I.

Zu Vito, qualcosetta sul fitto ce l'avete a crescere, disse all'antico

fittaiolo il babbo Striati prima d'andare dal notaro a rinnovar l'atto

scaduto.

--Che dice mai vostr'eccellenza! io ci ho rimesso ogni anno.

--Eh, via!

--Glielo giuro per il santo giorno ch'è oggi.

Striati si strinse nelle spalle, come per dire: non so che farci, e il

zu Vito lo guardò freddamente.

--I giardini glieli lascio piuttosto, aggiunse abbassando que' suoi

occhiacci iniettati.

--Fate pure, rispose il vecchio. E mise i giardini all'asta.

Quella sera nel paesetto ci fu un movimento insolito. Il zu Vito Sala,

suo figlio Brasi, Bartolomeo Lalla il socio, s'eran messi in giro: e

bisbigliavano or con questo or con quello, alla cantonata d'un vicolo,

sotto la tettoia della piazza, nelle vicinanze d'una taverna, nel vano

della porta laterale della chiesa, nello stradone fuori del paese. Era

un batter palmate sulla spalla con un «badiamo!» un far festa, con un

«non ne potevo dubitare;» un far proteste di servizi futuri, portando

la mano al petto; un accorto minacciar guai, masticando certe frasi

smozzicate, che finivano poi con un «ma se lo dicevo io che gli amici

son sempre amici!» un contegno da can cucciolo, con certi mastini che

solevano mostrare i denti....

E il risultato di quest'armeggiare fu, che l'asta dei giardini dello

Striati restò deserta tre volte. In mancanza di meglio, il

proprietario dovette contentarsi dell'offerta del zu Vito, alle quali,

profittando dell'occasione, il furbo aveva anche fatto un piccolo

calo. Striati comprese che il tiro glielo avevano fatto i fittaiuoli;

ma dovè roder l'aglio: li conosceva, e non era un leone.

Morì due anni dopo, lasciando erede de' suoi beni Nino il figliuolo

unico.

Il vecchio era stato uno stravagante, una specie di progettista

visionario, che, con cocciutaggine strana, aveva messo in atto disegni

e disegni, i cui frutti non eran poi rispondenti alle spese. Ed ora

aveva dovuto chiudere una filanda, sei mesi dopo che l'aveva aperta;

or una locanda che doveva dar tesori; or un mulino a vapore; or una

fabbrica di sapone; e i danari se n'andavano a palate. Il patrimonio

dunque un certo assesto lo voleva. Nino progettista anche lui è vero,

ma dotato di quella sagacia che mancava al padre, fece delle

transazioni con gli uni, degli accordi con gli altri, vendè come ferro

vecchio il materiale delle macchine, ridusse i fabbricati in case, e

l'appigionò. Allora potè respirare un poco, e volgersi con più calma

alle cose di campagna. Anche lì trovò del marcio, e non poco: i due

giardini d'aranci, e un bel podere, affittati per ventimila lire

all'anno al zu Vito e socio, n'avrebbero potuto dar quaranta, per lo

meno! era stato proprio uno sperpero, e sarebbe stato urgente

rimediarci. Ma c'era disgraziatamente quel benedetto contratto di

fitto, e bisognava rispettarlo. Non c'era dunque che fare; e il

giovine, il cui genio era per la campagna, non volendo starsene a

oziare dalla mattina alla sera, come facevano in paese tant'altri

figli di _galantuomini_, mise su una ventina di mila lire, e partì per

Palermo, col proposito di darsi a negoziare. Spirato il contratto,

sarebbe ritornato a Ficarazzi, per coltivare i suoi fondi a conto

proprio, co' nuovi sistemi che in quel mentre avrebbe avuto l'agio di

studiare. Così faceva cessare quella vergognosa camorra di cui era

stato vittima quel grande onest'uomo di suo padre. Non s'illudeva,

l'impresa era rischiosa: sperava però d'animar gli altri con

l'esempio, e l'unione fa la forza.

Fu allora che conobbe Serafina Borelli. Tutti abbiamo il nostro

destino!

Era figlia d'un capitano borbonico morto al 60: essa e la madre

campavano sur una pensionuccia vitalizia, e su' lavori di cucito e di

ricamo, che procurava loro una donna del vicinato. Con tutto ciò la

fanciulla era sempre attillatina: protraendo il lavoro sino a notte

avanzata, guadagnava per conto suo, tanto da poter comprare certi

scampoli di lana, che aveva a meno prezzo; li tagliava e li cuciva da

sè, e se ne faceva dei vestiti assai eleganti. Del resto anche un

cencio non sarebbe parso più quello sul suo bel corpo. Tutti i guai

però li soffriva lo stomaco: era a danno dell'interno che s'adornava

l'esterno.

Sul conto suo correvano strane voci. Si parlava di un promesso sposo

morto d'un modo misterioso, c'era chi diceva che si fosse ucciso

perchè fallitagli la speranza dell'eredità d'uno zio, lei non l'aveva

voluto più; s'accennava a un vecchio signore che madre e figlia

avevano pelato a dovere, però quest'ultima non avrebbe concesso nemmen

la punta d'un dito. Tutto sommato, passava per una ragazza troppo

scaltra, troppo viva, per gli uni; capricciosa, per gli altri; ma

_onesta_: su questo poi eran tutti d'accordo.

Abitavano un modesto quartierino sotto a quello dello Striati: Nino,

il dopo desinare, soleva leggere nel terrazzino, pigliando il fresco;

anche la fanciulla prese a poco a poco l'abitudine di lavorare nel

suo: cominciò un ricambio di sguardi furtivi e timidi in principio,

più arditi in seguito, carezzevoli e tenerissimi in ultimo: fu così

che il giovine impiegò due mesi a leggere un opuscoletto

d'agricoltura, Serafina quasi altrettanto a ricamare un par di

pianelle che voleva regalare alla mamma.

Nino aveva un vizio, quello d'innamorarsi subito; ne aveva un altro

più grave, innamoratosi nuotava subito nell'etere più puro, e quella

ragazza pareva fatta apposta per fargli perdere la testa. Onde le cose

non potevano arrestarsi a quel punto; tanto più che la vecchia signora

aveva odorato un buon partito e adoperava con lui que' modi accorti,

propri di certe mamme, quando si cacciano in capo d'attirare un

merlotto nella rete del matrimonio. Egli seppe che le domeniche

solevano passar la sera in casa della signora del secondo piano: si

dette attorno, e trovò presto modo di farvisi presentare. Lì si

giocava a mosca cieca, o al giuoco dell'anello, e s'improvvisavano

quattro salti alla buona, al suono squarrato d'un pianoforte che aveva

anni quanto, il _Tantum ergo_. Nino ballava sempre con Serafina;

quando gli toccava di star nel mezzo con gli occhi bendati, correva

brancolando verso di Serafina, se sentiva il riso che la furbetta

soffocava apposta nel fazzoletto di batista, o il fruscìo particolare

delle sue sottane; si fermava più del dovere curvo davanti la

fanciulla, quando passava l'anello; e le parlava dolcemente,

guardandola negli occhi, agitato nel sentire le sue mani tra quelle

tiepide di lei abbandonate nel grembo. Si che la Borelli madre lo

seguiva con lo sguardo, tutta gongolante, che pareva fosse lei

l'innamorata di quel ricco giovinotto; e le mamme delle altre

fanciulle stringevano le labbra in aria contegnosa, ripensando a quel

tal vecchio signore che si diceva madre e figlia avessero pelato a

dovere. La vecchia se n'accorgeva, ma non se ne incaricava, aveva

tutt'altro per la testa: badava invece a mostrarsi più gentile che mai

col giovinotto, e una sera l'invitò a andare in casa loro qualche

volta, se ne potevano ricevere l'onore. Nino accettò con riconoscenza,

si sbracciò in mille proteste; l'onore era suo, che diavolo! e

l'indomani sera ci andò.

Era incappato nella rete.

Quando le disse per la prima volta che l'amava, erano alla finestra.

La mamma, con un par d'occhiali sul naso aguzzando le sopracciglia,

faceva la calza, seduta vicino alla lucerna. C'era un bel lume di

luna, e nell'aria olezzante di zagara vibravano i malinconici accordi

d'una chitarra. La fanciulla lo guardò teneramente, poi mise un

sospiro, e abbandonò la bionda testolina sulla spalla di lui.

Si sposarono. Egli aveva fatto un nido delizioso della sua villetta

nelle vicinanze de' Ficarazzi, vi andarono a nascondere la loro

tenerezza appena sbocciata.

Ma due mesi dopo Serafina era già stanca di quel testa testa. Le

parole d'amore mormorate dolcemente con la bocca sulla bocca, nel

sedile di legno sotto i lilla del giardino; le lunghe passeggiate

silenziose, di sera al lume di luna, stretti l'uno all'altro,

guardando le stelle, raccogliendo con un trasalimento di tenerezza i

rumori della campagna; le mute estasi sotto al boschetto degli aranci,

o seduti sul ciglione d'un campo, con le mani tra le mani; i lunghi

desinari pieni di carezze e di baci; per lei avevano perduto presto

ogni incanto. Nell'anima sua era successo quel che succede nell'anima

d'un fanciullo, che studiandosi con ardore a cercar di scoprire il

congegno d'un balocco, finalmente ci riesce. Ora provava altri vaghi

desideri, si sentiva nascer nel petto altre aspirazioni indefinite,

intravvedeva, come attraverso a un velo, altri orizzonti più rosei,

più opalini, il vero mondo, quello dal quale l'aveva tenuta lontana la

sua povertà, con le feste, i teatri, le conversazioni, le passeggiate,

e le mille altre frivolezze che ne fanno l'attrattiva.... Pensava di

sollevare quel velo, con un trasalimento anzioso.

Tornarono a Palermo.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 30 / 69 题