Avrebbe fatto meraviglia, se un tal peana di vittoria prima

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BIBLIOTECA DI CULTURA

MODERNA

ENRICO TREITSCHKE

LA FRANCIA

DAL PRIMO IMPERO AL 1871

TRADUZIONE

DI ENRICO RUTA

VOLUME I

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1917

LA FRANCIA

DAL PRIMO IMPERO AL 1871

I.

ENRICO VON TREITSCHKE

LA FRANCIA

DAL PRIMO IMPERO AL 1871

TRADUZIONE

DI

ENRICO RUTA

VOLUME I

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1917

PROPRIETÀ LETTERARIA

OTTOBRE MCMXVI--45247

_Questa traduzione di un'opera straniera tanto notevole, e tanto utile

alla conoscenza della storia del nostro paese, è dedicata da me, come

amico e come italiano, a_

GIUSTINO FORTUNATO

_come amico, pel bene indicibile che da Lui è venuto allo studioso e al

lavoratore; come italiano, perché in quarant'anni di vita pubblica Egli

ha dimostrato che un uomo politico possa non confondere mai, nemmeno in

buona fede, la sincerità col tornaconto e l'onestà dell'azione con la

vanità personale o con l'ambizione egoistica, e possa non sacrificare

mai la verità; e, scrittore umanista e artista, oratore di cose e fatti,

fugatore dei vecchi miti di terre edeniche meridionali, apostolo di

giuste e doverose rivendicazioni, zelatore di cultura e di elevazione,

ha meritato la venerazione di affetto che nasce spontaneamente pei savi

e gli educatori, i quali hanno l'ingegno alto e potente, e moralmente

augusto, tutto fondato sul cuore gentile e dolce di poeti; e nulla sanno

concepire nell'esistenza fuori dei pensieri e delle opere ispirati

dall'amore dei propri concittadini e dalla passione ardente alla sacra

realtà della Patria._

ENRICO RUTA.

PREFAZIONE ALLA TRADUZIONE

La traduzione di qualcuno dei lavori più significativi del Treitschke

tanto più urgeva, in quanto che pochi scrittori hanno aperto, come lui,

un più vasto campo alla discussione, e pochi sono, come lui, andati

incontro alla ventura dei giudizi avventati, rispondenti alle passioni,

non alla valutazione serena, condotta sulla conoscenza diretta. La

rettitudine della cultura esige che sia eliminata la possibilità di

quelle impressioni passionate, che poi si consolidano e perpetuano come

storture inveterate del pensiero e della scienza; anche oggi che da

tanto tempo Darwin, per dirne una, è stato tradotto quasi tutto in

italiano, non sentiamo tuttora spacciarlo da taluni per l'autore della

teoria della derivazione dell'uomo dalla scimmia? E perché mai

gl'italiani dovrebbero rassegnarsi a tollerare, che in casa loro si

ripetano banalità e spropositi per sentita dire?

Se si eccettua la bella monografia sul Cavour, tradotta dal Guerrieri

Gonzaga e pubblicata dal Barbèra nel 1873, i volumi di Enrico von

Treitschke non sono apparsi finora né in italiano, né in francese, né in

inglese; e il volumetto di conferenze dell'inglese professore J. A.

Cramb, pubblicato ultimamente in italiano (Torino, Lattes, Ed.), non mi

pare il più adatto a dare un'idea precisa del pensiero dello scrittore

tedesco, tanto, attraverso le critiche filosofiche e le riserve

nazionali del conferenziere inglese, è riboccante di ammirazione per

l'uomo più rappresentativo della Germania contemporanea. Il consenso o

la riprovazione devono sorgere spontanei dalla lettura diretta e dalla

meditazione dell'opera, se non si vuole che svaporino in parole senza

senso e senza costrutto; e invece, quando nascono per moto intimo di

coscienza in tutto illuminata e consapevole, la lode o il biasimo non

vengono invano; ché essi sono i compagni naturali della condotta di

azione opportuna o inopportuna. D'altronde, se è riprovevole leggerezza

il parlare, senza sicura notizia, di fatti accettati per veri

sull'impressione del momento o sulla fede altrui, tanto più è colpa il

discorrere frivolamente, profferendo l'osanna o il crucifige, degli

scrittori che rispondono storicamente non al proprio arbitrio, ma alle

esigenze di un'età, e che scrutano e cavano dagli eventi umani la

significazione eterna, il carattere essenziale, in virtù del quale quei

dati eventi costituiscono gli elementi integranti dei tempi nostri e ce

ne permettono l'intendimento. I veri scrittori, i pochissimi superstiti

dell'universale sommersione dei dilettanti e vacui professionisti di

scritture, sono per l'uman genere, evo per evo, le voci del destino; le

loro opere sono le chiavi che aprono il Sancta sanctorum della storia.

I cinque saggi raccolti nei presenti due volumi furono composti

interpolatamente, il primo a Friburgo nel 1865, l'ultimo a Heidelberg

nel 1871; e sotto il titolo complessivo _Frankreichs Staatsleben und der

Bonapartismus_ furono pubblicati nel 1871 a Lipsia da S. Hirzel nel

terzo volume degli _Historische und politische Aufsätze_. È quello,

dunque, il testo che devono compulsare gli studiosi competenti, i quali

volessero collazionare la traduzione con l'originale pei possibili

errori in cui, non ostante la scrupolosa diligenza, fossi incespicato:

cosa utilissima per qualche nuova edizione, che probabilmente non

mancherà. Treitschke non è un autore facile: conosce tutta la sua lingua

come un letterato di mestiere, e sa giovarsene nei modi più impensati e

repentini come un artista; né è facilissimo pel traduttore rendere in

un'altra lingua, anche nel caso che siano stati intuiti e capiti, tutti

gl'inesprimibili atteggiamenti dell'arte, e tutti gli stati d'anima

durevoli o fuggevoli e nostalgici o baldanzosi, la mestizia e

l'allegrezza, l'accoramento e l'ebbrezza, il sarcasmo o il monito,

l'ironia o la pietà, la canzonatura o la compassione, che sono

connaturali di un'anima nobile, profondamente morale e del pari colta e

sapiente, davanti a quel grandioso stato d'anima che è la visione

storica. Se poi cotesta visione risponda effettivamente alla realtà,

oppure se sia errata dalle fondamenta, giudicheranno i lettori secondo

la persuasione onesta che si faranno. È sorte degli uomini

rappresentativi, insita nella loro stessa azione, il non incontrare un

giudizio eguale: Maometto, Machiavelli, Lutero, Sant'Ignazio ribellano,

per varie ragioni, mille e mille cuori probi, che lealmente li credono

pervertitori. Quasi tutti i nostri grandi del Rinascimento, alti animi

che espiarono col carcere e col pugnale e col rogo l'indipendenza della

mente, odiarono come un anticristo della scienza il massimo pensatore

che ha avuto la famiglia umana. Un solo è il fatto sul quale il giudizio

non può discordare; ed è, che, non ostante la forma esteriore di saggi,

questo è un lavoro organico, costituente una vera e propria storia,

perché una è l'idea fondamentale che si sviluppa e si fissa nella

concretezza dell'opera. Che cosa è un'opera dell'ingegno, se non

l'espressione concreta di un'idea? Vera e propria storia: la storia

della Francia contemporanea giudicata dalla Germania. E se non basta

conoscere esteriormente l'amico e il nemico sul flusso dell'ora, ma,

per le note ragioni spiegate da Machiavelli, è necessario leggere loro

nella _mens_, penetrarli nella coscienza, può all'uopo giovarci davvero

proprio questo, che è per l'appunto il libro dell'amico e del nemico.

Siamo nel fervore della battaglia delle armi e della politica e della

diplomazia; e le battaglie non le vince l'impotente, che stordisce con

gli atteggiamenti enfatici e coi tuoni e saette della rettorica la

nullaggine dell'animo vuoto della comprensione del fine preciso da

raggiungere, né il febbricitante infrenesito alla vicenda di solletico e

di aombramento dei peli e travi degli odi smisurati e degli smisurati

amori. Le vince la testa calma e austera, la quale dal senso della

realtà apprende istante per istante che operare è provare, è errare, e

che dagli errori propri e altrui ha sempre la mano pronta a spremere il

profitto, come se fossero stratagemmi a decezione del nemico. Le vincono

gl'imperturbabili nel turbine, i buoni cittadini, che sentono la

responsabilità dell'ora e serbano anche in mezzo al gorgo degli eventi

quel tranquillo e meditativo rifugio del senso storico, dove nasce, come

da un osservatorio infallibile, il giudizio pacato e imparziale sulle

cose e le azioni tanto degli amici che dei nemici. E con questo la

traccia della via che arriva.

L'ora corrente passa sulla nostra nazione, madre della civiltà antica,

nel momento che, dopo essersi estenuata nel lungo puerperio della

civiltà nuova generata all'Europa, era da poco risorta giovinetta, nuova

affatto del mondo moderno, fresca nata della civiltà europea, figlia di

sua figlia. E moveva i primi passi nella vita mondiale tra gli errori

che la generosità accumula sulla giovinezza, tra le esaltazioni e le

disperazioni degli anni giovanili tanto duri per ciò a passare, tra le

inesperienze che più sono pericolose quando maggiore è l'innata bontà,

tra le illusioni dietro le cui rose è l'aspide, tra le calamità di

natura che è dato più ristorare alacremente che accortamente prevenire,

tra i mali atavici alla cui radice di secoli non arrivano i decenni. Ma

volonterosa e laboriosa, fervida del suo fervore antico, geniale della

sua antica e inesausta genialità, aveva già in pochi anni acquistato

nell'incivilimento oltremarino un merito enorme che, come avviene

sovente delle opere sostanzialmente utili e veramente grandi, era

passato quasi ignoto, coperto dal romore dei nuovi commerci e delle

nuove industrie, che pure nulla potrebbero senza il bene fondamentale

della coltura delle terre. L'Italia, rinata appena, aveva già dissodato

mezzo continente nuovo, con lo stesso vigore di animo e di braccia di

quei legionari antichi, di cui immemore e stupita sentiva sonare tuttora

i nomi sulle strade consolari dei vecchi continenti. Le nazioni, amiche

e nemiche, illuminate e guidate dalla Rinascita, abbeverate alla fontana

corrente del genio italiano, devono a noi la parte migliore di sé

stesse; e noi dobbiamo a loro la nostra esistenza politica, nel bene e

nel male: nel bene, per l'aiuto che ci porsero, nel male, per

l'insegnamento del dolore che ce ne venne. La nostra esistenza piena,

ardente, libera di tutta la libertà del genio dell'arte e della scienza,

è necessaria alla civiltà del mondo: nessuna giovinezza politica è stata

mai così aggravata di responsabilità e di doveri come la nostra; ed è

questa la situazione della nostra patria tra gli amici e i nemici, ora

che sul vecchio continente si viene effettuando nella realtà il mito

antico del giudizio universale.

Ne sia vicino di mesi l'esito estremo, oppure lontano di decenni, questo

giudizio universale delle nazioni implica sulla mitica terra di approdo

del toro iniziatore il cominciamento di una nuova era. È perciò un

pregiudizio il credere che la semenza sia legata unicamente alla sorte

delle armi, e che significhi, di qua o di là, la compressione completa

di una delle parti in contesa. Questo non è il duello di due popoli e di

due stirpi che possa finire con uno schiantamento, come quello

romano-punico o l'altro ispano-arabo, né un duello religioso come il

giudizio di Dio ugonotto-cattolico. È una conflagrazione di popoli il

cui punto faticante cade sull'incontro dei due rami principali della

stessa stirpe germanica, l'inglese e il tedesco; e la sorte delle armi

può coincidere con la sentenza solo perché può arridere ai più degni

della vittoria, cioè ai più virtuosi e benemeriti come popolo e,

insieme, dimostratisi i meglio dotati per collaborare all'incivilimento

mondiale. La forza bruta è una delle tante parole vuote, abusate

irriflessivamente all'ombra fuggevole dei sentimenti passionati; non

esiste fuori dell'astrazione matematica. Il mondo animale procede

conforme al pensiero connaturato al mondo animale: tanto meno sono

meccanismi i popoli, i quali tutti, dai più statici e selvaggi ai più

avanzati, sono cooperatori dell'opera universale che si va senza

principio e senza fine compiendo ininterrottamente sulla faccia della

Terra, l'opera sempre più perfetta e sempre più perfettibile di

realizzazione della mente umana. Perché mai la sorte delle armi fu tante

volte e tanto arcigna agli ebrei, eppure i babilonesi e gli assiri

dileguarono affatto, lasciando dietro di sé giogaie di asfalto, tombe

immani di una civiltà sepolta che solo da un secolo il nostro pensiero

ha sentito il bisogno di scoperchiare, e gli ebrei invece sono

concittadini di tutti gli stati esistenti? Perché i poveri fellahs del

Nilo, i cui antenati furono sommersi dalle armi di tanti invasori quante

il fiume non ha cateratte, serbano tuttora i costumi agricoli dei

villici della regina Hatschepsut? Perché gli adoratori del fuoco non

furono affogati interamente dalle alluvioni uralo-altaiche, e celebrano

ancora i benefizi dell'amabile Ahura e della salutare Anahita tra le

valli interne dell'Indukush? E ieri, perché ieri, qui vicino a noi, dopo

la rotta tremenda di Sédan non scemò punto in Europa il _prestige de la

France_, anzi crebbe ai vinti, con meraviglia indicibile dei vincitori,

la simpatia delle nazioni?

Solo il Daniele del mito, ricordandosi degli anni ancor non nati,

avrebbe facoltà di dirci fin da ora se, come nel corso dei secoli è

avvenuto di regola, anche questa volta collimerà con la fortuna delle

battaglie o sarà determinata da quella fortuna la sentenza del giudizio

universale, che dichiarerà quali sono i migliori, e li presceglierà a

dirigere le sorti del novello incivilimento. Ma per esperienza

millenaria noi sappiamo quali sono i popoli che alla prova si

riveleranno i predestinati. Sono quelli in cui è maggiore il numero dei

cittadini, che in ogni ordinaria contingenza della vita quotidiana sono

abituati a riconoscere il proprio animo nell'idea, che come al loro

comportamento di ogni giorno sono sospesi l'onore e la sorte delle loro

famiglie, così dalla loro virtù dipendono la riputazione e la fortuna

del proprio paese. Sono quelli in cui è maggiore il numero degli uomini

dabbene, i quali, come si sono prefissi per la propria famiglia un

ideale onorato al cui raggiungimento lavorano con assiduità calma ed

instancabile, così hanno costantemente innanzi agli occhi l'ideale di

tutti, che la patria va realizzando con la mente e con l'opera dei suoi

figli. Sono predestinate le nazioni profondamente e veracemente morali,

che sentono ingenuamente il sentimento della patria nel sentimento

intatto e schietto della famiglia; e che in questa coscienza semplice e

naturale, in questa intimità della propria realtà vivente sentono la

missione morale, la missione essenzialmente incivilitrice a cui le

chiama nel mondo l'energia inarrestabile della vocazione. Perciò esse

contemplano e vagheggiano davanti a sé la meta della propria missione

come un quadro di felicità domestica, come una visione d'incantamento;

perché la vestono di tutta la maestà e di tutti i colori e i fulgori di

cui è capace il genio della stirpe, di cui è capace lo zelo di milioni e

milioni di anime consenzienti in una speranza e in una fede. E perciò le

grandi nazioni di avvenire sono le patrie delle grandi utopie, le quali,

entro i termini dell'umano possibile, vengono a realizzarsi nella

situazione storica secondo l'insito processo della realizzazione

continua e irresistibile dell'ideale.

Il popolo italiano è un popolo sostanzialmente morale. Tutto in noi, in

casa e fuori, dalle Alpi e le Madonie alle lontane fazende, parla del

sentimento semplice e intatto della famiglia, del culto tenace della

terra natia; e, insieme, dai mari, dai monti, dalle città, dalle

campagne, da ogni rivo e da ogni zolla italiana tutto parla di una

missione che, sebbene sorti da così poco tempo alla vita politica

mondiale, pure abbiamo già intrapresa e abbiamo il dovere di condurre a

compimento. E se è concorporata con le radici stesse della nostra

nazionalità, se davanti all'èra nuova che si annunzia alle genti

costituisce la nostra ragion d'essere di nazione, essa si affermerà e

varrà tra amici e nemici come un decreto del destino; si effettuerà in

virtù del suo stesso valore intrinseco, come un'opera della mente

arrivata a maturazione, come l'opera del genio che né fiamma, né

mannaia, né ostilità alcuna di uomini o di natura può contrastare. La

conflagrazione dei popoli europei dimostra che è sempre l'Europa il

centro della civiltà mondiale, e che l'Europa non può avviarsi con

risolutezza e certezza a un più esteso incivilimento, all'umanizzazione

dei continenti antichi e nuovi, se non attraverso una revisione di

sangue, una tragica epurazione di stirpi, che assegnerà alle più

scadenti e infeconde il cómpito di rifarsi, alle più gagliarde e feconde

l'espansione del lavoro e dei beni morali. Poche opere straniere, come

questa di Treitschke, concorrono ad avvalorare la fiducia in noi stessi

e la nostra fede. La passione, sia di odio che di amore, è la più

penetrante scrutatrice di anime. Egli, morto nel 1896, ha amato

intensamente l'Italia; e ne conobbe la storia politica, artistica,

scientifica, letteraria, e tutta la vita regionale e nazionale, dai più

antichi tempi di Roma ai giorni nostri: e ci comprese, con l'intuito

dell'affetto. In un altro lavoro, parlando della vera immortalità, che

il genere umano concede soltanto ai fondatori di religioni e agli eroi

guerrieri, afferma che la storia universale conosce solo due uomini di

stato, che hanno raggiunto la vetta più alta della gloria senza portare

la spada: e l'uno dei due è Cavour. E noi, per la parte nostra,

assentiamo; e soggiungiamo, che oggi è il popolo nuovo, il popolo di

Cavour, quello che ha preso la spada, e che col sangue e le lacrime si

guadagna il destino di assicurare la patria dai nemici per diffondere,

dalla propria casa ben custodita, i benefizi del suo lavoro e del suo

genio in ogni angolo del mondo.

Napoli, ottobre 1916.

E. R.

PARTE PRIMA

IL PRIMO IMPERO

Il Primo Impero. [Scritto a Friburgo nel 1865.]

I.

Fra i tanti pericoli che insidiano lo storico, il maggiore è forse la

tentazione di erigere altari al genio. Per converso, l'obbligo di

rintracciare le linee del disegno divino in mezzo al disordine umano,

non tarda a cambiarsi anche pel più animoso in una spossante fatica. Ma

quando dallo spettacolo persistente e monotono di volontà malcerta e di

azione incompleta, che ci è offerto dalla maggior parte delle pagine

della storia, si stacca alla fine e ci viene incontro uno di quei

potenti del Signore, che sembrano portare nel petto la legge della vita

universale, allora si risolleva in giubilo l'anima di artista che

sonnecchia nella coscienza di ogni vero uomo. Solo le menti ben solide,

quando si trovano davanti allo splendore sparso dalle immagini degli

eroi, non dimenticano punto di porsi il quesito decisivo, se cotesta

forza originale che ci prende di ammirazione fu impiegata fedelmente in

servigio di quello spirito della storia, che anche i padri dell'uman

genere poterono secondare solo per virtù di ubbidienza devota. Il culto

cieco degli eroi diventa un morbo molto diffuso precisamente in quei

tempi, che sentono con orgoglio sulle proprie spalle il peso loro

affidato di un enorme cómpito di civiltà, ma che con intima angoscia

pure riconoscono, che la loro forza è appena adulta al fardello. Così si

spiega il perché ai giorni nostri è potuta nascere e allignare la teoria

dell'_hero-worship_ di Tommaso Carlyle. Solo che la smania di

genuflettersi davanti agli dèi di carne e d'ossa porta agli uomini ben

poco giovamento; e di ciò noi ci rendiamo subito conto, ogniqualvolta

una testa fina tira le conseguenze pratiche dalle premesse del culto

degli eroi, vale a dire ogniqualvolta il dispotismo cela il suo nudo

aspetto dietro il nome di un genio.

Da quando assunse la corona imperiale, Napoleone III solo di rado e con

qualche parola cascatagli inavvertentemente ha tradito l'imperiosa

coscienza cesarea che nasconde sotto il manto del silenzio. Così avvenne

nel colloquio di Plombières, quando disse a Cavour: «In Europa vivono

solamente tre uomini: noi due, e un terzo che non nomino». E il giorno

che la vanità letteraria lo tirò poi fuori dalla ritenutezza che si

addice alle teste coronate, egli ai tanti enimmi offerti ai suoi

contemporanei, ne aggiunse uno nuovo, il più grande. Professò

francamente la dottrina degli esseri privilegiati che, elevati di molto

sopra le regole comuni della legge morale, s'innalzano come fari nella

notte dei tempi e col sigillo del proprio genio marcano un'epoca nuova.

Ognuno lesse tra le righe che lo stesso imperatore derivava il diritto

della propria missione dalla discendenza degli antenati più illustri,

che a un uomo sia dato scegliere a modello: da Cesare, Carlo Magno,

Napoleone. Noi riudimmo stupefatti dalla bocca dell'imperatore tutte le

vecchie e sdrucite frasi reboanti del bonapartismo, quante era lecito

perdonarne, in altri tempi, a un pretendente: l'Europa spergiura ha

crocifisso, empia ed accecata, il suo Messia, ma l'opera del salvatore,

l'impero, è risorto! E coteste parole di ambigua esaltazione sonavano

nella prefazione di un'infelice opera storica, la cui incontestabile

debolezza minacciava quasi di travolgere la fama letteraria, molto

procacciata, dell'autore. Erano scritte per esaltare un sistema

politico, che certamente risponde ad alcune nobili e a molte pericolose

inclinazioni dei francesi, ma che deve tuttora provare la sua vitalità e

resistenza.

Avrebbe fatto meraviglia, se un tal peana di vittoria prima della

vittoria non avesse trovato un'eco di odio nel dileggio dei milioni e

milioni di umili trattati con sprezzo. Quando l'imperatore stesso

colloca il proprio trono accanto al sole e la turba venale dei servi

celebra l'apoteosi del cesare, allora (tale è l'andazzo del mondo) non

può mancare un Seneca, che con spirito mordente canta l'_incucurbitatio_

di Claudio. Come è naturale, i motteggi più acuti erano quelli dei

partiti estremi, che non perdonavano all'imperatore le sue virtù. Più di

tutti i radicali, che odiavano lo statista il quale aveva smascherato la

menzogna della repubblica sola salvatrice, e aveva dimostrato a tutto il

mondo lo spirito liberticida del suffragio universale. Né meno astiosi

erano gli antichi amici dell'imperatore, quelli in bruna cocolla. Era

ben passato il bel tempo, quando il campo ultramontano solennizzava il

redentore della società e teneva il maresciallo di Saint-Arnaud come

l'uomo di Dio. Da quando l'imperatore si era rivoltato così

grossolanamente al santo Padre e all'Austria tre volte santa,

scaturivano dalle pie labbra le maledizioni contro il macellaio del due

dicembre, e la _Storia di Giulio Cesare_ era dipinta come una scuola del

tradimento. Anche i collezionisti di allusioni avevano buon gioco. Gli

uni trovavano in Achille Fould il Cornelio Balbo del nuovo Cesare, gli

altri nel duca di Morny l'Agrippa del moderno Augusto; e l'imperatore

poteva appena lagnarsi, se non sempre i paralleli cadevano a suo favore.

L'accorto artista aveva aperto forse impensatamente le porte del suo

tempio magico: si capisce, che al vivo lume del giorno parecchie

cortine, parecchi pezzi decorativi mostravano il marcio e lo spacco,

laddove invece, allo splendore ben distribuito delle lampade, tutto

pareva magnificenza. Per colmo di disgrazia, l'opera storica

dell'imperatore era venuta fuori in un momento, in cui in Germania si

lavorava a spargere nelle strade il puro oro dell'indignazione morale.

Notoriamente il libro sovrabbonda di osservazioni in parte di dubbia

verità, ma generalmente di antichità indubbia. A queste si appiglia

l'ardore dello spirito partigiano, che si batte il petto villoso

domandando solennemente: come mai l'uomo del colpo di stato può

affermare, che il sangue versato costituisce una barriera tra i figli di

una stessa patria? Ma tutto ciò sarebbe assai edificante, se non fosse

così ridicolo. L'uomo che parla tanto untuosamente della maledizione

gettata dal sangue cittadino e della febbre denigratrice propria dei

partiti vittoriosi, sa anche e confessa, che il costruttore deve

costruire col materiale che gli viene alle mani. Un uomo di stato, che è

anche un autore, non si vince così facilmente coi raffacci a buon

mercato d'ipocrisia e d'inconseguenza.

Solo che ogni sistema politico della Francia moderna si credeva di

essere, sul momento, il più sicuro, perché i suoi giorni erano già

contati. Quando le aquile di Napoleone che ritornava volavano di

campanile in campanile, Talleyrand a Vienna assicurò: «Milioni di pugni

si alzeranno contro il disturbatore della quiete pubblica». Carlo X

attese con ferma fiducia l'esito delle ordinanze di luglio; e poco

prima del febbraio 1848, sotto l'impressione del colloquio col Guizot,

il generale Radowitz scrisse, che la monarchia di luglio non era mai

stata così salda. Forse che cotesta dura esperienza, il cui ritorno

regolare sembra dipendere da un male organico dello stato francese, è

oggi per ripetersi? Forse che il secondo impero è già alla vigilia della

sua caduta, mentre celebra il suo più alto trionfo e scrive sulla sua

bandiera il nome più grande negli annali della monarchia? Noi lasciamo

ad altri il cómpito di sollevare il velo del futuro, e ci contentiamo di

meditare questi quesiti: «Il bonapartismo è fondato sul carattere e

sulla storia del popolo francese? Costituisce la conclusione definitiva

di dieci rivoluzioni? E qual diritto hanno questi Bonaparte di

pavoneggiarsi con la gloria del sublime dominatore, il quale ancora una

volta confermò la terribile frase di Aristotele: solo un dio può essere

re?». Riescirà forse gradito ai nostri lettori seguire il corso di

questi pensieri. Ci occorse già di difendere l'eretica opinione, che la

nazione tedesca non dovesse permettere a un milione di tedeschi e danesi

di decidere, giusta i dettami della sovranità, sopra questioni che

concernono il bene della intera patria; e parimente l'affermazione anche

più eretica, che non si promove l'unità della Germania, se a tanti re

per grazia di Napoleone si aggiunga pure un duca per grazia di Francesco

Giuseppe. Perciò abbiamo combattuto il particolarismo liberale e il

liberaleggiante come i partiti più deleteri per la Germania, e abbiamo

anelato l'annientamento delle signorie multiple per mezzo della

monarchia. Per conseguenza, in forza di quella mirabile logica che si

affretta a fiorire nei tempi di umori terroristici, è sorto tenace

contro di noi il rimprovero, che noi occhieggiamo col cesarismo.

Vediamo, dunque, se l'accusa regge. La più vuota delle frasi tenta oggi

di avvelenare nell'animo del tedesco la gioia ispiratagli dalla

monarchia nazionale e legittima, che si viene formando in un sicuro

avvenire nel nostro settentrione. Guardiamo bene in faccia cotesto

terribile spettro del cesarismo, per accertarci se è fatto del nostro

sangue.

È dispersa alla fine la nuvolaglia di rettorica pomposa, che coprì

troppo in lungo e in largo gli avvenimenti del 18 brumaio. Adesso

sappiamo, che l'avventura di quel giorno fu un colpo di stato preparato

malamente, condotto senza abilità e senza sicurezza di mano, e con una

profusione iniqua di brutalità e di menzogne. E che, ciò non ostante,

sia riuscito, è questa la più sicura riprova della sua necessità e

grandezza storica. Quando Bonaparte di ritorno dall'Egitto toccò il

suolo di Francia, lo salutò il giubilo delle moltitudini, che

aspettavano dall'eroe la difesa contro l'invasione degli eserciti

stranieri; e non meno sincero di quella gioia fu il voto plebiscitario,

che confermò il nuovo dominio dell'usurpatore. Niente è più infondato di

quel motto di Lamartine, ripetuto poi con insistenza dalla democrazia,

che il primo console abbia interrotto il corso della rivoluzione proprio

nel momento in cui questa cessava di essere convulsa e principiava a

diventare feconda. Era anzi palmare, che un decennio di febbre aveva

essiccato la potenza creativa politica della nazione. Lo stesso

desiderio di una monarchia costituzionale ben ordinata, quale era

nutrito dalla più parte dei ben pensanti, cedeva davanti alla voglia

onnipotente della quiete a ogni costo.

E la triste gloria della Francia da ciò deriva, che le grandi lotte di

principii della nostra Europa furono combattute a lungo su quel suolo

con una passione ardente, con una sete selvaggia di sangue, come forse

mai sotto altro cielo. Il forestiero, come mette il piede nelle vie di

Parigi, sente subito quale fu la rabbia di odio dei partiti, quale la

completa mancanza di pietà, che caratterizza la storia della Francia.

Qui la tomba di un pensatore, le cui ossa una notte furono strappate

alla pace del sepolcro dagli avversari inferociti; lì il monumento a un

Borbone, nel medesimo posto dove sorgeva la statua di un generale

bonapartista, e prima di questa una piramide in onore della repubblica,

e prima ancora, in origine, l'effigie di un re. Ognuno sa in quale

tremenda maniera cotesta ereditaria ferocia francese nelle lotte

politiche si affermasse durante gli anni della Rivoluzione. Fu sparso a

fiumi il sangue di tutti i partiti, e la spietata guerra dei contadini

empì di terrore nelle campagne ogni villaggio. La Francia in un decennio

aveva provato tutti i sistemi politici escogitabili, imitato in una

vicenda affannata il diritto e il costume, perfino nelle fogge, delle

epoche più sostanzialmente diverse, rovesciato tutti interi gli acquisti

di una rivoluzione radicale. Ora il governo dello stato rifinito era

nelle mani di quel Direttorio che, fiscale e discorde, violento eppure

impotente, si batteva a morte e vita con le fazioni. Bonaparte col suo

occhio singolare aveva in passato già visto, che il 10 agosto il potere

regio precipitava per la fiacchezza dei suoi difensori, e da quella

osservazione cavò la teoria che più tardi, salendo al trono, legò ai

suoi successori come un monito della più alta sapienza politica: «la

rovina della legge e il perturbamento dell'ordine sociale sono mere

conseguenze della debolezza e incertezza dei principi». Fin da allora si

era servito dei partiti repubblicani per collocare al debito posto gli

uomini d'ingegno eminente; ma la sapienza politica pericolosamente

precoce di quel cervello nemmeno per un istante aveva dubitato, che la

durata della repubblica fosse tanto impossibile quanto il ritorno dei

Borboni. Egli era padrone dello stato prima di conoscerlo; e con

l'occhio del genio intuì ciò che più urgentemente era necessario alla

vita sociale in brandelli. Dichiara: «io non appartengo a nessun

partito, io appartengo alla Francia; chi ama la Francia e ubbidisce al

governo è del mio partito»; e in questo modo si assicura l'appoggio di

tutti coloro che tremavano alla tirannide dei partiti. Egli abroga le

leggi crudeli contro gli ecclesiastici e gli emigrati, ma mantiene

l'alienazione già compiuta dei beni dello stato, delle chiese e della

nobiltà; e in tal modo non solo rassicura i borsisti che avevano dato

mano alla preparazione del complotto del 18 brumaio, ma anche i

centomila che temevano della malsicurezza del nuovo possesso.

Così la furia dei partiti era, pel momento, contenuta dal nuovo

dominatore, e la conversione di tutti i diritti di proprietà era

legalmente ratificata. Ma Napoleone menò a compimento anche un'altra

grande opera politica, alla quale ha collaborato tutta intera la storia

di Francia: mercé sua, la rigida unità statale della nazione fu un fatto

compiuto. Il tedesco guarda con antipatia una nazione, per la quale il

nome di provincia suona, su per giù, sinonimo di stupidità e

limitatezza. Noi osserviamo il carattere proprio di Parigi, la quale,

nella sua mobilità turbinosa, pure per cinquecento anni si è serbata

così portentosamente fedele a sé stessa; la città che nel medioevo era

già un giardino di amore e l'albergo di tutti i dolci peccati e, ciò non

ostante, era nello stesso tempo la lizza di tutte le grandi idee

scotitrici del mondo; cotesta eterna vicenda di magnanimità e di

sfrenata cupidigia, cotesta vita d'infaticabile lavoro e di godimento

infaticabile, che pure non ha mai conosciuto la benedizione ricreatrice

del lavoro, la libertà tranquilla e la contentezza; e scotiamo il capo

domandando a noi stessi, se è vero che solamente un grande popolo ha

potuto tollerare la dittatura di una città siffatta. Ben di rado noi

apprezziamo, al giusto valore, di quali inestimabili benefizi la Francia

è debitrice al dominio della sua capitale: la forza gagliardamente

aggressiva dello stato, la fusione di tante stirpi di diversa natura in

una nazione coniata recisamente nel suo peculiare carattere. Anche il

tedesco, quando passa tra i filari di tombe del Père-Lachaise, non può

pensare senza emozione quale considerevole rigoglio di forza umana ha

operato qui, nella più splendida città del mondo. E con che veemenza nel

cuore del francese deve far impeto l'orgoglio, sia l'orgoglio nobile o

il comune, in cotesta culla delle più svariate forme di vita, dove ogni

attitudine, ogni pensiero, ogni riputazione trova una grande scena,

visibile dai punti più lontani! con che potenza cotesto foco centrale

della vita della nazione ha sviluppato il dono particolare concesso al

francese dal Creatore, il dono di far valere presto e stupendamente i

meriti anche più umili! Insomma, l'enorme maggioranza dei francesi non è

punto di opinione, che la magnificenza di Parigi sia scontata troppo

cara dall'impoverimento spirituale delle provincie. E quando un popolo

grande e geniale mantiene salda una tale persuasione attraverso tutte le

vicende della sorte, allo straniero non è lecito sindacarvi su. Giova

invece confessare modestamente, che in questo caso ci troviamo davanti a

uno svolgimento particolare della vita sociale, che è sostanzialmente

diverso dal nostro, e che in seguito potrà forse essere moderato dalla

forza umana, ma cambiato non più. La Francia ricorda con orgoglio la

lotta dei suoi re contro i feudatari, e quel gran cardinale che si

gloriava di aver compiuto il livellamento del suolo francese.

Questo impulso all'unità assoluta dello stato si manifestò

imperiosamente, non appena la rivoluzione svelò le più segrete

inclinazioni del popolo. «Purtroppo», gridò sdegnosamente Mirabeau, «noi

non siamo ancora una nazione, ma un mucchio di provincie raccozzate

sotto un capoluogo». La notte del quattro agosto non furono sacrificate

soltanto le prerogative degli alti stati, ma anche i privilegi delle

provincie. Perfino ai nomi delle provincie tradizionalmente le più

celebrate toccò la sorte di sparire; l'intero paese fu spartito

nell'uniformità dei dipartimenti. Così la licenza indisciplinata

dell'epoca condusse a un'apparente contraddizione. La Costituente

stabilì che tutti i comuni e i distretti avessero magistrati liberamente

eletti e indipendenti, e per alcuni anni di anarchia lo stato parve

costituito di più migliaia di staterelli indipendenti. Ma, in questo

stesso tempo, proprio la volontà della capitale decise la sorte del

paese; e all'appello di Danton, invocante un energico governo nazionale,

la Convenzione intraprese senza indugio la guerra di annientamento

contro le provincie. Fu proclamata la repubblica una e indivisibile,

l'esempio della grande confederazione germanica fu espressamente

respinto. Dopo le lotte sanguinose della Vandea, di Lione e di Tolone,

il paese fu completamente assoggettato all'esclusiva potenza del governo

centrale. Così la massima, che l'autonomia amministrativa delle

provincie si concilia con l'autorità dello stato, parve alla maggioranza

dei francesi altrettanto inconcepibile, quanto al contrario parve ai

tedeschi la verità, che il libero diritto delle parti trovi le sue

giuste limitazioni nell'interesse del tutto. La boria municipale e

provinciale si riscosse ancora di quando in quando, in convulsioni

repentine, come nel 1815, allorché fu fatta agli alleati istanza di

elevare Lione a città libera. Gli eventi hanno dimostrato che questi

desiderii non hanno forza vitale. «Le località non sono e non possono

essere», ha scritto in due parole il signor Dupont-White, ed ha espresso

l'opinione nazionale predominante.

Sotto l'antico regime il volere del re e dei suoi trenta intendenti era

attuato con un'opera assidua di usurpazione; giacché attraverso le mille

vie della forza e dell'astuzia e dell'influenza, non si faceva che

eludere o minare i diritti delle signorie feudali, dei consigli

municipali, delle magistrature ereditarie. Un governo altrettanto

tumultuario aveva esercitato la Convenzione per mezzo dei suoi

commissari e del dispotismo demagogico dei clubs. Solo Napoleone I seppe

trovare la forma proporzionata all'accentramento del potere, la forma

ben ordinata, che nella sostanza, purtroppo, ancora perdura: tanto i

bisogni e le mire di questo popolo non possono radicalmente mutarsi.

Subito dopo l'istituzione del Consolato, egli mandò in tutte le

divisioni militari i suoi delegati con pieni poteri a sorvegliare e

deporre gl'impiegati. Poi la legge del 28 piovoso dell'anno VIII fondò

la gerarchia delle nuove magistrature francesi. A capo di ogni distretto

amministrativo è un funzionario, il quale, secondo la parola di

Napoleone, è nel suo distretto un piccolo primo console: tutti i

prefetti, sottoprefetti e sindaci sono nominati dal capo dello stato o

dai suoi organi. Furono ripristinati i comuni, che la Convenzione aveva

aboliti, ma furono sottoposti incondizionatamente ai funzionari del

governo. In mezzo a questa rete siede, come un gran ragno, il consiglio

di stato, e attira a sé le forze più fattive della burocrazia e completa

con fili sempre nuovi la trama della potenza monarchica. Il sovrano sa

bene scegliere con occhio sicuro gli _specialisti (les specialités)_ per

le sezioni del consiglio di stato, vale a dire gli uomini docili, senza

umori partigiani, che accoppiano la cultura del tempo antico con la

laboriosità del nuovo. Ai consiglieri sono aggiunti 350 uditori, i quali

sono destinati ad appropriarsi tutto ciò che risponde allo spirito di

questa burocrazia e ad impiegarlo poi a suo tempo nell'amministrazione

dipartimentale. L'intero sistema era rispondente, conforme, pratico,

ordinato sommariamente sul principio della divisione del lavoro,

abbastanza attivo per ristabilire in sei mesi l'ordine nello stato

sconvolto; ma era anche dispendioso, privo d'intelligenza e sempre più

dispotico. Questo ordinamento amministrativo è la costituzione odierna

della Francia. In questo consiste il «capitale di autorità» che, come

oggi i napoleonidi hanno ben ragione di affermare, l'imperatore ha

lasciato in eredità a tutti i governi avvenire della Francia. In uno

stato siffatto ogni sovrano poteva ben ripetere fedelmente il detto

dell'imperatore: «coi miei prefetti, i miei gendarmi e i miei preti, io

farò sempre ciò che mi pare».

In virtù di codesto accentramento amministrativo, che naturalmente aveva

elaborato nella propria organizzazione il diritto amministrativo più

tecnicamente perfetto del mondo, l'unità della Francia era effettuata e

avviata a successivi sviluppi radicali, e il vertice del sistema non

poteva essere che monarchico. I corifei della giovine Germania tempo

addietro solevano buttarci in viso, come uno sprezzante rimprovero, che

l'ardimentoso francese fosse un repubblicano nato e il docile tedesco un

monarchico nato. Oggidì, invece, le persone intelligenti tengono per

fermo, che solo la passione e il pregiudizio fondato su astrazioni

possono negare l'istinto affatto monarchico del popolo francese.

Solamente la lingua francese conosce l'espressione «souveraineté», e un

francese, Bodin, ha pel primo spiegato scientificamente cotesto

concetto. Per lo spazio di secoli, mentre il potere regio si rinforza e

lotta pel dominio assoluto, i giuristi della corona difendono la maestà

dell'idea di stato personificata nel modo più potente nella monarchia.

Essi risuscitano le idee politiche dell'impero romano, e non si rifanno

mai abbastanza ai proverbi che esprimono l'unità, l'immortalità,

l'esistenza assolutamente politica del monarca giganteggiante a spese

del diritto privato. Questi pionieri della monarchia hanno trovato

panegiristi convinti in Thierry, Mignet e nella gran maggioranza degli

storiografi francesi, e recentemente passionati sostenitori in

Tocqueville e nei seguaci in Francia della scuola dei pubblicisti

inglesi. Il tedesco può rinvenire ben pochi motivi di ammirazione nella

violenta politica dell'assolutismo, ma pure deve riconoscere che era una

dura necessità. La rivoluzione non riuscì punto a sradicare queste

tradizioni monarchiche. Nel 1789 il popolo non mostrò in nessun luogo la

più indispensabile delle virtù repubblicane, ossia la seria e decisa

volontà di assumersi come un ambito onore il duro dovere di

amministrarsi da sé. Si domandava solo, che l'elezione dei magistrati

pubblici fosse commessa di diritto ai cittadini; e quando questo

desiderio anarchico condusse alle più inevitabili ripercussioni, si

trovarono nuovamente una di fronte all'altra, come già sotto l'antico

regime, due grandi classi: la classe governante, e la grande maggioranza

di quelli che guardano al governo solo con occhio critico.

Nel carattere pieno di contraddizioni di questo grande popolo fin dal

tempo antico si riscontra accanto a una forma magnanima di amor di

patria, che nei giorni del pericolo sale fino all'eroismo, un'avversione

decisa al sacrifizio quotidiano inerente al compimento del dovere da

parte del libero cittadino; accanto a una forte passione politica il

senso poco o nulla sviluppato dell'ordine e del diritto dei singoli.

Napoleone III fin da quando era un pretendente si accorse, che proprio

sopra codesti difetti si sosteneva, dura e senza discrezione, la

monarchia burocratica. Con altrettanta necessità l'accentramento

richiamava la monarchia. Solamente una cieca illusione poteva indurre

gli oratori della Costituente, per esempio un Thouret, alla fiduciosa

affermazione, che sull'accentramento riposava la solidità e la costanza

dello sviluppo politico. Piuttosto, invece, la cospirazione di tutte le

forze vive della nazione concentrate a Parigi offriva a quella minoranza

la possibilità d'impadronirsi di tutto lo stato con un colpo di mano

audace. Soltanto una energica potestà monarchica era scudo contro un

tale enorme pericolo. E così il primo console poté avere sulle labbra,

almeno per un altro po' di tempo, le frasi repubblicane e celebrare con

lutto solenne la morte di Washington, a cui era toccato di combattere

per gli stessi beni che i soldati di Bonaparte: ma fin dal 18 brumaio la

Francia aveva un padrone. Un trattato della repubblica dell'anno 1801

già parla di sudditi del primo console: la fondazione dell'impero

legittimò alla fine anche il nome di quel regime, che per la Francia era

una necessità, e che solo nella vertigine delle passioni era stato

possibile abbandonare.

Se non che il ripristinamento della monarchia non era affatto una

restaurazione dell'antico reggimento. Napoleone capì, che con un

semplice ritorno al passato egli si sarebbe bandito da sé. Sapeva quale

strappo potente il 1789 aveva aperto nella storia della Francia, e seguì

animosamente il pregiudizio nazionale, che cotesto popolo avesse

insegnata al mondo la libertà e iniziata un'êra affatto nuova. Riconosce

la sovranità popolare, deriva il proprio potere dal diritto del

suffragio universale: _le vieux système est à bout_. Lusinga quindi le

inclinazioni democratiche del tempo e accresce smisuratamente il pieno

potere della propria corona. L'eletto della nazione possiede una potenza

illimitata, indefinita, quale non appartiene in alcun modo a un

legittimo re dei nostri giorni. Qualunque altro potere dello stato

scompare davanti al suo, che riposa sulla fiducia di milioni di

cittadini. Egli solo è il rappresentante della nazione: alla imperiale

consorte proibisce di parlare dei rappresentanti del popolo come corpo

legislativo. L'intima parentela della democrazia con la tirannide non si

è mai rivelata con maggiore evidenza di fatto. «La natura della

democrazia è di personificarsi in un uomo», disse il nipote: parola di

una terribile verità in una nazione accentrata.

Precisamente col sovrano divenuto tale per le sue virtù si era

realizzata a pieno l'idea madre della democrazia francese; l'idea

dell'eguaglianza. La _égalité_, quantunque accolta fin dal 1793 tra le

più attraenti grandi parole dei diritti dell'uomo, si era poi affermata

come la più vitale delle acquisizioni rivoluzionarie. Se vogliamo

apprezzare corrispondentemente il fanatismo di eguaglianza della nuova

Francia, dobbiamo ricordarci dell'odio atroce che in quel paese fin dai

tempi antichi separava gli _stati_. Ognuna delle classi più alte

guardava le più basse con un disprezzo senza limiti. L'antico nome del

quarto stato, dei _vilains_, è ancora oggi un'ingiuria. La nobiltà, come

Napoleone III dice incisivamente, traduceva la generosa parola _noblesse

oblige_ nell'altra _noblesse exempte_. Mentre nel secolo decimottavo il

benessere e la cultura del terzo stato era in poderoso aumento e la

dottrina dei diritti illimitati dell'uomo trovava numerosi apostoli

ispirati, le barriere giuridiche tra l'uno e l'altro stato erano alzate

anche più alte che nel medioevo. La maggioranza dei francesi era legata

alla professione dei loro padri, la parte più grave dei pesi pubblici

era sostenuta dal quarto stato travagliatissimo. Perfino durante la

rivoluzione apparvero fogli volanti, sui quali l'aristocrazia con cinica

franchezza bandiva principii come questi: «La società può ridurre

schiavi gli uomini, quando ne ridonda vantaggio ad alcuni dei suoi

membri. La legge rispetto a una classe di cittadini deve tollerare le

violenze e i misfatti, che rispetto a un'altra punisce severamente».

Siffatte massime bastano a spiegare la guerra di distruzione contro gli

stati più alti, che occupò gli anni della rivoluzione. Disgraziatamente

nella vita francese, come apparve manifesto, non sopravvisse nulla della

schiettezza e semplicità democratica. Si sparsero anzi nel mondo le

teorie dell'onore cavalleresco e della galanteria, le stesse, purtroppo,

dei tempi della cavalleria; e la nazione ha serbato fino al presente

cotesto carattere cavalleresco, con tutto il suo eroismo e con tutta la

sua vanità. Nel caso speciale, la sentenza di Machiavelli, che il

cittadino può farsi grande solamente nella pratica degli affari dello

stato, si comprende, ma nel senso più esoso. L'ambizione e l'egoismo

premevano la corona da tutte le parti, domandando impieghi, titoli,

benefizi. Guardare allo stato con occhio cupido divenne un'abitudine. E

quando un tal popolo leva il grido di eguaglianza, si comprende in tutto

il suo vigore la dura parola del poeta:

_Le rêve d'envieux, qu'on nomme égalité!_

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 1 / 21 段