I.

Era una ragazza alta, tutta ciccia, bianca e rosa, proprio quel che da

noi si dice sciacquata, con un par di begli occhi ladri, e mastro

Pasquale n'era cotto davvero. L'aveva chiesta in moglie a mastro

Cruciano, padre di lei, un giorno che, tornando da consegnare un paio

di scarpe a una contadina che abitava in campagna, l'aveva incontrato

solo nello stradale, dietro al suo asinello bianco, con gli arnesi da

bottaio nelle bisacce. Il vecchio furbo aveva data una sbirciatina

alla _bonaca_ di velluto del giovine, la quale mostrava la corda; al

berretto a barca unto e bisunto che gli cadeva sull'orecchio; al

cencio rosso, sbiadito, ch'aveva attorcigliato attorno al colletto

della camicia d'un colore dubbio; poi gli aveva domandato con un certo

tono tra il serio e il canzonatorio:

--Che cosa porti tu a mia figlia, buona lana?

Mastro Pasquale s'era grattata la zucca e aveva risposto un pochino

imbarazzato:

--Due tumoli di vigna al Comune, la casa e l'arte, mastro Cruciano,

l'arte che val più della casa e della vigna.... lo sapete non sono un

cattivo calzolaio.

Il bottaio l'aveva ascoltato, tentennando il capo con un buffo storcer

di bocca, poi aveva ripreso:

--Porta aperta a chi porta, e chi non porta parta. E contando sulla

punta delle dita, aveva continuato; sulla vigna c'è l'ipoteca di don

Liborio, sulla casa pure; in quanto all'arte.... hai fatto forse un

contratto con Domeneddio che tu abbia ad aver sempre la salute?

--Avete ragione, mastro Cruciano, fu l'ultima malattia di mia madre

che mi rovinò: però.... col lavoro, e un po' di fortuna, ci arriverò a

pagare don Liborio.... ci arriverò, credetelo.

--Paga e riparleremo della cosa. E aveva tagliato corto, non volendo

saperne altro.

Il giovine innamorato era rimasto in mezzo alla via, acciucchito come

se avesse ricevuta una forte bastonata nel capo, poi s'era avviato

verso il paese anche lui, con le braccia ciondoloni e il viso lungo

un'auna.

Quella sera staccò la chitarra dal chiodo al quale soleva tenerla

appesa, s'imbacuccò in un suo cappotto intarlato, e, tutto solo, andò

a sfogare la sua pena alla cantonata solita, vicino la casa della

bella Carmela, con una canzone di dolore accompagnata di accordi lenti

in tono minore.

S'aprì la finestra della camera della fanciulla, e si intese a

tossicchiare: il giovine s'avvicinò strisciando lungo il muro, e a

voce bassa, nel silenzio della notte, ebbe luogo il dialogo più

appassionato che mai. Risultato del quale fu il fermare di comune

accordo, che l'indomani sera a tre ore di notte lei scenderebbe con le

scarpe in mano, troverebbe lui nella strada, e zitti e quieti farebbe

fagotto in barba all'orco che aveva avuto il torto di non comprendere

come l'amore se ne infischi di case, di vigne, e anche del diavolo.

Disgraziatamente però, e forse per quest'ultima ragione, il diavolo si

piccò a volerci metter la coda: l'orco, il quale aveva il sonno così

leggiero che l'avrebbe svegliato anche il volar d'una mosca, a' primi

accordi era saltato fuori dal letto, e rassicurata la moglie che s'era

rizzata a sedere inquieta, aveva girato il nottolino pian piano,

aperto appena lo sportello della finestra senza vetri, e messo

l'orecchio in quel po' po' di spiraglio, aveva sentito parte del

dialogo dei due amanti, parte n'aveva indovinato. Sì che l'indomani

sera mastro Pasquale e 'l cugino Santo Zumboli, che aveva condotto con

sè per dargli man forte nella bisogna, se fosse stato necessario,

avevano allungato il collo senza alcun profitto. In casa di mastro

Cruciano c'era stato l'inferno, e la bella Carmela guardata a vista,

non potè affacciar più nemmeno il naso.

Il calzolaio bestemmiò, imprecò, esaurì tutte le minaccie; la

fanciulla pianse, si disperò, parlò di morire, ma mastro Cruciano rise

scrollando le spalle: eran cose quelle che sarebbero passate col

tempo; non voleva affogar la figliola lui con quello spiantato.

Mastro Pasquale lo riseppe, e aveva proprio un diavolo per capello:

era un mastro onorato lui, e quella birba di bottaio non aveva diritto

di trattarlo a quel modo. Era povero, è vero, ma non era una buona

ragione questa per negargli la figliola; almeno non aveva fatto i

quattrini strappando a brano a brano la camicia d'addosso la povera

gente come aveva fatto lui! che si sapeva da tutti come l'aveva messa

insieme quella mezza salma di terreno per la quale ora si sentiva

meglio di Vittorio Emanuele in persona. Già è andato sempre così il

mondo: a' birboni vento in poppa. E prendendo l'aire su questo tema,

sputando dalla stizza, e strabuzzando gli occhi, usciva dal seminato:

parlava d'ingiustizia; della disuguaglianza delle classi; di

rivoluzione; diceva che aveva ragione poi la gente a rubare quando

vedeva che la terra che domeneddio aveva fatta per tutti se la

dividevano quattro carogne oziose.... Sangue.... avrebbe voluto farla

lui da padrone, non diceva assai.... una quindicina di giorni, per

aggiustare ogni cosa. Tu, povero, hai vissuto fra gli stenti, come un

cane sulla paglia putrida; to' questa è terra, coltivala, mangia e

divertiti: tu, ricco, te la sei goduta facendo spanciate d'ogni ben di

Dio, mentre i tuoi fratelli morivano di fame; to', questa è zappa,

butta sangue, imparerai come facevan gli altri a buscarsi un tozzo di

pane.... Cose tutte che aveva sentito dire a don Pietro Nuvoli, un

_repubblichetto_ rosso, che in ogni occasione spifferava la sua

tiritera per moralizzare il popolo, diceva lui.

Con questo però mastro Pasquale non poteva conseguire i suoi fini, è

chiaro; nè se ne poteva dar pace; e coloro che pagavan per tutti, a

notte fatta, erano i vicini di mastro Cruciano; a' quali Dio sa per

quanto tempo l'innamorato avrebbe rotte le tasche co' suoi berci

dolorosi accompagnati dai soliti accordi in tono minore, se una sera

due carabinieri non l'avessero invitato a battere il tacco e non farsi

veder più in quelle vicinanze, prima con un certo garbo, poi a

spintoni, quand'egli alzò la voce dicendo, ch'era un abuso di potere

quello che a un libero cittadino impediva di cantare dove meglio gli

paresse.

La proibizione di questo sfogo innocente, che gli faceva digerire la

bile, lo mise alla disperazione; fu quel che si dice il colpo di

grazia. Non lavorò più, andò bighellonando con la pipa in bocca, con

le mani in tasca, torvo e accigliato; cominciò a frequentare le

taverne; diventò amico del bicchiere e delle carte, pellagra che

s'attacca al corpo e poi arriva l'anima.

In queste brutte disposizioni soffiava il cugino Zumboli.

Era costui uno spilungone di vent'anni, verde come l'aglio e senza un

pel di barba. Berretto sull'orecchio, cacciatora di velluto nero tutta

tasche e taschette, anella di similoro alle dita. Sputava senza

levarsi la pipa o il sigaro di bocca, facendo schizzar la saliva;

camminava dondolandosi sulla vita dalla più buffa maniera; giocava;

amava il vino; amava le donne; arraffava, quando poteva; cacciava

fuori il coltello a ogni piccolo diverbio, e certe volte non per

burla. Non era un santo, come si vede. Usciva allora dalle carceri di

Termini, dove l'avevano mandato a villeggiatura «per un porco

cappotto» diceva lui. L'aveva levato di sulle spalle a uno, di notte,

perchè il suo era vecchio. Ma i giudici, si sa, certe ragioni non le

sanno apprezzare, e al farabutto quella scappatella gli era costata un

occhio della testa, senza contare un anno di prigione, aveva dovuto

impegnar la casa per pagar l'avvocato.

In quelle tante disdette però ebbe di buono che nei _cameroni_¹ potè

perfezionarsi. Ora parlava d'affari grossi, e profittando delle

condizioni d'animo in cui si trovava il cugino, con certi discorsi

velati cercava di tirarlo dalla sua. Quella carogna di mastro

Cruciano; eh; gliel'aveva fatta, porca cagna!... e il peggio era che

non si poteva tentar più nulla, la ragazza era guardata con tanto

d'occhi. Però egli s'occupava del bene del cugino come del suo

proprio.... aveva esaminata la faccenda sotto tutti gli aspetti, e non

trovava altra via che questa: potersi presentare un bel giorno al

padre della ragazza, e dirgli: mastro Cruciano, ho spegnata la vigna,

ho spegnata la casa, ho qui una ventina d'onze per le spese del

matrimonio.... Ma per far questo ci volevano dei soldi; il cugino

avrebbe un bello spremere le sue forme, soldi non gliene darebbero

certo.... Ne aveva fatto mai col lavoro? no: nemmen lui. Oh, quella

non era via d'arrivarci.... E però minchione chi aveva fegato in corpo

e non cercava d'ingegnarsi....

¹ Sale comuni dei detenuti.

Sì che mastro Pasquale eccitato sempre più da questi discorsi,

mostrava il pugno al cielo, urlando tutto rosso, con gli occhi che

pareva volessero schizzargli dalle orbite, e i denti stretti.

--Ah!... venderei l'anima al diavolo pur di farla vedere in candela a

quel cane d'un bottaio!

Allora Santo si metteva a ridere; lo canzonava. No, ora il diavolo

anime non ne comprava più, forse era agli sgoccioli come loro.

--Ma qui c'è Santo, porca cagna! continuava picchiandosi il petto con

la mano tutt'aperta: qui c'è Santo!... Ho certi progetti pel capo....

basta, purchè all'ultimo non mi facciate il minchione.

E una sera, dopo aver barato alla zecchinetta, e pelato a dovere certi

gonzi che s'eran lasciati prendere all'amo, con l'esca di qualche

piccola vincita, gozzovigliavano nella bettola di mastro Mariano

Ruvoli. Era tardi ed erano soli nella stanzaccia affumicata,

rischiarata appena da un lume a petrolio. Dall'uscio aperto della

cucina veniva un odor di carne soffritta di cui si sentiva lo

sfriggolare: il bettoliere preparava lo stufato di pecora per

l'indomani.

Mastro Pasquale co' gomiti appoggiati sull'orlo del deschetto, e con

le mani cacciate tra' capelli, guardava fisso il cugino Zumboli, che,

tagliatosi un fettone di pane, e sbocconcellando, e facendo di tratto

in tratto la zuppa segreta, parlava con la bocca piena, a frasi

interrotte. Coi lamenti.... coi sospiri.... non si arrivava a

togliersi d'impaccio, era chiaro.... Per esempio.... egli sarebbe

restato fra gli artigli di quell'usurario di don Giuseppe, che aveva

giurato di buttarlo fuori di casa se a mezz'agosto non pagava; il

cugino in balìa di quella sanguisuga di don Liborio.... e senza la

figlia di mastro Cruciano per di più.... Che fare dunque?... o

rassegnarsi....

Qui l'innamorato scosse il capo.

--O tentare un affare....

E Santo guardò il cugino, per vedere che impressione gli facesse

questa proposta.

Il cugino ascoltava con molta attenzione; ci prendeva gusto al

discorso, almeno a giudicarne dal luccicare solito de' suoi occhi.

--Ma quest'affare.... bisogna cercarlo, seguitò Santo. E abbassò la

voce.

Sforzare un magazzino?... una cantina?... per far che? per portar via

poche salme di frumento, o qualche barile di vino.... E se ci

scoprono? la galera nè più nè meno come se ci mettessimo a rubare una

diecina di mila onze! Grazie tante. Per un porco cappotto sono stato

un anno in villeggiatura a Termini.... Mio nonno mi soleva dire:

«figliuolo mio, stammi a sentire, e abbilo per massima, l'appropriarsi

d'una sommerella è furto; ma il metter le mani su d'una somma che ci

può far cambiare di stato, è conquista.» Mi dispiace di non averci

pensato prima.... Per me, ora lo dico chiaro e netto, non mi metterò

al rischio, se non c'è un buon affare a vista.... Che ne dite?

Mastro Pasquale posò i pugni sul desco. Santo diavolo.... sì.... anche

lui n'aveva piene le tasche finalmente!... Gli piaceva quel

discorso.... alla cosa ci aveva pensato su anche lui. Sì, una

decisione l'avrebbe presa.... Se il cugino diceva davvero, egli era

pronto.

E riprendeva il tema favorito dell'ingiustizia, dell'ineguaglianza

delle classi.

Le sante massime di don Pietro l'aveva ascoltate attentamente, l'aveva

ruminate, l'aveva meditate, ne aveva tirate delle conseguenze. Essi

erano gli oppressi; i proprietari gli oppressori.... era una guerra

dunque tra di loro, continua, accanita.... Che si faceva nelle guerre?

chi vinceva arraffava, e per di più metteva i piedi sul collo ai

vinti. Questo stesso, in piccolo, poteva farlo anche loro: era un

valersi del diritto della conquista senza tante storie. Del resto i

bisnonni de' proprietari presenti un tempo l'avevano rubate quelle che

ora costoro chiamavano col nome pomposo di proprietà: don Pietro lo

cantava chiaro.

Ma le leggi? Egli se ne infischiava! Belle quelle leggi! o che forse

non l'avevano fatto i ricchi per conservare il maltolto? C'era per lo

mezzo quella benedetta giustizia, era vero.... bisognava adoperare

certe precauzioni.... se no....

Il cugino Santo, fattosi allegro in viso, approvava. Bravo! questo era

parlare, porca cagna! Avevano ragioni da vendere. La cosa era tanto

chiara che l'avrebbe capita un bambino. Ora il cugino poteva tenersi

veramente per marito della figliola di mastro Cruciano.

--Vedete.... io stentavo a parlarvene.... gli disse infine. Codeste

son cose rischiose, e....

--Avete avuto torto: ancora non mi conoscete!

--Dunque....

--Sì.

--Cercheremo....

--Sì.

--E trovato....

--Carogna chi se ne pente!

--Qua la mano!

--Qua!

E si strinsero la mano.

Quella sera mastro Pasquale uscì dalla bettola meno torvo del solito,

Santo un po' alticcio.

Il calzolaio dette le volte per il letto, nel suo stambugio buio,

stillandosi il cervello a trovare il buon affare che bisognava al

cugino Zumboli. Sei ore.... sett'ore.... ott'ore.... i tocchi lenti

dell'orologio della chiesa vibravano sonori nel silenzio della

notte.... Svaligiavano la parrocchia.... imbacuccati ne' cappotti, una

notte nera si facevano cheti cheti alla porta piccola.... aprivano con

un grimaldello.... entravano.... Una lampada appesa davanti all'altar

maggiore, rischiarava appena la navata principale. Egli si sentiva

scorrere un brivido per l'ossa. Accendevano un cerino, penetravano

nella sagrestia, scassavano l'armadio.... Che luccichio d'oro e

d'argento!... Cacciavano nelle tasche di dietro della cacciatora

calici, pissidi, turiboli alla rinfusa.... Riattraversavano la chiesa,

uscivano.... A chi avrebbero venduta tutta quella roba? Era difficile

trovare un compratore.... bisognava nascondere gli oggetti, trattare

con più d'uno, e gli oggetti erano conosciuti.... No, no, non era cosa

da farsi.

Assaltavano il procaccio: uscivano armati e di notte dal paese....

s'appostavano nello stradale.... aspettavano.... S'udiva un tintinnio

di campanelli, poi un rumor di ruote e uno scalpitar di cavalli: si

vedevano i lampioni accesi nell'oscurità. Ma.... e que' due cosi

avvolti ne' loro mantelli e sdraiati sull'imperiale?... Carabinieri!

Brr.... sentiva freddo al solo pensare che bisognava fare alle

schioppettate.

Oh!... c'era don Peppino, quel negoziante napoletano arrivato non era

molto.... Si diceva che in pochi giorni aveva venduta molta roba....

Ci avrebbe avuto proprio gusto a svaliggiarlo quel forestiere. Ma....

e i danari li lasciava nel cassetto del banco?

Undici ore.... Un barlume penetrò per le fessure della finestra, in

quella che un nome guizzò nella mente di mastro Pasquale, e dietro a

quello un'idea: egli aveva trovato il _buon affare_ che abbisognava al

cugino Zumboli.... Oramai era sicuro, sposerebbe Carmela. Scese il

letto, si vestì in fretta, prese in fretta quel suo straccio di

cappotto, uscì e andò nel vicolo vicino, a picchiare all'uscio di

Santo. Questi, digerendo ancora la cotta presa la sera avanti, russava

con i pugni chiusi, steso bell'e vestito sul pagliericcio. Aprì un

occhio, si stirò con un sonoro sbadiglio, poi s'alzò e andò a tirare

il paletto.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 49 / 69 题