X.

Otto giorni dopo, sul far della sera, attorno alla casipola del Daino

pascolava ancora una mandria di pecore; il pecoraio, seduto sur un

sasso, e col bastone tra le gambe, provava con lo zufolo una polca che

aveva sentito sonare, nell'ultima festa, alla banda del suo paese. E

chi sa quanto ancora sarebbe restato lì, curvo, con gli occhi intenti,

dimentico dell'ora e di sè stesso, se un ragazzetto non fosse venuto,

a nome del Ciulla, ad avvertirlo ch'era già tardi, scendesse con le

pecore. S'alzò, intascò lo strumento, radunò la mandria a urli, fischi

e sassate, e se la cacciò davanti per la viottola sparsa di ciottoli,

che mena alla valle, all'estremità superiore del cui tappeto verde

tagliato da un borro, spiccava la macchietta rossa del tetto della

masseria di Pietracaduta. La casipola tra il lusco e il brusco, restò

come ingrugnata, solitaria nell'altipiano col monte a ridosso, dal cui

pendio calava lentamente una nebbia fitta.

Poco dopo, dalla strada detta Bocca di Capra, sbucarono otto uomini a

cavallo: andavano un dietro l'altro avvolti in lunghi cappotti, come

una sfilata d'ombre nere nella nebbia invadente. Venuti vicino la

casipola, smontarono; lasciarono i cavalli in custodia a uno di loro,

si fecero all'uscio consunto, chiuso con un bastone, infilato per

traverso in un cappio di corda macera fermato al buco della chiave,

l'aprirono, ed entrarono.

Dopo una mezz'ora, eccoti altre ombre sfilare nella nebbia:

--Ehi!

--Ehi!

Smontavano, lasciavano i cavalli, ed entravano.

Ciò sino a mezzanotte passata.

Dieci minuti dopo, l'unica stanzaccia terrena della casipola offriva

uno spettacolo strano. Nel focolare scoppiettava una bella fiammata: e

tutt'attorno sedevano tre uomini: don Peppino nel mezzo, Biagio Valvo,

a destra, Umberto Riggio a sinistra; se ne stavano, ritti a gruppi,

altri banditi, e campieri, e pastori, fin proprietari, associati alla

banda. La fiammata illuminava in pieno le loro facce barbute o rase

del tutto, dall'espressione dura e feroce, faceva luccicare i fregi di

rame delle giberne e de' fucili, i bottoni d'acciaio dei giubboni dei

pastori. E sulle loro teste, coperte di _scorzette di felpa_ con

lunghe nappe, di _berrette di Padova_, o di berrettini a barca di

panno nero, galleggiava un denso strato di fumo, che faceva lacrimare

gli occhi d'alcuni, in ispecie di due induvidui del primo gruppo a

destra. Questi due davano nell'occhio per più ragioni: erano vestiti

d'abiti di panno fine, dal taglio in certo modo elegante a

confrontarlo con quello degli altri abiti, che pareva fatto con

l'accetta; le loro faccie, punto feroci, erano solamente un pochino

abbronzate; anche nel loro atteggiamento c'era qualcosa di

mortificato....Si sarebbero detti due galantuomini smarriti in quella

combricola di birbanti. Erano Pallanza, e Rossetti, due proprietari

de' paesi vicini. Davan pure nell'occhio gli uomini del quarto gruppo,

per il modo strano ond'erano armati: oltre al fucile a due canne,

avevano chi un'accetta, chi un palo di ferro, chi un martello e lunghi

scalpelli, chi una mazza d'acciaio.

Era un vocìo rotto da risa feroci: que' signori parlavano velatamente

dell'assalto di S. Giovanni prossimo a compiersi, e si millantavano

con una mimica smodata. Ma a un tratto il brigante calabrese s'alzò e

impose il silenzio con un gesto. Il farabutto, che dava a quanto

faceva una specie di strana solennità, atteggiò quella sua brutta

faccia a un'aria mafiosesca, guardò tutti in giro e cominciò ad

arringarli, come deve fare un generale prima del combattimento. Disse

che li aveva fatti avvertire di trovarsi quella sera nella casipola

del piano del Daino, a norma degli statuti dell'associazione: sapevano

di che si trattava. Pensassero che la riuscita di quel colpo di mano,

oltre d'impinguare le loro borse, assodava, col terrore, il loro

potere definitivamente. Quello era uno smacco che davano alla forza

armata, un di quegli smacchi che fan cascar le braccia addirittura e

per un pezzo. Raccomandava l'ubbedienza ai capi: stava dinanzi a lui

il fiore vero della malandrineria siciliana, e non parlava d'altro;

era sicuro che ognuno farebbe il suo dovere.

Finito questo breve discorso, che fu accolto con un mormorio di

approvazione, il Marchese cominciò a far l'appello dei banditi.

Di Montemaggiore risposero: Biagio Valvo, Carmelo Lo Cicero, Cruciano

Mesi, Pietro Salpietra, Angelo Mazzarese, Antonino Berretta. Di

Prizzi: Luciano D'Aquila, Paolo e Filippo Gaucitano, Raimondo Sarese,

Francesco Maralà detto Piede di palo, don Nicola Rospetti, don

Giuseppe Palenza (i due proprietari), Giuseppe Sambra detto il

Dannato, Sebastiano Chilli, Giuseppe Occhibianchi. Di Mezzoiuso:

Carmelo Mamola detto Cairone, Pietro Sgrò, Pietro Morale, Giorgio

Vittoriano (campieri manutengoli), Antonino Mistretta detto il

Salemitano. Di Lercara: Antonino Di Marco, Francesco Raja, Pietro

Reina detto il Malo villano, Giovanni Pessa, Gaetano Manzella,

Serafino Cilì. Di Burgio: Nicasio Savona, Giuseppe Carabillò, Umberto

Riggio.

Mancava Nino D'Amico! e il Capitano avendo fatto osservar ciò

aggrottando le sopracciglia, a giustificarlo prese la parola Carmelo

Mamola detto Cairone. Il suo compaesano egli l'aveva lasciato

dispiaciutissimo di non aver potuto venire; al momento della partenza,

l'aveva visto lui coi suoi propri occhi, la cavalla s'era messa a

zoppicare, aveva un'inchiodatura.... non c'era nè il tempo nè la

maniera di _procurarsene_ un'altra. Conchiudeva, che in grazia della

buona volontà, era giusto tener compare Nino come presente, e fargli

aver poi la sua parte di bottino.

Che gran furbo quel tartaglione! aveva trovato il modo di serbar la

pancia a' fichi senza che avesse a risentirsene il borsellino.

E il Marchese che lo conosceva, represse un sorriso, e guardò i due

colleghi. Avendo costoro approvato con un cenno del capo, accettò la

proposta di Mamola. Subito dopo si fece l'esame degli strumenti

portati dai Cercarsi. I tre capi se li passarono di mano in mano

approvando con un lento muover di testa, dichiarando ch'erano atti a

sfracellare porte, a rovinare muri, a scassare casse ed armadi....

--C'è permesso? disse in quella una voce. Ed al voltarsi, i banditi

videro Ntoni sulla soglia dell'uscio, illuminato tutto dalla fiamma.

Il capraio piegava letteralmente sotto al peso di due castrati

scorticati e senza testa, che portava a cavalluccio legati per le

zampe di dietro.

--Compare Giorgi manda questi a lor signori.

Delle grida di gioia, assai imprudenti a quell'ora nel silenzio della

notte, accolsero il capraio e le sue parole: ma un delizioso

trasalimento dello stomaco l'aveva spinto per que' petti feroci, pieni

dell'allegrezza della prossima rapina. Si messero altra legna sul

fuoco, si prepararono delle bacchette di ferro da fucile, per servir

da spiedi ed arrostir le due bestie, che già alcuni avevano levate di

dosso al capraio, appendevano a due cavicchi, e cominciavano a fare in

pezzi....

Per non destar sospetti, la banda prima che aggiornasse si sparse per

la campagna in piccoli drappelli. Nella casipola non restarono che il

Capitano, Biagio Valvo, e Giorgi Ciulla il quale era arrivato durante

la notte.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 12 / 69 题