[2701] Godefridus Monachus, in Chron. Sicardus, in Chron. et alii.
[2702] Antichità Estensi, P. I, cap. 40.
[2703] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2704] Abbas Urspergens., in Chron.
[2705] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2706] Richardus de S. German., in Chron.
[2707] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2708] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Italic.
[2709] Roland., Chron., lib. 1, cap. 11.
[2710] Alberic. Monachus, in Chron.
[2711] Rolandinus, Chron., lib. 4, cap. 8.
[2712] Antichità Estensi, P. I, cap. 40.
[2713] Gerard. Maurisius, Histor. Monachus Patavinus, Chron. Rolandinus,
lib. 1, cap. 11.
[2714] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Italic.
[2715] Alberic. Monachus, in Chron.
[2716] Alberic. Stadiens., in Chron.
[2717] Matth. de Griffonibus, Histor. Bonon.
[2718] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2719] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXIII. Indizione I.
INNOCENZO III papa 16.
OTTONE IV imperadore 5.
Svantaggiosa era stata nel precedente anno per li Pavesi la battaglia
loro data dai Milanesi fautori di Ottone, nel ritorno che faceano a
casa, dopo avere accompagnato il _re Federigo_ sino al Lambro[2720]. Per
rifarsi del danno, uscirono questi in campagna con grande sforzo
nell'anno presente. Mossero ancora i Cremonesi col loro carroccio,
aiutati da trecento cavalieri bresciani, con animo di unirsi coi Pavesi.
Erano già pervenuti a Castello Leone, ossia Castiglione, quando
all'improvviso nel dì 2 di giugno, giorno di Pentecoste, fu loro addosso
l'oste dei Milanesi, forte non solamente per le proprie milizie, ma
anche per li cavalieri ed arcieri piacentini, e per la cavalleria e
fanteria de' Lodigiani e Comaschi, e per trecento altri cavalieri
bresciani del partito contrario. Fiero, lungo ed ostinato fu il
combattimento, in cui sulle prime ebbero la peggio i Cremonesi. Ma,
rinforzato da questi l'assalto, riuscì loro di mettere in rotta il campo
milanese, con far prigioni alcune migliaia d'essi, e con prendere il
loro carroccio: segno di piena vittoria e di gran vergogna per chi
perdeva. La fama de' Cremonesi per questo illustre fatto si sparse per
tutto l'Occidente, come attesta il Monaco Padovano[2721]. Dalla pia
gente d'allora fu attribuita questa vittoria a miracolosa assistenza di
Dio, perchè i Milanesi teneano saldo per lo scomunicato Ottone; ma si
può anche essere pio senza obbligo di credere si fatti miracoli. Scrive
inoltre Alberico monaco dei tre Fonti che il popolo di Milano,
ripigliate le forze, in questo medesimo anno uscì contro i Pavesi, ed
assediò un lor castello. Ma sopravvenuta l'armata de' Pavesi, diedero i
Milanesi alle gambe, con abbruciar le loro tende. Furono seguiti dai
Pavesi, che fecero quantità di prigioni, e spogliarono il campo loro.
Così due rotte ebbe in un sol anno il popolo di Milano. Aggiugne il
medesimo Alberico, che essendo stato ucciso l'abbate del monistero di
santo Agostino di Pavia da' suoi monaci neri, il legato apostolico diede
quel sacro luogo ai canonici regolari di Mortara, che tuttavia ne sono
in possesso. Dalle cose fin qui narrate si può comprendere che Galvano
Fiamma[2722] cercò di inorpellar le perdite de' Milanesi con dire
ch'essi, dopo aver presa gran copia di prigioni, cavalli, carriaggi e
tende de' Cremonesi, volendo mettere in salvo tante spoglie,
raccomandarono il loro carroccio a pochi Piacentini (il che troppo è
inverisimile) a' quali tolto fu dai Cremonesi. Scrive inoltre che i
Milanesi nel dì 12 di giugno entrarono armati in Lomellina, distrussero
Mortara, Gambalo e Lomello, e misero a sacco tutta quella contrada.
Presero anche il castello di Voghera. Tace poi le busse lor date dal
popolo pavese: sicchè gran sospetto porge l'adulazione. A questi fatti
aggiugne il Sigonio[2723] delle altre particolarità, senza ch'io sappia
onde le abbia ricavate. Ben so io ch'egli si servì del Fiamma in questo
racconto. Il Continuatore di Caffaro scrive[2724] che quattro mila
Milanesi tra fanti e cavalieri rimasero prigionieri in mano de'
Cremonesi, e che i popoli d'Alessandria, Tortona, Vercelli, Acqui ed
Alba, co' marchesi _Guglielmo_ e _Corrado_ Malaspina, e settecento
cavalieri milanesi, entrarono nel Pavese ostilmente, e presero Sala.
Usciti anche i Pavesi in campo, diedero una rotta a questi collegati,
con farne due mila prigioni. A questi autori pare che si possa credere
senza timor di fallare.
Succeduto al marchese _Azzo VI_ suo padre _Aldrovandino_ marchese d'Este
e di Ancona, continuò a tenere col _conte Riccardo_ da San Bonifazio il
dominio di Verona, dove fu creato podestà nell'anno presente[2725]. Ma
egli ebbe di gravissimi contrasti con _Salinguerra_ in Ferrara. In aiuto
di lui furono i Modenesi[2726]. Tornando questi a casa col loro podestà,
cioè con Baldovino Visdomino da Parma, caddero in un agguato posto dal
nipote d'esso Salinguerra, in cui restò morto esso podestà, e fatti
prigionieri circa quaranta de' lor soldati. Fabbricarono in quest'anno
essi Modenesi il castello del Finale[2727], per avere un antemurale
contra de' Ferraresi. Secondo la Cronica Estense[2728], seguì pace fra
il suddetto marchese Aldrovandino e Salinguerra, ed io ne ho rapportato
altrove lo strumento. Ma più gravi disturbi ebbe esso marchese dai
popolo di Padova, che, al pari degli altri, si studiava di dilatare i
suoi confini alle spese de' vicini. Era da loro indipendente la nobil
terra d'Este. Perchè egli non avea fatta giustizia ad alcuni Padovani,
l'assediarono essi in questo anno, ed intervenne a quell'assedio
Eccelino da Onara col giovinetto suo figliuolo Eccelino da Romano[2729].
Fu obbligato il marchese a venire ad un accordo, e a prendere la
cittadinanza di Padova: la qual violenza fu appresso riprovata da papa
_Innocenzo III_, e col tempo ancora da _Federigo II_ Augusto. Sei anni e
due mesi era stata fuori di Verona la fazion ghibellina de' Montecchi,
la quale, rifugiata nella terra di Cereta, quivi creava il suo podestà.
Interpostosi in quest'anno Marino Zeno podestà di Padova unitamente col
comune stesso di Padova[2730], tanto fece, che quel dì Verona lasciò
tornarli pacificamente in città. Non così avvenne alla città di Brescia.
Poco durò la concordia fra i nobili e il popolo. Nella festa de' santi
Faustino e Giovita presero l'armi i popolari, e cacciarono fuor della
città tutta la fazion de' nobili; nè ciò loro bastando, infierirono
contra le lor torri e case, con atterrarle: crudeltà meritamente
detestata dal Malvezzi cronista bresciano[2731]. L'aver essi similmente
data la fuga a Tommaso da Torino, lasciato ivi per governatore
dall'imperador Ottone, fa intendere che que' popolari aveano abbracciato
il partito del re Federigo. Ma probabilmente questo fatto appartiene
all'anno precedente, giacchè lo stesso storico scrive che per cura di
_Alberto_ da Reggio vescovo della lor città, e prelato di rara virtù, fu
nell'ottobre dell'anno presente conchiusa pace fra que' discordi
cittadini. Tale fu la fede di cadauno in quel buon vescovo, che a lui
diedero anche il politico governo della città. Fecero lega in quest'anno
i Bolognesi coi Reggiani obbligandosi di far guerra ai Modenesi ad ogni
lor cenno[2732].