Otto giorni dopo, sul far della sera, attorno alla casipola del Daino
pascolava ancora una mandria di pecore; il pecoraio, seduto sur un
sasso, e col bastone tra le gambe, provava con lo zufolo una polca che
aveva sentito sonare, nell'ultima festa, alla banda del suo paese. E
chi sa quanto ancora sarebbe restato lì, curvo, con gli occhi intenti,
dimentico dell'ora e di sè stesso, se un ragazzetto non fosse venuto,
a nome del Ciulla, ad avvertirlo ch'era già tardi, scendesse con le
pecore. S'alzò, intascò lo strumento, radunò la mandria a urli, fischi
e sassate, e se la cacciò davanti per la viottola sparsa di ciottoli,
che mena alla valle, all'estremità superiore del cui tappeto verde
tagliato da un borro, spiccava la macchietta rossa del tetto della
masseria di Pietracaduta. La casipola tra il lusco e il brusco, restò
come ingrugnata, solitaria nell'altipiano col monte a ridosso, dal cui
pendio calava lentamente una nebbia fitta.
Poco dopo, dalla strada detta Bocca di Capra, sbucarono otto uomini a
cavallo: andavano un dietro l'altro avvolti in lunghi cappotti, come
una sfilata d'ombre nere nella nebbia invadente. Venuti vicino la
casipola, smontarono; lasciarono i cavalli in custodia a uno di loro,
si fecero all'uscio consunto, chiuso con un bastone, infilato per
traverso in un cappio di corda macera fermato al buco della chiave,
l'aprirono, ed entrarono.
Dopo una mezz'ora, eccoti altre ombre sfilare nella nebbia:
--Ehi!
--Ehi!
Smontavano, lasciavano i cavalli, ed entravano.
Ciò sino a mezzanotte passata.
Dieci minuti dopo, l'unica stanzaccia terrena della casipola offriva
uno spettacolo strano. Nel focolare scoppiettava una bella fiammata: e
tutt'attorno sedevano tre uomini: don Peppino nel mezzo, Biagio Valvo,
a destra, Umberto Riggio a sinistra; se ne stavano, ritti a gruppi,
altri banditi, e campieri, e pastori, fin proprietari, associati alla
banda. La fiammata illuminava in pieno le loro facce barbute o rase
del tutto, dall'espressione dura e feroce, faceva luccicare i fregi di
rame delle giberne e de' fucili, i bottoni d'acciaio dei giubboni dei
pastori. E sulle loro teste, coperte di _scorzette di felpa_ con
lunghe nappe, di _berrette di Padova_, o di berrettini a barca di
panno nero, galleggiava un denso strato di fumo, che faceva lacrimare
gli occhi d'alcuni, in ispecie di due induvidui del primo gruppo a
destra. Questi due davano nell'occhio per più ragioni: erano vestiti
d'abiti di panno fine, dal taglio in certo modo elegante a
confrontarlo con quello degli altri abiti, che pareva fatto con
l'accetta; le loro faccie, punto feroci, erano solamente un pochino
abbronzate; anche nel loro atteggiamento c'era qualcosa di
mortificato....Si sarebbero detti due galantuomini smarriti in quella
combricola di birbanti. Erano Pallanza, e Rossetti, due proprietari
de' paesi vicini. Davan pure nell'occhio gli uomini del quarto gruppo,
per il modo strano ond'erano armati: oltre al fucile a due canne,
avevano chi un'accetta, chi un palo di ferro, chi un martello e lunghi
scalpelli, chi una mazza d'acciaio.
Era un vocìo rotto da risa feroci: que' signori parlavano velatamente
dell'assalto di S. Giovanni prossimo a compiersi, e si millantavano
con una mimica smodata. Ma a un tratto il brigante calabrese s'alzò e
impose il silenzio con un gesto. Il farabutto, che dava a quanto
faceva una specie di strana solennità, atteggiò quella sua brutta
faccia a un'aria mafiosesca, guardò tutti in giro e cominciò ad
arringarli, come deve fare un generale prima del combattimento. Disse
che li aveva fatti avvertire di trovarsi quella sera nella casipola
del piano del Daino, a norma degli statuti dell'associazione: sapevano
di che si trattava. Pensassero che la riuscita di quel colpo di mano,
oltre d'impinguare le loro borse, assodava, col terrore, il loro
potere definitivamente. Quello era uno smacco che davano alla forza
armata, un di quegli smacchi che fan cascar le braccia addirittura e
per un pezzo. Raccomandava l'ubbedienza ai capi: stava dinanzi a lui
il fiore vero della malandrineria siciliana, e non parlava d'altro;
era sicuro che ognuno farebbe il suo dovere.
Finito questo breve discorso, che fu accolto con un mormorio di
approvazione, il Marchese cominciò a far l'appello dei banditi.
Di Montemaggiore risposero: Biagio Valvo, Carmelo Lo Cicero, Cruciano
Mesi, Pietro Salpietra, Angelo Mazzarese, Antonino Berretta. Di
Prizzi: Luciano D'Aquila, Paolo e Filippo Gaucitano, Raimondo Sarese,
Francesco Maralà detto Piede di palo, don Nicola Rospetti, don
Giuseppe Palenza (i due proprietari), Giuseppe Sambra detto il
Dannato, Sebastiano Chilli, Giuseppe Occhibianchi. Di Mezzoiuso:
Carmelo Mamola detto Cairone, Pietro Sgrò, Pietro Morale, Giorgio
Vittoriano (campieri manutengoli), Antonino Mistretta detto il
Salemitano. Di Lercara: Antonino Di Marco, Francesco Raja, Pietro
Reina detto il Malo villano, Giovanni Pessa, Gaetano Manzella,
Serafino Cilì. Di Burgio: Nicasio Savona, Giuseppe Carabillò, Umberto
Riggio.
Mancava Nino D'Amico! e il Capitano avendo fatto osservar ciò
aggrottando le sopracciglia, a giustificarlo prese la parola Carmelo
Mamola detto Cairone. Il suo compaesano egli l'aveva lasciato
dispiaciutissimo di non aver potuto venire; al momento della partenza,
l'aveva visto lui coi suoi propri occhi, la cavalla s'era messa a
zoppicare, aveva un'inchiodatura.... non c'era nè il tempo nè la
maniera di _procurarsene_ un'altra. Conchiudeva, che in grazia della
buona volontà, era giusto tener compare Nino come presente, e fargli
aver poi la sua parte di bottino.
Che gran furbo quel tartaglione! aveva trovato il modo di serbar la
pancia a' fichi senza che avesse a risentirsene il borsellino.
E il Marchese che lo conosceva, represse un sorriso, e guardò i due
colleghi. Avendo costoro approvato con un cenno del capo, accettò la
proposta di Mamola. Subito dopo si fece l'esame degli strumenti
portati dai Cercarsi. I tre capi se li passarono di mano in mano
approvando con un lento muover di testa, dichiarando ch'erano atti a
sfracellare porte, a rovinare muri, a scassare casse ed armadi....
--C'è permesso? disse in quella una voce. Ed al voltarsi, i banditi
videro Ntoni sulla soglia dell'uscio, illuminato tutto dalla fiamma.
Il capraio piegava letteralmente sotto al peso di due castrati
scorticati e senza testa, che portava a cavalluccio legati per le
zampe di dietro.
--Compare Giorgi manda questi a lor signori.
Delle grida di gioia, assai imprudenti a quell'ora nel silenzio della
notte, accolsero il capraio e le sue parole: ma un delizioso
trasalimento dello stomaco l'aveva spinto per que' petti feroci, pieni
dell'allegrezza della prossima rapina. Si messero altra legna sul
fuoco, si prepararono delle bacchette di ferro da fucile, per servir
da spiedi ed arrostir le due bestie, che già alcuni avevano levate di
dosso al capraio, appendevano a due cavicchi, e cominciavano a fare in
pezzi....
Per non destar sospetti, la banda prima che aggiornasse si sparse per
la campagna in piccoli drappelli. Nella casipola non restarono che il
Capitano, Biagio Valvo, e Giorgi Ciulla il quale era arrivato durante
la notte.