficoltà di trovar quiete fra que' torbidi ed instabili
cervelli d'allora, avvezzi a comandare e non ad ubbidire. Andò egli ad
Assisi[3342] nella domenica in albis, vi dedicò la chiesa di San
Francesco, visitò santa Chiara inferma, che nel dì 30 di giugno fu
chiamata da Dio alla patria de' giusti, e passò egli la state in quella
città. Poscia nel dì 6 di ottobre si mise in viaggio verso Roma, dove
dal senatore, dal clero e popolo romano fu incontrato fuori della città,
e introdotto con sommo giubilo ed onore. Pietro da Curbio scrive ch'esso
senatore, cioè Brancaleone, avea fatto il possibile perchè il papa non
venisse, e andò poi macchinando sempre contra di lui. Matteo Paris, per
lo contrario, attesta ch'egli fu in suo favore; ed avendo il popolo
romano cominciato a muovere pretensioni di grossissimi crediti per le
spese da lor fatte a fin di sostenere il pontefice nei tempi di Federigo
II, Brancaleone quetò con dolci parole il lor furore, e conservò la
pace. Tornò poscia il re Corrado ad inviare a Roma il conte di Monforte
suo zio, ed altri ambasciadori per placare il papa, ed impetrar
l'investitura del regno. In Lombardia la città di Parma[3343] nell'anno
presente fece qualche mutazione, pacificandosi co' Cremonesi e col
_marchese Oberto_ Pelavicino capo dei Ghibellini in queste parti.
Giberto da Correggio, soprannominato della Gente, prese allora un gran
predominio in Parma. Vi entrarono anche i Ghibellini fuorusciti.
Altrettanto fu fatto in Reggio, dove furono richiamati i Guelfi. Per
l'accordo suddetto il comune di Cremona restituì a Parma il castello di
Brescello, e tutti i prigionieri parmigiani che dianzi barbaramente
erano trattati nelle carceri cremonesi. Si riaccese in questi tempi la
guerra fra i Milanesi e Pavesi. Nel dì 10 di maggio l'esercito di Milano
col carroccio[3344], avendo passato il ponte di Vigevano, s'impadronì
della terra di Gambalò, e cinse poscia d'assedio Mortara. Ancor questa
terra fu presa; ma, facendo gran difesa il castello, venne l'esercito
pavese per soccorrerlo. Interpostisi intanto alcuni mediatori fra i due
popoli, si rinnovò la pace. Più che mai continuarono in questi tempi le
orride crudeltà d'Eccelino in Padova[3345] e negli altri luoghi a lui
sottoposti. Papa Innocenzo rinnovò per questo le scomuniche contra di
lui, e dichiarollo eretico; ma altro ci voleva che tali esorcismi a
vincere uno spirito sì maligno. Monte ed Araldo da Monselice fra gli
altri, imputati di tradimento, furono condotti a Padova. Gridando essi
ad alta voce di non essere traditori, Eccelino, ch'era a tavola, calò al
rumore, nè volle ascoltar ragione. Allora Monte, scagliatosi in furia
addosso al tiranno, il rovesciò a terra, e, dopo avere indarno
cercatogli addosso se avea qualche coltello, il prese per la gola por
soffocarlo, e coi denti e colle unghie gli fece quanto male potè. S'egli
trovava armi, in quel dì la terra si sarebbe sgravata del peggiore di
tutti gli uomini. Ma accorsi i familiari del tiranno, tanto fecero che,
messo in pezzi Monte col fratello, liberarono Eccelino dal pericolo, ma
non già dalle ferite, a curar le quali vi vollero molti giorni. Empiè in
questi tempi l'iniquissimo tiranno le infernali sue carceri di cittadini
padovani e veronesi, sì ecclesiastici che laici. Tutto era terrore,
tutto disperazione sotto di questo barbaro, a cui ogni menoma parola od
ombra di sospetto serviva di motivo per incarcerare o tormentare o
levare di vita le persone.