XIV.

È passato un anno. In S. Giovanni non si parla più dell'accaduto che a

punti di luna, quando per caso cada il discorso o su' i Berlingheri, o

sul podere di Badalà, la cui villetta, chiusa giorno e notte che pare

una tomba, mette ora una nota triste nel paesaggio.

--Che cosa terribile, eh! si suole esclamare in tale occasione. E, non

par vero, ancora misteriosa!

--E la povera donna Costanza?

--Sempre a un modo. È pazza e non è pazza: non parla mai, guarda tutti

in faccia atterrita... del resto è tranquillissima.

--O che l'avete vista?

Qualcuno rispondeva di sì. Qualche altro di no: gliel'aveva detto

tizio ch'era andato a Cammarata in casa di don Bastiano per questo e

quest'altro.

--Poveretta!

--Ha i capelli tutti bianchi.

--Eh, non si scherza! quella razza di quarti d'ora lì... E poi, il

fratello morto, la nipote morta.... E don Giovannino, a proposito?

--Viaggia.... Dicono che sia a Parigi di Francia.

--Come ha fatto presto quello lì a dimenticare! chi l'avrebbe detto, a

vederlo tanto disperato, e così ridotto che pareva una mostra d'uomo!

--Che volete, è andato sempre così il mondo.... E poi o che non ce li

contate i vent'anni?

--Capisco.... Basta, la peggio l'han sempre i morti.

Quello che seguitava a ingrassare era il reverendo, benchè non gli

fossero toccate che sole ventisett'onze per il bell'affare che aveva

fatto: ma questa puntura era venuta scemando col crescere della

sicurezza: solo di quando in quando si bisticciava col galantuomo il

quale, invece dimagrava a occhiate, tanto era inconsolabile di non

aver potuto metter su quel suo famoso negozio di frumento, per via del

quale sarebbe arrichito certo, e in poco tempo.

In quei momenti di recrudescenza i due degni amici dialogavano a voce

bassa, e facendo sforzi inauditi per contenersi, a causa di quelle

benedette mura che non hanno orecchie, e certe volte sentono.

--Ci hai colpa tu! tu ci hai colpa!... esclamava il prete, rosso come

un gallinaccio, e col ditone steso verso il galantuomo.

--Io!! rispondeva questi verde invece come l'aglio.

--Tu!! non bisognava ricorrere a quella gente, io non volevo.

--Smetti via, non hai senso comune. A chi volevi ricorrere, di'?

--Anche al diavolo, ma a quella gente no.

--Per Gesù Cristo, non dire sciocchezze, chè si trattava d'assaltare

un paese!... Poi a un tratto scappandogli la pazienza:--Piuttosto dove

l'avevi la testa mentre svaligiavano la casa? non avevamo stabilito

che bisognava tener gli occhi alle mani di quei ladroni?

--State a sentirlo un po'!

--Ma tu pensasti di far tutt'altro.... bene ti stia! Perchè ti lamenti

ora?

--Bestia! io non li lasciai un momento quei pezzi di ladri.

L'imbroglio fu a Useria.... perchè non ci andaste quando fecero la

divisione?

--E tu perchè non ci andasti?

--Io.... io.... la mia veste sacerdotale..,.

--Eh, non mi rompere i corbelli con la tua veste sacerdotale!

--Dovevo guardarmi le spalle....

--E credi che le mie l'abbia di legno? Che belle storie! E poi, caro

mio, sappi una volta che nella divisione d'Useria non ci furono

imbrogli: Ciulla, che vide tutto co' propri occhi, me l'assicurò: e

quanto a onore, Ciulla ne ha da vendere, non mi seccare.

--Ciulla.... Ciulla.... ripetè il reverendo ingrossando la voce tutto

stizzito.

--St.... parla piano.

E quegli riabbassando la voce:--Ciulla è più ladro di santo Dima,

capisci!

--Che rispondere a un pazzo simile, per Gesù Cristo!

--Ci sei tu pazzo, e babbaleo per giunta!

--Oh.... sai che ti dico?...

E lo mandava a quel paese.

Così finiva sempre l'edificante conversazione, e il sacerdote s'alzava

in furia, prendeva in furia il cappello, e se n'andava tempestando, e

giurando in cor suo di non cacciarsi più in simili impicci, neanche se

gli tagliassero la testa; specialmente poi quando il diavolo si

compiaceva di metterlo nella dura condizione d'aver da fare con certa

gente.

Intanto godeva più che mai la stima dei suoi compaesani: per loro era

l'istesso santo, l'istesso scienziato che citava passi latini da far

accapponar la pelle addirittura, l'istesso rifugio e il salvatore di

tutti. E sinceramente, di questa sua fortuna un pochino meravigliato

n'era anche lui. O che Dio e i santi dormivano?

Ma un bel giorno tutto il paese fu in subbuglio.--È vero quel che si

dice?--Verissimo!--Ooooh!--A un uomo di quella fatta!--Al fior fiore

vero dell'onestà!--A un santo!--Si può arrivare fin lì!--Che governo

di birbanti!--Già, è la setta....

Sissignore, a un uomo di quella fatta, al fior fiore vero dell'onestà,

a un santo, il sor delegato, con seguito di sbirri, aveva fatto una

perquisizione per la casa. Perchè? Non se ne sapeva niente. Figurarsi

l'indignazione quando corse di bocca in bocca che non gli avevano

trovato nulla! i carabinieri dovettero uscire perchè non succedesse

qualche diavoleria. Lui che aveva avuto una gran tremerella addosso,

oramai rassicurato, s'atteggiò a vittima. Non potè uscire per due

giorni, tante furono le visite che ricevette! In abito corto

abbottonato trascuratamente, seduto sulla sua sedia a braccioli nella

positura di chi abbia ricevuto una fitta di nerbate, s'alzava, con una

smorfietta di dolore strana in quel suo faccione rubicondo, e ogni

nuovo visitatore che arrivava: questo, chiunque fosse, muto, con uno

sguardo espressivo, andava a stringere calorosamente tra le sue la

mano che anche lui gli abbandonava, muto, e con uno sguardo

espressivo.

--Sia fatta la volontà di Dio! esclamava il prete alzando gli occhi al

cielo: e sospirando, ritornava al seggiolone e vi s'abbandonava.

Allora cominciavano le domande, alle quali rispondeva con voce rotta:

e gli amici a metter fuori tutte le esclamazioni d'indignazione che ci

siano nel dialetto siciliano.

--Sia fatta la volontà di Dio! badava a ripeter lui senza stancarsi.

Devo essere un gran peccatore s'Egli si degna di colpirmi.

--Peccatore! ma che peccatore! protestavano tutti; e sin quella faina

di Castrenze, cogli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni che non

pareva mai dove guardassero, protestava, e corbezzoli, con che calore!

Poi per una quindicina di giorni andò per il paese, serio, grave,

rigido nella zimarra nuova, affettando con dignità di non guardare gli

sbirri quando gl'incontrava. E per tutto, al suo passaggio, erano

scappellate a destra, scappellate a sinistra, e bisbigli di rispetto e

di commiserazione, e mute strette di mano, e allusioni contro quel

governo di birbanti, e la setta idrofoba, e contro certe persone del

paese, che, di sicuro, ci mettevano lo zampino. Fin le comari

correvano all'uscio quando passava, e prendendo i figlioletti per un

braccio, gliel'additavano affibbiandoglielo per martire.

Era una cosa proprio commovente! come anch'egli soleva dir sul serio

certe volte, per una strana allucinazione delle nature veramente

malvage.

Ma un bel giorno il bandito Mistretta detto il Salemitano cadde nella

rete: e tra l'altre cose, confessò che all'assalto di S. Giovanni di

Cammarata c'era stato il famoso don Peppino con la sua banda, e gli

affiliati, gente in libertà, che lavoravano per essa, e che si solevan

chiamare per dar man forte negli affari arrischiati: malfattori di

Lercara, di Prizzi, di Burgio, di Montemaggiore, di Mezzoiuso, circa

trentadue. Tutte queste cose gliele aveva confidate Ciccio Raja.

La giustizia si mise sulle peste di compare Ciccio, e compare Ciccio

fu preso. Anche lui confessò: nominò alcuni dei malfattori ch'ebbero

parte nell'assalto di S. Giovanni: Raimondi, D'Aquila, Mamola, Riggio,

don Peppino, Di Marco, ed altri: aggiunse che la cosa l'avevano

proposta due sangiovannesi, un galantomicchio e un prete di cui

ignorava i nomi; ciò l'aveva risaputo da Di Marco che l'ignorava anche

lui. Gli si domandò di don Peppino. Rispose che non era più in

Sicilia; viste le cose assai imbrogliate, aveva creduto regolare di

lasciar zitto zitto i compagni con un palmo di naso, a cavarsela come

potrebbero. Certo s'era imbarcato.

Come si vede non spirava più buon vento per il reverendo; pare che Dio

e i santi si fossero svegliati; tanto più che la polizia, messasi,

benchè troppo tardi, nella buona strada, riusciva ad appurare che il

bandito calabrese era a Susa d'Affrica, e a farlo arrestare.

Consegnato al Console italiano a Tunisi, fu imbarcato in una nave che

partiva per la Sicilia. Durante il viaggio, carico di ferri, buttato

come un cane in fondo alla stiva tra un buio pesto e 'l rombo

dell'acque che suscitavano nella sua mente idee d'inferno e di

dannati, nelle prigioni poi dello stato, arso dalla febbre, in una

specie di buco umido, ebbe più orribile la visione della morte, col

terrore dell'ignoto. Lo spavaldo, che, in quella bell'alba di marzo,

aveva avuto rabbia e vergogna de' suoi rimorsi, cadde più che mai in

potere di queste vipere dell'anima.

Era nelle mani della giustizia umana, e non voleva comparire davanti a

quella assai più terribile, la Divina, aveva commesso tanti delitti,

che non s'illudeva, i giurati lo condannerebbero a morte.... Che fare

in tal frangente? Come sfuggire il pericolo?

Confessare. E s'attaccò a quest'ancora di salvezza.

Allora con la speranza gli entrò nell'anima il sollievo: e la sua

natura d'istrione prendendo a poco a poco il sopravvento, in quel modo

di condursi intravvide una bella parte, quella di masnadiere pentito,

mutato in benefattore della società, coll'additarle que' nemici che,

senza di lui, sarebbero rimasti per essa una continua minaccia. Il

male che aveva fatto lo riparava con il bene che intendeva di fare.

Egli osò evocare la nobile figura del maestro di S. Stefano, quasi a

riceverne lode e conforto!

Il dieci d'aprile, nella sala degli esami del carcere giudiziario di

Palermo, fece la sua propalazione davanti al presidente Carlo Morena,

assistito da un vice cancelliere. Disse che si chiamava Angelo

Pugliesi, raccontò la sua vita per disteso, diede i più minuti

particolari dei suoi delitti, e di quelli de' compagni (37 nientemeno,

e nella sola Sicilia!) nominando tanto i banditi, quanto gli

ausiliàri, e i manutengoli, infarcendo il tutto di considerazioni

filosofiche, di massime morali, di leggiadre descrizioni di luoghi, di

citazioni di passi di scrittori, e della Bibbia. In ultimo toccò

dell'imbarco.

«Una sera, verso gli ultimi di giugno, una di quelle navi che fanno il

piccolo cabotaggio s'accostò a un punto designato lungo la spiaggia

siciliana, e m'imbarcai. In meno di tre giorni approdavamo a Susa

d'Affrica.

«Questa è la sola pagina della mia sciagurata storia che lascio in

bianco, spero che la giustizia non me ne vorrà male. È un debito che

pago alla riconoscenza. Eppure non lo farei, se sapessi che chi mi

accordò la sua protezione fosse un malvagio, un cospiratore contro la

sicurezza dello Stato; ma non è tale, posso dire anzi ch'è ben altro.

Memore forse, che quando ero il temuto _Lombardo_, il _Capitano delle

Montagne_ lo salvai da pericoli assai gravi, commosso dalle preghiere

che gli feci inginocchiato ai suoi piedi, non potè tenersi dal

beneficarmi. D'altronde più che vi penso, meno comprendo qual male

egli abbia potuto fare allo Stato. E se male ci fosse, perchè si

dovrebbe perseguitare lui solo? Il signor Francesco Cerra, il

colonello Torselli, e un altro signorino, nell'anno scorso non fecero

l'istessa cosa per Valvo, Lo Cicero, e Mesi, famigerati banditi di

Montemaggiore? Non è giusto aver due pesi e due misure.

«A ogni modo mi si strapperà il cuore, ma non questo segreto, ma non

il nome del mio benefattore.

«Arrivato a Susa, me ne andai in locanda, dove m'ammalai: come guarii,

presi a pigione una camera nella via Fondacoh, e messi su un piccolo

negozio di grano e di vino.

«A Susa conobbi un certo signor Pistoletti, negoziante veneto,

residente là da venticinque anni, e garibaldino fanatico, tuttochè

vice-console austriaco. Scrissi a Bonifacio in Cattolica, pregandolo

di farmi arrivare una lettera di raccomandazione per il suddetto

signore, la quale avrebbe dovuto firmare con la sua qualità d'aiutante

maggiore della Guardia Nazionale. Per via di quella raccomandazione

speravo di poter avere un posto in commercio. A Bonifacio scrissi

altre tre lettere, in due delle quali lo pregavo di farmi esigere, per

mezzo d'un certo Marretta, campiere del barone Paceco, alcuni miei

crediti, cioè: sei onze da Umberto Riggio, e quattordici onze da

Salvatore Raimondi: nella terza lo pregavo di cercar d'indurre lo

stesso barone Paceco a darmi a mutuo cinquant'onze che gli avrei

restituite entro un anno. Da Bonifacio ricevei.... non ricordo se due

o tre lettere di risposta. Mi scriveva che il barone non voleva darmi

a mutuo il danaro chiestogli, che era impossibile poter riscuotere i

miei crediti. Mi accludeva la commendatizia per Pistoletti, mi dava

notizie di lui, della sua famiglia, degli amici comuni. M'avvertiva

infine che il generale Medici aveva fatto il possibile per sapere dal

barone Paceco dove fossi, che questi aveva risposto di non volere

denunziare un miserabile che volontariamente se n'era andato tra'

beduini.... Forse non tutti la pensarono così!

«Ma io non ho rancore con questi signori, anzi li ringrazio d'aver

offerto al governo i mezzi di rintracciarmi e arrestarmi.

«Dall'Affrica non ebbi carteggio nè col barone, nè con suo figlio

Gasparino amico mio strettissimo. Da questo ebbi bensì una lettera,

scritta, salvo errore, con inchiostro turchino sbiadito; poco prima

che partissi dalla Sicilia, e quand'egli supponeva che sarei andato a

Malta. Difatti in quella lettera me ne accludeva una di

raccomandazione per un certo signor Mendolia negoziante in quella

città. Mi pregava di scrivergli sotto l'indirizzo d'Agostino Paruta.

Non conosco questo Paruta, non so se esista, non scrissi lettera

all'indirizzo di lui.

«Ad avere altre commendatizie per Pistoletti, non che per il signor

Gaetano Vittoriano, ricco negoziante a Tunisi e rappresentante la

società Florio, scrissi due lettere al signor Francesco Cerra di

Callavuturo. Egli rispondeva alla mia prima solamente con lettera

firmata F. G. Mi diceva che avrebbe cercato di sapere se il Pistoletti

facesse parte della sua Loggia Massonica, nel qual caso mi ci

raccomanderebbe: mi parlava del felice arrivo in America di Valvo,

Mesi, e Lo Cicero. Dirò due parole intorno all'origine ed entità dei

miei rapporti col signor Cerra. L'incontrai per la prima volta,

nell'inverno 1864-1865, nel bosco di Ganci da dove passavo con alcuni

della mia banda, cioè: con Di Marco, D'Amico, Mamola, Riggio e Raja.

Egli era con il suo campiere per nome Ciccio o Cicchitello. Ci

avvicinammo, ci parlammo: mi disse che tutte le volte che mi trovassi

nei dintorni delle sue masserie potrei andarci, o mandare per orzo,

cibarie, e quanto m'occorresse. Accettai l'offerta, e me ne prevalsi

più volte. L'incontrai una seconda ed ultima volta nell'aprile del

1865, sopra le case di S. Maria, mentre andavo a Garbonogara. Egli era

accompagnato dall'istesso campiere. Mi parlò del furto di sei o sette

cavalle, che poco prima era stato commesso nel feudo Ferricino

appartenente all'amministrazione di Ferrandina di cui egli era a capo,

e mi pregò a trovare il modo di fargliele riavere.

«Nel maggio e giugno dell'istesso anno, mentre ero nelle case della

Lucania ricevei una lettera del Cerra, nella quale mi ripeteva la

preghiera: risposi che avrei fatto il possibile per servirlo. Difatti

avendo risaputo alcuni giorni dopo, che il furto delle cavalle era

stato commesso da taluni della mia banda, li costrinsi a restituirle

immediatamente.

«Il 25 novembre, mentre passavo davanti all'ufficio del Vice consolato

Italiano in Susa, mi sentii chiamare dal cancelliere: salii: e stavo

per domandargli in che potevo servirlo, quando quel Dragomanno che era

un turco, con quattro sbirri ch'erano pure _turchi_, mi saltarono

addosso, e con modi non umani ma _turchi_, cercavano di legarmi. Nego

d'aver tentato di respingere quel puzzolente sudiciume; gridai però

ch'ero italiano; che non ero in flagranza di reato, che anzi mi

trovavo in territorio straniero, e in mancanza di trattati

d'estradizione, non poteva mettermi le mani addosso nessuno, meno

d'ogni altro poi i _turchi_. Ma quando venne il Vice console, e con

parole e modi umani mi dichiarò che il mio arresto era stato ordinato

con dispaccio del Console generale in Tunisi, davanti al quale avrei

potuto far valere le mie ragioni, m'arresi, e c'intendemmo. Egli

proibì a que' manigoldi di legarmi, e permise che libero, ma con

coloro dietro, andassi a casa per dare assetto alla mia roba. Alla

presenza di quei signori misi ogni cosa in una cassa, lacerai alcune

carte di nessuna importanza, cioè canzoni e sonetti che solevo

scarabocchiare nelle mie ore d'ozio, alcune bozze di lettere che avevo

scritto per conto di qualche italiano mio vicino, e specialmente del

muratore Pietro Lombardo, consegnai al Dragomanno un portafogli, dal

quale non levai altro che sette napoleoni, e ciò col suo permesso.

Sarebbe per lo meno errore il dire che in quella lacerazione ci sia

stata sorpresa, proibizione; ci siano stati dissidi o che altro.

«Nel carcere di Susa ci stetti un giorno soltanto. Domandai

l'occorrente per scrivere, e mi venne accordato. Stavo scrivendo una

lettera a Bonifacio, nella quale l'avvertivo del mio arresto, e del

sequestro delle sue lettere, quando mi piombarono un'altra volta

addosso i prelodati Dragomanni e manigoldi, i quali, con modi pure

prelodati me la strapparono di mano. Volevo avvertir Bonifacio, non

perchè m'avesse assistito, dato mano, e consigliato nei miei misfatti,

ma perchè non avesse a soffrire onta o danno per la mia amicizia.

«A Tunisi, dove stetti quattro o cinque giorni, scrissi una lettera al

Console francese, vidi il Console generale italiano, che, con tratto

gentile, mi notificò che il mio arresto era stato ordinato dal

prefetto di Palermo, e che in questa città avrei potuto mettere in

campo le ragioni intorno all'illegalità della mia cattura, o altro.

Dal carcere di Tunisi vennero a levarmi un maresciallo e non so quanti

carabinieri di qui. Nel viaggio da Tunisi a Palermo, i passeggieri al

veder me gracile, smilzo, un vero fuscello di paglia, ma pure

attorniato da molti armati, e carico di ferri, facevano le maraviglie,

e qualcuno di essi sorrideva. Avrei sorriso anch'io se l'animo mio non

si fosse trovato allora travagliato da tanti tristi pensieri!

Dall'isola a cui m'avvicinava, ero partito pochi mesi prima, dopo

d'avervi commessi tanti delitti, specialmente una grassazione e un

sequestro che mi avevano fruttato assai bene: eppure ne partivo

povero, miserabile! tutto il mio tesoro consisteva in trent'onze che

avevo avuta poco prima da una mano caritatevole, per non dir paurosa e

tremante.... Quanta morale in questo fatto! Tranne una briciola

d'ingegno, che mi diede la madre natura, e un poco d'istruzione di cui

sono obbligato ai prigionieri di S. Stefano, io sono un volgarissimo

malfattore: eppure, con l'aver magnificato le mie azioni perverse, con

l'avermi accollati dei pensamenti, e dei colori politici, che

disgraziatamente non ebbi mai, con l'aver dato al mio arresto

un'apparenza bellicosa, si riuscì a trarre la mia persona dal volgare,

e a sublimare la mia tristizia.... Anche al malvagio qualche volta

sorride la fortuna! Sì, da quest'isola a cui m'avvicinava, io era

partito pochi mesi prima col rimorso, e colla speranza; e ora vi

ritornavo con la rassegnazione, e con la confidenza nei miei giudici,

e nel governo del re.

In questa sua propalazione particolarizzata minutamente, disse, che

l'affare di S. Giovanni l'avevano proposto un prete e un

_galantomicchio_; che il prete si chiamava don Giuseppe Rizzotto, che

del galantomicchio aveva dimenticato il nome.

Il fulmine scoppiò in S. Giovanni con l'arresto del reverendo, il

quale, vestito com'era in abito lungo, fu fatto passare per la piazza.

Il degno sacerdote non aveva più l'aria dignitosa, e l'atteggiamento

di martire che avevano imposto a' gonzi: andava livido, disfatto, a

occhi bassi, tra uno stuolo di militi e carabinieri, proprio

nell'attitudine d'un vero malfattore.

Lo condussero a Termini, e di là a Palermo, dove fu interrogato da un

giudice istruttore, e gli fu notificato che sarebbe stato messo a

confronto con don Peppino, il quale doveva farne la ricognizione.

Quel giorno domandò di travestirsi. Gli erano cresciuti i capelli, e

un po' anche la barba; in abito civile, senza cappello, si sforzava a

far l'indiano, Dio sa come, dentro in mezzo a tre o quattro altre

persone pescate per figurare da comparse.

Restò di stucco quando il capo bandito, lento e grave, dopo aver

squadrato ben bene que' signori, si avvicinò a lui, e disse:

--Se non erro, il prete di S. Giovanni di cui parlai nella mia

propalazione, è quello che tocco con la mia mano destra.

E lui, a un tratto, sentì salirsi un'ondata di sangue al viso, e

perduta la bussola, gridò con voce strozzata, e scotendo le mani in

aria:

--Messere e scellerato!... anima del diavolo!... dove m'avete

conosciuto!... dove m'avete visto!... E accortosi della bestialità che

aveva fatta, calmandosi subito: Quest'uomo è pazzo.

--Oh, non son pazzo, reverendo, insistè l'altro scrollando il capo

mestamente. Non è forse vero che alcuni giorni prima della grassazione

m'abboccai alle Tre Croci con voi e con un vostro amico? Non è forse

vero che la sera del 29 marzo voi ci veniste all'incontro, ci

accompagnaste in paese, e conduceste i depredatori a Badalà? Non è

forse vero che ne' giorni seguenti aveste la vostra parte di bottino

da un campiere che cavalcava una cavalla storna?

--Quello che dice quest'uomo è falso: io è la prima volta che lo vedo.

--Ripeto che, se il mio non è errore, voi siete il prete grassatore di

S. Giovanni, e che le cose tra me e voi andarono come ho detto.

Così, venuta l'ora del dibattimento, fu accomunato nella gabbia con

gli altri malfattori.

Oh, faceva una ben strana figura quel coso enorme, tutto nero tranne

il colletto della camicia, il faccione di luna piena, e le mani, in

mezzo a brutti ceffi, e grinte d'assassini, vestiti anche loro a

festa, con abiti nuovi che nell'occasione soglion provvedere gli

amici, per decoro di corporazione. E benchè avesse ripreso un po'

d'animo, a forza di persuadersi che po' poi prove veramente chiare

della sua colpabilità non ce n'erano, pur non aveva potuto riuscire a

vincersi a tal punto, che dal suo atteggiamento grave e tranquillo, e

più che altro da' suoi sguardi, non trasparisse una cert'aria di

bestia grossa presa alla tagliola. E la folla che ogni giorno

s'accalcava sempre più nell'aula, guardava gli altri, ma finiva poi

con fissar gli sguardi pieni a un tempo di curiosità e di disprezzo,

sul suo faccione in cui mostravan solo la sofferenza interna due

cerchi neri attorno agli occhi.

Egli in principio soffrì una gran molestia di quegli sguardi, per

sfuggirvi non c'è sacrifizio che non avrebbe fatto: ma vi si abituò

presto; tanto più che lo distrasse lo svolgersi della causa per lui,

d'interesse tanto vitale.

Che batticuore, appena il Pubblico Ministero s'alzò freddo e

minaccioso nella toga, e con gesti lenti da incorruttibile procuratore

della legge, cominciò a tessere vita e miracoli dei banditi, che,

quasi, ammaliati, non avevano la forza di distoglier gli occhi dal suo

volto bruno, pallido, severissimo! Ebbe un forte riscossone quando

nell'aula, tra 'l silenzio della folla che pendeva dalle labbra

dell'oratore, risonarono le tremende parole: «La sera del 29 marzo

1865, un'orda di malfattori invadeva il paesetto di S. Giovanni....» E

uno più forte ancora, quando il giovane magistrato, dopo una

descrizione viva delle sevizie fatte al povero Berlingheri, tuonò

volgendosi verso di lui: «Tormenti barbari, inusitati, adoperati da un

mostro che, il giorno avanti e il giorno dopo quel tremendo caso, pur

vestiva l'abito sacro di prete!»

Nè ciò fu tutto: che dovette asciugarsi anche il rapporto del

presidente: il quale per di più, venuto alla grassazione di S.

Giovanni, e al punto critico, l'accennò con l'indice teso, e lo

nominò.

«Vi fo cenno qui d'uno degli accusati, che vi si presenta con l'abito

di sacerdote, che è appunto uno di coloro che martirizzarono il

Berlingheri.

«È Rizzotto.

«Egli spinse la banda a quella grassazione: egli le facilitò la via a

compierla; egli, col più nero tradimento compensò l'affetto che

trovava in casa Berlingheri!»

Tanto che il reverendo pensava tutto stizzito: Ma che diavolo hanno in

corpo questi signori, a volermi presentare per forza sotto quella

maledetta veste sacerdotale, se io, apposta per non profanarla in

questa gabbia d'assassini, mi son fatto un vestito nuovo da secolare!

Respirò sin dal principio dell'interrogatorio del Lombardo.

--Pugliesi, alzatevi, disse il presidente. Più tardi sentirete le

vostre dichiarazioni scritte. Poco fa domandaste la parola: che

volevate dire?

--Volevo dire che comparisco colpevole, e non lo sono. Volevo dire che

sono più disgraziato che reo. Volevo dire che per campare la vita feci

il maestro di scuola, poi m'allogai col signor Lo Cicero.

--Ma questo lo sapevamo. Parlate piuttosto della vostra carriera di

brigantaggio.

--Ma che devo dire? (ride). Dirò che tutto ciò che dettai al signor

Morena è un romanzo. La mia vera dichiarazione è quella che feci a

Nicolosi e a Scandurra, il resto è menzogna. Mi tacciarono di

borbonismo, mi volevano responsabile di mille reati, mi chiusero in

segrete come borbonico. Ma io non sapevo nulla di tutte queste cose.

Calunniai Rospetti, Rizzotto, Palenza, calunniai tutti questi signori

che siedono con me sul banco degli accusati. Insomma feci un romanzo.

--Ma siete voi uomo da inventare un romanzo? Chi ve lo suggeriva? E la

vostra pubblica notorietà di brigante?

--Era la necessità. Ero pazzo.

--Ma i pazzi non parlano come parlaste voi.

--Ma se la presidenza lo vuole, io racconterò questa storia.

--Ci verremo in seguito. Dite per ora: la presidenza venne ad

interrogarvi, voi faceste delle confessioni, ma non voleste dichiarar

tutto: rimandaste il resto alla pubblica discussione. Ciò non prova

che volevate mentire?

--Io ho detto che in quel momento non potevo perchè ero ammalato. Ma

alle sue interrogazioni forse non ho risposto com'oggi?

--Intanto parlate: che cosa volevate dire?

--Tornato dall'Affrica fui interrogato. Non dissi nulla, mi dichiarai

innocente. Mi menarono in segrete. Mi custodivano due guardie, e non

mi lasciarono mai: esse mi dicevano che mi si farebbe la causa. Mi

fecero soffrire la fame, traveder la mannaia, mi fecero molte sevizie,

ero ammalato e non mi permisero neanche d'andare allo spedale. Poi

venne il presidente Morena, e mi domandò, se quando fui arrestato in

Susa avevo armi. Risposi di no. Ma avendomi egli mostrato una pistola,

gli dissi, è mia. In quell'occasione cominciai a lagnarmi dei pessimi

trattamenti. Il capo-guardiano invece disse male di me, inventando che

volevo guardie continentali, ed altro. Ricorsi al presidente perchè

m'aiutasse, e mi liberasse da tanti guai. Ma stetti sempre sulla

negativa, e fu per questo che mi ricacciarono in segrete, dove soffrii

più di prima. La testa mi fumava, mi sentivo avvilito: scrissi una

supplica a Morena perchè venisse al carcere. Difatti venne. Io, quando

fui interrogato da Scandurra su' diversi reati, avevo un lapis, e

notavo tutto quello che mi si domandava. Così ero in giorno di tutti

gli avvenimenti; e con questi appunti, e con qualche cosa che lessi

nei giornali, formai il mio romanzo, e lo dettai al signor Morena.

(_Ilarità_).

--Voi avevate paura della morte, e dei mali che vi si minacciavano. Ma

la presenza del magistrato doveva incoraggiarvi: come vi decideste a

mentire? E poi, è strano quel che dite, che la dichiarazione da voi

fatta cioè, sia un romanzo; e più strano ancora, anzi ridicolo, che

con i ricordi che scrivevate col lapis, e con ciò che potevate

ricavare dai giornali, formaste quella favola. Dite piuttosto una

ragione seria che vi spingeva a mentire.

--Per far piacere al signor Morena che voleva servita così la

giustizia.

--Ma qual piacere facevate, e qual premio riceveste?

--La cessazione delle mie sofferenze. E gli altri che dichiararono

come me, forse non mentirono?

--Ma voi mentite ora: ma voi non sapete nemmeno dare aspetto di verità

alle vostre invenzioni! Chi non sa che battevate la campagna! non lo

diceste voi stesso?

--Lo dissi perchè ci fui costretto.... E poi la mia dichiarazione

potrebbe far reo me, non gli altri.

--Dunque siete reo, lo confessate voi stesso.

--Non sono reo; sono uno sventurato: non tanto nero quanto mi

dipingono.... Signor Presidente, dice Guerrazzi, che la trama del

mondo si compone di fili di ferro!

--Sventurato!... Come!... quel feroce don Peppino, il terrore delle

vicine contrade, che fu causa prima dei misfatti atroci che

funestarono questa provincia, non siete voi? Rispondete! Non siete voi

quel tal don Peppino?

--Sono io. Ma tutto quello che dissi è un'esagerazione: e forse con

tale esagerazione, ho contribuito a mostrarmi più importante di quel

che sono.

--Nella vostra storia, che ora volete far passare per romanzo, avete

nominato molte persone che si associarono con voi per commettere ogni

sorta di delitti: dove le avete conosciute tutte queste persone?

--Oh! nelle campagne, in diverse occasioni: quando fui soprastante del

signor Lo Cicero percorsi quasi tutta la Sicilia. Conobbi il signor

Palenza alla fiera, Di Marco, Mistretta e altri, non ricordo più in

quali feudi: e li ho calunniati tutti.

--Questo è troppo poco: dovete spiegar chiaramente in quale occasione

avete conosciuto gli accusati: il che per altro avete spiegato

abbastanza, e con tutte le possibili particolarità.

--L'ho detto. Conobbi tutti questi signori in varie occasioni, come

per esempio ho conosciuto il presidente Morena, la S. V. Ill., e il

procuratore generale Noce. (_Sensazione_).

--Pugliesi, quanto tempo passò dal giorno che vi abboccaste col

presidente Morena, a quello in cui vedeste me? gli domandò il

Procuratore Generale.

--Non ricordo precisamente.... credo.... due mesi circa.

--Perchè dunque dopo tanto tempo voi ripeteste tutto a me?

--Io!... Non ripetei nulla, non parlai, non ammisi, nè negai i fatti

dichiarati al signor Morena. Ah! signor Procuratore Generale, tra me e

voi, io solo devo essere il mentitore....

--Questo è troppo!... Non faceste la ricognizione di Rizzotto, e lo

confondeste? Alla mia presenza non vi si fecero passar sotto gli occhi

quasi tutti gli accusati, e non confermaste quello che avevate

confessato?

--In quell'occasione nè mi disdissi, nè confessai nulla.

A questo punto la difesa, per bocca dell'avvocato Cuccia, domanda che

nel verbale si prenda nota di quest'ultimo incidente tra il Proc. Gen.

signor Noce, e don Peppino il Lombardo, come nuovo del tutto, e non

consacrato nel processo scritto. Succede un incidente; ma dopo breve

discussione, il Presidente ordina che le circostanze sopraddette siano

inserite nel verbale.

Sono le 3 pom., e il Presidente dichiara sciolta l'udienza.

E l'indomani venne la volta di compare Ciccio Raja, e di compare Nino

D'Amico.

--Raja, alzatevi, disse il Presidente. Come vi chiamate?

--Francesco Raja del fu Antonino, d'anni ventiquattro, di Lercara.

--Che ne dite delle vostre imputazioni?

--Che ne devo dire? io mi son fatto sempre gli affari miei.

--Gli affari vostri lasciategli stare: parlate piuttosto degli affari

della banda.... i furti commessi, gli omicidi, la verità insomma,

quella verità che del resto avete dichiarato.

--Io non so nulla. Se avessi saputo tutte queste cose, l'avrei dette

ai carabinieri, i quali mi tennero nella caserma tre mesi. Furono il

giudice Nicolosi e il sindaco di Lercara che mi consigliarono a dirle,

promettendomi la liberazione. Lo stesso fece il giudice Scandurra. Io

ero solo, in segrete, e digiuno. Poi venne nel carcere il presidente

Morena; mi fece dare da mangiare, e mi unì col Lombardo. Così,

rassicurato anche dalle sue parole, feci quelle confessioni che mi

suggerì egli stesso.

--Ma voi rispondete tutti a un modo!... Perchè fuggiste dal carcere se

eravate innocente?

--Per affari di _Zita_¹. Intanto morì mio padre, e fu per questo

ch'esitai a presentarmi: finalmente mi presentai.

¹ Promessa sposa.

--Perchè vi misero insieme con don Peppino, quale ragione ci poteva

essere?

--Io che ne so: è certo che fummo insieme: anzi lui mi dava da

mangiare, e mi faceva imparare a mente tutto quello che dovevo poi

dire.

--Pugliesi come va quest'affare?

--Ecco, signor Presidente: io avevo vitto in abbondanza, e lo dividevo

con Raja. È vero ancora che gli suggerivo il modo come regolarsi.

--D'Amico alzatevi. Come vi chiamate?

--Antonino D'Amico, detto Sprio, di Salvatore: ho ventisett'anni, e

sono di Mezzoiuso.

--Voi avete una parte importante in questa causa, che ne dite?

Il «sagrestano» come soleva chiamarlo ne' bei tempi il Capitano delle

Montagne, era diventato una mostra d'uomo, durante i sei mesi ch'era

stato in prigione: alle parole del Presidente si fece bianco come un

cencio di bucato, mise le mani in croce sul petto, e, con voce

piangolosa, rispose:

--Io non so di parte.... io sono innocente come Maria Santissima....

--Qui non c'entra Maria Santissima. Don Peppino, il vostro capo,

v'accusa d'aver preso parte al sequestro Salemi, alla ribellione

contro la guardia nazionale di Caccamo, al furto di due mule, avvenuto

la sera del 20 febbraio 1865.

--Signore, questo don Peppino ha infamato tutti! ha infamato mezza

Sicilia!

--Pugliesi lo sentite?

Il bandito s'alza agitato.

--Che vogliono più da me costoro?... il mio animo è commosso.... Mi

pare che ho detto più volte d'averli calunniati, ed essi si rivolgono

tutti contro di me

--Che volete, è un'ingratitudine! sono ingrati tutti.

--Mi punge il cuore, signor Presidente, L'hanno tutti con me, con me

solo.... Che vogliono? Se siamo rei....

--Voi dite, se siete rei?...

--Se siamo rei provvederà Iddio,

.......provveda Iddio

Ch'uom per delitti mai lieto non sia

ALFIERI.

--Bisogna aver pazienza: non corrispondono bene, a quel che fate ora

in loro difesa.

--Mi sento pungere il cuore. Non sono ambizioso, e perciò non sono

crudele, poichè, dice Aristodemo, che «uomo ambizioso è uom crudele.»

Io sono nervoso. Stetti quattordici giorni in segrete, patii la fame,

e per levarmi da quelle angustie feci il mio romanzo. Che vogliono

dunque da me? Io me ne appello alla Corte, ai giurati, al popolo.

--Sì, sì: avete ragione: avete detto abbastanza, e vi abbiamo

compreso.

--Mistretta alzatevi. Come vi chiamate?

--Antonino Mistretta, detto il Salernitano, d'Antonino: pecoraio, di

Lercara.

--Raccontate quello che fece la banda di Don Peppino; e ricordatevi

che faceste una confessione al presidente Morena.

--Quando io fui chiamato da Morena, vennero con me il Lombardese e

Ciccio Raja, e mi dissero come regolarmi.

--Questo lo sapevamo, ora parlate tutti d'un modo: non c'è cosa che

non vi fu fatta fare o dire per forza. Va bene: sedete.

E così Di Marco, disse che s'era fatto sempre gli affari suoi; Mesi,

ch'era innocente come Gesù Cristo; Di Salvo, ch'era un uomo onesto; il

reverendo, che lo si voleva calunniare; Raimondo, che non sapeva di

che intendessero parlargli.... Secondo questi signori, pareva che i

giudici avessero tutto il torto, essi avrebbero dovuto sedere sul

banco dei rei, e loro giudicarli!

Come andava tutto questo imbroglio?

Della faccenda, secondo il solito, se n'era immischiata la mafia.

Come!... un brigante tanto celebre, una delle colonne del

malandrinaggio, doveva far la figura d'infame, e _cascettone_!!¹

Come!... si doveva permettere che un buon numero di fratelli fossero

dati mani e piedi legati in potere della giustizia!! non si direbbe

mai!!... E un bigliettino, piccolo sì, ma gravido di minaccie, fatto

arrivare destramente al benefattore della società, fece cambiar le

cose di punto in bianco. Non voleva morire il già Marchese: e sapeva

benissimo che dalla mafia la resipiscenza è giudicata viltà, la

rivelazione tradimento, e si puniscono con la morte. Del resto era

sicuro che i suoi giudici, e il governo del re (come soleva dire)

benchè si disdicesse, gli sarebbero sempre grati delle confessioni

fatte, e gli ammetterebbero l'istesso le circostanze attenuanti: chè,

in fin dei conti, aveva fatto una gran luce dove non c'erano che

tenebre. Si disdirebbe dunque, salvando così capre e cavoli, e si

disdisse.

¹ Denunziatore.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 16 / 69 题