Maggio, giugno, luglio e agosto, se n'andarono in trattative ed
esitazioni: il difficile era trovare sei o sette uomini che ardissero
assaltare a petto scoperto un povero giovine accompagnato per lo più
dal solo cocchiere, e qualche volta da un fattore più vecchio di Noè,
il quale soleva portar lo schioppo per abitudine. Ma venne settembre,
e con esso la festa della Madonna di Gibilmanna. Da tutte le parti
accorre gente a quel santuario famoso, che sorge sopra un alto colle
delle Madonie, al limite d'un bosco, di dove si domina la pianura
pittoresca, che dalla spiaggia di Cefalù, corre sino a Palermo. Ciò si
chiama, _fare il viaggio_. È la promessa che le sposine del popolo
strappano a' loro sposi, profittando d'un momento di tenero abbandono
o d'espansione brutale; è il voto che le maritate preferiscono a ogni
altro; e han ragione: contentasi la Madonna, e si divertono un mondo.
Lì si passeggia, si fan spanciate sotto alle querci secolari,
s'assiste alle sacre funzioni, stipati nella chiesa, come sardelle,
tra un puzzo di caprino che appesta, si ride, si fa all'amore....
Sciaverio ci soleva andare; ci andò anche quell'anno, tanto più che il
tristo era di cattivo umore per non aver potuto riuscire nel suo
intento. Fu lì che s'imbattè nell'amico Gaspare Maraviglia, e
all'«oh!» di piacere che mandarono tutt'e due, il figlio del su
Francesco si ricordò che quel giovinetto gliel'aveva fatto conoscere
un anno avanti, nell'istessa festa, un compare di suo padre,
dicendogli con una stizzatina d'occhio, questo è de' nostri. Se era
de' loro, egli poteva confidarsi con lui, e lo fece. L'imberbe
mariuolo accolse la proposta a braccia aperte. Santo diavolone! eran
due mesi che se ne stava _in ozio_, egli si sentiva arruginire. Gli
disse che a volere che la cosa andasse, bisognava parlarne a certi
suoi amici di Palermo, uomini veri, e si dettero la posta per i
quindici del mese, a un'ora di notte, nella taverna del zu Deco
Arculeo, la prima che s'incontrava all'uscir di porta Montalto, fatti
una ventina di passi a destra.
Ritornato dalla festa, Sciaverio riferì ogni cosa a mastro Pasquale e
al cugino Santo: andarono insieme da mastro Calcedonio, e fatti venire
gli altri soci, si stabilì che s'accettava la proposta di Maraviglia.
Bisognava vedere come que' compari gonfiavano! Era un vero onore per
loro aver da fare con quelli della città, tutta gente provata, per
l'esistenza di Dio! Delegarono a trattar le cose in Palermo Sciaverio,
mastro Pasquale e Santo, l'incaricarono di mille saluti, di mille
proteste d'amicizia e di rispetto, e il più tenero di tutti fu il
signor assessore.
I danari dati da costui erano ancora lì non tocchi, i tre birboni un
bel giorno presero tre posti in un carretto, e partirono per Palermo.
Alla taverna d'Arculeo trovarono Maraviglia.
--Questi sono gli amici di cui vi parlai, gli disse Sciaverio: mastro
Pasquale Carrarella, e mastro Santo Zumboli.
I tre giovani si strinsero la mano; Gaspare offrì del vino, e mezz'ora
dopo uscirono. Il giovine malandrino li fece girare un pezzo per
vicoli e vicoletti, e per porta S. Agata li condusse in via Vespro.
Nuvoloni neri vagavano per il cielo come tanti fantasmi, l'aria,
carica d'elettricità, era soffocante: di tratto in tratto un colpo di
vento alzava turbini di polvere dalla via che si stendeva lunga,
deserta, tagliata a grandi intervalli dalla luce de' fanali a gas, e
n'avvolgeva i quattro amici, i quali andavano silenziosi e in fretta.
All'angolo di via Filiciuzza, un uomo, con le mani in tasca e il naso
in aria, aspettava appoggiato al muro, sotto il fanale. Egli si volse
a Maraviglia.
--Ehi! compare Gaspare.
--Oh! compare Turiddo!
--Dove si va?
Ma Gaspare gli si avvicinò, e gli disse piano: Son gli amici....
--Bene.
--E gli altri?
--Aspettano a casa mia.
--S'ha da discorrer là?
--Sì: vi staremo al sicuro meglio che in ogni altro posto.... voi lo
sapete, mia moglie non è per nulla dei Mimì, dove son malandrine anche
le donne.
Ed egli avanti seguitando a bisbigliare con Maraviglia, e gli altri
dietro come tanti baccalà. Fecero un centinaio di passi a sinistra,
poi imboccarono una traversa tra due pilastri, e poco dopo una
viottola costeggiata d'agrumi, in fondo alla quale, tra 'l fogliame,
luccicava un lume come una stella.
Vi arrivarono. L'uomo picchiò in un certo modo.
Entrarono in una stanza col pavimento a mattoni rossi, nel cui fondo
era un letto di rame rifatto, con una bella coperta bianca. A
cappezzale un crocefisso tra due quadri dalle cornici larghe e dorate,
dentro alle quali spiccavano sotto il vetro due rozze litografie
impiastricciate di colori, rappresentanti l'uno a S. Francesco di
Paola col suo famoso bastone, l'altra un Gesù affranto sotto il peso
della croce. Pendevano dalle altre pareti altri quadri, un miscuglio
di sacro e di profano: il Sacro Cuore di Maria, Rinaldo che con un
terribile colpo della sua durlindana spacca un cavaliere d'alto in
basso, Giuditta che tiene pe' capelli la brutta testa d'Oloferne, una
deposizione della croce, il mago Malagigi. Addossato alla parete a
destra del letto, un canterano impiallicciato, e su questo un bambino
Gesù di cera, dentro a una scarabattola, circondata di chicchere.
Attorno a una tavola eran seduti tre uomini. Costoro s'alzarono.
--Son gli amici, dissi volgendosi a loro il zu Turiddo: mastro
Pasquale Carrarella, e mastro....
Aveva dimenticato il cognome esotico del mafioso, e si voltò verso di
Maraviglia.
--E mastro Santo Zumboli, aggiunse questi.
--Compare Gaspare, continuò il zu Turiddo accennando con la mano gli
amici ai forestieri, compare Deco, compare Vito.
I quali compari per bacco avevano certe faccie che Dio te ne liberi:
per questo anzi incussero maggior rispetto ai due mafiosucci
provinciali, già storditi dal movimento e dal chiasso della città,
abbagliati e rimpicciniti dalla disinvoltura e dallo spirito tutto
palermitano di quel monellaccio di Maraviglia. Sciaverio a Palermo
c'era stato altre volte.
--Strano caso! pensava tuttavia mastro Pasquale. Si dicono i nostri
cognomi, si tacciono quelli degli altri.... basta.... ne san più di
noi. E cercò d'atteggiare il volto all'aria più mafiosesca che potè.
Egli aveva accettato quell'incarico con tanto orgoglio; aveva
aspettato con tanta febbre il giorno fissato per la partenza; il suo
arrivo, l'accoglienze che stimava gli avrebbero fatte, la fantasia
glieli aveva dipinto con sì bei colori, che ora faceva il viso
dell'armi alla realtà. S'aspettava delle vere ovazioni il farabutto, e
si vedeva accolto come uno qualunque.
Se ciò fosse accaduto agli altri due solamente, non avrebbe avuto a
ridirci: ma a lui.... a lui che aveva avuto l'idea di quell'affare!....
Basta, vedrebbe in seguito. E però in un lampo pensò alla bella Carmela
con una tenerezza mista a un certo accoramento, tanto si sentiva
umiliato. E ricambiati i complimenti, e sedutisi, compare Gaspare, il
più anziano, accennando al Maraviglia, disse sottovoce a' due
Roccellesi:
--L'amico ci ha detto tutto; però vorremmo essere informati meglio da
voi.
Mastro Pasquale fece un «emh, emh,» tanto per prepararsi a parlare: ma
Sciaverio che non ne aveva meno voglia di lui, fu più lesto, e
cominciò a raccontare ogni cosa, sottovoce anche lui, rifacendosi da
capo, gesticolando, con gli occhi fosforescenti come quelli d'un
gatto.
--E siete sicuro che que' signori siano veramente ricchi come dite?
domandò l'anziano quand'egli ebbe finito.
--Sicurissimo.
Allora il calzolaio pensò ch'era quello il momento opportuno di metter
bocca anche lui nel discorso, se voleva fare un po' di figura.
Alzò la mano, la mulinò in aria spalancando tanto d'occhi e allungando
il muso; e quando s'ebbe fatto così buffo ed espressivo nel volto,
disse:
--Ricchi!... milionari volete dire!
E spiegato così quell'armeggio, venne fuori con la solita storia.
Poteva saperlo lui che da tant'anni era il calzolaio di casa: il
canonico ne aveva sotterrata della moneta d'oro e d'argento! Oltre a
ciò egli rispondeva di tutto: sapeva le abitudini della casa,
conosceva i luoghi. Alla Rocca c'era stato anche a villeggiatura, chè,
a dire la verità, que' signori gli avevano voluto sempre un gran bene,
per loro bontà. E fece una lunga descrizione dei dintorni del fondo,
del posto dove si potevano appiattare gli armati per aspettar la
carrozza, del posto dove in quel mentre alcuni altri potrebbero stare
alle vedette per evitare ogni sorpresa. Don Bastiano alla Rocca ci
andava ogni giorno, di mattina, rarissime volte il dopo desinare:
sempre in carrozza. Di ciò potevano starne sicuri, egli aveva
osservato tutto con la più scrupolosa esattezza, poichè insomma....
l'idea di quel buon affare era venuta a lui. E finì carezzandosi il
mento, e sporgendo il labbro inferiore, atto che aveva sempre ritenuto
per il più mafiosesco che mai.
I _triumviri_ l'avevano ascoltato con le mani ciondoloni tra le gambe,
accennando di sì col capo in aria grave degna dell'occasione.
Nella stanza vicina de' passi leggeri andavano e venivano; si sentiva
il rumore di qualche sedia spostata; di tratto in tratto lo gnaulare
d'un marmocchio, una voce di donna lo ninnava:
Sant'Antunino quann'era malatu....
--E che somma gli si può chiedere? domandò un di que' tre con voce
chioccia.
Aveva una grinta verde d'assassino.
--Duecento mila lire di sicuro.