dell'invidia che si chiama eguaglianza. Il borghese arrivato vedeva
necessariamente negli stati privilegiati del tempo antico i suoi nemici
irreconciliabili. Nei momenti di debolezza si sentiva piacevolmente
lusingato, quando un cortigiano gli parlava dell'antichissima nobiltà
della casa Bonaparte. Nei giorni del suo più alto orgoglio attirò a
disegno alla sua corte i gentiluomini delle antiche stirpi; di più, egli
con le nozze austriache si sforzò di dare alla sua recente corona il
lustro dell'antico legittimismo. Ciò non ostante, in tutti i momenti di
difficoltà egli ritornò alla chiara conoscenza di sé stesso: «per me
esiste una nobiltà solo nei sobborghi, un volgo solo nella nobiltà». Per
altro, della necessità dell'eguaglianza dei cittadini egli era
sinceramente persuaso quanto forse un neolatino. Sentiva di parlare
dall'intimità dell'animo alla propria nazione, quando nella
costituzione dichiarava vano ogni tentativo di ripristinare il
feudalismo. Opinava di aver animato anche gli altri popoli allo stesso
fervore di eguaglianza. Nelle lettere ai principi vassalli inculcava
instancabilmente l'idea di rimovere «coteste futili e risibili
differenze di stato». I popoli della Germania, dice una lettera a
Girolamo del novembre 1807, non nutrono desiderio più vivo, se non
quello che anche il non nobile abbia adito a tutti gl'impieghi, e che
scompaia ogni forma di schiavitù e ogni potere intermedio tra le
popolazioni e i principi. Egli chiama costituzionale uno stato che mena
a termine questa riforma: con questo mezzo la Westfalia avrà una
preponderanza naturale sulla Prussia dispotica. Il suo occhio acuto
riconosce nella completa distruzione delle distinzioni di casta la leva
più potente del dispotismo. E dire, che ancora oggigiorno gli uomini del
rigido bonapartismo tradizionale non vogliono vedere nel movimento
dell'89 se non un puro fatto sociale: l'abolizione delle caste feudali.
L'eguaglianza che Napoleone effettuava, era l'eguaglianza dei cinesi al
cospetto del Figlio del Cielo. Egli aveva trovato, come si esprime il
nipote, _la société en poussière_; e l'imperatore si accinse a
«riorganare la società, ad assegnare a ciascuno il suo posto, a
_irreggimentare_ il popolo intero», a collocare al luogo degli antichi
stati «la gerarchia dei meriti riconosciuti dallo stato». L'appagamento
incondizionato dell'ambizione comune diventa la molla del nuovo stato.
D'ora in poi la libertà non consiste nel diritto che ha ciascuno di
perfezionare spontaneamente sé stesso, ma nella gara sfrenata e senza
limiti di tutti i cittadini a prendere i posti assegnati dal potere
dello stato. Tutta quanta la nazione si accalca in tal modo in una vana
caccia agli onori esteriori: il ragazzo, che ostenta superbamente la
croce di latta dal nastro tricolore, il _prix de sagesse_; l'adulto,
che ghermisce la stella dal nastro rosso. L'imperatore diede a divedere
con parole indimenticabili quale meschina opinione avesse del suo
popolo. «Non è vero», disse al consiglio di stato, «che i francesi amano
la libertà e l'eguaglianza. Al popolo tutto è indifferente; bisogna
dargli la direzione. Gli uomini si guidano con dei balocchi». E balocchi
da fanciulli erano anche i titoli della nobiltà bonapartista. A torto
l'istituzione di cotesta nuova nobiltà è stata rimproverata
all'imperatore come una diffalta ai suoi propri principii. Una nobiltà
di tal fatta, non legata alla nazione né da grandi tradizioni storiche
né da un potente interesse all'autonomia, non poteva mai in alcun modo
riuscire pericolosa all'assolutismo livellatore: era semplicemente un
mezzo di più per ridurre la comune ambizione al servizio di cotesta
monarchia. Anche il famoso decreto del 1810, che permetteva
l'istituzione dei maiorascati senza titoli di nobiltà, non cade in
contraddizione con l'idea di eguaglianza quale è intesa dal
bonapartismo. Se quella mostruosa legge fosse stata applicata, senza
dubbio una gran parte del suolo sarebbe stata sottratta al libero
scambio; ma a ogni francese era data facoltà di acquistare l'università
di beni appartenenti a un maggiorasco, e la dipendenza della proprietà
fondiaria rendeva tanto più completo l'eguale assoggettamento della
nazione ai poteri dello stato.
Come l'unità dello stato, così pure l'onnipotenza statale menata a
compimento da Napoleone era in tutto fondata sulla storia del paese. In
tutte le epoche creatrici la legislazione francese mostra il tanto
celebrato _caractère d'abondance inspirée_. Perciò in Francia lo stato
non trova la sua prosperità nell'attività privata di uomini liberi, ma
nell'ammasso potente di tutte le forze del popolo cospiranti insieme nei
colpi poderosi all'estero e nelle grandi intraprese all'interno. Già
Enrico III dichiara che il diritto al lavoro è una concessione della
corona, e da Colbert in poi l'economia è assoggettata a un indirizzo
imperiosamente imposto dallo stato. Non a caso, quindi, in Francia molti
cervelli elevati riuscirono a quella dottrina del comunismo, che in
Germania e in Inghilterra ha a stento suscitato proseliti tra spiriti di
poveri diavoli. S'intende, quindi, come quelle utopie siano una forma
più avanzata e ardimentosa dell'iniziativa dello stato già predominante
da gran tempo, laddove presso noi Germani offendono crudamente tutte le
consuetudini statali e sociali.
La Francia ha sacrificato beni inestimabili all'onnipotenza dello stato,
e, principalmente, il libero sviluppo della religione e, insieme, di
tutta la vita dello spirito. Si tenta di cercare nel genio nazionale la
spiegazione della fedeltà serbata dai francesi al cattolicismo. Si dice,
che l'indole superficiale del popolo, non dotato di intelligenza
speciale per le intime e profonde lotte scientifiche del protestantismo,
e la serena sensualità innamorata di bellezza dei paesi meridionali,
abbiano avuto un sopravvento decisivo a spese dell'acuto intelletto
critico. In verità la vittoria della chiesa cattolica fu determinata da
ragioni politiche. C'era un senso profondo, un'inconscia ironia nel nome
_les religionnaires_ o _ceux de la religion_, che si dava agli ugonotti:
la fede era il più alto dei beni solamente per loro, per gli affiliati
alla loro setta, non era affatto tale anche per gli avversari. La
nazione era abituata ad una uniformità di cultura, a una stretta
identità del costume, che appunto si poteva benissimo qualificare come
un cattolicismo sociale: a nessuno, dunque, permetteva di prevaricare
dalla media dei sentimenti della maggioranza. La corona temé
nell'anarchia religiosa anche l'anarchia politica; l'istinto delle
moltitudini avvisò con terrore nella scissione della fede la rovina
della più gagliarda potenza unitaria dello stato; la gelosia di dominio
della capitale, cattolica per tradizione, lottò contro le idee castali,
separatiste, delle antiche casate feudali voltesi all'evangelismo nelle
provincie. La sapienza di Enrico IV accordò in fine al paese rifinito
dalle lotte di tre generazioni una libertà religiosa sufficientemente
sicura, che fu inizio di un periodo fecondo, sul quale in verità
posarono le basi del potente rigoglio della cultura francese, del secolo
di Luigi XIV. Eppure lo stesso re, che elevò la corona al fastigio della
potenza, osò, insieme, di perpetrare la più atroce e, quanto agli
effetti, la più incancellabile violenza della nuova storia francese:
bandì gli ugonotti, e la maggioranza della nazione gli fu di fedele
aiuto nel vessare l'infelice «Chiesa del deserto». Da allora la vita
spirituale mostra quell'instabile ondeggiamento tra la grossolana
credulità alla dottrina ortodossa e l'oltraggiosa frivolezza, che urta
così sgarbatamente la nostra anima tedesca: la tradizionale bigotteria
celta e lo spirito di sfrontato motteggio si accompagnano
grossolanamente, talvolta strettamente congiunti nell'anima di uno
stesso uomo; la libertà di pensiero appare scioltezza di spirito
dissoluto, forza rivoluzionaria. Ma la potenza dello stato aveva
ricevuto un nuovo lievito per la crescita; la fede unica rispondeva
all'unico re e all'unica legge. Il protestantismo era incomprensibile
tanto a un Voltaire che a un Bossuet, era disprezzato come non francese
tanto dai credenti che dagl'irrisori, e la chiesa sola dominatrice era
schiava dello stato.
Durante la rivoluzione l'attività dello stato va poi vagando
nell'indeterminato. La Convenzione arrischia l'insensato esperimento del
comunismo pratico, s'impegola nella proposta di Billaud di «ricreare» il
popolo francese. Subito dopo l'istituzione del Consolato, Napoleone,
appunto seguendo il genio di queste antiche tradizioni francesi,
dichiara che è suo proposito «creare lo spirito pubblico». Proclama sé
stesso il genio tutelare della Francia, al cui apparire la società
anelante ha gridato: _le voilà!_ Imperatore, egli in brevi e secche
parole si vanta di aver la gloria e l'onore di «essere la Francia».
Tutte le manifestazioni della vita del popolo vengono sottomesse a
un'assidua e infaticabile tutela. L'attività gigantesca del monarca
abbraccia le cose più grandi come le più piccole, l'edifizio del nuovo
ordine giuridico come il prezzo dei posti all'Opera. Ogni dipartimento
deve all'imperatore importanti miglioramenti locali; sotto l'impero la
mestola non può restare un minuto. Come sotto l'antico regime una
massima favorita diceva: _la gendarmerie c'est l'ordre_; ora sotto il
bonapartismo dice: la polizia, provvidenza dei liberi cittadini e
terrore dei perturbatori. Questa potenza dello stato che tutto in sé
abbraccia, ristà davanti a una sola barriera. L'imperatore sa, che la
proprietà è più forte di lui e del suo esercito; perciò in testa alla
nuova costituzione egli dichiara: «essa è fondata sui sacri diritti di
proprietà, di eguaglianza e di libertà»: che è una serie molto
significativa. Del resto l'attività esagerata dello stato è rimasta la
malattia ereditaria della Francia sotto tutti i regimi, e una gran parte
dei francesi esalta come un titolo di superiorità cotesta provvidente
onnipotenza dello stato, e con ragioni, che un tedesco intende a mala
pena. Sogliono affermare, che nei popoli individualisti lo stato si
contenta di inibire il torto, laddove nei popoli accentratori esso si
propone un più nobile scopo: qui intende egli stesso di creare il bene e
la grandezza, qui sorge ogni iniziativa che accresce la gloria della
nazione, dai principii del diritto alle istituzioni statali. «In questo
paese dell'accentramento», ha detto molto giustamente Napoleone III,
«l'opinione pubblica imputa tutto senza eccezione, il bene come il male,
al capo del governo».
La riforma giudiziaria è connessa all'accentramento
dell'amministrazione. Durante la Rivoluzione i tribunali erano fondati
sulla sabbia del voto popolare. La monarchia restituisce loro la
stabilità e l'inamovibilità: essa nomina i magistrati, e alla corte di
cassazione istituita dalla rivoluzione subordina un appropriato sistema
subalterno di corti di appello e di tribunali di prima istanza. La
codificazione generale, tentata dalla Convenzione, fu magnificamente
compiuta, e fu effettuata l'unità ed eguaglianza di diritto di tutte le
classi e di tutte le provincie. Portalis e Tronchet, insigni romanisti e
conoscitori esperti del diritto delle _coutumes_, lavorarono insieme al
diritto comune del paese. Il nuovo codice risponde a tutte le tendenze
delle popolazioni e, insieme del dispotismo, giacché tra lo stato e i
singoli non riconosce alcun potere autonomo: la sua logica, sommaria
semplicità esige e favorisce nel popolo la chiarezza dei concetti
giuridici del diritto privato. Rimase, come concessione alle idee della
Rivoluzione, l'istituto dei giurati; ma la grande influenza dei prefetti
nella formazione delle liste, l'autorità prevalente dei presidenti delle
corti e, sopra tutto, la prerogativa dell'accusa riservata al pubblico
ministero, infusero lo spirito burocratico anche nella procedura penale.
Né è meglio assicurata, secondo il nuovo ordinamento giudiziario,
l'indipendenza dei giudici. L'impero riapplicò in gran parte le spietate
punizioni dell'antico regime.
Agli stessi critêri s'ispirò Napoleone in materia di finanze. La
rivoluzione aveva abolito tutte le esenzioni e stabilito un nuovo
sistema d'imposte dirette. La Convenzione aveva, sul disegno di
Roederer, rimosso il variopinto guazzabuglio delle antiche tariffe
doganali e avviato lo stato all'unità della politica commerciale, ma,
per soddisfare le passioni del popolo, vale a dire, come è notorio,
delle popolazioni urbane, aveva abolito tutti gli altri tributi
indiretti. Napoleone spiega tutta la potenza del suo genio matematico in
cotesto suo campo favorito. E anche qui sa scovare i suoi uomini, i
tecnici di prim'ordine, i Mollien e i Gaudin. Con loro mette l'ordine
nel caos dell'economia nazionale, introduce l'opportuno sistema di
gestione commerciale, e alla contabilità generale dà una chiave potente
nella corte dei conti. L'istituzione dei ricevitori, obbligati a
sottoscrivere le cedole sull'importo delle contribuzioni scadute,
assicura alle casse immediate dello stato l'afflusso regolare. L'imposta
autonoma comunale è rimossa di un colpo, e l'amministrazione burocratica
è effettuata con tale seguenza, che il ministro delle finanze non è
nemmeno circondato da un consiglio tecnico. La monarchia dà alle imposte
dirette una base sicura nel catasto: e come complemento aggiunge la
varietà saggiamente calcolata delle contribuzioni indirette. Il
principio dell'eguaglianza è in tal modo pienamente realizzato, il
potere tributario del paese è messo in valore da innumerevoli punti, e
l'economia nazionale è conformata agli scopi belligeri del sovrano;
perché l'imperatore sa, che in tempi di guerra soltanto le imposte
dirette possono prelevarsi con successo, e formula pubblicamente il
principio, che l'imposta non ha limiti e trova la sua misura solamente
nei bisogni del governo. Il primo console diede alla borsa un nuovo
centro: Perregaux e altri banchieri devoti fondarono la banca di
Francia. La quale fu anch'essa via via sviluppata in senso sempre più
burocratico: più tardi un governatore nominato dall'imperatore soppiantò
la commissione che la dirigeva. L'unità di peso e di misura, preparata
dalla Convenzione, fu condotta a termine sotto il Consolato.
Di pari con la giustizia e le finanze anche l'esercito francese ha
battuto finora la via tracciata da Napoleone. «Onore, gloria e
ricchezza», aveva promesso il generale Bonaparte all'armata d'Italia; e
da allora fissò gli scopi che stanno sempre davanti agli occhi degli
ufficiali dell'esercito francese. Il monarca mantiene la coscrizione,
che era stata opera di Jourdan e del direttorio; ma si guarda bene di
applicare al servizio militare l'idea dell'eguaglianza. L'usurpatore
deve risparmiare l'egoismo delle classi possidenti: un popolo in armi è
una minaccia per un despota: egli non sa risolversi ad una _levée en
masse_ nemmeno tra le urgenze della campagna invernale del 1814. Ciò non
ostante, ogni soldato porta nello zaino il bastone di maresciallo, e la
libera gara di emulazione forma l'orgoglio dell'esercito. Perfino i
Borboni doverono riconoscere questo principio nella legge del 1817. È
palmare quanto vantaggio ne sia venuto all'efficienza bellica
dell'armata, ma anche quanto ne siano state eccitate e fomentate,
insieme con lo spirito da lanzichenecchi cresciuto nelle guerre della
Rivoluzione, la morbosa ambizione, la voglia erratica di conquista, la
sommissione cieca al dominatore. Farebbe assai bene la nostra
democrazia, se considerasse un poco anche il rovescio di cotesto sistema
del libero avanzamento, troppo e senza misura levato al cielo. La
libertà popolare e il tranquillo sviluppo politico riescono con maggior
sicurezza alla regola di Scharnhorst, che il diritto alle spalline sia
conferito, in pace, dalla cultura scientifica e, in guerra, dal contegno
segnalato davanti al nemico; beninteso, quando cotesta regola sia
integralmente e imparzialmente applicata. L'istituzione dei tribunali
militari, già del pari opera del Direttorio, rimase in vigore sotto
l'impero. In tal modo il soldato è tolto agli ordinamenti della vita
civile e dato, come un tronco senza volontà, nelle mani del comandante.
Un sistema scaltramente immaginato di ricompense e di adulazioni, e la
formazione di una guardia scelta con particolare favore (vetusto
contrassegno di tutti gli stati militari), fanno il resto, per
fortificare nell'esercito lo spirito di corpo.
È chiaro, che il congegno potente di questo sistema è l'argano del più
intelligente, del più orgoglioso, del più consequente assolutismo, che
la storia moderna conosca. Cotesto edifizio statale è fondato sulle
cattive passioni, sulle passioni basse degli uomini. Secondo la natura
di ogni dispotismo, anche questo si regge sull'ambizione comune, così
vicina al cupo delirio, sulla cupidigia, sulla vanità e, non ultima,
sulla paura. Il dominatore intravvide con occhio acuto il bisogno
servile di tranquillità e di sicurezza, che dominava gli sgomentoni
delle classi possidenti. Subito dopo il 18 brumaio rappresenta il grande
spettacolo col fido granatiere Thomé. Il bravo, che ha salvato il primo
console dalla pretesa minaccia di vita fatta dal preteso pugnale
sguainato dal rappresentante del popolo, viene coperto di onori e
presentato teatralmente all'entusiasmo del pubblico. Ne segue la lunga
filza dei processi politici. Giorno per giorno il buon borghese deve
convincersi che la sicurezza della società pesa sulle spalle di un uomo
solo, e pensare quali gravi pericoli circondano quell'uno. Ciò che
ancora sopravvive dell'idealismo politico è soffocato dal delirio di
sensualità, che l'autocrata fomenta dal fondo. L'azzardo e il lotto, la
voluttà e la lascivia da per tutto devono distogliere dal dominio
politico la passione di Parigi, calda tuttora di sangue. Le poche
veramente immorali tra le sue poesie, Béranger le ha scritte sotto
l'impero. Più tardi confessò, che in quei così fatti giorni del
dispotismo il veleno dell'immoralità pareva penetrare tutti i pori della
società. Una etichetta bizantina con una filza innumerevole di gradi
misurava il respiro alla vanità dei parigini, e dai palazzi dei nuovi
principi e re della borsa, dei marescialli e degli alti funzionarii
capetingiamente montati, traboccava sul paese un lusso petulante e
senza gusto, una goffa burbanza denarosa, una brutale lussuria. A
cotesta corte di avventurieri ubbriachi di vittoria e di lanzichenecchi
incolti rimase affatto estraneo quel fascino gentile di grazia leggera e
di squisito godimento estetico, quell'amabile frivolezza celta ebbra di
cose belle, che in altri tempi avevano tanto potuto alla corte di
Francesco I e nei migliori giorni di Luigi XIV. E non solo il senso
politico della libertà e la purezza morale vanno intristendo, ma perfino
il talento particolare e il carattere personale sembrano tramontare
sotto quell'ordinamento burocratico livellatore, con in cima un genio
che opprime ogni altro spirito. Noi cerchiamo d'intendere l'animo di
coloro che furono i cooperatori del genio, e rimaniamo atterriti nel
vedere come sono nudi, come son miseri, come ogni giorno si rivelano
grossolani quegli spiriti, con tutto il loro orgoglio, con tutta la loro
celebrità, con tutta la loro virtuosità tecnica, e come corse vana la
loro esistenza in quei giorni così pieni di avvenimenti mondiali. Tra
loro appena una decina possono con piena verità chiamarsi persone,
uomini a sé e per sé. Il rimanente di questi abili esecutori si
scambiano facilmente tra loro, si distinguono appena per un maggiore o
minor grado di alterigia, di attività ed efficacia, di devozione al
padrone, di talento nelle specialità tecniche. Si confrontino le figure
dei marescialli napoleonici, non dico con gli eroi della nostra guerra
d'indipendenza, ma semplicemente coi capitani e uomini di stato di
Federico il Grande o di Luigi XIV, che pure doverono piegarsi anch'essi
davanti a un potente autocrata. Ebbene, per un Turenne, per un Podewils
o per un Ferdinando di Braunschweig, non ci sarebbe stato posto
nell'impero di Napoleone.
Nei momenti lucidi, l'imperatore ha riconosciuto la debolezza del regime
violento e convenuto, che chi opprime le idee lavora alla propria
perdita. Effettivamente il suo governo si risolveva in una lotta
incessante contro ogni movimento di libertà dello spirito. Alcuni dotti
specialisti devono alla spedizione di Egitto un acquisto di tesori alla
loro scienza. Laplace poté scoprire sotto l'impero le leggi della
meccanica celeste. Le scienze esatte ebbero incremento dal politecnico,
creato dalla rivoluzione, che mercé i grandi matematici derivò proprio
dal trono la propria importanza. Ma gli storici, il cui bisogno
immediato è la libertà e la cui prima condizione è la fortezza del
carattere, sono diseredati; a loro deve bastare, che l'imperatore
permetta a Lediard la traduzione della storia di Marlborough. L'arte
rifugge dagli stati manovali. Gli edifizi eretti dall'imperatore,
massicci, pretensiosi, ma senza grazia e nobiltà, ricordano le
costruzioni del cadente impero romano. Perfino sotto l'imbronciata
signoria di Cromwell poté fiorire un Milton: invece a capo della poesia
dell'impero è l'eroe della chiarezza corretta, della nuda prosa,
Fontanes. Ciò che forse, come fa la schietta poesia, attira l'anima in
un lontano albeggiamento, ogni cosa profonda, infervorante, anelante,
scade in vaga ideologia nell'espressione assegnata di quest'arte
cortigiana, tutta regole ed etichetta. Mentre in Germania la giovine
poesia romantica arrischia i suoi voli ardimentosi, nell'impero francese
vige soltanto quella tradizionale soggezione letteraria, che si fa
devotamente misurare dall'accademia la lunghezza delle composizioni, e
ammira doverosamente l'orribile seccaggine di Boileau. Perciò madama di
Staël vive in esilio, e lo stesso Chateaubriand all'ultimo non può più
respirare l'aria del dispotismo, mentre i poeti di corte fanno a gara
coi senatori e coi consiglieri di Stato a chi riesce meglio a _ruere in
servitium_, a chi con più banali piaggiamenti sa dire, che è tempo di
_éterniser l'ère de la gloire_. Un solo artista, veramente
significativo, impregna la propria opera con lo spirito del primo
impero: qualche cosa della pretensiosa gloria della grande armata
echeggia nell'armonia sonora di Spontini, rullante come tamburi.
Come il consiglio di stato è il centro organico dell'amministrazione,
l'università è dell'istruzione. Non si poteva fondare nessuna scuola
dell'impero senza l'approvazione del corpo universitario: di là vengono
tutti gl'insegnanti dei licei. Lo stesso programma in ogni liceo, gli
stessi libri in ogni biblioteca, la stessa uniforme per gli allievi: a
proposito della quale, Napoleone III in modo assai toccante spiegò, che
naturalmente solo così i ragazzi più poveri potevano non sentirsi
umiliati dal loro modesto vestito. L'istruzione elementare è affatto
trascurata: la scuola obbligatoria, che nemmeno la selvaggia energia
della Convenzione era riuscita a tirare avanti, non è condotta in porto;
e il compito principale dell'insegnamento religioso nelle scuole
popolari si restringe a questo, d'inculcare l'ubbidienza all'imperatore
come all'immagine di Dio sulla terra. Presso che soffocata la stampa da
una compressione, che solo in altri tempi era stata sorpassata, sotto il
regno del terrore; ogni associazione di più di venti persone fatta
dipendere dal beneplacito della polizia; soppressa la libertà personale
da quella legge feroce, che permetteva all'autorità l'arresto arbitrario
in nome del bene pubblico senza allegazione di altri motivi; l'ampio
impero vigilato da migliaia di spie segrete fino là, sulle Alpi, sulle
strade deserte del San Bernardo. Anche nel commercio la famosa
eguaglianza finì col rivelarsi come eguaglianza di sopraffazione a
tutti, perché il sistema continentale condotto sempre più rigidamente
rovinò dalle radici la libertà del traffico.